Come sappiamo la censura in Italia è stata reistituita per circolare ministeriale dal primo aprile, ovvero da quando Maroni ha vietato l'accesso alla stampa nei centri di identificazione e espulsione (Cie). Quello che non sapevamo ancora però è che la censura avesse la forma di un fax. Proprio così, in questo paese ormai non c'è vergogna nemmeno a metterlo per iscritto. Stefano Liberti, giornalista del Manifesto e tra i promotori dell'appello Lasciateci entrare nei Cie, ci ha girato la risposta che ha ricevuto dalla Prefettura da Roma alla sua richiesta di accesso al Cie di Ponte Galeria. E lo stesso ha fatto Raffaella Cosentino, che si è vista negare l'ingresso al Cie di Roma e al Cara di Crotone. E altri quattro colleghi del nord - Vilma Mazza, Sara Castelli, Orsola Casagrande e Nicola Grigion - che si sono visti negare l'ingresso nel Cie di Gradisca. La procedura è sempre la stessa. A Roma ad esempio, il dirigente d'area, Paola Varvazzo, cita a Liberti la famosa direttiva 1305 del primo aprile, elenca i soggetti accreditati e quindi si "spiace", perché i giornalisti non rientrano "tra i soggetti sopraelencati" e dunque non può accettare la sua richiesta di accredito. Leggete con i vostri occhi.
Il blog di Gabriele Del Grande. Sei anni di viaggi nel Mediterraneo lungo i confini dell'Europa. Alla ricerca delle storie che fanno la storia. La storia che studieranno i nostri figli, quando nei testi di scuola si leggerà che negli anni duemila morirono a migliaia nei mari d'Italia e a migliaia vennero arrestati e deportati dalle nostre città. Mentre tutti fingevano di non vedere.
31 May 2011
30 May 2011
Lasciateci entrare nei Cie! L'appello in Parlamento
L'hanno inspiegabilmente trasformato in una campagna dell'Unità, ma alla fine hanno aderito anche loro. Articolo 21, il giornale online per la libertà di stampa di Giuseppe Giulietti sostiene l'appello "Lasciateci entrare nei Cie!" lanciato una settimana fa da Fortress Europe su iniziativa di un gruppo di giornalisti che chiedono a gran voce di ristabilire il diritto di cronaca dopo che il ministro dell'Interno Roberto Maroni ha vietato alla stampa di entrare nei centri di identificazione e espulsione (Cie), con la ormai famosa circolare ministeriale numero 1305 del primo aprile 2011. A dire il vero l'appello non sta suscitando grandi reazioni, per non dire quasi alcuna, tra i divi della stampa italiana. Ulteriore conferma - se mai ce ne fosse stato bisogno - che il tema Cie non è mai stato così sexy per i guru della comunicazione in Italia. Tuttavia qualcosa si muove. Ed è qualcosa di grosso. Il nostro appello infatti arriva domani al Senato e alla Camera. Al Senato, dove martedì 31 maggio viene formalizzata l'interrogazione scritta presentata dai senatori radicali Marco Perduca e Daniela Poretti al ministro Maroni proprio sulla questione dell'accesso della stampa ai Cie e che potete leggere qui. E alla Camera dove alle 14,30 di martedì 31 maggio si terrà una conferenza stampa sulla questione, a cui parteciperanno Giuseppe Giulietti (Articolo 21), Roberto Natale del sindacato dei giornalisti (Fnsi) e Jean Leonard Touadì, giornalista e deputato del Pd, che sul tema ha preso posizione e si è impegnato a presentare un'interrogazione alla Camera.
29 May 2011
Sardegna: tre dispersi a Sant'Antioco
Mentre sono ripresi gli sbarchi a Lampedusa dai porti libici, dalla Sardegna arriva invece la notizia dell'arrivo di una piccola imbarcazione con dieci passeggeri a bordo che hanno denunciato la scomparsa in mare di tre persone, nella zona di Sant'Antioco. I dettagli sulle agenzie stampa.
28 May 2011
Perché Fortress Europe rischia di chiudere
Questa è una sentenza contro tutti. Che in prospettiva rischia di mettere a tacere buona parte dei blog di questo paese. Compreso Fortress Europe. Lo scorso 2 maggio infatti la prima sezione della Corte d'appello di Catania ha condannato in secondo grado per "stampa clandestina" il giornalista e blogger Carlo Ruta (nella foto), noto in tutta la Sicilia per la sua attività di documentazione e ricerca sulla mafia. Ricerche che in passato l'avevano portato a occuparsi della mafia della Sicilia orientale e dei poteri forti del ragusano. Un'inchiesta che come al solito faceva nomi e cognomi. Tra cui quello di un certo Agostino Fera, ormai ex procuratore della Repubblica rimasto 41 anni consecutivi in servizio presso il Tribunale di Ragusa. Fera quelle accuse non le digerì mai, e denunciò Carlo Ruta nel dicembre 2004, sostenendo che il suo blog (www.accadeinsicilia.net, ormai illeggibile perché oscurato) fosse una testata clandestina, in base alle norme previste da una legge del 1948. Una legge che quando serve viene ancora applicata, anche 63 anni dopo la sua approvazione, anche nell'epoca digitale. Ruta ha annunciato ricorso in Cassazione. E noi lo sosteniamo e gli esprimiamo la nostra solidarietà. Sappiano i Fera e i tanti altri che vorrebbero mettere il bavaglio alla rete, che la rete è incontrollabile. Siamo troppi. Spento un sito se ne accende un altro nel giro di un minuto. Chiuso un account se ne aprono milioni. Le rivoluzioni in nord Africa dovrebbero avere insegnato qualcosa anche ai nostri ottuagenari gerontocrati. Oppure no?
27 May 2011
لامبيدوزا: زوج ويني الذي ضربه رجال الشرطة
منذ بضعة أسابيع، تأثرت إيطاليا بقصته، عندما تحدثت زوجته، وهي فتاة هولندية تبلغ من العمر 23 سنة، جائت إلى لامبيدوزا لاستعادة زوجها، وهو أيضاً يبلغ من العمر 29 سنة. تعرَّفا منذ عامٍ بجزيرة كوس باليونان: نزار كان يعمل مروجاً سياحياًّ، أما ويني فكانت في إجازة. كان حب من أول نظرة، عقبه زواجٌ خاطفٌ. احتفلا به على الجزيرة في 26 سبتمبر الماضي. ثم انتقلا إلى تونس. وعندما اندلعت أولى أعمال الشغب، اضطرت ويني لمغادرة البلاد، بينما لم يتمكن الزوج من مغادرة البلاد، وفي النهاية قرر الذهاب إلى لامبيدوزا على متن أحد القوارب. ولكن تحول حلم الحب إلى كابوس. قام أمس رجال الشرطة في مركز استقبال لامبيدوزا بضربه حتى سالت دمائه، ثم بعد ذلك قاموا بإلقاء القبض عليه. وهو الشخص الوحيد الذي تم إلقاء القبض عليه بعد مصادمات عنيفة وقعت بين المحتجزين التونسيين وقوات الأمن. الاعتداء العلني بالضرب. هذا ما كنا نقوله منذ أيام. أن حدة التوتر داخل مركز استقبال لامبيدوزا – الذي تحول منذ 2 مايو إلى مركز احتجاز – ارتفعت بشكلٍ ينذر بالخطر. وأنه قريباً ستندلع انتفاضة جديدة. وقد كان
Lampedusa: il marito di Winny pestato dai finanzieri
La sua storia aveva commosso l'Italia qualche settimana fa, quando a parlare era stata la moglie Winny, una ragazza olandese di 23 anni venuta a Lampedusa a riprendersi il marito, anche lui ventitreenne. I due ragazzi si erano conosciuti un anno fa nell'isola di Kos, in Grecia: Nizar faceva l'animatore turistico, Winny era in vacanza. È stato amore a prima vista, seguito da un matrimonio lampo, celebrato sull'isola, il 26 settembre scorso. Poi la coppia si è trasferita in Tunisia. Quando sono scoppiati i primi disordini, Winny è stato costretta a lasciare il paese mentre il marito è rimasto bloccato e ha deciso alla fine di salire su una barca per Lampedusa. Ma il sogno di un amore si è trasformato in un incubo. Ieri Nizar è stato pestato a sangue dagli agenti della Guardia di Finanza nel centro di accoglienza di Lampedusa, per poi essere arrestato. Unico pescato nel mucchio dopo i violenti tafferugli tra i reclusi tunisini e le forze dell'ordine sfociati in un pestaggio. Un pestaggio annunciato. Lo dicevamo da giorni. Che al centro d'accoglienza di Lampedusa, trasformato di fatto dal 2 maggio in un centro di detenzione, la tensione stava salendo in modo preoccupante. E che presto sarebbe scoppiata l'ennesima rivolta. E così è stato.
يد الرئيس وراء إقصائهم إلى إيطاليا

"كانوا يُصَوِّبون بنادق الكلاشينكوف خلف ظهورنا. لم نتمكن من طرح أية أسئلة. صعدنا إلى الحاوية دون أن ندري إلى أين يقتادوننا." ألقى جنود القذافي القبض عليهم في الأحياء الأفريقية بطرابلس، وأجبروهم بالقوة على الصعود على متن القوارب والإبحار إلى لامبيدوزا. التذكرة مجانية، يوفرها النظام. بعيداً عن الأمل الكبير الذي يراوض الكثيرين خلال هذه الرحلات، فإن عمليات عبور البحر المتوسط تتشابه كثيراً مع عمليات إقصاء جماعية من ليبيا للأفارقة. قوات القذافي المسلحة هي من تقوم بتنظيم عمليات الإقصاء الجماعية للأفارقة بطريقة منهجية. لقد تم وضع نظام أدى إلى إقصاء 14 ألف شخص إلى إيطاليا خلال ثلاثة أشهر. الفكرة بسيطة: استخدام أجساد الرجال، والنساء، والأطفال كانتقام واضح لعمليات القصف التي تتعرض لها ليبيا. وهناك تفاصيل تقشعر لها الأبدان، وتوضح الكثير في العلاقات بين إيطاليا وليبيا. الحاويات التي تم استخدامها في عمليات الإقصاء هي تلك التي كانت إيطاليا قد قدمتها للعقيد في أوقات عمليات الطرد. في البداية، استخدم الليبيون هذه الشاحنات في ترحيل الأفارقة – الذين حاولوا عبور البحر بصورة غير شرعية – إلى أفريقيا. اليوم، ما تفعله السلطات الليبية هو عكس اتجاه ترحيل الأفارقة. فبدلاً من ترحيلهم جنوباً ناحية الصحراء، يقومون بإقصائهم إلى إيطاليا.
Deportati in Italia. La mano del ra'is dietro gli sbarchi
“Ci puntavano il kalashnikov addosso, non potevamo fare domande. Siamo saliti nel container senza neanche sapere dove ci stessero portando." Arrestati nei quartieri africani di Tripoli dai soldati di Gheddafi e costretti con la forza a imbarcarsi per Lampedusa. Il biglietto è gratuito, offre il regime. Altro che viaggi della speranza, le traversate del Mediterraneo assomigliano sempre di più a una vera e propria deportazione di massa degli africani dalla Libia. Organizzata in modo sistematico dalle forze armate della dittatura. Un sistema ormai rodato che è già riuscito a espellere in Italia 14.000 persone in tre mesi. L'idea è semplice: usare i corpi di uomini, donne e bambini come chiara ritorsione contro i bombardamenti in Libia. Con un dettaglio agghiacciante, che la dice lunga sui rapporti tra Italia e Libia. I camion usati nelle retate sono quelli che l'Italia regalò al Colonnello ai tempi dei respingimenti. Prima li usavano per deportare nel deserto gli africani respinti in mare. Oggi hanno soltanto invertito la direzione di marcia. E anziché deportarli nel Sahara, li deportano in Italia.
Caserta: i primi video del Cie di Santa Maria
Circola in rete questo video a cura MINA (Media Indipendenti Napoletani). Si tratta di una ricostruzione della situazione del nuovo centro di identificazione e espulsione di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), ricavato nella tendopoli allestita all'interno della ex caserma Andolfato. Nel video vengono mostrate le condizioni di detenzione e le prime rivolte scoppiate sin dai primi giorni di apertura della struttura.
Lampedusa: Winny’s husband beaten by the police
His story touched many Italians some weeks ago, when his wife Winny, a 23 year old Dutch lady, told the story of how she came to Lampedusa to take her 29 year old husband back. The two of them had met a year ago on the island of Kos, in Greece: Nizar was an entertainer for tourists, Winny was on holiday. It was love at first sight, followed by a quick wedding which was celebrated on the island, on 26th last September. Then the couple moved to Tunisia. When the first troubles started, Winny was forced to leave the country whilst her husband remained behind, so he decided in the end to board on a boat to Lampedusa. But the dream of their love story turned into a nightmare. Yesterday Nizar was beaten up by the financial police at the reception centre of Lampedusa, and was then arrested. He was the only one who was picked up after the violent scuffles amongst the captive Tunisians and the security forces had ended up in a brutal beating. A beating that had been expected. We had been talking about this for days. We had noticed that the tension in the reception centre of Lampedusa, which had actually been transformed into a detention centre since May 2, was rising in a worrying way. And that the umpteenth riot would soon break out. And that’s what happened.
Lampedusa: le mari de Winny tabassé par la police
Son histoire avait touché l'Italie, il y a quelques semaines, lorsqu’elle fut racontée par Winny, une Hollandaise de 23 ans venue à Lampedusa pour récupérer son mari, lui aussi vingt-trois ans. Ils s’étaient rencontrés il y a un an sur l'île de Kos, en Grèce: Nizar était animateur dans un club de vacances, Winny était en vacances. Le coup de foudre, suivi d'un mariage éclair célébré sur l'île, le 26 septembre, l’année dernière, puis le couple s'installe en Tunisie. Lorsque les premières émeutes ont éclaté, Winny a dû quitter le pays alors que son mari est resté bloqué et a finalement décidé de prendre un bateau pour Lampedusa. Mais le rêve de l'amour a tourné au cauchemar. Hier, Nizar a été violement tabassé par les officiers de la Garde des finances, la police douanière italienne, dans le centre d'accueil de Lampedusa, avant d'être arrêté. Il a été le seul à être pris dans le tas après les violentes bagarres entre les détenus tunisiens et les forces de sécurité qui ont conduit à un véritable tabac. Un tabac annoncé. Depuis des jours et des jours l’idée circulait. L’idée qu’au centre d'accueil de Lampedusa, en effet transformé depuis le 2 mai en centre de détention, la tension montait de façon alarmante. Et que bientôt une nouvelle révolte éclaterait. Et c’est bien ce qu’il s’est produit.
26 May 2011
Let us enter in the CIE! The appeal of the journalists
For the colleagues of other newspapers: publish the appeal in your newspapers and on your websites, read it on the radio and on television. Report back the amount of support you are getting and most of all ask your Prefectures for the press pass to visit the CIE of your town and send us the negative replies.
Let’s make ourselves heard! Here below is the appeal with the first petitioners.
Laissez-nous entrer! L'appel des journalistes
Il a paru aujourd'hui sur de nombreux journaux italiens. C'est l'appel d'un premier groupe de journalistes qui, ces dernières années, ont suivi de près les problèmes des centres d'expulsion et qui demandent l'abrogation de la circulaire qui depuis deux mois interdit à la presse l'accès aux Cie. Pour nos collègues des autres journaux: publiez l'appel dans votre journal et sur vos sites, lisez-le à la radio et à la télévision. Signalez-nous tout nouveau membre et surtout demandez à vos Préfectures la carte de presse pour visiter le Cie de votre ville et envoyez-nous les réponses de déni. Prenons la parole! Ici de suite l'appel et les premiers signataires.
Lasciateci entrare nei Cie! L'appello dei giornalisti
Esce oggi su alcuni quotidiani nazionali l'appello di un primo gruppo di giornalisti, che negli anni recenti ha seguito da vicino le questioni dei centri di espulsione e che chiede l'abrogazione della circolare che da due mesi vieta alla stampa l'ingresso nei Cie. Per i colleghi delle altre testate: pubblicate l'appello sui vostri giornali e sui vostri siti, leggetelo in radio e in televisione. Segnalateci le adesioni e soprattutto chiedete alle vostre Prefetture l'accredito per visitare il Cie della vostra città e mandateci le risposte di diniego. Facciamoci sentire! Di seguito l'appello e i primi firmatari. Da questa iniziativa è nata la campagna nazionale LasciateCIEntrare, indetta da sindacato e ordine dei giornalisti e da alcuni parlamentari per il 25 luglio .
Lampedusa: tunisini sospendono sciopero della fame
Sciopero della fame sospeso. I circa 200 tunisini ancora reclusi nel centro di prima accoglienza di Lampedusa, hanno sospeso ieri sera lo sciopero della fame, durato in tutto 48 ore. Alla base dell'interruzione della protesta ci sarebbe l'impressione diffusa che il governo tunisino non rispetterà l'impegno di rimpatriare i suoi concittadini come inizialmente previsto dall'accordo con Maroni. E intanto da Lampedusa ci arrivano alcune precisazioni da parte dell'Organizzazione internazionale delle migrazioni, rispetto all'articolo pubblicato ieri. Che volentieri diffondiamo perché - una volta tanto - sono notizie positive.
دعونا ندخل مراكز تحديد الهوية والطرد. نداء يوجهه الصحفيون
تناولت اليوم بعض الصحف القومية نداءاً لمجموعة أولى من الصحفيين ممن تابعوا خلال السنوات الأخيرة عن كثب قضايا مراكز (CIE) الترحيل، وطالبت بإلغاء الإعلان الصادر منذ شهرين والذي يقضي بمنع الصحفيين من دخول مراكز تحديد الهوية والطرد
ولزملائنا بالصحف الأخرى: انشروا هذه الدعوة بصحفكم وعلى مواقعكم، وأقرأوه بالاذاعة والتلفزيون. ابدوا لنا مؤازرتكم، واطلبوا من مؤسساتكم تصاريح لزيارة مراكز تحديد الهوية والطرد الموجود بمدينتكم، وأرسلوا لنا ردهم بالرفض. علينا أن نوصل صوتنا
ثم هذا النداء والتوقيعات الأولى
Chinisia: inaugurazione con fuga per il nuovo Cie
Da lontano sembrano mattoncini Lego. Bianchi, gialli, verdi, blu, rossi. Incastrati uno sull'altro in mezzo all'aperta campagna, tra pascoli e vigneti. Da vicino però si capisce che non sono giocattoli. Ma soltanto l'ultima frontiera del delirio della detenzione dei rei viaggiatori. Le mura dell'ultimo centro di identificazione e espulsione (Cie), che sorge sulla pista del vecchio aeroporto militare di Chinisia, a Trapani, sono fatte con i container. Una recinzione su due livelli. Quando ho scattato questa foto, due settimane fa, c'erano ancora gli operai al lavoro. Quello che c'è dentro per ora non si sa. Se tende o altri container. E alla stampa è vietato entrare a dare un occhio. L'unica cosa sicura è che operativo dallo scorso 20 maggio, quando sono arrivati i primi reclusi che se la sono poi data a gambe levate alla prima occasione.
25 May 2011
Fame di libertà. Continua lo sciopero dei tunisini a Lampedusa
Continua lo sciopero della fame dei 200 tunisini reclusi da ormai due settimane nel centro di prima accoglienza di Lampedusa, senza nessuna convalida del giudice e dunque in modo del tutto illegittimo. Per il secondo giorno consecutivo, i tunisini hanno rifiutato in blocco il cibo chiedendo di essere rimessi in libertà. Oggi ci sono stati momenti di tensione con le forze dell'ordine, dopo che ieri sera un recluso era stato picchiato dai carabinieri.
Harraguantanamo
Uno straordinario racconto fotografico del viaggio a Lampedusa e della detenzione al campo di Chinisia, in 70 immagini scattate da un harraga tunisino, Ilyess, e montate da una giornalista modenese, Giulia, che qui ci spiega come è nato questo lavoro.
Tunisia: caos al campo profughi di Choucha
Incendi nella tendopoli, risse tra eritrei e sudanesi, scontri con la popolazione locale, blocchi di protesta del traffico stradale e l'esercito costretto a lanciare lacrimogeni e a sparare in aria per disperdere la folla. La situazione al campo profughi di Choucha, alla frontiera tra Libia e Tunisia, dove si sono rifugiati circa 5.000 sfollati africani scappati dalla guerra in Libia, è definitivamente degenerata.
24 May 2011
Lampedusa: 200 tunisini iniziano sciopero della fame
Sciopero della fame a Lampedusa. A protestare sono i duecento tunisini, reclusi da ormai dieci giorni - e in alcuni casi anche da più di due settimane - dentro il centro di prima accoglienza. Lo sciopero è iniziato questa mattina, quando i reclusi tunisini al completo hanno rifiutato il pranzo, dichiarandosi pronti a proseguire ad oltranza la protesta con un unico obiettivo: la libertà. L'hanno scritto anche su un lenzuolo, come striscione: “Vogliamo la libertà”. È esposto nel cortile del centro di accoglienza, dove hanno portato in mezzo al piazzale materassi e coperte, pronti a passare fuori la notte per protesta. Chiedono di essere trasferiti in altre strutture e da lì di ottenere la libertà. Tra i reclusi, alcuni hanno chiesto l'asilo politico, altri sono sposati con cittadine europee, come il caso di un recluso sposato con una francese, e di un secondo recluso sposato con una olandese, da cui ha avuto anche un bambino. Per tutti però il rischio è lo stesso: il rimpatrio.
Giornalisti unitevi! Mobilitiamoci per entrare nei Cie!
Cie di Pian del Lago, Caltanissetta
23 May 2011
أبداً لم يحدث هذا: 1510 موتى في 5 شهور في المتوسط
تعبُر قوارب مَن لا يحملون جوازات سفر قنال صقلية منذ عشرين سنة، متجهة إلى الضفة الشمالية للبحر المتوسط، ولكن ما يحدث .الآن غير مسبوق
نشهد، منذ بداية هذا العام، مجزرة لا سابق لها، فقد بلغ عدد الوفيات 1408 أشخاص على الأقل. رجال ونساء وأطفال لقوا مصرعهم في
عرض البحر في لامبدوزا خلال خمسة شهور فقط، وتحديداً ومنذ يناير الماضي تم اختفاء عدد من الأشخاص فاق عددهم عدد الوفيات التي سجلت عام 2008، أي العام الذي سبق عمليات التهجير عندما وصل عدد الضحايا إلى 1274 مقابل 36000 هم من وصلوا إلى صقلية. ليس هذا فحسب، فالأشخاص الذين لقوا حتفهم في قنال صقلية و البالغ عددهم 1408 أشخاص يمثلون فقط 93% من إجمالي وفيات العام 2011 خلال الخمسة شهور الأولى في جميع أنحاء البحر المتوسط. كيف نفسر هذه الزيادة الكبيرة في نسبة الوفيات بين الذين يعبرون البحر المتوسط؟
Mai così tanti: 1.510 morti in 5 mesi nel Mediterraneo
foto di Mashid Mohadjerin
Sono vent'anni che il Canale di Sicilia è attraversato dalle barche di chi viaggia senza passaporto verso la riva nord del Mediterraneo. Eppure una cosa così si era mai vista. Dall'inizio dell'anno è una strage senza precedenti. Sono già almeno 1.408 i nomi che mancano all'appello. Uomini, donne e bambini annegati al largo di Lampedusa. In soli cinque mesi. E senza considerare tutti i naufragi fantasma, di cui non sapremo mai niente. Da gennaio sono scomparse più persone di quante ne morirono in tutto il 2008, l'anno prima dei respingimenti, quando si contarono 1.274 vittime a fronte di 36.000 arrivi in Sicilia. Non solo. Quei 1.408 morti nel Canale di Sicilia rappresentano il 93% dei 1.510 morti registrati nei primi cinque mesi del 2011 in tutto il Mediterraneo. Come spiegarsi l'aumento così impressionante del tasso di mortalità delle traversate?
Cie Roma: tentativo di fuga a Ponte Galeria
I detenuti nel centro di identificazione e espulsione di Roma, a Ponte Galeria, hanno organizzato oggi una protesa, nel corso della quale cinque di loro hanno tentato la fuga, per poi essere bloccati dalle forze dell'ordine di guardia al centro. La protesta ha avuto luogo nel pomeriggio, quando alcuni dei reclusi sono saliti sui tetti e hanno infuocato lenzuola e coperte. Ed è stato in quel frangente che i cinque hanno tentato di scavalcare la recinzione e fuggire. Uno di loro si sarebbe leggermente ferito.
Tunisia: incendio al campo profughi, morti 4 eritrei
Quattro morti nel campo profughi di Choucha, in Tunisia, dove si trovano attualmente migliaia di persone fuggite dalla guerra in Libia nei mesi scorsi. Le vittime sono quattro cittadini eritrei, morti a causa di un incendio divampato nel campo nella notte tra sabato e domenica. Le cause sono ancora ignote. I dettagli su un lancio della Afp.
22 May 2011
Egitto: ancora ostaggi nel Sinai, 25 uccisi in 6 mesi
Sabato scorso la polizia militare egiziana ha sparato a una donna eritrea che tentava di superare il confine con lo Stato di Israele. La notizia è stata diffusa dalla comunità eritrea di Roma, attraverso l'associazione Agenzia Habeshia che monitora costantemente la situazione degli eritrei nel Sinai. Fortunatamente la donna è stata soltanto ferita, e in questo momento è ricoverata in ospedale, anche se poi dal reparto sarà trasferita direttamente in carcere, da dove rischia l'espulsione in Eritrea. Ma intanto dal Sinai continuano ad arrivare notizie drammatiche sulla sorte di un gruppo di 400 eritrei tenuti ostaggio dai contrabbandieri beduini che dovevano trasferirli dal lato israeliano della frontiera, e che invece li stanno torturando in attesa del pagamento di un riscatto di migliaia di dollari. In sei mesi i morti sarebbero già almeno 25.
Spagna: ripescato un cadavere a Cabo de Gata
Ripescato il cadavere di una donna a sette miglia al largo di Cabo de Gata, potrebbe essere una dei venti dispersi del naufragio di inizio maggio davanti a Cabo de Sacratif. A avvistarla è stato l'equipaggio di una barca sportiva che l'ha incrociato sulla propria rotta. Amara coincidenza, dopotutto quella di Almeria è la costa del turismo e dei morti delle traversate. Da anni. Per saperne di più, di seguito i dettagli sulla stampa spagnola.
21 May 2011
Libya: 1400 deaths since the beginning of 2011

It’s been twenty years now since the Sicilian Channel has been crossed by the boats of those who travel without a passport towards the northern shores of the Mediterranean. But something like this has never been seen before. Since the beginning of this year, it has been a massacre without precedents. There are at least 1.408 names missing. Men, women and children drowned around the shores of Lampedusa. In just five months. Since January there have been more people missing than all those who died throughout 2008, the year before the pushing back policies started, when the number of the victims reached 1.274, compared to 36.000 arrivals in Sicily. The mortality rate in the crossings has increased in an apparently inexplicable manner. But it is enough to break it down to get a clearer idea.
Il naufragio fantasma: almeno 320 morti a Zuwara
foto di Mashid Mohadjerin
Sono le sette del mattino del 27 aprile 2011. E sul molo del porto di Zuwara si accalcano 600 africani, rastrellati dalle milizie di Gheddafi nei quartieri neri di Misrata, Tripoli e Sabrata e costretti a imbarcarsi per l'Italia dopo aver passato un mese reclusi in un vecchio casolare fuori Zuwara, sorvegliati a vista dai militari del regime. Kingsley è uno di loro. Sulla banchina si tiene stretto alla moglie e al bambino di tre anni. Perché le operazioni di imbarco sono veloci e violente e non vuole correre il rischio di viaggiare separato dalla moglie. Le barche infatti sono due. E non serve essere esperti marinai per capire che difficilmente raggiungeranno l'altra riva del Mediterraneo.
Libye: 1400 morts depuis le début de l’année
Cela fait vingt ans que le canal de Sicile est traversé par des bateaux pleins de personnes qui voyagent sans passeport vers la rive nord de la Méditerranée. Pourtant, on n’avait jamais vu une chose pareille. Jusqu'à présent, cette année c’est un bain de sang sans précédent. Il y a déjà au moins 1408 noms qui manquent à l’appel. Hommes, femmes et enfants qui se sont noyés au large des côtes de Lampedusa. En seulement cinq mois. Depuis le mois de janvier les personnes qui ont disparu sont plus nombreuses qu’en 2008, l'année avant les rapatriements de masse, quand on compta 1274 victimes pour 36.000 personnes débarquées en Sicile. Le taux de mortalité des traversés a augmenté de façon apparemment inexplicable. Mais il est suffisant de le décomposer pour en avoir une idée plus précise.
19 May 2011
Revolutionaries and racists? The rebels’ massacres no one wants to talk about
We already know the crimes committed by Gaddafi’s troops. But nobody wants to talk about the crimes perpetrated by the rebels. Maybe because the rebels’ racism is a taboo too big to face. Or perhaps because the correspondents in Benghazi were not able to notice anything in person, since they were on the wrong side of the front to do it. On the side where the wicked were only the ones enrolled in the ranks of Gaddafi’s militias. I was there, and every day we were receiving news of the massacres of civilians committed by the regular army. Even today I can’t get rid of the images that my eyes saw in those three weeks. The air raids on the districts of Ijdabiya, the tanks at the gates of Benghazi, the missiles on the houses in Misratah and the snipers posted on the roofs to shoot on the young people on the street, spreading terror. But we missed something. Since was is war. And the baddies are not just on one side. As always, violence ends up generating other violence. And Libya is not an exception. On the contrary. From Benghazi to Tripoli, the war has awoken an ancestral hatred which was never dormant. Racial hatred. Of the whites against the blacks.
ثوار وعنصريون؟ مذابح المتمردين التي لا يريد أحد التحدث عنها
مساويء ميليشيات القذافي أصبحنا نعرفها بالفعل. لكن المجازر التي يرتكبها المتمردون لا يريد أن يتحدث عنها أحد. ربما لأن عنصرية الثوار تعد الآن من الأشياء المحظور الخوض فيها والتي ينبغي معالجتها. أو ربما لأن المبعوثين إلى بنغازي لم يستطيعوا التأكد بأنفسهم من هذه الأمور، ووجدوا أنفسهم على الجانب الخطأ من الجبهة. على الجانب حيث يتواجد الأشرار فقط بين صفوف ميليشيات القذافي. كنت هناك، وكل يوم كانت تصلنا أنباء عن مذابح ضد المدنيين، ارتكبتها وحدات الجيش النظامي. حتى اليوم لا أستطيع أن أمحوا من ذاكرتي ما رأيت في تلك الأسابيع الثلاثة. الغارات الجوية على الأحياء بـ "الجدابية"، الدبابات الموجودة على مشارف بنغازي، والصواريخ على منازل مصراتة، والقناصة الموجودون على أسطح المنازل للحاق بالشباب واحد تلو الآخر في الشوارع، ناشرين الذعر بين المواطنين. ولكن هناك حلقة مفقودة. لأن الحرب دائماً هي الحرب. والأشرار لا يكونون من جانب واحد، فكما هو الحال دائماً، العنف يولد المزيد من العنف. وليبيا ليست الاستثناء، بل على العكس: من بنغازي إلى طرابلس أيقظت الحرب كراهية قديمة لم تهدأ أبداً:الكراهية العنصرية، من البيض تجاه السود. وبالتالي فإن الناس يتهمون المرتزقة الأفارقة بارتكاب الجرائم البشعة التي ترتكبها قوات القذافي. وما زاد على ذلك هو نتاج ما يهزي به الجماهير المتعطشة للانتقام. شعب مدجج بالسلاح، والذي نفذ أكثر من مرة عمليات قتل باردة في الجنود الذين وقعوا أسرى، ولا سيما مع الكثير من الغضب تجاه السود، سواء وهم على قيد الحياة أو وهم أموات. ناهيك عن المدنيين الأبرياء الذين يهانوا شفهياًّ لاشتباه الناس فيهم أن يكونوا مرتزقة أفارقة، وكل هذا فقط لأنهم سود. في الأسبوع الماضي أجرينا مقابلة مع ليبي أسود في لامبيدوزا، والذي أدلى لنا بنفس الشكوى. لكن الآن لدينا الأدلة، وهي على يوتيوب: 18 مقطع فيديو يوثق الفظائع التي ارتكبها بعض من هؤلاء نفس الشباب الذي يحلم بتحرير البلاد من قبضة الدكتاتورية
Rivoluzionari e razzisti? Le stragi dei ribelli di cui nessuno vuole parlare
I misfatti delle milizie di Gheddafi li conosciamo già. Ma delle stragi commesse dai ribelli non vuole parlare nessuno. Forse perché il razzismo dei rivoluzionari è un tabù troppo grande da affrontare. O forse perché gli inviati a Benghazi non hanno potuto constatare niente di persona, trovandosi dalla parte sbagliata del fronte per farlo. Dalla parte dove i cattivi erano solo tra le fila delle milizie di Gheddafi. Io ero là, e ogni giorno ci arrivavano notizie di stragi di civili commesse dai reparti dell'esercito regolare. Ancora oggi non riesco a togliermi dagli occhi quello che ho visto in quelle tre settimane. I bombardamenti aerei sui quartieri di Ijdabiya, i carri armati alle porte di Benghazi, i missili sulle case di Misrata e i cecchini appostati sui tetti ad abbattere uno a uno i ragazzi per strada, seminando il terrore. Ma ci siamo persi qualcosa. Perché la guerra è guerra. E i cattivi non stanno solo da una parte. Come sempre succede, la violenza finisce per generare altra violenza. E la Libia non è un'eccezione. Tutt'altro. Da Benghazi a Tripoli, la guerra ha risvegliato un odio ancestrale mai sopito. L'odio razziale. Dei bianchi contro i neri. E così la volgata popolare ha accusato i mercenari africani di tutti gli orrendi crimini commessi dalle truppe di Gheddafi. E il resto l'ha fatto il delirio delle masse assetate di vendetta. Gente armata fino ai denti, che in più di un'occasione ha giustiziato a sangue freddo i militari fatti prigionieri, con un particolare accanimento contro i neri, sia da vivi che da morti. Per non parlare dei civili innocenti che sono stati letteralmente linciati dalle folle perché sospettati di essere mercenari africani e tutto questo solo perché erano neri. La settimana scorsa avevamo intervistato un libico nero a Lampedusa che ci aveva fatto la stessa denuncia. Ma adesso abbiamo delle prove. Si trovano su youtube. E sono 18 video che documentano le atrocità commesse da una parte di quegli stessi ragazzi mossi da grandi ideali per liberare il paese dalla morsa della dittatura.
Sicilia: sbarco a Mazara del Vallo, 3 morti
Tragedia a Mazara del Vallo. Il comandante di un'imbarcazione che poi ha ripreso il largo, ha costretto i 17 passeggeri tunisini a tuffarsi in mare e proseguire a nuoto fino alla riva. Tre dei ragazzi però non ce l'hanno fatta e sono annegati a pochi metri dalla costa. I dettagli sulle agenzie stampa.
Grecia: 2 morti e 1 disperso sulla rotta per l'Italia
Brutte notizie dalla Grecia. Una barca di otto metri si è rovesciata in mare dalle parti di Preveza, sulla costa nord ovest della Grecia, poco dopo essere partita alla volta delle coste italiane con 25 passeggeri a bordo. La guardia costiera ha recuperato in mare il corpo di un signore di 48 anni e quello di un bambino di otto anni. Ancora disperso invece un secondo bambino, che secondo alcuni testimoni sarebbe il fratellino gemello del bambino trovato morto. I dettagli sulla stampa greca.
¿Revolucionarios y racistas? Las matanzas de los rebeldes libios
Las atrocidades de las milicias de Gadafi las conocemos ya. Pero de las matanzas de los rebeldes no quiere hablar nadie. Quizás porque el racismo de los revolucionarios es un tabú demasiado grande para afrontarlo. O quizás porque los corresponsales en Bengazi no han podido verificar nada personalmente, pues se encuentran en la parte equivocada para hacerlo. En la parte donde los malvados estaban todo ellos entre las filas de las milicias de Gadafi.
18 May 2011
Révolutionnaires et racistes? Les massacres des rebelles dont personne ne veut parler
Les méfaits des milices de Kadhafi on les connaît déjà. Mais personne veut parler des massacres commis par les rebelles. Peut-être parce que le racisme des révolutionnaires est un tabou trop grand pour être abordé. Ou peut-être parce que les journalistes envoyés à Benghazi n’ont rien pu constater en personne, se trouvant du mauvais côté du front pour le faire. Du côté où les méchants ne sont que dans les rangs des milices de Kadhafi. J'étais là, et chaque jour on recevait les nouvelles de massacres de civils commis par des unités de l'armée régulière. Encore aujourd'hui je ne peux pas oublier ce que j'ai vu pendant ces trois semaines. Les frappes aériennes sur les quartiers de Ijdabiya, les chars aux portes de Benghazi, les missiles sur les maisons de Misratah et les tireurs postés sur les toits pour abattre un par un les jeunes dans les rues, semant la terreur. Mais nous avons perdu quelque chose. Parce que la guerre c’est la guerre. Et les méchants ne sont pas seulement d’un côté. Comme toujours, la violence finit par provoquer d’autres violences. Et la Libye n’est pas une exception.
La Sardegna dice no ai radar anti sbarchi
Mobilitazione popolare in Sardegna per bloccare la militarizzazione delle coste dell'isola prevista da un progetto europeo di contrasto all'emigrazione. Si tratta di un progetto finanziato dall'Unione europea che prevede 18 installazioni radar, 4 in Sardegna e 14 nel resto d'Italia, in un'ottica di potenziamento delle frontiere esterne della Fortezza Europa. I siti interessati in Sardegna sono tutti sulla costa occidentale dell'isola, da sud a nord nei comuni di Sant'antioco, Fluminimaggiore, Tresnuraghes e Sassari. Da qualche giorno i quattro cantieri militari per l'installazione dei radar sono stati occupati e bloccati. Presidi 24 h su 24 impediscono la ripresa dei lavori. La ditta appaltatrice è Almaviva del gruppo Finmeccanica mentre l'opera nel suo complesso è affidata alla Guardia di Finanza. La popolazione locale si oppone alla militarizzazione dei territori e ai danni ambientali e sanitari che ciò comporterà. Per seguire gli aggiornamenti dai presidi esiste un blog noradar quotidianamente aggiornato e una ricca pagina facebook sul presidio di Capo Sperone. Ricordiamo inoltre che laddove la militarizzazione della frontiera non ha trovato ostacoli i lavori si sono fatti più che in fretta. Ad esempio in Sicilia, dove a Siracusa è già stato installato un traliccio di 36 metri nell'area marina protetta del Plemmirio, all'interno dello stesso progetto di militarizzazione.
Forced deportations to Italy. Gaddafi's reprisal for the bombardments?
“They were holding the Kalashnikovs against us, we couldn’t ask any questions. We boarded the container without knowing where they were taking us.” They were arrested in the African neighbourhoods of Tripoli by Gaddafi’s soldiers and were forced to embark for Lampedusa. The ticket is on the house, provided by the regime. Definitely not voyages of hope, the crossings of the Mediterranean look more like actual mass deportations of Africans from Libya. Systematically organized by the army of the dictatorship. A well-proven system which has managed to expel 14.000 people to Italy in three months.
17 May 2011
Fortezza Europa: 1.174 morti dall'inizio dell'anno
The solid sea, by Alberta Torres
Morire di frontiera. Accade da vent'anni lungo i confini dell'Europa. Sono soprattutto naufragi, ma non mancano incidenti stradali, morti di stenti nel deserto come tra le nevi dei valichi montuosi, piuttosto che uccisi da un'esplosione negli ultimi campi minati in Grecia, dagli spari dell'esercito turco o dalle violenze della polizia in Libia. Fortress Europe è una rassegna stampa che dal 1988 ad oggi fa memoria delle vittime della frontiera. Il dato aggiornato all'11 maggio del 2011 è di 16.981 morti documentati, dei quali 1.174 dall'inizio dell'anno. Per consultare i dati nel dettaglio, frontiera per frontiera, continua a leggere l'articolo. Per la rassegna stampa completa invece clicca qui.
Rivoluzionari e razzisti? Un libico nero a Lampedusa racconta
Finora di libici a Lampedusa ne sono arrivati pochissimi. Solo una cinquantina su oltre 12.000 persone che hanno attraversato il mare negli ultimi due mesi partendo dai porti di Tripoli, Janzour e Garaboulli. Younes è uno di loro. E sulla Libia ha le idee molto chiare.
Tunisini: un altro volo di rimpatrio annullato
Ci risiamo. È la terza volta in una settimana. Un altro volo charter diretto a Tunisi con 30 passeggeri da espellere, è stato annullato. È successo ieri dopo che i 30 tunisini erano stati trasferiti da Lampedusa a Palermo per essere riportati a Tunisi dopo l'espletamento delle formalità burocratiche da patte del consolato di Palermo. Il console, Abderrahman Ben Mansour, ha fatto sapere che aspetta direttive dal proprio ministero dell'Interno. Intanto i 30 sono stati smistati in vari centri di identificazione e espulsione. Dove li aspettano sei mesi di detenzione e il rilascio sul territorio italiano con un foglio di via, ovvero senza documenti di soggiorno e senza la possibilità di averli in futuro. A meno che nel frattempo l'accordo con la Tunisia non si rimetta in moto e le espulsioni di massa riprendano.
16 May 2011
Expulsés vers l'Italie. La main du raïs derrière les débarquements
« Un kalachnikovs nous visait, nous ne pouvions pas poser de questions. Nous avons grimpé dans le conteneur, sans même savoir où nous étions transportés. » Arrêtés dans les quartiers africains de Tripoli par les soldats de Kadhafi et obligés par la force à s’embarquer à destination de Lampedusa. Le billet est gratuit, cadeau du régime. C’est autre chose qu’un voyage vers l'espoir, les traversés de la Méditerranée ressemblent de plus en plus à une véritable déportation en masse des Africains de la Libye. Organisée de manière systématique par les forces armées de la dictature.
Harraguantanamo. Le voyage d'Ilyess
Ilyess, 30 ans, originaire de Zarzis (Tunisie) a documenté son voyage de "harraga" en 70 photos, prises avec son portable du 28 mars au 17 avril 2011. Du départ de Tunisie, à la traversée à Lampedusa, entre émergence et accueil, jusqu'à au campement de tentes de Trapani, où il a vécu 13 jours "comme à Guantanamo", comme il dit lui: sans assez d'eaux pour les douches pour 700 personnes , entre tentatives de fuites, dans la constante incertitude sur son propre destin.
Le lacrime di una sala d'attesa
Abbiamo ricevuto una lettera da un gruppo di italiani di Tunisi. Raccontano i rimpatri visti dall'aeroporto della capitale. Un aeroporto destinato a segnare la storia del paese da qualche mese ormai. Lì c'è stato il primo grande atto di disobbedienza. Da lì è fuggito il dittatore. E lì oggi ritornano. Gli esuli di una vita, accolti dagli abbracci dei parenti. E i ragazzi rimpatriati dall'Italia. Anch'essi accolti dai parenti, ma con lacrime che sanno molto più di amaro. Intanto i rimpatri sono ripresi, seppure con molta più lentezza rispetto al primo mese dopo l'accordo del 5 aprile scorso. Dopotutto è stato raggiunto il tetto degli 800 rimpatri e adesso va tutto a rilento. Fonti del Viminale parlano del rimpatrio di 30 tunisini lo scorso giovedì da Palermo. Ma dal sindacato di polizia Coisp, fanno sapere invece che già per due volte i voli di rimpatrio sono saltati per mancanza del nulla osta del consolato tunisino di Palermo, fra l'altro con spese astronomiche per il contribuente. Di seguito, la lettera degli italiani di Tunisi.
13 May 2011
Libia: parlano i superstiti della nave abbandonata dalla Nato
Riceviamo e pubblichiamo il briefing bisettimanale alla stampa dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) del 13 maggio 2011, che ricostruisce la vicenda della nave abbandonata in alto mare dalle navi da guerra della Nato alla fine di marzo. Quell'omissione di soccorso portò alla morte di 63 dei 72 passeggeri, morti di stenti durante due settimane alla deriva nel Mediterraneo prima che la barca, spinta dalla corrente, raggiungesse la costa di Zlitan, in Libia. Si tratta della stessa storia denunciata pochi giorni fa dal Guardian. La ricostruzione dell'Unhcr è di fondamentale importanza, perché si basa sulle interviste di tre dei nove superstiti della strage, i quali sono riusciti a fuggire di nuovo dalla Libia e a riparare nei campi profughi di Choucha, in Tunisia.
Lasciateci entrare! Stampa respinta al Cara di Mineo
Come tutti sapete, dal primo aprile è vietato alla stampa l'accesso nei centri di identificazione e espulsione (Cie) e nei centri di accoglienza per richiedenti asilo politico (Cara). Personalmente ho già ricevuto un diniego telefonico a una mia richiesta di accredito stampa presso il Cie di Trapani e di Brindisi. Mentre oggi 13 maggio 2011 mi è stato negato l'ingresso nel Cara di Mineo, a Catania, al seguito di due parlamentari (Marilena Samperi e Giovanni Burtone, Pd) che sono entrati per visitare il Cara dove sono attualmente ospitate circa 1.800 persone sbarcate a Lampedusa dalla Libia e che hanno chiesto asilo politico al nostro paese. Ricordo che per cancellare il diritto di cronaca in questo paese è bastata una circolare ministeriale di Maroni, che con un solo colpo di spugna ha cancellato la possibilità di raccontare quanto accade nei centri. Siano essi centri a cinque stelle come il Cara di Mineo, oppure malsani e angusti come il Cie di Trapani. Di tutto questo ovviamente i primi a non essersi accorti di niente sono proprio i giornalisti. Che tanto i cie non lo visitavano neanche prima, quando bastava mandare un fax in prefettura per chiedere l'accredito.
12 May 2011
Allah, Mu‘ammar wa Libia bas. Gheddafiani a Mineo
“Sono venuto qui, ma oggi me ne pento. Perché sono venuto qui? Perché invece non ho iniziato la guerra in Libia? Me ne pento. Ogni giorno. Lo vedi, non parlo mai con nessuno. La mia mente ribolle. Ogni benedetto giorno non parlo con nessuno. Voglio solo stare da solo. Perché se solo penso… ah… il mio cervello… mi sento che personalmente potrei uccidermi. È così ingiusto. Quell’uomo sta cercando… Gheddafi sta cercando in Libia… lui ha sfamato tutta l’Africa! Gheddafi ha sfamato tutta l’Africa!” Mohamed Ibrahim è eccitato. Tenta di difendere Gheddafi. Parla in pijin english con toni concitati, ha una brutta cicatrice sull’occhio e accompagna le frasi con ampi gesti delle mani. Ma non fa in tempo a finire il discorso. Perché intorno a lui si è formato un capannello di una ventina di ragazzi. Ascoltano a nervi tesi. Siamo sulla statale Catania - Gela, davanti al centro d'accoglienza di Mineo. Sono le tredici di martedì 10 maggio. Duecento uomini, perlopiù africani, hanno bloccato la strada per protesta. E appena sentono pronunciare il nome del colonnello libico esplodono in un grido di rabbia e fierezza: “Allah, Mu‘ammar wa Libia bas!” E lo ripetono di nuovo a pieni polmoni e tutti in coro: “Allah, Mu‘ammar wa Libia bas!”. La traduzione è facile. Allah, è dio. Mu‘ammar, è Mu‘ammar Gheddafi. E Libia è sempre la Libia. Dunque: “Dio, Mu‘ammar, la Libia e basta!”. Sono gli slogan dei sostenitori della dittatura. Sono gli slogan che dall’inizio della rivoluzione si cantano a Tripoli e Sebha, tra chi ancora sta con il regime. E questi ragazzi, appena scappati dalla Libia, non hanno dubbi su da che parte stare. Dalla parte del malik elmuluk, il re dei re. Tanto odiato in patria quanto amato nei paesi africani per la sua politica estera panafricana e terzomondista. Al punto che basta pronunciare il suo nome per trasformare la manifestazione da un sit in per i documenti a un presidio in sostegno di Gheddafi.
11 May 2011
La strage negata: 17.317 morti ai confini Ue dal 1988
Fanno tutti a gara a contare quanti ne sbarcano, pronti a gridare all'invasore. E dietro si lasciano i numeri di quanti non arriveranno più. Muoiono giorno dopo giorno. Anno dopo anno. E i loro corpi finiscono nell'oblio delle coscienze seppelliti in fondo al cimitero Mediterraneo. Mangiati dai pesci e accatastati sopra le tubature dei gasdotti che sembrano a volte l'unico ponte rimasto tra le due rive. Da anni Fortress Europe cerca di documentare questa strage. I numeri parlano da soli. Basandosi soltanto sulle notizie documentate, dal 1988 sono morte lungo le frontiere dell'Europa almeno 17.317 persone. Soltanto dall'inizio del 2011 le vittime del confine sono già 1.510. Il dato è aggiornato al 21 maggio 2011. Le nostre prove sono le notizie censite negli archivi della stampa internazionale degli ultimi 23 anni. Ed è soltanto un dato approssimato per difetto, perché basato esclusivamente sulle notizie documentate. Il dato reale potrebbe essere molto, molto più grande. Nessuno sa dirlo con certezza. Lo sanno soltanto le famiglie dei dispersi, che dal Marocco allo Sri Lanka, si chiedono da anni che fine abbiano fatto i propri figli partiti un bel giorno per l'Europa e mai più tornati. Un giorno a Lampedusa e a Zuwarah, a Evros e a Samos, a Las Palmas e a Motril saranno eretti dei sacrari con i nomi delle vittime di questi anni di repressione della libertà di movimento. E ai nostri nipoti non potremo neanche dire che non lo sapevamo. Di seguito la rassegna completa e aggiornata delle notizie, dal 1988 a oggi. Per un'analisi delle statistiche, frontiera per frontiera, leggete la scheda Fortezza Europa.
تونس: 58 ميت، و4 زوارق دورية، وإعادة ترحيل 800 شخص
خلال شهر أبريل، تم انتشال ما لا يقل عن 58 جثة على سواحل الصخيرة، الشفار، وجزيرة قرقنة، وقابس، وجزيرة جربة، والمهدية. هذا ما أكده وزير الداخلية التونسي حبيب الصيد، والمتواجد اليوم في ميناء تشيفيتافيكيا لتسليم تونس أربعة زوارق دورية إيطالية ستشارك في مراقبة
Gettati in mare per sacrifici umani? Indagini su 5 morti
La procura di Agrigento ha aperto un fascicolo per omicidio plurimo dopo le dichiarazioni rese da un ragazzo ghanese di 16 anni ai mediatori di Save the Children, appena sbarcato a Lampedusa. Suo fratello sarebbe stato gettato in mare da un gruppo di nigeriani come vittima sacrificale di un rito propiziatorio. E la stessa fine avrebbero fatto altri quattro ragazzi ghanesi. Al momento sono al vaglio le dichiarazioni degli altri passeggeri. Se la versione fosse confermata, non sarebbe la prima volta che accade. C'era già stato un caso simile nel 2008, quando sbarcarono a Porto Palo 59 persone che denunciavano l'uccisione di 13 dei 72 passeggeri iniziali.
Tunisia: 58 morti, 4 motovedette e 800 rimpatri
Sono almeno 58 i corpi ripescati lungo le spiagge di Skhira, Chaffar, Kerkennah, Gabes, Djerba e Mahdia durante il mese di aprile. Lo ha riferito il ministro dell'Interno tunisino Habib Essid, presente oggi al porto di Civitavecchia per la consegna alla Tunisia di quattro motovedette italiane che saranno impegnate nei pattugliamenti della costa tunisina con equipaggi tunisini a bordo. La cerimonia presidiata dal ministro dell'interno Maroni ricordava per certi versi la consegna nel 2009 delle motovedette ai libici per i respingimenti. E infatti il senso è lo stesso. Serviranno a bloccare in mare i ragazzi delle traversate e a riportarli in Tunisia. Nelle prossime settimane saranno ceduti anche anche 28 fuoristrada tropicalizzati, 10 motori fuoribordo e 10 quadricicli. Mentre sono già stati consegnati a Tunisi 60 personal computer, 10 scanner, 20 stampanti e 20 metal-detector portatili. È inoltre in fase avanzata il ripristino di 7 imbarcazioni da 17 metri già in uso alle forze di polizia tunisine. Dopotutto il nuovo ministro tunisino Essid l'ha detto: "La Tunisia ha come priorità la sicurezza e vogliamo compiere ogni sforzo per impedire l'attraversamento illegale delle frontiere". Intanto a Lampedusa rimangono trattenuti nel centro di prima accoglienza gli ultimi 137 tunisini, compresa una donna e 11 minori. I rimpatri in Tunisia sono di fatto sospesi dal 23 aprile scorso, giorno dell'ultimo volo. L'accordo del 5 aprile infatti, prevedeva sì rimpatri collettivi su due voli al giorno da 30 passeggeri l'uno, ma soltanto per una quota massima di 800 rimpatri, che evidentemente è già stata raggiunta. Come dire che iniziano i pattugliamenti e finiscono i rimpatri.
Le mani
Visto da fuori, il centro di identificazione e espulsione di Trapani ha la forma di una mano. Ma non di una sola. Sono almeno una decina. Sono le mani dei suoi detenuti, una sessantina di tunisini recentemente sbarcati a Lampedusa e destinati al rimpatrio. Le loro mani spuntano tra i ferri della gabbia sul ballatoio del secondo piano. E interrogano la fantasia dei passanti, in pieno centro abitato. Alcune si aggrappano alle sbarre. Altre agitano in aria le due dita aperte a v in segno di vittoria. Mentre nel cortile rimbombano le grida della loro ennesima improvvisata protesta. “Libertà! Libertà!”. Gridano a pieni polmoni. Probabilmente è una delle prime parole che hanno imparato in italiano. E il coro di protesta si propaga lungo la strada di fronte che, ironia della sorte, si chiama proprio via Tunisi. Poco distante, affacciato al finestrino di un'auto parcheggiata, un bambino guarda incuriosito masticando una gomma. I genitori probabilmente sono scesi a fare compere. I negozi sono aperti. E nessuno in città sembra più fare caso a quelle grida.
Sofia e la nostra vergogna
Alla manifestazione a Mineo c'era anche una donna. Si chiama Sofia ed è una ragazza nigeriana. Indossava pantaloni attillati e una maglietta rossa. Ma non era un'ospite del centro di accoglienza. E non protestava per il rilascio dei documenti. Lei sulla statale ci lavora. Vende l'amore per pochi euro al migliore offerente. All'inizio non l'avevamo vista. Di lei c'erano soltanto due tracce. Un fazzolettino di carta sporco di sangue e qualche treccina di extension strappata dai capelli e buttata a terra a pochi metri dal ciglio della statale, dove comincia una stradina sterrata che corre in salita tra l'erba alta su per la collina. Appena ce ne siamo accorti, verso le 14:00, ci siamo allontanati dal presidio con alcuni ragazzi nigeriani e siamo saliti assieme su per i campi, un po' incuriositi e un po' preoccupati.
10 May 2011
Tunisia: naufragio a Metline, 17 dispersi
La notizia arriva da Cap Zebib, un paesino di Metline sulla costa tunisina che guarda Pantelleria, ed è confermata da due fonti, entrambi abitanti di Metline che conoscono le famiglie delle vittime. La barca era partita il 7 maggio e ormai da tre giorni non si hanno più notizie dei 17 ragazzi a bordo che sarebbero finiti dispersi in mare a seguito di un naufragio.
Proteste a Mineo: statale bloccata per tre ore
Un gruppo di circa 200 ospiti del centro di accoglienza per richiedenti asilo politico di Mineo, ha bloccato per tre ore oggi, dalle 12:00 alle 15:00, la statale Catania - Gela, chiedendo tempi certi per l’analisi delle loro richieste di protezione internazionale e migliori condizioni di accoglienza nel “Villaggio degli aranci”.
Dios, Muamar y Libia. Gadafianos en Sicilia
"He venido hasta aquí, pero ahora me arrepiento. ¿Por qué he venido? ¿Por qué no empecé la guerra en Libia? Me arrepiento. Todos los días. Ves, nunca hablo con nadie. Me hierve la mente. Todos los santos días sin hablar con nadie. Sólo quiero estar solo. Porque si pienso ... Ah ... Mi cabeza ... Siento dentro que me podría matar. Es tan injusto. Ese hombre está tratando de ... Gadafi en Libia está intentando ... ¡Él libró del hambre a toda África! Gadafi ha alimentado a toda África", Mohamed Ibrahim está alterado. Trata de defender a Gadafi. Habla en pijin english subido de tono, tiene una fea cicatriz en el ojo y acompaña las frases moviendo mucho sus manos grandes. Pero no tiene tiempo para terminar el discurso porque se ha formado a su alrededor un círculo de unos veinte chicos. Escuchan con los nervios a flor de piel. Estamos en la carretera nacional Catania - Gela, enfrente del centro de acogida de Mineo. Es la una del mediodía del martes 10 de mayo. Doscientos hombres, en su mayoría africanos, han bloqueado la carretera en señal de protesta. Apenas escuchan el nombre del coronel libio estallan en un grito de rabia y orgullo.Sbarchi: c'è un mandante ed è un uomo di Gheddafi
La notizia viene da una roccaforte dei ribelli. E la conferma si trova nei racconti di quanti stanno arrivando a Lampedusa in questi giorni. Gli sbarchi hanno un mandante. Si chiama Zuhair Adam ed è un alto ufficiale della marina libica. Al Viminale dovrebbero conoscerlo bene, visto che fa parte di un gruppo di ufficiali libici venuti in Italia all'epoca dei respingimenti per partecipare ai corsi di formazione sulle tecniche di pattugliamento. In pochi però sanno che adesso ha decisamente cambiato mestiere. In effetti non ci voleva molto a capire che in un paese in guerra la logistica per l'imbarco di migliaia di persone al giorno non potesse essere affidata al caso. Tanto più in una città militarizzata come è in questo momento Tripoli. Nessuno però avrebbe immaginato che il regime libico potesse arrivare a utilizzare i suoi uomini per gestire le partenze, e i suoi porti per favorire le operazioni.09 May 2011
Almería: sospese le ricerche dei dispersi del naufragio
Sono state sospese le ricerche dei dispersi del naufragio di Almería dello scorso 6 maggio. Dopo quattro giorni di ricerca, sono stati recuperati i corpi senza vita di quattro passeggeri. Si tratta di due uomini, una bambina di un anno, e un bimbo di tre. Altre 20 persone continuano a risultare disperse in mare, secondo le testimonianze raccolte dai 31 superstiti. I dettagli, sulla stampa spagnola.
Le voci dei respinti. A Roma il nuovo doc di Herzog
A volte ritornano. Ma poi che fine fanno? Dove sono finiti i ragazzi etiopi deportati dai campi di detenzione libici sui voli per Addis Abeba? E le ragazze eritrei ferite dagli spari della polizia egiziana sulla frontiera con Israele? Che ne è stato di loro? E che ne è stato degli eritrei di cui si era sentito dire che erano stato arrestati nel Sinai e trasportati verso il sud dell'Egitto rinchiusi dentro ai treni merci per poi essere espulsi? Per capirlo c'è solo un modo. Fare un viaggio al ritroso. A sud del Sahara e incontrare chi non ce l'ha fatta. Chi aveva rischiato tutto per arrivare in Europa ma che sulla frontiera ha raccolta la propria sconfitta esistenziale. Roman Herzog lo ha fatto. E come al solito ci regala un audiodocumentario dei suoi. Si intitola "Non te la prendere se non ce l'hai fatta". Il trailer si può già ascoltare sulla rete. E il 13 maggio sarà presentato in versione completa e alla presenza dell'autore alla casa del cinema di Roma.Lampedusa recuperati tre cadaveri tra gli scogli
Brutta notizia da Lampedusa. La scoperta è avvenuta a 24 ore di distanza dalla pur straordinaria operazione di salvataggio che ieri notte aveva permesso di trarre in salvo 528 passeggeri di un peschereccio libico incagliatosi tra gli scogli di Punta Spada. Ieri avevamo festeggiato pensando che tutti i passeggeri fossero stati tratti in salvo. Oggi invece i sommozzatori della guardia costiera hanno fatto la macabra scoperta. Sul posto sono stati ritrovati i corpi senza vita di tre persone, annegate nella ressa di ieri nonostante il massimo impegno profuso per il salvataggio. Dal 1988 sono più di 16.265 le vittime alle frontiere europee documentate da Fortress Europe, sulla base di una rassegna delle notizie tratte dalla stampa internazionale.
Abbandonati alla deriva dalle navi della Nato
Una barca con 72 passeggeri eritrei alla deriva per due settimane. Gli inutili appelli lanciati da un sacerdote eritreo di Roma. E il racconto di uno degli 11 superstiti che accusa le navi da guerra della Nato di avere negato loro i soccorsi. La storia l'avevamo già raccontata lo scorso 13 aprile. Ma non è finita qua. Perché adesso se ne è occupato anche un quotidiano importante come il Guardian. In un articolo pubblicato oggi e che vi riproponiamo di seguito.
Desembarcos: el organizador es un hombre de Gadafi
La noticia llega de un bastión de los rebeldes. Y la confirmación se encuentra en las historias de quienes están llegando a Lampedusa estos días. Los desembarcos están organizados por una persona. Su nombre es Zuhair Adam, un alto funcionario de la Marina de Libia. En el Ministerio del Interior italiano deben de conocerlo bien, pues formó parte de un grupo de funcionarios libios que viajó a Italia en la época de las devoluciones[respingimenti] para participar en los cursos de formación sobre técnicas de patrulla. Sin embargo, poca gente sabe que ahora ha cambiado de oficio obviamente. De hecho, no costaba mucho entender que en un país en guerra la logística para el embarque de miles de personas al día no podía dejarse al azar. Menos si cabe en una ciudad militarizada como es ahora Trípoli. Pero nadie hubiera imaginado que el régimen libio pudiera utilizar a sus hombres para gestionar los viajes, y sus puertos para favorecer las operaciones.
08 May 2011
"Il sangue verde" in edicola
Dal 6 maggio è in edicola in tutta Italia, in allegato alla rivista Internazionale, il dvd de "Il sangue verde" di Andrea Segre, documentario sul bracciantato africano a Rosarno. Il film è sottotitolato in italiano, inglese e francese. L'edizione contiene anche il documentario "A Sud di Lampedusa", che racconta il viaggio degli aventuriers attraverso il deserto del Teneré verso la Libia.
Violenta perquisizione al cara di Salinagrande
Spogliati, perquisiti e costretti a restare seduti sotto la pioggia per alcune ore. Con tanto di manganellate per chi non era d'accordo. I protagonisti del maltrattamento da parte delle forze dell'ordine sono i tunisini ospitati nel centro di accoglienza per richiedenti asilo politico (Cara) di Salinagrande, in provincia di Trapani. I fatti risalgono allo scorso 25 aprile. All'origine della perquisizione ci sarebbe stata una rissa scoppiata la sera prima tra due tunisini. L'indomani mattina agenti delle forze dell'ordine avrebbero fatto irruzione nelle camerate alle sei del mattino, buttando giù dal letto i tunisini ospitati nella struttura, una cinquantina, e scortandoli nel cortile, dove - secondo diverse testimonianze raccolte - sarebbero stati fatti spogliare, perquisiti e quindi costretti a rimanere a terra per alcune ore, mentre altri agenti perquisivano le camerate. Diversi testimoni oculari hanno raccontato di un agente che avrebbe strappato un Corano. Un altro ragazzo tunisino sostiene inoltre che durante la perquisizione gli siano spariti dei soldi che aveva lasciato nella camerata. A denunciare l'accaduto è un gruppo di tunisini ospiti del centro in attesa dei loro permessi di temporanei di soggiorno per motivi umanitari, che ho incontrato oggi 8 maggio nei pressi del Cara.
07 May 2011
Naufagio a Tripoli: 16 morti e 32 dispersi
La notizia diffusa dalla comunità somala a Roma. Sgomento a Lampedusa, dove stanotte era arrivata un´altra barca partita da Tripoli con 600 passeggeri a bordo. Tra cui alcuni avevano familiari sulla nave affondata. Il naufragio sarebbe avvenuto a pochi metri dalla spiaggia. La maggior parte dei 600 passeggeri si sarebbero salvati raggiungendo a nuoto la riva. Ma già sono stati recuperati 16 corpi senza vita e altri 32 risultano dispersi. L´incidente è avvenuto all´alba di ieri. Dal 1988 sono più di 16.000 le vittime alle frontiere europee documentate da Fortress Europe, sulla base di una rassegna delle notizie tratte dalla stampa internazionale.
Il ferro
Il ferro. Nelle parole di V., il Vulpitta non si chiama Cie e non si chiama neanche centro di identificazione e espulsione. Si chiama ferro. Perché il ferro è l'elemento più ricorrente durante le interminabili giornate sempre uguali a se stesse degli ultimi suoi cinque mesi di vita, trascorsi rinchiuso qua dentro. “Mi alzo e trovo il ferro, esco dalla camera e trovo il ferro, vado alla mensa e trovo il ferro, dormo e trovo il ferro. Tutti i giorni la stessa cosa. Non riesco più a pensare a niente”. E l'ora d'aria, ovvero i 40 minuti concessi ogni giorno ai detenuti per sgranchirsi le gambe nel cortile della struttura, non servono a granché. “Sì giochiamo un po' a pallone, ma sei sempre circondato dai militari e dalla polizia. Dappertutto, è una cosa schifosa. Anche se vai in infermeria, sempre accompagnato dai militari e dalla polizia. Non siamo delinquenti, non siamo mafiosi, cosa abbiamo sbagliato?”. Fuga dal Cie. A Modena due ragazzi di nuovo liberi
Sui tetti ci sono saliti in 11 ma soltanto due alla fine ce l'hanno fatta a calarsi dalla grondaia. Gli altri sono stati bloccati dalle forze dell'ordine che presidiano il centro. Si tratta di un gruppo di ragazzi tunisini che era stato trasferito da Lampedusa il 16 aprile scorso. La rivolta e il tentativo di fuga dovevano servire proprio a evitare il rimpatrio, poi regolarmente effettuato oggi. I dettagli sulla cronaca locale emiliana.
06 May 2011
Cie Trapani: l'incendio, il pestaggio e la conferma
Fonti indipendenti interne al centro di identificazione e espulsione di Trapani, il Serraino Vulpitta, ci confermano quanto accaduto la sera di mercoledì 4 maggio, quando un gruppo di tunisini reclusi al terzo piano del Vulpitta ha bruciato materassini, coperte e vestiti al grido di "Libertà!". L'incendio è stato spento dai vigili del fuoco. Dopodiché hanno fatto ingresso nella sezione polizia, militari e carabinieri. Hanno messo in fila i detenuti e ne hanno manganellati alcuni. Nel centro, secondo le nostre informazioni, ci sono almeno otto feriti, con ematomi sulle gambe e sui piedi dovuti alle manganellate. Nessuno è stato portato al pronto soccorso, tutti medicati in infermeria. Per il momento non ci sono nemmeno stati arresti. Evidentemente mancano le prove per identificare i responsabili dell'incendio.
Spagna: 25 dispersi al largo di Almería
Un bambino neonato, sua madre, e altri 23 ragazzi. Tutti e 25 dispersi in mare. A 23 miglia da Adra, nella provincia di Almería, una zone più battute dal turismo in Andalucía. Quando le motovedette del Salvamento Marítimo, la guardia costiera spagnola, sono arrivate sul posto, la barca era già mezza affondata. Si sono salvati soltanto 30 passeggeri, comprese due donne. Le ricerche in mare dei dispersi proseguono. Anche se le speranze di trovarne qualcuno ancora in vita si affievoliscono sempre di più, ogni minuto che passa. I dettagli di quanto accaduto, sulla stampa spagnola.
Cie Trapani: rogo al Vulpitta
Rogo e rivolta al Vulpitta. Il centro di identificazione e espulsione di Trapani è stato messo a fuoco da un gruppo di detenuti la sera di mercoledì scorso, 4 maggio. La notizia è confermata dalle agenzie stampa. Secondo i ragazzi di Trapani circa 40 detenuti avrebbero appiccato il fuoco bruciando i loro materassi nel corridoio esterno, il ballatoio ingabbiato che si vede anche nella foto, su cui si affacciano le celle, al terzo piano della vecchia casa di riposo, in pieno centro a Trapani. L'incendio si sarebbe propagato velocemente annerendo addirittura le grate di ferro esterne. Testimoni riferiscono che sono state transennate tutte le strade intorno al Cie mentre i vigili del fuoco intervenivano. Fortunatamente non risultano ustionati né feriti. Ci sarebbero invece diversi contusi, perché alcuni agenti di polizia avrebbero usato la forza per sedare gli animi. Si parla di ragazzi contusi in maniera più grave, che avrebbero chiesto il ricovero al pronto soccorso e che sarebbero stati invece soltanto medicati in infermeria. Al momento non risultano arresti. Appena saremo in grado, vi daremo ulteriori dettagli. Ricordiamo che non è il primo rogo al Vulpitta. E ricordiamo che per un incendio qui nel 1999 ci furono sei morti tra i detenuti. E furono le prime vittime della legge Turco Napolitano.05 May 2011
Inottemperanti: altri 12 rimessi in libertà a Roma
Dopo Torino, Roma. Anche qui gli effetti della sentenza della Corte europea si fanno sentire. La direttiva europea sui rimpatri, entrata in vigore il 24 dicembre scorso, ha infatti abrogato di fatto il reato di inottemperanza all'ordine di espulsione. Articolo 14 comma 5 ter della Bossi Fini del 2002. E così, procura per procura, si sta procedendo in tutta Italia al rilascio dei detenuti finiti in carcere soltanto perché con un documento scaduto, con pene da sei mesi a quattro anni. Oggi a Roma sono stati rimessi in libertà 12 detenuti condannati per inottemperanza. Secondo la direttiva infatti la clandestinità non può essere in nessun caso punita con la privazione della libertà. La direttiva autorizza infatti la privazione della libertà solo e soltanto come strumento per l'identificazione e l'espulsione. Ovvero nei Cie. E per un periodo massimo di 18 mesi. Il che ci fa rabbrividire... E infatti è una direttiva molto ambigua. Ma almeno in un paese come il nostro ha avuto l'effetto di azzerare politiche che in dieci anni, dall'approvazione della Bossi Fini nel 2002, hanno portato in carcere migliaia di persone colpevoli solo di avere un documento scaduto. E gli hanno rovinato la vita. Producendo emarginazione sociale e devianza su ragazzi colpevoli in fondo soltanto di viaggio.
France: la machine à expulser
Un web documentaire de Julie Chansel et Michaël Mitz
Il y a aujourd'hui en France métropolitaine et en outre-mer 25 centres de rétention administrative (CRA); onze d'entre eux sont habilités à enfermer des familles et des enfants. Des dizaines de milliers de personnes y sont enfermées chaque année, en vue d'être expulsées du territoire. Leur seul délit est de ne pas avoir de papiers. Ces lieux de privation de liberté, de plus en plus sécurisés, échappent à notre regard.
Liberi tutti! A Torino 30 scarcerati per effetto sentenza corte europea
I primi effetti della sentenza della Corte europea sul reato di inottemperanza si fanno vedere. Ed è una buona notizia. A Torino, secondo indiscrezioni, sono già stati scarcerati una trentina di detenuti finiti in manette perché non avevano rispettato l'ordine di allontanamento del questore. La richiesta di liberazione è arrivata direttamente dalla Procura di Torino, che ha immediatamente applicato l'abrogazione contenuta nella sentenza della Corte europea, che di fatto annulla il reato previsto dall'articolo 14 comma 5 ter della legge Bossi-Fini del 2002 (che non è il reato di clandestinità del pacchetto sicurezza, attenzione), che prevedeva da sei mesi a quattro anni di carcere per chi non rispettava l'ordine di espulsione del questore. Ovvero, in parole più semplici, per chi veniva fermato una prima volta senza documenti, riceveva un ordine di espulsione scritto e poi veniva fermato una seconda volta ancora sul territorio italiano. Restano in carcere invece un'altra trentina di condannati per lo stesso reato, perché su di loro pendono altre condanne inflitte per altri reati, che verranno normalmente scontate. Per quanto riguarda i molti procedimenti in corso invece, la Procura di Torino ha chiesto l'archiviazione di tutti i casi.
04 May 2011
L'ordinanza retroattiva. Così Maroni ha trasformato 3 tendopoli in Cie
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Ormai sta diventando il governo delle ordinanze. Con il pretesto dello stato di emergenza, dichiarato dal Consiglio dei ministri lo scorso 12 febbraio, ormai tutta la questione sbarchi viene gestita in deroga all'ordinamento giuridico e al parlamento. L'ultima ordinanza, la numero 3935 del 21 aprile, ha trasformato tre tendopoli in centri di identificazione e espulsione. Si tratta dei campi di Chinisia (in provincia di Trapani), di Santa Maria Capua Vetere (Caserta), e di Palazzo San Gervasio (Potenza). Intanto ieri sono iniziati i trasferimenti dei tunisini da Lampedusa nei Cie di mezza Italia. Il governo tunisino sembra essere della partita. Ma nei centri esplodono di nuovo le rivolte e le tentate evasioni. Mentre sottobanco fervono i preparativi per dividersi equamente le fette della torta. Perché sul piatto ci sono 10 milioni di euro e nessuna gara d'appalto.
03 May 2011
Il poeta di Tozeur e i harraga di Ventimiglia
A Ventimiglia ho incontrato un poeta. Si chiama Imad, e prima di partire era uno studente di ingegneria meccanica all'università di Sidi Bouzid, la città dove è scoppiata la rivoluzione in Tunisia lo scorso 17 dicembre. Eravamo davanti alla stazione di Ventimiglia il giorno della manifestazione della campagna Welcome, con tutti i treni per la Francia soppressi e gli striscioni in piazza contro le frontiere. Quando ho chiesto a Imad di raccontarmi del viaggio, e da quanto tempo stava pensando di bruciare la frontiera, mi ha risposto con una poesia in arabo classico. Gli altri harraga, tutti ragazzi dello stesso paesino, Bi'r Ali Ben Khalifa, annuivano con la testa e alcuni continuavano a recitare altri versi dello stesso poeta. Abu-l-Qacem Chebbi, il poeta contemporaneo più conosciuto della Tunisia. Un sognatore, come i harraga, morto ancora da ragazzo, a soli 25 anni nel 1934. Anche lui del sud, il sud ribelle e indomito del paese. Di Tozeur per l'esattezza. In questi giorni sono andato su internet a cercare il testo completo della poesia. L'ho trovata e l'ho tradotta in italiano.
Lampedusa: 100 tunisini trasferiti nei Cie di mezza Italia
Da Lampedusa sono partiti tre voli con 45 passeggeri tunisini ciascuno. Il primo gruppo di 45 è stato diviso tra il Cie di Bologna e quello di Gradisca, quest'ultimo ancora interessato da lavori di ristrutturazione dopo che l'ultima rivolta aveva reso inutilizzabile metà delle celle, e ancora con 80 detenuti su un totale di 44 posti disponibili. Altri 45 tunisini dall'isola sono stati smistati nei Cie di Lamezia Terme e Brindisi, e altri 45 tra Bari e Crotone. Le autorità dichiarano che i tunisini saranno comunque rimpatriati dai Cie. Ma logisticamente sembra difficile. Prima infatti i rimpatri avvenivano direttamente da Lampedusa a Tunisi, due aerei al giorno con 30 espulsi su ogni volo. Adesso staremo a vedere. Quello che è certo è che c'è da aspettarsi altre fughe, come è successo l'altra settimana a Bologna. E altre rivolte, com'è è successo nei giorni scorsi nei Cie di Torino e Milano.
Cie Milano: arrestati 7 tunisini per rivolta
Dal centro di identificazione e espulsione di via Corelli sono finiti direttamente in galera. Si tratta di sette tunisini ritenuti responsabili della rivolta scoppiata il 2 maggio nel centro di identificazione ed espulsione di via Corelli a Milano, dove erano arrivati il 27 aprile scorso. I sette, processati per direttissima, sono stati rinviati a giudizio per danneggiamento aggravato e incendio doloso, per aver rotto vetri e finestre e incendiato alcuni materassi e qualche coperta. Ieri le porte del carcere di San Vittore si sono chiuse dietro le loro spalle. Benvenuti in Italia.
02 May 2011
Lasciateci entrare! Giornalisti espulsi dai Cie
Laissez-nous entrer! Les journalistes expulsés des Centres d’identification et d’expulsion
Maintenant, en Italie il n’y a plus seulement le problème des débarquements, mais aussi celui de l’information. En plus d'expulser les Tunisiens détenus dans les centres d'identification et d'expulsion de toute une partie de l'Italie, le ministre de l'Intérieur, Roberto Maroni, a aussi décidé d'expulser les journalistes. C’est par une circulaire ministérielle émise le 1er avril, qui est passé dans le silence de la presse, que l'interdiction d’entrée dans les centres d'identification et d'expulsion à été appliquée à tous les médias de la presse. Un bond en arrière de dix ans. À l’époque, aucun journaliste pouvait entrer, sinon accompagné par une délégation parlementaire, dans les centres d'expulsion, qui s'appelaient alors Cpt.
Let us enter! Journalists expelled from the Centres of Identification and Deportation (CIE)
In Italy now, there isn’t just an emergency for the landings, but also emergency for information. Apart from deporting the Tunisians detained in the centres of identification and deportation in half of Italy, the Interior Minister, Roberto Maroni, has in fact decided to expel journalists as well. Thanks to a ministerial circular letter issued on the 1st April, which didn’t create much fuss but in fact bans all the press from entering into the CIEs. We’ve gone back 10 years. When no journalist could enter in the deportation centres, which were then called CPT (Centres of Temporary Permanence), if not accompanied by a parliamentary delegation.
¡Déjennos entrar!
En Italia no es que haya una emergencia por los desembarcos: ahora lo que ocurre es una situación de emergencia informativa. Además de expulsar a los tunecinos detenidos en los centros de identificación y expulsión de media Italia, el ministro de Interior, Roberto Maroni, ha decidido expulsar también a los periodistas mediante una circular ministerial emitida el 1 de abril, que pasó con sordina, pero que de hecho prohíbe la entrada a los centros de identificación y expulsión a cualquier medio de comunicación.
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