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16 February 2016

Finale di partita. Perché tra Aleppo e Ginevra si gioca il futuro di Asad e della guerra in Siria.

Volontari dei Syria Civil Defense cercano i sopravvissuti sotto le macerie di un ospedale MSF bombardato dai russi a Ma'arrat al-Nu'man, Idlib, il 15 Febbraio 2016

di Gabriele Del Grande

Ieri i bombardamenti russi nel nord della Siria hanno colpito due ospedali di Medici Senza Frontiere, a Ma'arrat al-Nu'man e a 'Azaz, causando la morte di 19 civili. Conoscevo l'ospedale di 'Azaz. L'avevo visitato nel settembre 2013 insieme agli attivisti siriani con cui per un anno avevo viaggiato tra Aleppo e la provincia di Idlib. Ieri ho provato a ricontattarli e ho scoperto che nessuno di loro è rimasto in Siria. Abu Mohammad è a Copenaghen, Wassim a Kiel, Shiro a Stuttgart. Con loro, se ne sono andati tanti degli uomini del Jaish al-Hurr (l'Esercito Libero Siriano) che avevo conosciuto nei miei viaggi. Quelli che avevano preso le armi dopo i sei mesi di manifestazioni del 2011 represse nel sangue. Quelli che avevano iniziato a combattere prima per difendersi e poi per liberare il paese dalla dittatura. Tra Aleppo e Idlib, di loro non c'è più traccia. Chi non è morto è fuggito. E chi non è fuggito è stato risucchiato dai vortici d'odio di questa sanguinosa guerra arruolandosi tra i qaedisti di Jabhat al-Nusra, i salafiti di Ahrar Ash-Sham e le altre milizie islamiste a libro paga di Arabia Saudita, Turchia e Qatar, i grandi sponsor dell'opposizione siriana e delle sue milizie.

13 September 2013

Siria: la rivoluzione è finita

Aleppo. Nella sede del coordinamento di attivisti civili di Ashrafiyya
Mohamed lo capisci da come guarda la ragazza in rosa del tavolo a fianco al nostro, che erano dieci mesi che non usciva da Aleppo. Le curve dei suoi seni gli riempiono di bellezza gli occhi rossi di stanchezza eppure pieni di vita. Ieri non ha dormito per entrare in Turchia clandestino, a piedi. L’abbiamo recuperato noi di qua dal valico e l’abbiamo portato a Gaziantep, in Turchia, a scolarci una bottiglia di raki per festeggiare la sua prima libera uscita dopo trecento giorni di guerra. Stanotte dormirà finalmente senza il rumore delle bombe e sognerà l’amore della ragazza in rosa, e avrà il volto di Rita che ha lasciato a Damasco un anno fa, prima che mollasse l’ultimo anno di liceo e si venisse a arruolare volontario nell’Esercito siriano libero. E quando domani mattina si sveglierà con il cerchio alla testa della sbornia, sarà già tempo di ripartire per Aleppo. Stavolta però senza armi. Perché Mohamed ha deciso di lasciare la guerriglia. L’obiettivo del viaggio è montare un’antenna sulle colline di Dar Taizzah. Il materiale è già pronto. E presto le trasmissioni di Radio Nevroz, la prima radio libera in lingua araba e curda, raggiungeranno le case di Aleppo e Afrin.

12 September 2013

Aleppo: la vita, la morte e quelle altalene sopra le fosse comuni

Aleppo. Mahmud guarda la guerra dalla finestra

Mahmud guarda la guerra dalla finestra. Sotto il balcone, vede sfilare i corpi insanguinati dei feriti e dei morti. Li portano a braccio i loro compagni di armi verso l’ospedale clandestino nell’appartamento di sotto. Mahmud ha dieci anni. Ieri non è riuscito a tornare a casa per via dei bombardamenti, e si è fermato a dormire da noi, al media center di Ashrafiyya. Mamhud guarda la guerra dalla finestra e dall’altra parte della strada vede i suoi amici di scuola seduti sul marciapiede, intenti a riempire le bottiglie di vetro della Coca-Cola con polistirolo, benzina e olio motore, sotto la supervisione di un vecchio ufficiale disertore che prepara le micce. È una sorta di napalm fatto in casa, da usare contro i cecchini del regime. Mamhud guarda la guerra dalla finestra. Io guardo Mahmud e mi chiedo quando sia finita la sua infanzia.

11 September 2013

Al Qaeda in Siria: il nemico perfetto, la minaccia reale

Taftanaz, Idlib, miliziani di Al Qaeda in Siria cantano in solidarietà con il Mali e minacciano alawiti e sciiti

ALEPPO - “Polizia di infedeli, aspettate alawiti, veniamo a tagliarvi la gola. Sciiti, veniamo a sgozzarvi!”. A cantare non è un ragazzo siriano. Dall'accento si direbbe un saudita. Barba folta, camicia a quadretti e giacchetta viola. Tiene il microfono davanti alla folla e canta quello che ormai è diventato un tormentone: l'inno contro gli sciiti delle brigate di Al Qaeda in Siria. “Il nostro capo è Bin Laden. Il nostro capo è il mullah Omar. Abbiamo distrutto l'America. Un volo di linea ha ridotto in polvere le torri gemelle!”. È un video girato a Taftanaz, nella provincia di Idlib, e caricato su youtube. Wassim clicca su pausa e mi fa notare un frame dove si leggono slogan di solidarietà con Al Qaeda nel Mali. Poi rimette in play. Intorno al cantante, si vedono decine di ragazzi e ragazzini che sventolano le bandiere nere di Al Qaeda e ripetono in coro gli slogan: “Ci chiamate terroristi, ma così ci fate soltanto onore”. E di nuovo “Vi verremo a sgozzare sciiti, vi taglieremo la gola!”.

21 February 2013

Siria: i primi villaggi cristiani nelle mani degli insorti

Jdeyda, la casa di una famiglia cristiana bombardata dal regime

YAQUBIYA – È una donna cristiana la protagonista della battaglia di Yaqubiya, uno dei primi villaggi cristiani conquistati dall'Esercito libero siriano nella provincia di Idlib. Si chiama Raghda, è madre di tre figlie e lavora come insegnante alla scuola elementare del vicino villaggio musulmano di Janudiya. È stata lei che ha evitato il bagno di sangue in città. Proteggendo i soldati disertori delle truppe del regime e aiutandoli a unirsi ai ragazzi dell'esercito libero. Ragazzi che ha visto crescere sui banchi di scuola. Sì perché nelle campagne i combattenti dell'esercito libero sono i ragazzi dei villaggi. E lei che da quindici anni fa l'insegnante, li conosce tutti fin da bambini.

20 February 2013

Contro il regime e contro il Pkk. I primi curdi del FSA

Aleppo, un musicista curdo con i combattenti della Liwa Salah El Din

ALEPPO - Era una notte dell'ottobre 2012. Abu Mohammad fece un collegamento telefonico su Al Jazeera annunciando la nascita della prima milizia curda dell'Esercito libero siriano. Qualcuno lo identificò e presto la notizia arrivò alle milizie armate di 'Afrin del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), a cui il regime di Asad ha affidato da un anno il controllo di tutta la regione curda siriana del nord est. Ironia della sorte, a salvarlo fu un militante del Pkk, un vecchio amico, che passò da casa sua un'ora prima che lo venissero ad arrestare. E gli disse solo di fuggire immediatamente in Turchia con tutta la famiglia e senza chiedere troppe spiegazioni.

19 February 2013

Corti islamiche e servizi sociali. Islamisti ad Aleppo

Aleppo, Masakin Hananu, Distribuzione di aiuti alle donne

ALEPPO - “Che dio ci protegga! Non sto né con il regime né con l'opposizione. Bashar ci bombarda e quelli dell'esercito libero ci derubano. Aleppo era un gioiello. Oggi non c'è elettricità, gas, acqua, telefono. Niente. Io ho cinque figli, mio marito è morto sotto una bomba e devo venire a elemosinare il pane. Come siamo arrivati a questo punto? Chi ha seminato nei cuori dei nostri ragazzi tutto questo odio? Anche i soldati del regime sono i nostri figli. Chi ci guadagna da tutto questo sangue?”. Le donne intorno a Amal approvano. Saranno duecento. Molte hanno in braccio i bambini. Sono in fila da tre ore per ritirare un pacco di viveri. Alcune sono vedove di combattenti dell'esercito libero. Altre di soldati del regime. Ma ai loro occhi non fa molta differenza, chiamano martiri gli uni e gli altri.

18 February 2013

La principessa di Mariam e la guerra di Aleppo


Aleppo, alunni della scuola di Mashhad
ALEPPO – Quella di oggi per Aleppo è una splendida giornata. Sono le otto del mattino e il sole debole dell'inverno non è ancora riuscito a dissipare la coltre di nebbia lasciata dalla notte sulla città. Il cielo è lontano. Invisibile. Come pure i suoi aerei. Quelli che ogni giorno da sei mesi fanno incursioni su questa città martoriata bombardando i quartieri in mano all'esercito libero. “Se noi non vediamo l'aereo, lui non vede noi. E allora possiamo stare tranquilli, almeno fino a quando non salirà il sole”. Abu Mohammad mi invita a prendere posto in un bar popolare di Masakin Hananu.

24 October 2012

Speciale Siria. La rivoluzione tradita

tratto da Arte e Libertà, Al Fann wa al Hurriya

CAIRO - È notte fonda, e dal terrazzo di un vecchio albergo del Cairo salgono i fumi dei narghilé alla mela. I bicchieri sono pieni di birra. Intorno ai tavolini, una decina di oppositori siriani cercano di dimenticare i mali dell'esilio. Khalaf è un poeta, Wassim un webdesigner, Rita una formatrice, Maan un regista, Fadi un commerciante, Farzand un medico, e Khater un musicista. Doveva esserci anche Louise, un'attrice, ma stasera non è potuta venire perché oggi ha iniziato uno sciopero della fame in piazza Tahrir con altre tre ragazze: la poetessa Tibi e le attiviste Rola e Salma.

Diciotto mesi fa erano a Homs, Aleppo e Damasco, tra i primi organizzatori di quello che delle primavere arabe è stato il più duraturo, creativo e organizzato movimento non violento e laico. Laico sì perché Khater e Khalaf sono sunniti, Rita e Louise alawite, Maan druso, Fadi cristiano e Farzand curdo. E perché Wassim che è ateo, è entrato per la prima volta in una moschea durante la rivoluzione, perché le moschee erano gli unici luoghi dove ci si poteva aggregare in massa, il venerdì durante la preghiera, per poi uscire in una manifestazione prevenendo le forze di sicurezza.

23 October 2012

Speciale Siria. Vendetta, atto secondo?

 Bab Hawa, un combattente della brigata Faruq riposa dopo una notte al fronte, foto di Alessio Genovese

ALEPPO - Dall'inizio della rivoluzione in Siria sono già morte 30mila persone, in maggior parte civili. Eppure il peggio rischia ancora di arrivare. Perché il sangue versato grida vendetta. E non è detto che con la fine della dittatura finisca anche la guerra. O quantomeno non è detto che la guerra finisca senza un regolamento di conti tra sunniti e alawiti. Ovvero senza che altro sangue innocente venga versato.Dopotutto sarebbe la conseguenza naturale delle politiche di Bashar, che dall'inizio della rivolta ha scommesso tutto sulla divisione settaria del paese, facendosi protettore delle minoranze contro quello che la propaganda del governo chiama il terrorismo sunnita. Nei quartieri cristiani di Aleppo e Damasco sono state formate delle bande armate pronte a difendere le proprie comunità. Lo stesso è successo nei quartieri alawiti di Homs e nei villaggi delle regioni alawite. Ma è soprattutto nelle campagne che il regime ha giocato la carta del settarismo. Reclutando centinaia di alawiti per commettere il lavoro sporco dei massacri nei villaggi a maggioranza sunnita.

22 October 2012

Speciale Siria. Restate all'inferno

Campo profughi di Atma, foto di Alessio Genovese

ATMA (IDLIB) - Appese ai rami d'olivo, un tempo simbolo di pace, pendono le altalene dei bambini. Vuote. E tra le radici dei vecchi alberi siedono cerchi di padri di famiglia sconfitti. Versano il tè nei bicchieri, e tra una sigaretta e l'altra si interrogano sul domani. “La Siria non ci vuole, la Turchia nemmeno. Dove dobbiamo andare? Dicono che siamo terroristi! Ma io vedo solo donne e bambini qua intorno! Sono loro i terroristi?”. Aala è arrivato ad Atma tre giorni fa, da Daira Azza. È ferito alla schiena. Una scheggia della bomba che gli ha distrutto la casa. Dalla sua tenda si vede bene la frontiera. È lì davanti, a quattrocento metri di distanza. Ha la forma di una rete di ferro che percorre il crinale della collina come la cicatrice di una vecchia ferita. Ma vista dagli oliveti di Atma assomiglia di più a una gabbia. Sì perché nell'ultimo paese siriano prima del confine turco di Rihanli, migliaia di civili in fuga sono intrappolati in mezzo ai campi.

21 October 2012

Speciale Siria. Internazionalisti o terroristi?

Il corpo di Abu Abed nella moschea di Sukkari ad Aleppo, foto di Alessio Genovese

ALEPPO - Avevo conosciuto Abu Abed la sera prima, all'ospedale Zarzur, insieme ad Abu Moaz e Abu Zeid. Lasciati i fucili all'ingresso della clinica e trascinati dalla voce di petto di Abu Zeid, avevano intrattenuto medici e infermieri per una buona mezz'ora con tutto un repertorio di canzoni di guerra. Canzoni che incoraggiano i ragazzi a impugnare le armi, a dire addio ai propri familiari e a partire per la guerra. Una guerra combattuta nel nome di dio per porre fine all'ingiustizia e all'oppressione e per diffondere l'islam. Senza temere mai di morire. Perché chi muore da martire nella via del signore, vivrà in paradiso in eterno. È quello che gli uomini di religione chiamano jihad. Ed è quello che sta spingendo centinaia di giovani da tutto il mondo a unirsi alla rivoluzione siriana. Ragazzi come Abu Zeid e Abu Moaz, che in Siria sono arrivati da molto lontano.

20 October 2012

Speciale Siria. La guerra di Aleppo

+18 IMMAGINI NON ADATTE A UN PUBBLICO SENSIBILE. Aleppo, Bab Hadid, un bombardamento aereo del regime di Assad provoca un massacro tra i civili in fila davanti a un forno del pane

ALEPPO - Di Abu Abed rimane soltanto una foto. Ha in braccio le due figlie, una di tre anni e l'altra di quindici giorni. L'aveva scattata con il cellulare il giorno prima di partire per il fronte. Adesso il suo corpo è steso su una barella al centro della moschea di Sukkari. Coperto da un lenzuolo bianco macchiato di sangue. Rosso, come i tappeti sul pavimento. Un gruppo di uomini in armi si avvicinano al morto. Indossano tute mimetiche, le barbe lunghe e i piedi nudi. Con una mano sollevano il lenzuolo sopra il volto per un ultimo sguardo all'amico scomparso. Poi lo baciano sulla fronte fredda e ingiallita. Sono i suoi compagni di brigata. Alcuni non riescono a trattenere le lacrime. Ma sono pianti brevi e discreti. Non c'è tempo per il lutto. Pochi minuti, una preghiera che è promessa di vendetta contro il regime e si torna a combattere. Perché la guerra nella città di Aleppo non conosce sosta.