Altro che tutelare la privacy dei reclusi o la sicurezza dei cittadini. Altro che evitare di intralciare la gestione dei centri. Ecco perché la stampa non deve entrare nei centri di identificazione e espulsione. Per non mostrare agli italiani queste immagini. E per non raccontare loro queste storie. Quelle che vedete sono foto che ho scattato durante le mie visite ai centri di identificazione e espulsione di Torino, Crotone, Roma, Modena, Trapani, Gradisca e Caltanissetta nel corso del 2009. Quando ancora la stampa poteva entrare. Le storie le trovate nella pagina del sito dedicata ai cie. Vogliamo continuare a poter monitorare la situazione. Vogliamo che ogni giorno gli italiani vedano quelle immagini di uomini in gabbia senza un motivo, come se fossero animali. Vogliamo che gli italiani sappiano davvero quali sono le conseguenze di certe scelte politiche sulle vite degli altri. Lasciateci entrare nei Cie! Lo ripetiamo da un mese sulla rete con il nostro appello, sostenuti per la prima volta anche dall'ordine e dal sindacato dei giornalisti, da quando Maroni ha vietato alla stampa l'ingresso nei centri di espulsione con la ormai famosa circolare 1305 del primo aprile.
Il blog di Gabriele Del Grande. Sei anni di viaggi nel Mediterraneo lungo i confini dell'Europa. Alla ricerca delle storie che fanno la storia. La storia che studieranno i nostri figli, quando nei testi di scuola si leggerà che negli anni duemila morirono a migliaia nei mari d'Italia e a migliaia vennero arrestati e deportati dalle nostre città. Mentre tutti fingevano di non vedere.
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01 July 2011
Cie: le immagini che nessuno deve vedere
Altro che tutelare la privacy dei reclusi o la sicurezza dei cittadini. Altro che evitare di intralciare la gestione dei centri. Ecco perché la stampa non deve entrare nei centri di identificazione e espulsione. Per non mostrare agli italiani queste immagini. E per non raccontare loro queste storie. Quelle che vedete sono foto che ho scattato durante le mie visite ai centri di identificazione e espulsione di Torino, Crotone, Roma, Modena, Trapani, Gradisca e Caltanissetta nel corso del 2009. Quando ancora la stampa poteva entrare. Le storie le trovate nella pagina del sito dedicata ai cie. Vogliamo continuare a poter monitorare la situazione. Vogliamo che ogni giorno gli italiani vedano quelle immagini di uomini in gabbia senza un motivo, come se fossero animali. Vogliamo che gli italiani sappiano davvero quali sono le conseguenze di certe scelte politiche sulle vite degli altri. Lasciateci entrare nei Cie! Lo ripetiamo da un mese sulla rete con il nostro appello, sostenuti per la prima volta anche dall'ordine e dal sindacato dei giornalisti, da quando Maroni ha vietato alla stampa l'ingresso nei centri di espulsione con la ormai famosa circolare 1305 del primo aprile.
03 May 2011
Lampedusa: 100 tunisini trasferiti nei Cie di mezza Italia
Da Lampedusa sono partiti tre voli con 45 passeggeri tunisini ciascuno. Il primo gruppo di 45 è stato diviso tra il Cie di Bologna e quello di Gradisca, quest'ultimo ancora interessato da lavori di ristrutturazione dopo che l'ultima rivolta aveva reso inutilizzabile metà delle celle, e ancora con 80 detenuti su un totale di 44 posti disponibili. Altri 45 tunisini dall'isola sono stati smistati nei Cie di Lamezia Terme e Brindisi, e altri 45 tra Bari e Crotone. Le autorità dichiarano che i tunisini saranno comunque rimpatriati dai Cie. Ma logisticamente sembra difficile. Prima infatti i rimpatri avvenivano direttamente da Lampedusa a Tunisi, due aerei al giorno con 30 espulsi su ogni volo. Adesso staremo a vedere. Quello che è certo è che c'è da aspettarsi altre fughe, come è successo l'altra settimana a Bologna. E altre rivolte, com'è è successo nei giorni scorsi nei Cie di Torino e Milano.
01 October 2009
Proteste al Cie di Crotone. Immigrati sui tetti
CROTONE - Protesta al centro di identificazione e espulsione (Cie) di Crotone. Contrari ai sei mesi di trattenimento previsti dal pacchetto sicurezza, martedì due immigrati sono saliti sui tetti minacciando di buttarsi. Altri due immigrati sono saliti sulle recinzioni metalliche alte quattro metri che circondano la struttura. Mentre un altro detenuto si è tagliato le mani e la pancia con una lametta. In serata è rientrata la calma. Abbiamo raggiunto telefonicamente uno dei protagonisti della protesta: “La gente è nel buio, vuole sapere cosa succederà. Non sappiamo quanto tempo rimarremo detenuti qua dentro. Non sappiamo se chi ha fatto domanda per la sanatoria sarà rilasciato oppure no. Uno dei due saliti sul tetto, Nabil, ha fatto la sanatoria con un datore di lavoro due settimane fa. Eppure è ancora chiuso qua dentro. Queste persone hanno paura di essere presi in giro”. In tutto sono sei gli immigrati reclusi nel Cie di Crotone ad aver fatto richiesta per la sanatoria di colf e badanti. Solo uno però finora è stato rimesso in libertà.Sanatoria: su 96 detenuti al Cie di Crotone, solo 6 hanno potuto fare domanda
CROTONE - “La sanatoria è stata fatta per i clandestini e noi siamo clandestini. Ma come facciamo a trovare un datore di lavoro se siamo chiusi qua dentro?” Hasan parla a nome di tutti, in un ottimo italiano. Al centro di identificazione e espulsione di Crotone sono in molti a porsi la stessa domanda. Mohamed è uno di loro. Aspettava la sanatoria dal 2005. Un controllo di documenti nel periodo sbagliato dell’anno ed è finito dietro le sbarre. “Fuori si regolarizzano ma noi non possiamo, è un’ingiustizia. Dopo tanti anni di sacrifici, a una persona, così è come se l’ammazzi”. Ma ormai è troppo tardi per parlare. I termini per la sanatoria di colf e badanti sono scaduti ieri, trenta settembre. Oltre 294.000 persone hanno fatto domanda. Dei 96 presenti al Cie di Crotone invece sono riusciti soltanto in sei a presentare la richiesta. “I datori di lavoro da fuori non si fidano – dice Hasan – gli dici che sei al centro e pensano che sia un carcere”. Il problema vero però è che rinchiusi dentro il cie è impossibile trovare un datore di lavoro. Anche per chi in Italia ci vive da 20 anni.Crotone: 500.000 euro per rimpatriare 32 persone in sei mesi
CROTONE – C’è chi dice che i rimpatri siano necessari e chi dice che siano ingiusti. Di certo sono costosi. Soprattutto in alcune questure d’Italia. Prendete Crotone. In base ai dati forniti a Redattore Sociale dall’Ufficio immigrazione della Questura, per rimpatriare 32 persone sono stati spesi 500.000 euro, che significa più di 15.000 euro per ogni espulsione. Tanto spreco nasce fondamentalmente da motivi logistici. Crotone si trova fuori dalle rotte internazionali. Fino al 2007 era diverso perché allora si organizzavano voli charter, soprattutto verso l’Egitto, dagli aeroporti di Crotone e di Lamezia Terme. Ma da quando il centro ha riaperto, nel 2009, i rimpatri si fanno sui voli di linea in partenza da Roma. E a causa dei tagli al bilancio dei corpi di polizia, la Questura si trova in difficoltà a impegnare nelle scorte degli immigrati da Crotone a Roma i pochi uomini delle forze dell’ordine a disposizione per il presidio del territorio. Ce lo rivela una fonte interna alla Questura. E ce lo confermano i dati dei primi sei mesi di attività del centro di identificazione e espulsione (Cie) crotonese.
Cie di Crotone: analisi di un fallimento
CROTONE - L’hanno riaperto il 28 febbraio 2009 per l’emergenza Lampedusa. Ma il centro di identificazione e espulsione (Cie) di Crotone - situato all’interno dell’area del centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara), presso l’ex base aeronautica di Sant’Anna, di fronte all’aeroporto – era già stato in funzione dall’agosto del 2003 all’aprile del 2007. Così quando il 18 febbraio 2009 il Cie di Lampedusa andò a fuoco in seguito alla rivolta degli 800 immigrati che vi erano detenuti da oltre due mesi, Crotone fu una delle prime località dove furono smistati i tunisini detenuti sull’isola per diminuire le tensioni. Ne arrivarono 98, un marocchino e 97 tunisini. L’emergenza Lampedusa è finita, il centro di Crotone però è ancora aperto. Non solo. La Misericordia – che già gestisce il Cara di Crotone - ha vinto la gara d’appalto per la gestione del Cie, con un contratto valido fino al 2012. Il che fa del Cie di Crotone una struttura stabile, e il secondo Cie in Calabria, dopo quello di Lamezia Terme. Ma il Centro presenta notevoli problemi: solo il 10% dei reclusi è stato rimpatriato. E la sua posizione richiede, per i semplici trasferimenti, costi non sostenibili. Insomma, un mezzo fallimento.Crotone: le foto del centro identificazioni e espulsioni di Sant'Anna
L’hanno riaperto il 28 febbraio 2009 per l’emergenza Lampedusa. Il Cie di Crotone consiste in due vecchie palazzine verdi, dove alloggiavano in passato i militari della base dell’aeronautica di Sant'Anna. Tutto intorno si trova una doppia recinzione. La prima è una grata di metallo alta quattro metri. La seconda è un muro di cinta di quattro metri sormontato da una rete metallica piegata verso l’interno per evitare le fughe. La capienza è di 100 posti, ricavati al primo e secondo piano delle due palazzine. 25 persone per piano. Gli interni sono fatiscenti. Neon rotti, intonaci che cadono a pezzi sui letti e squarci nei muri testimoniano le rivolte del primo periodo di apertura del Cie, dal 2003 al 2007. Le pareti sono imbrattate di sangue: tracce di una vera e propria infestazione di zanzare.
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