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28 March 2012

Speciale Presa Diretta: Libia un anno dopo


Sono passati quasi sei mesi dall'uccisione di Gheddafi. La guerra è finita e la Libia si avvia verso le sue prime elezioni, previste a giugno, in un clima schizofrenico. Da un lato c'è la piazza che festeggia la libertà, l'economia che riparte e i neonati partiti che si preparano al voto. Dall'altro ci sono le milizie che hanno combattuto contro il regime ma che oggi non accettano di disarmare e, al contrario, continuano a sparare. 

Dove porta la strada presa dal popolo libico dopo la fine della dittatura?

Per scoprirlo PRESA DIRETTA dedica alla Libia una puntata speciale di due ore, lunedì 2 aprile 2012, con i servizi di Gabriele Del Grande, Alessio Genovese, Manolo Luppichini e Nancy Porsia.

Con immagini esclusive girate tra novembre 2011 e febbraio 2012 a Tripoli, Benghazi, Misrata, Sirte, Bani Walid, Warshafanna, Tawargha e Kufra.

30 December 2011

Non è ora di dormire.


Almeno ventimila persone arrivate in Italia dalla Libia in guerra rischiano di ritrovarsi nella clandestinità a breve. L'Italia sta investendo 48 euro al giorno per ognuno di loro, nell'attesa che le commissioni per il riconoscimento dell'asilo politico decidano delle loro sorti. Ma già si sa che buona parte di loro non avranno mai un permesso di soggiorno. Perché non sono rifugiati politici, ma semplici lavoratori che vivevano stabilmente da anni in Libia e che hanno la sola colpa di essere fuggiti dalla guerra scoppiata nel marzo scorso. Oggi chiedono di avere una carta di soggiorno. Che permetta loro di confrontarsi con la situazione italiana ed europea, cercarsi un lavoro, una casa, e essere liberi di decidere se restare o se andare a cercare fortuna altrove. Questo è un video appello girato dall'associazione Apertamente di Biella. Sul sito di Melting Pot è possibile firmare una petizione. Lo hanno già fatto più di 4mila persone. E voi?

04 December 2011

I profughi della Libia e la truffa dell'accoglienza. Partita la mobilitazione sul web: umanitario per tutti

foto di Mashid Mohadjerin
In tempi di crisi si taglia lo stato sociale, si aumentano le tasse e si chiedono sacrifici ai soliti poveri cristi. La fabbrica della clandestinità però non la tocca nessuno. Continua a lavorare ogni giorno, a pieno ritmo. Quest'anno genererà un reddito di 400 milioni di euro a un variegato mondo fatto di associazioni, cooperative e piccoli albergatori. Producendo, si stima, tra i 15.000 e i 20.000 decreti di espulsione. Ovvero tra le 15.000 e le 20.000 persone costrette da un giorno all'altro a vivere nella clandestinità, dopo essere stati assistiti in tutto e per tutto dallo Stato. Non parliamo dei centri di identificazione e espulsione (CIE). Bensì del loro opposto: i centri di accoglienza. E in particolare del sistema di accoglienza dei profughi della guerra di Libia. Funziona che arrivi a Lampedusa dalla Libia in guerra. Ti fanno chiedere asilo senza che ci stai capendo niente. Poi ti sbattono in una baita sulle Alpi. Mangi e bevi a spese dello Stato, anche e soprattutto perché per legge ti è vietato lavorare. Se ti va bene hai televisione satellitare, sigarette, corsi di italiano e formazione professionale. Se ti va male, neanche quello. Finché un bel giorno ti convocano davanti a una commissione per un'intervista. E a quel punto, ancora una volta senza capirci niente, finisci in mezzo alla strada nel giro di qualche giorno. Senza valigie e senza amici, esattamente come il giorno in cui sei arrivato a Lampedusa un anno prima. È il grande paradosso dell'accoglienza all'italiana. O meglio, la grande truffa.

21 September 2011

Sidi Bilel: ecco da dove partivano per Lampedusa


Ieri abbiamo pubblicato un video che mostrava come avvenivano le partenze per Lampedusa dal porto commerciale di Tripoli. Oggi cambiamo porto, ma restiamo sulla rotta per l'Italia. E vi ci accompagniamo con lo sguardo di un fotografo trapanese, Alessio Genovese, che due settimane fa era a Sidi Bilel. Si chiama così la località a una ventina di chilometri a ovest di Tripoli, all'altezza di Janzur, dove si trova il porto. Da qui sono partite almeno un terzo delle 25.000 persone arrivate in Italia dalla Libia tra marzo e agosto di quest'anno. Anche a Sidi Bilel il sistema in vigore era lo stesso ben rodato nei porti di Tripoli e di Zuwara: prezzi popolari o addirittura gratuiti e logistica affidata alle milizie del regime. Le stesse che in caso di mancanza di passeggeri, procedevano a organizzare retate nei quartieri neri di Tripoli e delle altre città controllate dal regime e costringevano con la forza intere famiglie a prendere il mare. Ma adesso è tutto finito. Il regime è caduto, Tripoli è libera. E almeno per un po' di imbarchi per Lampedusa non se ne vedranno. La prima prova sta nel fatto che dal giorno della liberazione di Tripoli, lo scorso 20 agosto, non ci sono più stati sbarchi dalla Libia a Lampedusa, mentre continuano invece gli arrivi dalla Tunisia.
La seconda prova sono le foto di Alessio Genovese. Ovvero i volti dei circa 700 tra nigeriani, ghanesi, togolesi, gambiani e chadiani bloccati da un mese al porto di Sidi Bilel. I biglietti sui pescherecci per Lampedusa sono esauriti da un pezzo. Da più di due mesi. Se è vero che loro a Sidi Bilel non ci sono venuti nemmeno per attraversare il mare, ma soltanto per restare uniti in un posto sicuro mentre in città imperversavano i combattimenti

20 September 2011

Un video mostra il ruolo di Gheddafi dietro gli sbarchi


E adesso abbiamo pure le immagini. Da mesi scriviamo su questo blog che dietro alle traversate da Tripoli a Lampedusa c'erano le milizie di Gheddafi e che la responsabilità politica di così tanti morti (almeno 1.674 dall'inizio dell'anno) era proprio del colonnello e di quel suo folle ordine di invadere l'Italia di africani sperando che il governo xenofobo italiano ritirasse così la sua partecipazione alla missione militare della Nato. Dopo aver raccolto le testimonianze di chi è partito con l'aiuto delle milizie e della marina e di chi invece è stato semplicemente sequestrato e costretto a imbarcarsi, per la prima volta siamo in grado di mostrarvi le immagini di tutto questo. Si tratta di un video girato con un telefonino da un libico che la sera del 28 aprile scorso si trovava abbastanza vicino al porto commerciale di Tripoli per diventare un testimone scomodo dell'ennesima operazione di imbarco trasformata in tragedia. Fa buio quando al porto arrivano alcuni autobus carichi all'inverosimile di africani. Ci sono intere famiglie, uomini, donne e bambini. Vengono fatti scendere in fretta dalle milizie e costretti a salire su un vecchio peschereccio ormeggiato al molo. Ma i passeggeri sono troppi e la barca troppo malridotta, cosicché affonda prima ancora di partire, ancora nel porto. Muoiono decine di persone. I loro corpi vengono ripescati e portati via. Lo stesso autore del video partecipa ai soccorsi. E a distanza di quattro mesi dalla tragedia, ritorna sul posto con alcuni sommozzatori e una troupe di Al Jazeera. Sul fondale trovano dei vestiti, libri, documenti d'identità e scarpe. I resti di chi quella sera cadde in acqua. Una tragedia di cui non sapevamo niente fino ad oggi e che ci fa pensare che i morti sulla rotta libica da marzo a oggi siano molti di più dei 1.674 che abbiamo censito sulla stampa internazionale. Ma forse il dato reale non lo verremo mai a sapere. Quel che è certo che finalmente è finita. Per un po' nessuno sarà costretto a partire in quelle condizione. Il regime è crollato. E i pochi stranieri rimasti a Tripoli si sfregano le mani in attesa che riparta l'economia. Perché a Tripoli tutti lo sanno. Senza gli operai africani non si muove una foglia. 

16 August 2011

Che cosa sarà dei profughi della guerra di Libia?


Il 2008 fu l'anno record degli sbarchi dalla Libia. A Lampedusa arrivarono 30mila persone in dodici mesi. Poi fu la volta dei respingimenti nel 2009 e degli sbarchi zero l'anno successivo. Ora, con l'esplosione della guerra in Libia le traversate sono riprese con la stessa intensità di prima. Ma con la differenza che questa volta nei centri di accoglienza la tensione è alle stelle. Maroni ha deciso che i profughi saranno espulsi. E da Bari a Crotone, da Trapani a Mineo, abbiamo assistito a proteste, rivolte, scontri e arresti. E allora è arrivato il momento di fare chiarezza. Chi sono le persone che stanno arrivando? Che cosa è cambiato dal 2008? E che cosa sarà dei profughi della guerra di Libia?

08 August 2011

L'invasione che non c'è. Dalla Libia 23.890 profughi


Lo avevamo già scritto a febbraio. Che le cifre degli sbarchi dalla Libia non sarebbero state quelle degli annunciati esodi biblici, tanto cari al ministro dell'Interno Roberto Maroni e a buona parte della stampa italiana. E che nella peggiore delle ipotesi c'era da aspettarsi l'arrivo di un numero di profughi di guerra pari a quello delle persone che si erano imbarcate per Lampedusa nel 2008, l'anno prima dei respingimenti, quando Gheddafi incoraggiava le partenze verso l'Italia per alzare la posta del negoziato con Roma. Quell'anno arrivarono 36.900 persone. Fu un record, che ad oggi, nonostante i bombardamenti della Nato su Tripoli, è ancora lontano dall'essere superato. La conferma si trova negli ultimi dati forniti dal ministero dell'Interno nell'informativa alla Camera dei deputati del 3 agosto scorso. Dall'inizio dell'anno sono sbarcate a Lampedusa e in Sicilia 23.890 persone provenienti dalla Libia, ovvero il 65% di quanti ne arrivarono nell'intero 2008. E il ritmo degli arrivi è in forte diminuzione. Nella seconda metà di luglio ad esempio, non ci sono stati sbarchi per più di due settimane. Eppure il mare era buono. Il che è un vero mistero. Perché ora come ora, di ragioni per rimanere in Libia in mezzo alla guerra proprio non ce ne sono.

02 August 2011

Alla mia mamma

Riceviamo e pubblichiamo questa lettera da Lampedusa. A scrivere è un ragazzino di 14 anni. Si chiama Said Islam Yacoub, è nato in Camerun il 17 settembre del 1997, e non riesce più a trovare sua mamma Kadijatou. Suo papà è morto, e con la mamma hanno passato gli ultimi quattro anni a Sebha, in Libia. Ormai non la vede dallo scorso 17 marzo. Quel giorno lei non è rientrata a casa. E dopo qualche giorno, le milizie di Gheddafi sono venuti a prendere Said Islam e l'hanno portato via, caricato con la forza insieme a centinaia di altri africani deportati verso nord, nei porti sul Mediterraneo da dove salpano le barche dirette a Lampedusa. A quattro mesi di distanza da quel viaggio, Said ha deciso di scrivere una lettera alla mamma. Vuole che lei sappia quanto lui la ama e quanto ha bisogno di lei. Vuole che lei sappia che è vivo e che la cerca sempre. Nessuno sa dove lei possa trovarsi. Ma Said è convinto che sia ancora viva. Potrebbe essere ancora a Sebha, nei campi profughi di Choucha, in Niger o in qualche centro di accoglienza in Italia. Ovunque lei sia, aiutateci a diffondere la lettera di Said e a cercarla.

08 June 2011

From Timosoara


Con Selamawi per le strade di Tripoli nel 2008

Ci eravamo conosciuti alla chiesa di Tripoli ormai tre anni fa, durante il mio primo viaggio in Libia con Roman Herzog nel novembre del 2008. E da subito avevamo capito che non era un tipo come gli altri. Aveva accettato di invitarci a pranzo a casa sua, assumendosi il rischio di essere intercettato dagli uomini dei servizi segreti libici che ci pedinavano. E prima di salutarci, ci aveva consegnato l'appello che aveva scritto quattro mesi prima con altri cinque studenti universitari di Asmara, con cui aveva trascorso un lungo periodo di detenzione nel carcere di Misrata, in Libia, dopo che li avevano arrestati sulla rotta per Lampedusa. Da allora Selamawi non aveva mai smesso di collaborare con Fortress Europe. Era uno degli informatori più attivi della comunità eritrea in Libia. E grazie alla sua militanza abbiamo potuto diffondere importanti notizie, soprattutto all'epoca dei respingimenti e delle rivolte nelle carceri libiche. E questo nonostante le minacce che i funzionari dell'ambasciata eritrea gli avevano fatto arrivare neanche tanto velatamente, facendogli capire che sapevano che dietro alla pseudonimo di Selamawi c'era il suo nome e che doveva piantarla di interessarsi tanto di politica. Ma lui imperterrito ha sempre continuato. Traducendo gli articoli di Fortress Europe in tigrino, per gli eritrei della diaspora. E aggiornando il suo blog dagli internet point di Tripoli. Finché un bel giorno è sparito nel niente.

27 May 2011

Deportati in Italia. La mano del ra'is dietro gli sbarchi


“Ci puntavano il kalashnikov addosso, non potevamo fare domande. Siamo saliti nel container senza neanche sapere dove ci stessero portando." Arrestati nei quartieri africani di Tripoli dai soldati di Gheddafi e costretti con la forza a imbarcarsi per Lampedusa. Il biglietto è gratuito, offre il regime. Altro che viaggi della speranza, le traversate del Mediterraneo assomigliano sempre di più a una vera e propria deportazione di massa degli africani dalla Libia. Organizzata in modo sistematico dalle forze armate della dittatura. Un sistema ormai rodato che è già riuscito a espellere in Italia 14.000 persone in tre mesi. L'idea è semplice: usare i corpi di uomini, donne e bambini come chiara ritorsione contro i bombardamenti in Libia. Con un dettaglio agghiacciante, che la dice lunga sui rapporti tra Italia e Libia. I camion usati nelle retate sono quelli che l'Italia regalò al Colonnello ai tempi dei respingimenti. Prima li usavano per deportare nel deserto gli africani respinti in mare. Oggi hanno soltanto invertito la direzione di marcia. E anziché deportarli nel Sahara, li deportano in Italia.

10 May 2011

Sbarchi: c'è un mandante ed è un uomo di Gheddafi

La notizia viene da una roccaforte dei ribelli. E la conferma si trova nei racconti di quanti stanno arrivando a Lampedusa in questi giorni. Gli sbarchi hanno un mandante. Si chiama Zuhair Adam ed è un alto ufficiale della marina libica. Al Viminale dovrebbero conoscerlo bene, visto che fa parte di un gruppo di ufficiali libici venuti in Italia all'epoca dei respingimenti per partecipare ai corsi di formazione sulle tecniche di pattugliamento. In pochi però sanno che adesso ha decisamente cambiato mestiere. In effetti non ci voleva molto a capire che in un paese in guerra la logistica per l'imbarco di migliaia di persone al giorno non potesse essere affidata al caso. Tanto più in una città militarizzata come è in questo momento Tripoli. Nessuno però avrebbe immaginato che il regime libico potesse arrivare a utilizzare i suoi uomini per gestire le partenze, e i suoi porti per favorire le operazioni.

15 March 2011

Libia: evacuati in Italia altri 56 eritrei

Seconda evacuazione umanitaria dalla Libia in una settimana. Il 14 marzo sera è atterrato a Crotone un altro aereo italiano che ha portato via da Tripoli e messo in salvo 56 cittadini eritrei e etiopi, tra cui 28 donne, 14 bambini e 14 uomini. L'Italia dei respingimenti per una volta si distingue in positivo, se ogni paese europeo facesse lo stesso, in una settimana sarebbero messi in salvo i circa 2mila eritrei e somali di Tripoli, che si trovano in queste ore bloccati tra due fuochi in un paese ormai in guerra civile.

11 March 2011

Diario da Tripoli. Le voci dei somali bloccati in Libia

La paura di uscire di casa, le voci sui linciaggi dei neri scambiati per i mercenari di Gheddafi, l'occupazione dell'ambasciata a Tripoli e gli appelli alla comunità internazionale perché apra un corridoio umanitario per evacuarli. Filo diretto con la comunità somala a Tripoli. Per la prima volta riusciamo ad avere il polso della situazione dei rifugiati somali bloccati nella capitale libica, da tre settimane teatro di scontri tra le truppe di Gheddafi e la piazza dei ribelli. Si tratta di una sorta di diario da Tripoli, scritto da Asha Sabrie, che dal 17 febbraio tiene i contatti con i somali oltremare. Finora l'unica testata che se ne era occupata in Europa era stata l'edizione somala della radio della Bbc, sul cui sito si può scaricare l'audio di una telefonata a Tripoli, ovviamente in lingua somala.

09 March 2011

L'Italia evacua 58 eritrei dalla Libia. Atterrati ieri a Crotone

Sono atterrati ieri sera a Crotone a bordo di un C130 dell'aeronautica militare. Sono 58 eritrei di Tripoli. L'Italia ha finalmente accettato di evacuarli dalla Libia e di offrire loro asilo politico. Il gruppo è stato scelto sulla base della vulnerabilità dei casi. In tutto sono 21 famiglie: 17 uomini, 14 donne e 27 bambini. Si tratta di un precedente importantissimo. Se ognuno dei 27 Stati Membri dell'Unione europea facesse lo stesso, potrebbero essere evacuati in pochi giorni i 2.000 eritrei che si stima si trovino ancora bloccati a Tripoli. E con loro i somali, sulle cui presenze a Tripoli non ci sono stime certe. Entrambe le comunità infatti sono le più a rischio in questo momento di violenze nel paese libico. Mentre tutti gli altri possono infatti contare sulle proprie rappresentanze consolari, eritrei e somali non hanno nessuno che possa tutelarli in questo momento. I primi perché rifugiati politici perseguitati dal regime in patria. I secondi perché cittadini di uno stato al collasso dopo vent'anni di guerra civile, che semplicemente non ha istituzioni in grado di tutelarli. Per i dettagli dell'operazione, riportiamo di seguito il comunicato della Agenzia Habeshia, che ha collaborato al resettlement. Segnaliamo inoltre che domani mattina a Roma in piazza dei Santi Apostoli alle 10,00 gli eritrei della capitale organizzano una manifestazione per chiedere di evacuare tutti gli eritrei a rischio a Tripoli.

08 March 2011

Telefonata a Zawiyah. Libici pronti a resistere. No alla guerra umanitaria!

Ho appena riagganciato il telefono con un amico libico di Tripoli, che nonostante gli scontri a fuoco quest'oggi è riuscito a entrare nella città di Zawiyah, dove da giorni si registrano scontri tra i mezzi dell'artiglieria pesante dell'esercito libico e la popolazione insorta, e a uscirne indenne. Mi ha descritto scene di devastazione. Le piazze, i muri, le strade, tutta la città è segnata dai colpi delle granate e dei proiettili. I feriti sarebbero molti, ma non è stato in grado di darmi delle cifre certe e ci sarebbero anche dei morti. Tuttavia la città sarebbe ancora in mano agli insorti.

01 March 2011

In tempi non sospetti. Quando della Libia parlavamo in solitario

Nei giorni in cui ormai anche il governo italiano ha scaricato il vecchio amico Gheddafi, vale la pena ricordare con quanta premura il ministro La Russa spedì a Tripoli le frecce tricolori, poco più di un anno fa, per festeggiare il patto d'amicizia col dittatore libico. E vale la pena ricordare con quanto ardore il ministro Maroni abbia difeso i respingimenti in Libia, già a suo tempo negoziati dal governo Prodi e dal ministro Amato e in seguito difesi a spada tratta dai vari Fassino e Chiamparino... Facile oggi scaricare il regime di Gheddafi come criminale. Ma negli annali di storia resterà traccia della politica dei governi passati. Questo blog denuncia da ormai quattro anni i crimini della polizia di Gheddafi commessi sulla pelle dei tanti viaggiatori che dalle sabbie del Sahara raggiungevano la Libia per poi proseguire via mare verso Lampedusa. Arrestati, vessati e torturati dagli uomini del regime che l'Italia aveva promosso a fidati cani da guardia del cortile europeo. Non abbiamo avuto molto ascolto in questi anni. Adesso che tutti i riflettori sono puntati su Tripoli, proviamo a rilanciare quelle notizie. Di seguito trovate tutte le nostre pubblicazioni sulla Libia. Il primo rapporto del 2007, il viaggio a Tripoli nel 2008, l'audiodocumentario di Herzog, il film "Come un uomo sulla terra", le telefonate nei campi di detenzione, tutte le inchieste fatte al tempo dei respingimenti e la campagna "Io non respingo". Aiutateci a diffonderle in rete. E che nessuno dei nostri politici adesso giochi al nonlosapevo.

24 February 2011

Qualche considerazione sul secondo esodo biblico annunciato

Come italiani sappiamo sempre distinguerci. In peggio. Da un lato c'è Gheddafi che ordina ai reparti dell'esercito ancora fedeli di massacrare la gente. Dall'altro c'è il popolo libico che eroicamente si scaglia contro i proiettili deciso una volta per tutte a liberare il paese dalla morsa della quarantennale dittatura. E in mezzo c'è l'Italia, la cui unica preoccupazione è il tappo agli sbarchi. Siamo davvero un triste paese. Pensate che in queste stesse ore a Tunisi e al Cairo sui social network si organizzano carovane di solidarietà per sostenere la rivoluzione dei libici! Sarà che abbiamo perso il gusto della libertà e della lotta. O sarà invece che siamo talmente razzisti da ritenere le genti della riva sud non ancora pronti, o per sempre inadatti, al vivere democratico. Mi ero ripromesso di non affrontare la questione prima di vedere quello che sarebbe accaduto. Ma sono state dette e scritte talmente tante fesserie, che qualche riflessione vale la pena condividerla. Perché non ci sarà nessuna invasione. Possibile che tutti si siano dimenticati che già prima del 2009 Gheddafi non esercitava nessun tipo di controllo alla frontiera e che al contrario la polizia, corrotta, incoraggiava gli imbarchi per l'Italia? E poi chi ha detto che il milione di stranieri in Libia si trovino lì per venire in Sicilia? E soprattutto, da quando i giornalisti raccontano i fatti prima che accadano? Sarà un dettaglio, ma mentre tutti gridano all’unisono all’esodo biblico, dalla Libia ancora non si è visto arrivare nessuno. Almeno via mare.

Telefonata a Tripoli. La capitale accerchiata, bruciati i corpi dei martiri

Continua il terrore nelle strade di Tripoli, ma ormai per Gheddafi sono le ultime ore. La capitale è accerchiata. Ieri per la prima volta, alle province liberate dell'est, nella Cirenaica, si sono aggiunte le città di Zawiyah e di Zuwarah, a ovest, e le montagne a sud di Gharyan. E venerdì è convocata una manifestazione a Tripoli dopo la preghiera. Oggi intanto siamo riusciti di nuovo a stabilire un contatto telefonico con Tripoli. Stavolta con due amici libici, due ragazzi dell'opposizione berbera, uno dei quali lo avevo incontrato nel 2008 in un incontro segreto alla periferia della città. La situazione nella capitale è ambigua, ci dicono. Di giorno c'è una parvenza di normalità, qualche negozio è aperto, ma la maggior parte della gente non va a lavorare, nonostante gli inviti del regime a tornare alla normalità e appena scende la notte riprendono gli scontri con i miliziani, e le bande criminali assoldate dal regime, e si sente sparare. Nelle ultime due notti ci sono stati scontri nella periferia di Tajura, le milizie hanno anche attaccato l'ospedale e sequestrato le sacche di sangue per le trasfusioni per rendere impossibili i soccorsi. La reazione della gente non si è fatta aspettare e in molti sono corsi a donare il sangue di nuovo. Incoraggiati anche dall'andamento della rivolta nelle altre città.

Libia: 1.500 corpi ripescati dal mare in 10 anni

C'è un'altra strage che va avanti da anni in Libia, senza che nessuno se ne dia conto. Non sono soltanto le bombe di Gheddafi ad uccidere, ma anche le leggi di inospitalità di cui si è dotato il vecchio continente. Quanti sono i naufragi fantasma avvenuti negli ultimi dieci anni sotto costa libica sulla rotta per Lampedusa, senza che nessuno ne abbia mai saputo niente? Quanti sono i giovani morti davanti alle coste libiche? E che fine hanno fatto i corpi ributtati a riva dal mare? Se ne è occupato la settimana scorsa L'Espresso con un servizio della corrispondente da Tripoli, Francesca Spinola. Le notizie fanno rabbrividire. Secondo fonti attendibili, dal 2005 i morti davanti alle coste libiche sarebbero almeno 1.500. Di cui 500 seppelliti nel vecchio cimitero cattolico di Hammanji e altri 800 ancora conservati negli obitori degli ospedali di Tripoli. Di seguito tutti i dettagli della notizia.

22 February 2011

Lampedusa chiama Tripoli. E risponde un eritreo

Crollano le borse, chiude il gasdotto e continuano le violenze. La Libia entra nel settimo giorno della rivoluzione scoppiata lo scorso 15 febbraio con il primo presidio antigovernativo a Benghazi. Da allora è successo di tutto: legioni straniere utilizzate dal regime per massacrare i civili, con armi pesanti e addirittura con colpi di antiaerea. I morti si contano ormai a centinaia, e al contrario di quanto dice Gheddafi - che oggi in televisione ha invitato il popolo alla guerra civile - è tutto documentato da filmati e fotografie amatoriali diffusi sul web. Ma in tutto questo nessuno si è chiesto cosa sta accadendo alle comunità africane a Tripoli. Sì perché, non lo dimentichiamo, parliamo di un paese dove vivono circa sei milioni di libici e un milione di emigrati africani.  Precisiamolo subito: la maggior parte sono comunità stabilmente inserite in Libia, sudanesi, chadiani, ghanesi, mentre una minoranza in Libia ci sono arrivati negli anni precedenti ai respingimenti per passare la frontiera e venire in Italia via mare. Ad ogni modo, rappresentano almeno il 15% della popolazione e possono fare la differenza, nel bene e nel male. Ma come si stanno schierando?