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04 October 2013

Non sei tu il mare? E allora rispondimi! Lampedusa, i suoi morti e le parole per dire la guerra in frontiera


Le foto dei sacchi di morti in fila sul molo di Lampedusa, le ho già viste due volte. Ma non era l'Italia. Era la Libia, era la Siria... Ed erano i morti dei bombardamenti abbandonati sui marciapiedi davanti agli ospedali di campo. In fondo la guerra si assomiglia sempre, ovunque si faccia. Anche quando è la guerra che l’Europa combatte ogni giorno in frontiera, contro i poveri che rivendicano il diritto alla mobilità disobbedendo alle nostre folli leggi sull’immigrazione. Quella guerra però non la vogliamo vedere. Per noi è tutto normale. Un amaro gioco delle parti, in cui le uniche colpe sono degli scafisti cattivi, della burrasca o del fato. E nemmeno i 300 martiri di oggi ci apriranno gli occhi. Perché sono soltanto numeri. Numeri come quelli che incideranno con un chiodo sul cemento fresco gettato in fretta sulle tombe dei corpi ripescati in tempo. Tutti gli altri, saranno mangiati dai pesci sui fondali del mare, mentre qualcuno dall'altro lato del mondo chiederà invano del proprio amore. Ecco forse sono queste le parole giuste. Parole d'amore in questa palude di morte. Le parole di Tesfay Mehari, un famoso cantante eritreo, che dedica questo pezzo alla donna che ha perso nei mari d'Italia. Forse non c'è bisogno delle grandi tragedie per aprire gli occhi. Basterebbe sentire proprio il dolore di un amore spezzato per sempre, per vedere tutto ad un tratto la guerra e distinguere le sue vittime dai suoi colpevoli.

Mare, dentro di te sta il mio amore. 
Hai preso la sua anima e il suo cuore. 
Mare, riportala a riva, fammi parlare di nuovo con lei. 
Cercala ovunque, trovala, fallo per me. 
Mare riportami l'amore della mia anima
Insieme ai suoi compagni pellegrini di questo destino.
Creature del mare, siete voi gli unici testimoni di questa storia 
E allora ditemi: quali sono state le sue ultime parole prima di partire 
Mare! 
Non sei tu il mare? E allora rispondimi!

06 January 2012

Speciale musica e harraga: Ya rayah


Chiudiamo la nostra rassegna su musica e harraga con un classico della musica algerina. Si tratta di un vecchio pezzo del cantante algerino Dahmane El Harrachi (1926-1980). Nel 1997 un altro cantante algerino, Rachid Taha (classe 1958), ne propose una reinterpretazione con un singolo divenuto un vero e proprio cult, ripreso poi da Cheb Khaled e remixato fino a metà degli anni duemila. La canzone si intitola Ya Rayah, Tu che parti. Ed è una sorta di invito a restare o quantomeno a ritornare. Sembrano parole dedicate a tutti quelli che non ce l'hanno fatta. Che oggi sono prigionieri della fortezza Europa. Senza documenti validi per lavorare o per viaggiare, magari detenuti nei Cie o nelle carceri per qualche piccolo reato. Perennemente combattuti tra la nostalgia del proprio paese e della propria famiglia, e l'impossibilità di rientrare senza una storia di successo e le tasche piene. Perché nelle zone rurali del Marocco e dell'Egitto come nei quartieri popolari di Tunisi e Annaba, l'imperativo sociale è fortissimo. Non si torna da falliti a meno di non voler scontare l'onta per non avercela fatta e per aver sprecato inutilmente la propria giovinezza lontano da casa e dai propri affetti. Dahmane El Harrachi lo vedeva già negli anni Settanta con gli algerini in Francia: "Tu che parti, dove vai? Finirai per ritornare. Quanti ingenui se ne sono pentiti prima di te e di me!... E passano i giorni, e passa la giovinezza, la tua e la mia". Di seguito trovate tutto il testo della canzone tradotto in italiano.

05 January 2012

Speciale musica e harraga: Babour li jabni


Lui si chiama Bilal Mouffok, ma in Algeria tutti lo conoscono come Cheb Bilal. Classe 1966, la sua è una delle voci della musica raï algerina. Tutto è iniziato con il conservatorio a Oran e i primi concerti ai matrimoni. Fino a quando, nel 1989, Bilal sbarca a Marsiglia e inizia a lavorare senza documenti come lavapiatti un un piccolo bar della città. Ed è a Marsiglia che scopre la sua anima raï e che inizia a farsi un nome tra la comunità algerina della città. Fino a quando, nel 1997, pubblica il suo primo album: "Babour li jabni", che in italiano suona come "Maledetta la barca che mi ha portato". La canzone diventa immediatamente un successo in Algeria come in Francia, e lo consacra come nuovo interprete della musica raï. Canta la disillusione di chi il viaggio l'ha già fatto, la nostalgia per il paese, e la tristezza della lontananza. Sentimenti comuni a migliaia di harraga arrivati in Europa e rimasti prigionieri dei propri sogni. Perché paradossalmente nella fortezza è più facile entrare che uscire. E una volta rimasti senza documenti, i giovani harraga possono passare anni interminabili prima di poter rivedere la propria terra, la propria famiglia e i propri amici. E in mezzo ci sono tutte le occasioni perse. Che sia la gioia di un matrimonio o il lutto di un funerale. E i legami importanti che finiscono per allentarsi a volte irreversibilmente. Perché una volta rimasti bloccati nella fortezza si scopre anche quello. Che i soldi non erano tutto. E che anche i sogni più belli a volte diventano incubi. Di seguito trovate il testo tradotto in italiano. Buon ascolto e buona lettura.

04 January 2012

Speciale musica e harraga: Kamkam l'harqa


Lui è un volto nuovo del rap tunisino. Ha iniziato a suonare dopo la caduta del regime di Ben Ali nel gennaio scorso. Si chiama Karim Kamkam e Kamkam l'harqa è uno dei suoi primi pezzi. Forse non ha girato molto, ma è interessante per il suo testo. Perché ci accompagna verso quello che pensa la maggioranza dell'opinione pubblica sulla riva sud del Mediterraneo. Ovvero che bruciare la frontiera non valga più la pena. Nel suo pezzo Kamkam racconta di un ragazzo, della sua vita di privazioni materiali e di espedienti illegali per tirare a campare, e dei suoi sogni di una vita "troppo chic" in Europa. Cose tipo incontrare una Jennifer Lopez, avere dei figli con la cittadinanza europea e tornare con una Jaguar e la popolarità di un divo come se fosse Maradona. Ma l'Europa che incontra è diversa. Per la prima volta nella vita prova la fame, la sete e dorme al freddo sotto i ponti, fino a quando un bel giorno la polizia lo arresta senza che abbia nemmeno il tempo di capire cosa stia succedendo. Al commissariato, tra uno schiaffo e l'altro, un ufficiale gli chiede cosa è venuto a fare di qua dal mare. E lui risponde: "Un sogno mi ha portato". Ecco però che il sogno è diventato un incubo. E Kamkam non esita a dire ai suoi coetanei di non partire, che non vale la pena, e piuttosto di provare, di gustare la vita in Tunisia. Perché dall'Europa si rischia di tornare in una bara. Mentre nel frattempo se ne vanno gli anni migliori della gioventù. Pensano lo stesso ormai molti giovani. E infatti non è un caso che dalla Tunisia nel 2011, con le frontiere senza controllo e l'economia al collasso, siano partiti harraga per Lampedusa "solo" 30.000 ragazzi su 10 milioni di abitanti, e che una volta capito che non si passava più, le partenze siano cessate. Insomma la cultura harraga è molto minoritaria ormai. Appartiene soprattutto ai ragazzi dei quartieri popolari, che vedono nella frontiera il proprio riscatto. Ma il grosso della gente la pensa in un altro modo. Tutti ormai sanno che in Europa c'è crisi economica e che il razzismo ha raggiunto livelli insopportabili. E allo stesso tempo i cambiamenti politici che ci sono stati in tutta la riva sud con i moti popolari di quest'anno che hanno portato alla fine della dittatura in Tunisia, Libia ed Egitto e a importanti riforme in Algeria e Marocco, hanno infuso speranza e ottimismo nella prima generazione figlia del boom economico di questi paesi. Il che è soltanto un'altra ennesima ragione per aprire le frontiere anche a sud dell'Europa, come già è stato fatto cinque anni fa con l'Europa dell'est. Perché l'invasione non ci sarà. Esiste soltanto nelle nostre paure. E allora buon ascolto. E come al solito buona lettura, perché di seguito trovate il testo tradotto del pezzo.

03 January 2012

Speciale musica e harraga: Yammi


Balti, classe 1980, è uno dei musicisti più conosciuti in Tunisia. Nato e cresciuto nella qasbah di Tunisi, Balti si è affacciato sulla scena del hip hop tunisino nel 2003, con il suo primo disco. Ma gli album che l'hanno lanciato sono "Il nostro vero mondo" del 2006 e "L'album prima della bomba" del 2009. Durante la rivoluzione del gennaio scorso, quando El General, il giovane rapper di Sfax, venne arrestato dal regime di Ben Ali per i suoi testi contro la dittatura, molti accusarono Balti per il suo silenzio. Lui per recuperare credibilità ha da poco pubblicato il nuovo album: Baltiroshima, in cui ce n'è per tutti, sebbene a giochi fatti... Ad ogni modo, di quell'album fa parte anche questa splendida canzone. Si intitola Yammi, mamma. Ed è una lettera struggente a una madre. Scritta di getto da un ragazzo dei quartieri popolari di Tunisi, la notte prima della traversata in mare per Lampedusa. Sa che ha una buona probabilità di morire in mare, e sente il bisogno di dire alla madre quanto l'ha amata, e quanto in fondo questo viaggio sia anche per lei. Perché se non morirà, ritornerà da uomo, a testa alta, e la farà felice. Di seguito trovate il testo tradotto in italiano. Leggetelo e fatelo girare. Sarebbe bello che queste parole arrivassero a ogni madre italiana. Insieme alle fotografie della Spoon River Lampedusa. E insieme alle paure e alle preghiere di tutti i figli che "baciano la madre sulla fronte prima che l'acqua se li porti via".

02 January 2012

Speciale musica e harraga: Sardinia Harraga


Lui si chiama Azzedine Nebili, Azzou in arte. E insieme a Ismail e Dj Bdri froma il gruppo rap Hood Killer attivo sulla scena algerina ormai dal 1998. Harraga è uno dei suoi ultimi pezzi ed è dedicato ai ragazzi dei quartieri popolari di Annaba partiti negli ultimi cinque anni sulla rotta per la Sardegna. Questa canzone è un viaggio, "un viaggio per la Sardegna". Lo dice Azzou nel suo testo: "Vieni che ti racconto come per poco non ci rimanevamo". Dentro c'è tutto. La pena di una vita senza prospettive e la scelta, quasi inevitabile, di bruciare la frontiera. "Il mio destino è la barca, ma parto a malincuore, perdonami mamma, perdonami papà, paese mio ti amo ma dio ha deciso per me". Il resto è una specie di reportage. L'organizzazione della traversata con gli amici, l'acquisto della barca e del gps, la paura di morire in mare, le preghiere e finalmente il salvataggio al largo della Sardegna. Dell'Italia c'è soltanto il centro di detenzione di Elmas, a Cagliari e un'espulsione che arriva dopo dieci giorni "che diresti dieci anni" per tutte le umiliazioni subite. Lavati come pale, legati come pecore, e trattati come appestati: "Viene da noi un italiano che ci parla a gesti, ci si rivolge da lontano neanche avesse paura della peste". Anche per Azzou, come per Lotfi, il pezzo si chiude con un pensiero alle centinaia di ragazzi di Annaba dispersi in mare. "Noi grazie a dio ci siamo salvati, guarda chi è morto, la loro vita è finita senza un senso, una madre aspetta il figlio e un pesce lo ha mangiato". Buon ascolto. E buona lettura, perché di seguito trovate l'intero testo tradotto dal darija algerino all'italiano.

30 December 2011

Speciale musica e harraga: Ah ya lebhar


Lotfi o si ama o si odia. Perché i suoi sono testi senza mezze misure. La sua fama di cantante ribelle se l'è guadagnata fin dagli esordi. Era il 1997 e la polizia interruppe un suo concerto in un teatro di Annaba, per censurare i contenuti delle sue canzoni. Finì con una mezza sommossa e con Kamikaz, il primo album registrato all'età di 26 anni con l'amico Waheb, con cui forma il duo Double Kanon. Da allora ogni anno è un successo. Album come Kamikaz, Kondamné, Kanibal, Lakamora, Kauchmar lo hanno consacrato come il re del rap algerino. E dall'album Kauchmar (2008) è tratto questo pezzo. Si intitola "Ah ya lebhar", che vuol dire "Oh mare" ed è una specie di inno a bruciare la frontiera. Perché non c'è differenza tra il morire in una baracca e il morire in mezzo al mare. Perché l'unica vera benedizione è farla finita con la miseria. Partono tutti: avvocati, minorenni, disoccupati, imbianchini, uomini, donne. E al mare chiedono solo una cosa: "Fammi solo attraversare che qua mi prende l'ansia! Fammi solo passare, che qua sono senza gioia!". Di seguito trovate il testo del pezzo tradotto in italiano. Leggetelo con attenzione, perché questa è una delle canzoni del rap harraga più importanti. Sia perché Lotfi è davvero molto popolare, sia perché è originario di Annaba. E questa canzone è un po' dedicata ai ragazzi dei quartieri popolari di Annaba, dove anche lui è cresciuto. Annaba infatti, che fu la città di Sant'Agostino tanti secoli fa, da ormai cinque anni è la capitale del harqa in Algeria. Dai suoi quartieri popolari affacciati sul mare, si sono imbarcati per la Sardegna migliaia di ragazzi, e centinaia di loro sono morti lungo la rotta per l'Italia. Tant'è che la canzone si chiude proprio in loro memoria. E allora buon ascolto. E buona lettura.

29 December 2011

Speciale musica e harraga: Mzeyra

Mzeyra, di Bramfori, anno 2007, video ufficiale

Dopo Algeria e Tunisia, il nostro tour nel rap harraga ci porta in Marocco. Il pezzo si chiama Mzeyra ed è interpretato da Bramfori, voce emergente del panorama rap underground tangerino. Tangeri è da sempre città di frontiera per la sua posizione geografica all'incrocio tra due mari e due continenti. L'Europa da qui si vede a occhio nudo. Basta salire a prendersi un tè al caffè Hafa, sopra la Qasbah, per osservare le luci di Tarifa al di là del Mediterraneo. Con l'aliscafo, lo stretto di Gibilterra si attraversa in trenta minuti. Ma la maggior parte degli abitanti della città non ha diritto a viaggiare. Perché senza un conto in banca con abbastanza soldi, è impossibile avere un visto. E allora per i ragazzini dei quartieri popolari non resta altro che nascondersi sotto i camion che ogni giorno si imbarcano sui cargo per la Spagna, per Genova, e per il resto d'Europa. Come a Patrasso e a Calais. Sì perché Tangeri è la capitale mediterranea della circolazione delle merci. Qui è stato da poco aperto il Tanger Med, che sarà il porto merci più importante del nostro mare. E qui stanno investendo molto i sauditi per il turismo a cinque stelle. Eppure, paradosso della modernità, per i ragazzi delle classi popolari, viaggiare continua a essere vietato. A meno che quel diritto non se lo riconquistino con i propri corpi, correndo al porto e cercando di nascondersi insieme alle merci, quasi fosse una bravata ai tempi della globalizzazione. "Tutti vogliamo salvarci" dicono, e "chiediamo scusa ai nostri padri" se "nel nostro paese non troviamo pace". Non resta che "attraversare" lo stretto di Gibilterra, perché "di là ricomincerò la vita". Buon ascolto. E buona lettura, perché di seguito trovate la traduzione in italiano del testo.

28 December 2011

Speciale musica e harraga: Chenoui Kheloui

Chenoui Kheloui, Reda Taliani, video non ufficiale

Lui si chiama Reda Tamni. Ma tutti lo conoscono come Reda Taliani. Reda l'italiano. Il soprannome glielo hanno affibbiato quando era soltanto un bambino di otto anni, per il modo in cui si vestiva. Da allora di strada ne ha fatta. E oggi, ormai trentunenne, il bambino griffato di Koléa è uno dei protagonisti della scena musicale algerina, grazie a un sound che mischia raï, chaabi e stili tradizionali del Maghreb, e grazi a testi che cantano le aspirazioni della gioventù algerina. Chenoui Kheloui è una di queste. Originariamente si tratta di una canzone della tifoseria del Mouloudia, una delle squadre di calcio di Algeri. Il testo è leggero e a volte il senso si perde a favore delle rime e dei giochi di parole. Il ritornello però è diventato un vero e proprio cult. C'è "un cinese", che ad Algeri è come chiamano quelli della curva del Mouloudia da quando nel 1999 la squadra vinse il campionato e dai quartieri popolari scesero a festeggiare in piazza tanti ragazzi quanti, appunto, gli abitanti della Cina. Il cinese però questa volta gira solitario, kheloui, che qui indica anche uno cresciuto in mezzo alla strada. E così il cinese solitario finisce al porto a guardare le barche. Le barche dei harraga. Ne passa in rassegna i nomi. E inizia a sognare di viaggiare per il mondo, visitando prima Roma, poi la Malesia per decidere infine di stabilirsi in Italia. L'mp3 si scarica tranquillamente da internet. Alcuni miei amici harraga ce l'hanno addirittura salvato sul cellulare insieme agli altri pezzi storici che fanno la colonna sonora di una vera e propria cultura popolare del harqa. Di seguito trovate la traduzione completa del testo. Presto anche in altre lingue. Intanto buon ascolto.

27 December 2011

Speciale musica e harraga: Mchaou


Musica e harraga. Ancora una canzone. Questa volta tunisina. Il pezzo è del 2010 ed è interpretato da Balti e Samir Loussif. Balti, 29 anni, è uno dei rapper più forti sulla piazza di Tunisi. Mentre Samir Loussif viene dal genere del varietà e della canzone popolare, in particolare dal mezoued. Dalla loro collaborazione è nata "Mchaou", che in italiano significa: "Se ne sono andati". Se ne sono andati i ragazzi. I ragazzi di Tunisi. Ma non i figli della borghesia e della classe media. Bensì i giovani "cresciuti nei quartieri popolari". Quelli che nei quartieri hanno studiato, si sono ubriacati, e si sono presto "saziati" della disoccupazione e della povertà. Fino a quando "hanno visto tornare dall'Italia gli amici" di una vita. E hanno deciso di "giocarsi tutto" anche loro per la "harqa". Perché bruciare la frontiera è la sola "soluzione" per "riempirsi le tasche" e "fare felici le proprie madri". Le stesse madri che adesso li "aspettano davanti alla porta di casa". Le stesse madri che "hanno paura" dopo aver visto al tg le immagini dei ragazzi morti in mare. "Troppo giovani per morire". E allora eccolo l'"inganno" dell'Europa. Che "ti arricchisce ma non può comprare una vita". E così il mito dell'avventura e del riscatto lascia il posto alle lacrime. Le lacrime delle madri che "piangono pensando che il figlio sia tornato" e dei padri che "cercano i figli negli ospedali e nelle carceri". Perché "il mare ti porta dove vuoi, ma l'onda è menzognera. O ti porta dove vuoi oppure nella tomba". Un testo così, non poteva essere più attuale. Perché l'anno più tragico per la gioventù tunisina è stato questo 2011, in cui centinaia di ragazzi hanno perso la vita tentando di attraversare il Canale di Sicilia per raggiungere l'Europa.

E allora, nel nome della loro memoria, buon ascolto. E buona lettura, perché di seguito trovate la traduzione in italiano del testo arabo. Facciamo circolare queste note e queste parole, perché forse ci possono aiutare più di mille statistiche a capire le aspirazioni della gioventù del nostro amato Mediterraneo.

26 December 2011

Speciale musica e harraga. Partir loin



Oggi presentiamo il grande successo di "Partir loin", una canzone algerina dei rapper Reda Taliani e 113. La prima incisione risale al 2005, ma ancora oggi è un pezzo conosciutissimo. Il segreto del suo successo, oltre a un ritmo irresistibile, sono sicuramente le parole del ritornello, quando il cantante supplica la barca “Yal babour ya mon amour” come se fosse la sua amata, chiedendogli di "portarlo fuori dalla miseria" per una “evasione speciale” dall'Algeria a una generica "l'Occidentale". Di seguito trovate la traduzione in italiano di tutto il testo. Da domani, ogni giorno per una settimana, altre canzoni arabe sul tema harraga.

03 May 2011

Il poeta di Tozeur e i harraga di Ventimiglia


A Ventimiglia ho incontrato un poeta. Si chiama Imad, e prima di partire era uno studente di ingegneria meccanica all'università di Sidi Bouzid, la città dove è scoppiata la rivoluzione in Tunisia lo scorso 17 dicembre. Eravamo davanti alla stazione di Ventimiglia il giorno della manifestazione della campagna Welcome, con tutti i treni per la Francia soppressi e gli striscioni in piazza contro le frontiere. Quando ho chiesto a Imad di raccontarmi del viaggio, e da quanto tempo stava pensando di bruciare la frontiera, mi ha risposto con una poesia in arabo classico. Gli altri harraga, tutti ragazzi dello stesso paesino, Bi'r Ali Ben Khalifa, annuivano con la testa e alcuni continuavano a recitare altri versi dello stesso poeta. Abu-l-Qacem Chebbi, il poeta contemporaneo più conosciuto della Tunisia. Un sognatore, come i harraga, morto ancora da ragazzo, a soli 25 anni nel 1934. Anche lui del sud, il sud ribelle e indomito del paese. Di Tozeur per l'esattezza. In questi giorni sono andato su internet a cercare il testo completo della poesia. L'ho trovata e l'ho tradotta in italiano.

09 January 2011

Rais LeBled in italiano

Abbiamo tradotto il testo di Rais LeBled, l'inno delle ribellioni in Tunisia. La canzone del rapper El Général, che per queste parole è stato arrestato a Sfax giovedì scorso. Condividetela in rete! Massima solidarietà ai ragazzi della riva sud. Soprattutto in queste ore di fuoco. La polizia tunisina infatti ha iniziato a sparare sulle manifestazioni. Solo ieri almeno 20 morti tra Kasserine e Thala. Mentre ormai anche l'Algeria è messa a ferro e fuoco (3 morti, 800 feriti e 1.000 arresti in tre giorni) da una generazione che non ha più niente da perdere. La corruzione dei governi ha azzerato i loro sogni nel futuro. E la morsa del regime ha azzerato ogni forma di dissenso che non sia la rivolta. Ed è la stessa generazione che fino a pochi mesi fa sfidava la morte in mare per raggiungere i suoi sogni sulla riva nord del Mediterraneo. Ecco le parole della canzone. Potete esprimere solidarietà a Général sulla sua pagina facebook.

07 January 2011

Tounes BledNa

Lui è una promessa del rap tunisino. Hamada Ben Amor, 22 anni, di Sfax, in arte El Général. Sulla sua pagina facebook ha più di 15.000 fan. Ma la sua fama è destinata a crescere grazie all'ennesimo autogol del regime tunisino, che ieri lo ha arrestato, con un vero e proprio blitz che ha coinvolto una squadra di 40 poliziotti. Niente di nuovo in un paese governato dal 1987 da un uomo, Ben Ali, che non ammette critiche. E di accuse contro lui e il suo regime sono pieni i pezzi di El Général. La prima canzone si chiama Tounes Bladna, che vuol dire "la tunisia è il nostro paese". Ed è un duro atto d'accusa contro il regime e la corruzione, uscito all'indomani delle rivolte di Sidi Bouzid (video), dove il 17 dicembre un diplomato disoccupato si è suicidato dandosi fuoco davanti alla prefettura dopo che la polizia gli aveva sequestrato la merce di una bancarella abusiva con cui si manteneva. Da allora il l'intero paese è in rivolta, e di città in città si susseguono manifestazioni, scioperi e scontri di piazza con la polizia, che finora hanno causato tre morti. Raccontare quelle proteste significa gettare le basi per un ponte di solidarietà tra le due rive. Il che equivale ad abbattere i muri della fortezza Europa. E in questo senso occhio anche a quello che sta succedendo ad Algeri, dove pure i ragazzi scesi in strada contro il caro vita e la corruzione.