23 January 2012

Mare chiuso. Un nuovo film contro i respingimenti


Dopo Come un uomo sulla terra, il nuovo film di Andrea Segre, questa volta in coppia con Stefano Liberti. Il tema e' lo stesso. I respingimenti in alto mare verso la Libia effettuati nel 2009 dal governo italiano. Due anni dopo, la guerra in Libia ha sospeso le operazioni della Marina militare italiana e allo stesso tempo ha spinto decine di migliaia di lavoratori africani a lasciare la Libia cercando rifugio nei paesi vicini. Andrea e Stefano hanno cominciato da li'. Dai campi profughi allestiti dall'Unhcr in Tunisia. E sono andati a cercare i respinti. Per raccontare come la politica italiana abbia segnato la loro vita. Tra carcere, violenze, fughe, ma anche tenacia e speranza. Quella di chi ce l'ha fatta nonostante tutto. E quella di tutti noi che attendiamo con ansia la pronuncia della Corte europea dei diritti umani proprio sui respingimenti del 2009. La sentenza e' attesa per meta' marzo. Il film uscira' subito dopo. La prima e' annunciata per il 20 marzo. Questo e' il trailer. Iniziamo a farlo girare. Per prenotare una proiezione, scrivete a distribuzione@zalab.org

22 January 2012

Monti: prematuro dire no ai respingimenti

Mancano ormai poche settimane alla sentenza della Corte Europea dei diritti umani (Cedu) chiamata a giudicare l'Italia per il respingimento in Libia di 24 rifugiati politici eritrei e somali nel maggio 2009. Da due anni in molti si chiedono se una condanna della Cedu sara' sufficiente a far cambiare le politiche italiane ed europee nel Mediterraneo. Una prima risposta c'e' gia' ed e' delle peggiori. Me l'ha data il primo ministro italiano Mario Monti ieri mattina a Tripoli, durante la conferenza stampa con il capo del governo libico Al Kibb. "Mi sembra prematuro ipotizzare qualsiasi tipo di cambiamento delle politiche italiane di contrasto all'immigrazione clandestina, tuttavia il rispetto dei diritti umani rimane una priorita' del governo italiano". Un elegante giro di parole per dire che il nuovo corso delle politiche italiane in frontiera seguira' il solco scavato dai Maroni e dai Berlusconi, e prima di loro dai Prodi e dagli Amato. Finita la guerra in Libia, l'Italia continuera' a respingere in Libia le persone fermate in acque internazionali. E Finmeccanica riprendera' quanto prima la costruzione del sistema elettronico di sorveglianza delle frontiere sud della Libia. Per adesso le traversate del Canale di Sicilia sono ferme da agosto, da quando con la liberazione di Tripoli hanno smesso di operare le milizie di Gheddafi che si occupavano degli imbarchi. Tuttavia la settimana scorsa un gruppo di circa 200 somali ha preso il largo da un tratto di costa tra Khums e Misrata, compresi 55 dispersi in mare in un naufragio. E' il segno che le partenze per l'Italia potrebbero ricominciare. E con esse i respingimenti verso la Libia. Il che desta la massima preoccupazione anche nella Libia del post dittatura.

20 January 2012

Marocco: 4 ragazzi annegati tra Nador e Melilla

Si continua a morire lungo la frontiera con l'Europa, tra Marocco e Spagna. Stavolta però la dinamica è nuova. Niente barche e niente naufragi. Ma un inseguimento delle forze dell'ordine marocchine. Succede a Nador, alle porte dell'enclave spagnola di Melilla, a sud dello stretto di Gibilterra. Lo scorso 9 gennaio qui sono stati ritrovati i corpi senza vita di tre giovani africani annegati nella località di Atalayoune, sulle rive della laguna di Marchica. Nella stessa località è stato poi rinvenuto un quarto cadavere, che un testimone oculare ha riconosciuto. Lo stesso testimone ha raccontato di aver visto quel ragazzo inseguito dalle forze ausiliarie marocchine di guardia alla frontiera. Forze ausiliarie che - sempre secondo il testimone oculare - non sarebbero intervenute una volta che l'uomo è caduto in mare. La notizia è stata diffusa da due associazioni marocchine. Di seguito trovate il loro comunicato stampa in francese.

17 January 2012

Libia: 55 dispersi sulla rotta per Lampedusa

Nuovo lutto nel Mediterraneo. La capitaneria di porto di Misrata, in Libia, ha recuperato questa mattina un gommone alla deriva al largo di Khums. A bordo e' stato ritrovato il corpo senza vita di un giovane uomo. Nessuna traccia invece degli altri passeggeri, probabilmente trascinati via dalle correnti. Il ritrovamento segue di un giorno l'allarme lanciato in Italia dal giornalista dell'edizione in lingua somala della Bbc Radio, Aden Sabrie, che aveva ricevuto un sos dai familiari residenti in Italia di alcuni dei 55 passeggeri del gommone finito alla deriva, apparentemente tutti somali. L'imbarcazione faceva parte di un gruppo di quattro imbarcazioni salpate probabilmente dalla costa tra Zlitan e Khums, a est di Tripoli, probabilmente il 14 gennaio. Due delle imbarcazioni (rispettivamente con 25 e 90 passeggeri a bordo), sono state soccorse il 15 gennaio dalla guardia costiera maltese. Lo stesso giorno, una terza barca con 72 persone a brodo era stata soccorsa dalla guardia costiera italiana 40 miglia a sud di Lampedusa. La notizia del naufragio proviene da un dirigente del porto di Misrata, che ci ha mostrato anche le foto del gommone ritrovato.

09 January 2012

Fratelli Tunisini. Lo speciale di Presa Diretta


La rivoluzione in Tunisia, l'Europa che foraggiava il dittatore Ben Ali, anche con i fondi della cooperazione internazionale, e che oggi abbandona la giovane democrazia appena uscita dalle elezioni. Il sogno dei ragazzi partiti su una barca per l'Italia con l'idea di riscattarsi, e la disillusione dei tanti di loro che alla fine hanno deciso di tornare a casa. La disperazione dei genitori dei dispersi in mare, e la loro ricerca nei centri di identificazione e espulsione di mezza Italia. E infine le immagini dei pestaggi di Lampedusa del 20 settembre. Tutto questo nell'ultima puntata di Presa Diretta: Fratelli Tunisini. Ieri sera, 8 gennaio 2012, su Rai Tre l'hanno vista due milioni e mezzo di telespettatori, circa l'8,6% dello share. E da oggi è disponibile anche online. Il video integrale della puntata si può scaricare dall'archivio della Rai cliccando sull'immagine sopra. Passaparola.

08 January 2012

Libia: salvati 71 egiziani naufragati su rotta per Italia

Erano partiti una settimana fa dall'Egitto. Settantuno ragazzi. In Italia li aspettavano parenti e amici. La rotta è la stessa battuta da anni, quella che va dai porti di Rashid, Burgh Mghrizil e Alexandria verso le coste orientali della Sicilia e della Calabria. Stavolta però il motore li ha abbandonati a metà strada. A soccorrerli al largo delle coste di Benghazi, lo scorso 6 gennaio, sono stati i mezzi della guardia costiera libica, dopo aver ricevuto diversi sos via radio. Secondo quanto riportato dalla stampa egiziana, e in particolare dal quotidiano Al Masr Al Youm, il naufragio non avrebbe causato vittime sebbene il peschereccio abbia trascorso ben una settimana in mare. Tra tutti i 71 passeggeri, si conterebbe soltanto un ferito. Tale Fattouh Abdellatif, che avrebbe perso quattro dita della mano sinistra in una collisione. La notizia è stata riportata dal console egiziano a Benghazi, che però non ha aggiunto particolari sulla natura della collisione. Sempre secondo quanto riportato dal console, i 70 naufraghi sarebbero già rientrati dalle proprie famiglie in Egitto, dopo il rilascio di una lasciapassare da parte delle rispettive autorità consolari, con l'eccezione del ferito, il signor Fattouh, che è ancora ricoverato in ospedale a Benghazi, per ricevere le cure adeguate. 

06 January 2012

Speciale musica e harraga: Ya rayah


Chiudiamo la nostra rassegna su musica e harraga con un classico della musica algerina. Si tratta di un vecchio pezzo del cantante algerino Dahmane El Harrachi (1926-1980). Nel 1997 un altro cantante algerino, Rachid Taha (classe 1958), ne propose una reinterpretazione con un singolo divenuto un vero e proprio cult, ripreso poi da Cheb Khaled e remixato fino a metà degli anni duemila. La canzone si intitola Ya Rayah, Tu che parti. Ed è una sorta di invito a restare o quantomeno a ritornare. Sembrano parole dedicate a tutti quelli che non ce l'hanno fatta. Che oggi sono prigionieri della fortezza Europa. Senza documenti validi per lavorare o per viaggiare, magari detenuti nei Cie o nelle carceri per qualche piccolo reato. Perennemente combattuti tra la nostalgia del proprio paese e della propria famiglia, e l'impossibilità di rientrare senza una storia di successo e le tasche piene. Perché nelle zone rurali del Marocco e dell'Egitto come nei quartieri popolari di Tunisi e Annaba, l'imperativo sociale è fortissimo. Non si torna da falliti a meno di non voler scontare l'onta per non avercela fatta e per aver sprecato inutilmente la propria giovinezza lontano da casa e dai propri affetti. Dahmane El Harrachi lo vedeva già negli anni Settanta con gli algerini in Francia: "Tu che parti, dove vai? Finirai per ritornare. Quanti ingenui se ne sono pentiti prima di te e di me!... E passano i giorni, e passa la giovinezza, la tua e la mia". Di seguito trovate tutto il testo della canzone tradotto in italiano.

05 January 2012

Speciale musica e harraga: Babour li jabni


Lui si chiama Bilal Mouffok, ma in Algeria tutti lo conoscono come Cheb Bilal. Classe 1966, la sua è una delle voci della musica raï algerina. Tutto è iniziato con il conservatorio a Oran e i primi concerti ai matrimoni. Fino a quando, nel 1989, Bilal sbarca a Marsiglia e inizia a lavorare senza documenti come lavapiatti un un piccolo bar della città. Ed è a Marsiglia che scopre la sua anima raï e che inizia a farsi un nome tra la comunità algerina della città. Fino a quando, nel 1997, pubblica il suo primo album: "Babour li jabni", che in italiano suona come "Maledetta la barca che mi ha portato". La canzone diventa immediatamente un successo in Algeria come in Francia, e lo consacra come nuovo interprete della musica raï. Canta la disillusione di chi il viaggio l'ha già fatto, la nostalgia per il paese, e la tristezza della lontananza. Sentimenti comuni a migliaia di harraga arrivati in Europa e rimasti prigionieri dei propri sogni. Perché paradossalmente nella fortezza è più facile entrare che uscire. E una volta rimasti senza documenti, i giovani harraga possono passare anni interminabili prima di poter rivedere la propria terra, la propria famiglia e i propri amici. E in mezzo ci sono tutte le occasioni perse. Che sia la gioia di un matrimonio o il lutto di un funerale. E i legami importanti che finiscono per allentarsi a volte irreversibilmente. Perché una volta rimasti bloccati nella fortezza si scopre anche quello. Che i soldi non erano tutto. E che anche i sogni più belli a volte diventano incubi. Di seguito trovate il testo tradotto in italiano. Buon ascolto e buona lettura.

04 January 2012

Speciale musica e harraga: Kamkam l'harqa


Lui è un volto nuovo del rap tunisino. Ha iniziato a suonare dopo la caduta del regime di Ben Ali nel gennaio scorso. Si chiama Karim Kamkam e Kamkam l'harqa è uno dei suoi primi pezzi. Forse non ha girato molto, ma è interessante per il suo testo. Perché ci accompagna verso quello che pensa la maggioranza dell'opinione pubblica sulla riva sud del Mediterraneo. Ovvero che bruciare la frontiera non valga più la pena. Nel suo pezzo Kamkam racconta di un ragazzo, della sua vita di privazioni materiali e di espedienti illegali per tirare a campare, e dei suoi sogni di una vita "troppo chic" in Europa. Cose tipo incontrare una Jennifer Lopez, avere dei figli con la cittadinanza europea e tornare con una Jaguar e la popolarità di un divo come se fosse Maradona. Ma l'Europa che incontra è diversa. Per la prima volta nella vita prova la fame, la sete e dorme al freddo sotto i ponti, fino a quando un bel giorno la polizia lo arresta senza che abbia nemmeno il tempo di capire cosa stia succedendo. Al commissariato, tra uno schiaffo e l'altro, un ufficiale gli chiede cosa è venuto a fare di qua dal mare. E lui risponde: "Un sogno mi ha portato". Ecco però che il sogno è diventato un incubo. E Kamkam non esita a dire ai suoi coetanei di non partire, che non vale la pena, e piuttosto di provare, di gustare la vita in Tunisia. Perché dall'Europa si rischia di tornare in una bara. Mentre nel frattempo se ne vanno gli anni migliori della gioventù. Pensano lo stesso ormai molti giovani. E infatti non è un caso che dalla Tunisia nel 2011, con le frontiere senza controllo e l'economia al collasso, siano partiti harraga per Lampedusa "solo" 30.000 ragazzi su 10 milioni di abitanti, e che una volta capito che non si passava più, le partenze siano cessate. Insomma la cultura harraga è molto minoritaria ormai. Appartiene soprattutto ai ragazzi dei quartieri popolari, che vedono nella frontiera il proprio riscatto. Ma il grosso della gente la pensa in un altro modo. Tutti ormai sanno che in Europa c'è crisi economica e che il razzismo ha raggiunto livelli insopportabili. E allo stesso tempo i cambiamenti politici che ci sono stati in tutta la riva sud con i moti popolari di quest'anno che hanno portato alla fine della dittatura in Tunisia, Libia ed Egitto e a importanti riforme in Algeria e Marocco, hanno infuso speranza e ottimismo nella prima generazione figlia del boom economico di questi paesi. Il che è soltanto un'altra ennesima ragione per aprire le frontiere anche a sud dell'Europa, come già è stato fatto cinque anni fa con l'Europa dell'est. Perché l'invasione non ci sarà. Esiste soltanto nelle nostre paure. E allora buon ascolto. E come al solito buona lettura, perché di seguito trovate il testo tradotto del pezzo.

03 January 2012

Speciale musica e harraga: Yammi


Balti, classe 1980, è uno dei musicisti più conosciuti in Tunisia. Nato e cresciuto nella qasbah di Tunisi, Balti si è affacciato sulla scena del hip hop tunisino nel 2003, con il suo primo disco. Ma gli album che l'hanno lanciato sono "Il nostro vero mondo" del 2006 e "L'album prima della bomba" del 2009. Durante la rivoluzione del gennaio scorso, quando El General, il giovane rapper di Sfax, venne arrestato dal regime di Ben Ali per i suoi testi contro la dittatura, molti accusarono Balti per il suo silenzio. Lui per recuperare credibilità ha da poco pubblicato il nuovo album: Baltiroshima, in cui ce n'è per tutti, sebbene a giochi fatti... Ad ogni modo, di quell'album fa parte anche questa splendida canzone. Si intitola Yammi, mamma. Ed è una lettera struggente a una madre. Scritta di getto da un ragazzo dei quartieri popolari di Tunisi, la notte prima della traversata in mare per Lampedusa. Sa che ha una buona probabilità di morire in mare, e sente il bisogno di dire alla madre quanto l'ha amata, e quanto in fondo questo viaggio sia anche per lei. Perché se non morirà, ritornerà da uomo, a testa alta, e la farà felice. Di seguito trovate il testo tradotto in italiano. Leggetelo e fatelo girare. Sarebbe bello che queste parole arrivassero a ogni madre italiana. Insieme alle fotografie della Spoon River Lampedusa. E insieme alle paure e alle preghiere di tutti i figli che "baciano la madre sulla fronte prima che l'acqua se li porti via".

02 January 2012

Fuga di capodanno al Cie di Torino

Altra festa, altra fuga. Quattro reclusi del centro di identificazione e espulsione (Cie) di Torino sono riusciti a fuggire in seguito a una rivolta a cui hanno partecipato una ventina di reclusi dell'area blu la notte di capodanno. Si tratta della seconda evasione riuscita di dicembre, dopo la grande fuga di Natale, quando 21 persone erano riuscite a tornare in libertà. A differenza di quanto accaduto a Natale però, questa volta le forze dell'ordine di guardia al Cie erano state allertate del rischio di fuga. Secondo quanto riferisce il sito Macerie infatti, il giorno prima era stato rintracciato un seghetto durante una perquisizione nelle gabbie. Segno evidente che qualcuno aveva un piano di fuga. E infatti poco prima di mezzanotte una squadra di agenti ha fatto ingresso nell'area circostante le gabbie per dissuadere i reclusi da ogni piano di fuga. Ma una ventina di reclusi dell'area blu ha deciso di provarci lo stesso. E una volta sfondato il cancello dell'area si sono scontrati con gli agenti, sfidando lacrimogeni e manganellate per guadagnarsi un passaggio verso il cancello della vecchia entrata su corso Brunelleschi, da dove è facile scavalcare. Alla fine in cinque sono riusciti a saltare di là dal muro. Uno di loro però, un cittadino senegalese, è stato rintracciato e riportato in gabbia dopo una colluttazione con un'agente di polizia per la quale sarà presto processato. Gli altri quattro invece sono riusciti a dileguarsi. Ricordiamo che erano detenuti per scadenza del permesso di soggiorno. E che la legge italiana prevede in questi casi 18 mesi di reclusione nei Cie, salvo previa espulsione. Come dire che, se è vero che come dice la Costituzione la libertà individuale è un diritto inviolabile, il ritorno in libertà dei quattro ci pare una buona notizia.

Speciale musica e harraga: Sardinia Harraga


Lui si chiama Azzedine Nebili, Azzou in arte. E insieme a Ismail e Dj Bdri froma il gruppo rap Hood Killer attivo sulla scena algerina ormai dal 1998. Harraga è uno dei suoi ultimi pezzi ed è dedicato ai ragazzi dei quartieri popolari di Annaba partiti negli ultimi cinque anni sulla rotta per la Sardegna. Questa canzone è un viaggio, "un viaggio per la Sardegna". Lo dice Azzou nel suo testo: "Vieni che ti racconto come per poco non ci rimanevamo". Dentro c'è tutto. La pena di una vita senza prospettive e la scelta, quasi inevitabile, di bruciare la frontiera. "Il mio destino è la barca, ma parto a malincuore, perdonami mamma, perdonami papà, paese mio ti amo ma dio ha deciso per me". Il resto è una specie di reportage. L'organizzazione della traversata con gli amici, l'acquisto della barca e del gps, la paura di morire in mare, le preghiere e finalmente il salvataggio al largo della Sardegna. Dell'Italia c'è soltanto il centro di detenzione di Elmas, a Cagliari e un'espulsione che arriva dopo dieci giorni "che diresti dieci anni" per tutte le umiliazioni subite. Lavati come pale, legati come pecore, e trattati come appestati: "Viene da noi un italiano che ci parla a gesti, ci si rivolge da lontano neanche avesse paura della peste". Anche per Azzou, come per Lotfi, il pezzo si chiude con un pensiero alle centinaia di ragazzi di Annaba dispersi in mare. "Noi grazie a dio ci siamo salvati, guarda chi è morto, la loro vita è finita senza un senso, una madre aspetta il figlio e un pesce lo ha mangiato". Buon ascolto. E buona lettura, perché di seguito trovate l'intero testo tradotto dal darija algerino all'italiano.

30 December 2011

Non è ora di dormire.


Almeno ventimila persone arrivate in Italia dalla Libia in guerra rischiano di ritrovarsi nella clandestinità a breve. L'Italia sta investendo 48 euro al giorno per ognuno di loro, nell'attesa che le commissioni per il riconoscimento dell'asilo politico decidano delle loro sorti. Ma già si sa che buona parte di loro non avranno mai un permesso di soggiorno. Perché non sono rifugiati politici, ma semplici lavoratori che vivevano stabilmente da anni in Libia e che hanno la sola colpa di essere fuggiti dalla guerra scoppiata nel marzo scorso. Oggi chiedono di avere una carta di soggiorno. Che permetta loro di confrontarsi con la situazione italiana ed europea, cercarsi un lavoro, una casa, e essere liberi di decidere se restare o se andare a cercare fortuna altrove. Questo è un video appello girato dall'associazione Apertamente di Biella. Sul sito di Melting Pot è possibile firmare una petizione. Lo hanno già fatto più di 4mila persone. E voi?

Intanto sempre da Melting Pot arriva l'invito a registrare video appelli come quello di Biella, in tutta Italia, con amici e conoscenti arrivati dalla Libia nel 2011 e adesso a rischio di perdere i documenti. Basta caricarli su youtube con il tag Diritto di scelta. Su Melting Pot trovate tutte le istruzioni!

Leggi anche: I profughi della Libia e la truffa dell'accoglienza

Speciale musica e harraga: Ah ya lebhar


Lotfi o si ama o si odia. Perché i suoi sono testi senza mezze misure. La sua fama di cantante ribelle se l'è guadagnata fin dagli esordi. Era il 1997 e la polizia interruppe un suo concerto in un teatro di Annaba, per censurare i contenuti delle sue canzoni. Finì con una mezza sommossa e con Kamikaz, il primo album registrato all'età di 26 anni con l'amico Waheb, con cui forma il duo Double Kanon. Da allora ogni anno è un successo. Album come Kamikaz, Kondamné, Kanibal, Lakamora, Kauchmar lo hanno consacrato come il re del rap algerino. E dall'album Kauchmar (2008) è tratto questo pezzo. Si intitola "Ah ya lebhar", che vuol dire "Oh mare" ed è una specie di inno a bruciare la frontiera. Perché non c'è differenza tra il morire in una baracca e il morire in mezzo al mare. Perché l'unica vera benedizione è farla finita con la miseria. Partono tutti: avvocati, minorenni, disoccupati, imbianchini, uomini, donne. E al mare chiedono solo una cosa: "Fammi solo attraversare che qua mi prende l'ansia! Fammi solo passare, che qua sono senza gioia!". Di seguito trovate il testo del pezzo tradotto in italiano. Leggetelo con attenzione, perché questa è una delle canzoni del rap harraga più importanti. Sia perché Lotfi è davvero molto popolare, sia perché è originario di Annaba. E questa canzone è un po' dedicata ai ragazzi dei quartieri popolari di Annaba, dove anche lui è cresciuto. Annaba infatti, che fu la città di Sant'Agostino tanti secoli fa, da ormai cinque anni è la capitale del harqa in Algeria. Dai suoi quartieri popolari affacciati sul mare, si sono imbarcati per la Sardegna migliaia di ragazzi, e centinaia di loro sono morti lungo la rotta per l'Italia. Tant'è che la canzone si chiude proprio in loro memoria. E allora buon ascolto. E buona lettura.

29 December 2011

Speciale musica e harraga: Mzeyra

Mzeyra, di Bramfori, anno 2007, video ufficiale

Dopo Algeria e Tunisia, il nostro tour nel rap harraga ci porta in Marocco. Il pezzo si chiama Mzeyra ed è interpretato da Bramfori, voce emergente del panorama rap underground tangerino. Tangeri è da sempre città di frontiera per la sua posizione geografica all'incrocio tra due mari e due continenti. L'Europa da qui si vede a occhio nudo. Basta salire a prendersi un tè al caffè Hafa, sopra la Qasbah, per osservare le luci di Tarifa al di là del Mediterraneo. Con l'aliscafo, lo stretto di Gibilterra si attraversa in trenta minuti. Ma la maggior parte degli abitanti della città non ha diritto a viaggiare. Perché senza un conto in banca con abbastanza soldi, è impossibile avere un visto. E allora per i ragazzini dei quartieri popolari non resta altro che nascondersi sotto i camion che ogni giorno si imbarcano sui cargo per la Spagna, per Genova, e per il resto d'Europa. Come a Patrasso e a Calais. Sì perché Tangeri è la capitale mediterranea della circolazione delle merci. Qui è stato da poco aperto il Tanger Med, che sarà il porto merci più importante del nostro mare. E qui stanno investendo molto i sauditi per il turismo a cinque stelle. Eppure, paradosso della modernità, per i ragazzi delle classi popolari, viaggiare continua a essere vietato. A meno che quel diritto non se lo riconquistino con i propri corpi, correndo al porto e cercando di nascondersi insieme alle merci, quasi fosse una bravata ai tempi della globalizzazione. "Tutti vogliamo salvarci" dicono, e "chiediamo scusa ai nostri padri" se "nel nostro paese non troviamo pace". Non resta che "attraversare" lo stretto di Gibilterra, perché "di là ricomincerò la vita". Buon ascolto. E buona lettura, perché di seguito trovate la traduzione in italiano del testo.

28 December 2011

Speciale musica e harraga: Chenoui Kheloui

Chenoui Kheloui, Reda Taliani, video non ufficiale

Lui si chiama Reda Tamni. Ma tutti lo conoscono come Reda Taliani. Reda l'italiano. Il soprannome glielo hanno affibbiato quando era soltanto un bambino di otto anni, per il modo in cui si vestiva. Da allora di strada ne ha fatta. E oggi, ormai trentunenne, il bambino griffato di Koléa è uno dei protagonisti della scena musicale algerina, grazie a un sound che mischia raï, chaabi e stili tradizionali del Maghreb, e grazi a testi che cantano le aspirazioni della gioventù algerina. Chenoui Kheloui è una di queste. Originariamente si tratta di una canzone della tifoseria del Mouloudia, una delle squadre di calcio di Algeri. Il testo è leggero e a volte il senso si perde a favore delle rime e dei giochi di parole. Il ritornello però è diventato un vero e proprio cult. C'è "un cinese", che ad Algeri è come chiamano quelli della curva del Mouloudia da quando nel 1999 la squadra vinse il campionato e dai quartieri popolari scesero a festeggiare in piazza tanti ragazzi quanti, appunto, gli abitanti della Cina. Il cinese però questa volta gira solitario, kheloui, che qui indica anche uno cresciuto in mezzo alla strada. E così il cinese solitario finisce al porto a guardare le barche. Le barche dei harraga. Ne passa in rassegna i nomi. E inizia a sognare di viaggiare per il mondo, visitando prima Roma, poi la Malesia per decidere infine di stabilirsi in Italia. L'mp3 si scarica tranquillamente da internet. Alcuni miei amici harraga ce l'hanno addirittura salvato sul cellulare insieme agli altri pezzi storici che fanno la colonna sonora di una vera e propria cultura popolare del harqa. Di seguito trovate la traduzione completa del testo. Presto anche in altre lingue. Intanto buon ascolto.

27 December 2011

Speciale musica e harraga: Mchaou


Musica e harraga. Ancora una canzone. Questa volta tunisina. Il pezzo è del 2010 ed è interpretato da Balti e Samir Loussif. Balti, 29 anni, è uno dei rapper più forti sulla piazza di Tunisi. Mentre Samir Loussif viene dal genere del varietà e della canzone popolare, in particolare dal mezoued. Dalla loro collaborazione è nata "Mchaou", che in italiano significa: "Se ne sono andati". Se ne sono andati i ragazzi. I ragazzi di Tunisi. Ma non i figli della borghesia e della classe media. Bensì i giovani "cresciuti nei quartieri popolari". Quelli che nei quartieri hanno studiato, si sono ubriacati, e si sono presto "saziati" della disoccupazione e della povertà. Fino a quando "hanno visto tornare dall'Italia gli amici" di una vita. E hanno deciso di "giocarsi tutto" anche loro per la "harqa". Perché bruciare la frontiera è la sola "soluzione" per "riempirsi le tasche" e "fare felici le proprie madri". Le stesse madri che adesso li "aspettano davanti alla porta di casa". Le stesse madri che "hanno paura" dopo aver visto al tg le immagini dei ragazzi morti in mare. "Troppo giovani per morire". E allora eccolo l'"inganno" dell'Europa. Che "ti arricchisce ma non può comprare una vita". E così il mito dell'avventura e del riscatto lascia il posto alle lacrime. Le lacrime delle madri che "piangono pensando che il figlio sia tornato" e dei padri che "cercano i figli negli ospedali e nelle carceri". Perché "il mare ti porta dove vuoi, ma l'onda è menzognera. O ti porta dove vuoi oppure nella tomba". Un testo così, non poteva essere più attuale. Perché l'anno più tragico per la gioventù tunisina è stato questo 2011, in cui centinaia di ragazzi hanno perso la vita tentando di attraversare il Canale di Sicilia per raggiungere l'Europa.

E allora, nel nome della loro memoria, buon ascolto. E buona lettura, perché di seguito trovate la traduzione in italiano del testo arabo. Facciamo circolare queste note e queste parole, perché forse ci possono aiutare più di mille statistiche a capire le aspirazioni della gioventù del nostro amato Mediterraneo.

26 December 2011

Grande evasione di Natale dal Cie di Torino

Hurriyah, libertà, una scritta sulle mura esterne del Cie di Torino

A Natale è festa per tutti. Per i fabbri, che avrebbero dovuto riparare le serrature della gabbie danneggiate la sera prima, il 24 dicembre, ma che erano in ferie. Per i poliziotti e i militari in turno, che avranno pure il diritto di aprire un panettone e stapparsi uno spumante. E soprattutto per i reclusi del centro di identificazione e espulsione (Cie) di Torino, che la sera del 25 dicembre anziché aspettare i regali hanno direttamente sfondato i cancelli delle gabbie per poi lanciarsi in massa contro il muro di cinta dal lato di corso Brunelleschi. Alla rivolta hanno partecipato tutte le sezioni maschili, pare addirittura che qualcuno abbia pure provato ad aprire la gabbia delle donne ma senza successo. In netta inferiorità numerica, i militari hanno temporeggiato fino a quando non sono arrivati i rinforzi, con tanto di idranti e lacrimogeni sparati ad altezza d'uomo. Ormai però ben 35 ragazzi erano riusciti a saltare di là dal muro. Uno di loro cadendo si è fratturato le gambe ed è stato ripreso dalla polizia che nel frattempo ha battuto il quartiere strada per strada per rintracciare i fuggitivi, riuscendo a riprenderne 14. Alla fine però il bilancio rimane più che positivo. Sono infatti 21 i detenuti tornati in libertà. Si tratta della seconda fuga più importante della storia del Cie di Torino, dopo quella che lo scorso 21 settembre portò alla fuga di 22 reclusi, dieci giorni dopo la famosa fuga dei seghetti che il 10 settembre aveva riportato in libertà altri 12 reclusi. In tutto fanno 55 evasi in tre mesi.  E ormai sembra che il successo delle precedenti evasioni abbia fatto scuola. L'unione fa la forza. E sempre più spesso, rispetto agli anni passati, i detenuti di più sezioni tentano congiuntamente di sfondare i cancelli e assalire il muro di cinta contando sulla superiorità numerica. La rivolta fisica sembra essere rimasta l'unico mezzo a loro disposizione, in un paese in cui lo stato di diritto prevede che sia legale detenere per 18 mesi una persona colpevole di avere un documento scaduto o un passaporto senza visto.

Lampedusa rap, speciale musica e harraga. Partir loin


Una settimana di musica, su Fortress Europe, per capire meglio cosa succede in frontiera. Sì perché ormai sono molti i rapper della riva sud del Mediterraneo che cantano l'avventura della traversata. E nelle loro parole, possiamo trovare chiavi di lettura molto interessanti. Vista dai quartieri popolari di Tunisi, dai sobborghi di Annaba o dalle campagne di Khouribga, la frontiera non è soltanto un confine geografico, ma molto di più. È la sfida, la prova di coraggio per raggiungere un altrove dove realizzare i sogni di una vita. Al punto che dal Marocco alla Tunisia, viaggiare senza documenti si dice harraga, ovvero bruciare.