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14 December 2011

Ancora autolesionismo al Cie di Milo. Fuga al Vulpitta

Cie di Milo, Trapani
Ali si è tagliato le vene, Ahmed ha ingoiato tre bottiglie di shampoo, e Redha si è fatto la corda. I nomi sono di fantasia, per rispettare la loro richiesta di anonimato. Le storie invece sono dannatamente vere. E dannatamente banali. Cronache di ordinaria amministrazione nei gironi infernali del centro di identificazione e espulsione (Cie) di Milo, a Trapani. Dove ieri pomeriggio nel settore "B" è andata in scena l'ennesima serie di gesti autolesionistici e tentati suicidi. Protagonisti tre tunisini, due dei quali residenti in Italia da molti anni. Tutto è cominciato dopo pranzo, quando Ali si è ingoiato una vite di ferro e un pezzo di vetro, e poi si è messo a tagliarsi le vene. Come se mutilarsi fosse rimasto l'unico e ultimo modo per comunicare il proprio dissenso e il proprio desiderio di libertà. Poche ore dopo, nello stesso settore un altro tunisino ha strappato un lenzuolo e si è fatto la corda per impiccarsi. L'hanno fermato appena in tempo i compagni, prima che infilasse la testa nel nodo e saltasse nel vuoto. Fa parte dei pochi, pare siano tre o quattro in tutto a Milo, ai quali è stata prorogata la detenzione oltre i sei mesi, come effetto della nuova legge. Il terzo ad aver scelto la via dell'autolesionismo è un altro tunisino, finito in infermeria con il contenuto di tre bottigliette di shampoo nello stomaco. Nessuno dei tre però ha impietosito il personale. E nel giro di poco sono tornati tutti in cella senza passare dal pronto soccorso. Vero è che il Cie di Milo è stato inaugurato soltanto la scorsa estate, ma operatori sociali e agenti delle forze dell'ordine sembrano avere già fatto l'abitudine al sangue. Il che la dice lunga sulla frequenza dei gesti di autolesionismo nel nuovo Cie trapanese di massima sicurezza, gestito dalla stessa cooperativa Insieme - del consorzio Connecting People - che ha in mano gli altri due Cie della città di Trapani: il Serraino Vulpitta e quello di Chinisia (chiuso dalla scorsa estate, dopo l'apertura di Milo). La conferma di quanto sia divenuta insostenibile la situazione a Milo ci arriva da altri due detenuti, con cui abbiamo avuto modo di parlare questa settimana, e dai quali abbiamo appreso della rivolta con fuga dal Serraino Vulpitta.

23 July 2011

LasciateCIEntrare, il programma del 25 luglio

L'appuntamento è per le 11,00 davanti ai Cie della vostra città, insieme a parlamentari e giornalisti, per dire no alla censura imposta per circolare ministeriale da Maroni. E per parlare delle condizioni dei detenuti con i 36 parlamentari che visiteranno le strutture. Perchè gli obiettivi sono due. LasciateCIEntrare, ma anche lasciateliuscire! Di seguito il programma delle visite con orario, adesioni e referenti. Per leggere l'appello e il motivo per cui Fortress Europe aderisce alla campagna, cliccate qui.

10 July 2011

LasciateCIEntrare. Il 25 luglio contro la censura

Da Gradisca a Lampedusa. Visite parlamentari a tappeto nei centri di identificazione e espulsione (Cie) di tutta Italia per dire no alla censura imposta dal ministro dell'Interno Roberto Maroni, che dal primo aprile vieta l'ingresso nei Cie alla stampa e alle associazioni. L'appuntamento è per lunedì 25 luglio alle 11,00. Davanti ai Cie di Roma, Modena, Gradisca, Torino, Milano, Bari e Trapani. Lo stesso giorno altre delegazioni visiteranno il centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) di Mineo (Ct) e i centri di prima accoglienza di Lampedusa, Porto Empedocle (Ag) e Cagliari, dove pure dal primo aprile la stampa non può più entrare. La visita al Cie di Bologna invece è anticipata a venerdì 22 luglio. L'iniziativa è stata promossa da sindacato e ordine dei giornalisti insieme a un gruppo di parlamentari, dopo il primo appello pubblicato due mesi fa proprio su Fortress Europe. Consultate il programma delle visite con orari e referenti.

01 July 2011

Cie: le immagini che nessuno deve vedere


Altro che tutelare la privacy dei reclusi o la sicurezza dei cittadini. Altro che evitare di intralciare la gestione dei centri. Ecco perché la stampa non deve entrare nei centri di identificazione e espulsione. Per non mostrare agli italiani queste immagini. E per non raccontare loro queste storie. Quelle che vedete sono foto che ho scattato durante le mie visite ai centri di identificazione e espulsione di Torino, Crotone, Roma, Modena, Trapani, Gradisca e Caltanissetta nel corso del 2009. Quando ancora la stampa poteva entrare. Le storie le trovate nella pagina del sito dedicata ai cie. Vogliamo continuare a poter monitorare la situazione. Vogliamo che ogni giorno gli italiani vedano quelle immagini di uomini in gabbia senza un motivo, come se fossero animali. Vogliamo che gli italiani sappiano davvero quali sono le conseguenze di certe scelte politiche sulle vite degli altri. Lasciateci entrare nei Cie! Lo ripetiamo da un mese sulla rete con il nostro appello, sostenuti per la prima volta anche dall'ordine e dal sindacato dei giornalisti, da quando Maroni ha vietato alla stampa l'ingresso nei centri di espulsione con la ormai famosa circolare 1305 del primo aprile.

26 May 2011

Chinisia: inaugurazione con fuga per il nuovo Cie


Da lontano sembrano mattoncini Lego. Bianchi, gialli, verdi, blu, rossi. Incastrati uno sull'altro in mezzo all'aperta campagna, tra pascoli e vigneti. Da vicino però si capisce che non sono giocattoli. Ma soltanto l'ultima frontiera del delirio della detenzione dei rei viaggiatori. Le mura dell'ultimo centro di identificazione e espulsione (Cie), che sorge sulla pista del vecchio aeroporto militare di Chinisia, a Trapani, sono fatte con i container. Una recinzione su due livelli. Quando ho scattato questa foto, due settimane fa, c'erano ancora gli operai al lavoro. Quello che c'è dentro per ora non si sa. Se tende o altri container. E alla stampa è vietato entrare a dare un occhio. L'unica cosa sicura è che operativo dallo scorso 20 maggio, quando sono arrivati i primi reclusi che se la sono poi data a gambe levate alla prima occasione.

11 May 2011

Le mani


Visto da fuori, il centro di identificazione e espulsione di Trapani ha la forma di una mano. Ma non di una sola. Sono almeno una decina. Sono le mani dei suoi detenuti, una sessantina di tunisini recentemente sbarcati a Lampedusa e destinati al rimpatrio. Le loro mani spuntano tra i ferri della gabbia sul ballatoio del secondo piano. E interrogano la fantasia dei passanti, in pieno centro abitato. Alcune si aggrappano alle sbarre. Altre agitano in aria le due dita aperte a v in segno di vittoria. Mentre nel cortile rimbombano le grida della loro ennesima improvvisata protesta. “Libertà! Libertà!”. Gridano a pieni polmoni. Probabilmente è una delle prime parole che hanno imparato in italiano. E il coro di protesta si propaga lungo la strada di fronte che, ironia della sorte, si chiama proprio via Tunisi. Poco distante, affacciato al finestrino di un'auto parcheggiata, un bambino guarda incuriosito masticando una gomma. I genitori probabilmente sono scesi a fare compere. I negozi sono aperti. E nessuno in città sembra più fare caso a quelle grida.

07 May 2011

Il ferro

Il ferro. Nelle parole di V., il Vulpitta non si chiama Cie e non si chiama neanche centro di identificazione e espulsione. Si chiama ferro. Perché il ferro è l'elemento più ricorrente durante le interminabili giornate sempre uguali a se stesse degli ultimi suoi cinque mesi di vita, trascorsi rinchiuso qua dentro. “Mi alzo e trovo il ferro, esco dalla camera e trovo il ferro, vado alla mensa e trovo il ferro, dormo e trovo il ferro. Tutti i giorni la stessa cosa. Non riesco più a pensare a niente”. E l'ora d'aria, ovvero i 40 minuti concessi ogni giorno ai detenuti per sgranchirsi le gambe nel cortile della struttura, non servono a granché. “Sì giochiamo un po' a pallone, ma sei sempre circondato dai militari e dalla polizia. Dappertutto, è una cosa schifosa. Anche se vai in infermeria, sempre accompagnato dai militari e dalla polizia. Non siamo delinquenti, non siamo mafiosi, cosa abbiamo sbagliato?”.

06 May 2011

Cie Trapani: l'incendio, il pestaggio e la conferma

Fonti indipendenti interne al centro di identificazione e espulsione di Trapani, il Serraino Vulpitta, ci confermano quanto accaduto la sera di mercoledì 4 maggio, quando un gruppo di tunisini reclusi al terzo piano del Vulpitta ha bruciato materassini, coperte e vestiti al grido di "Libertà!". L'incendio è stato spento dai vigili del fuoco. Dopodiché hanno fatto ingresso nella sezione polizia, militari e carabinieri. Hanno messo in fila i detenuti e ne hanno manganellati alcuni. Nel centro, secondo le nostre informazioni, ci sono almeno otto feriti, con ematomi sulle gambe e sui piedi dovuti alle manganellate. Nessuno è stato portato al pronto soccorso, tutti medicati in infermeria. Per il momento non ci sono nemmeno stati arresti. Evidentemente mancano le prove per identificare i responsabili dell'incendio.

Cie Trapani: rogo al Vulpitta

Rogo e rivolta al Vulpitta. Il centro di identificazione e espulsione di Trapani è stato messo a fuoco da un gruppo di detenuti la sera di mercoledì scorso, 4 maggio. La notizia è confermata dalle agenzie stampa. Secondo i ragazzi di Trapani circa 40 detenuti avrebbero appiccato il fuoco bruciando i loro materassi nel corridoio esterno, il ballatoio ingabbiato che si vede anche nella foto, su cui si affacciano le celle, al terzo piano della vecchia casa di riposo, in pieno centro a Trapani. L'incendio si sarebbe propagato velocemente annerendo addirittura le grate di ferro esterne. Testimoni riferiscono che sono state transennate tutte le strade intorno al Cie mentre i vigili del fuoco intervenivano. Fortunatamente non risultano ustionati né feriti. Ci sarebbero invece diversi contusi, perché alcuni agenti di polizia avrebbero usato la forza per sedare gli animi. Si parla di ragazzi contusi in maniera più grave, che avrebbero chiesto il ricovero al pronto soccorso e che sarebbero stati invece soltanto medicati in infermeria. Al momento non risultano arresti. Appena saremo in grado, vi daremo ulteriori dettagli. Ricordiamo che non è il primo rogo al Vulpitta. E ricordiamo che per un incendio qui nel 1999 ci furono sei morti tra i detenuti. E furono le prime vittime della legge Turco Napolitano.

02 March 2011

Tunisini in rivolta nei centri di espulsione. Le foto esclusive del cie di Gradisca


Dopo due giorni di rivolte, giovedì e venerdì scorsi, il centro di identificazione e espulsione di Gradisca è letteralmente fuori uso. Resta una sola cella a disposizione per 100 reclusi, e molti sono costretti a mangiare e a dormire per terra e all’addiaccio, ammassati nei corridoi e nei locali della mensa, dove sono tenuti rinchiusi tutti il giorno, e con un unico bagno a disposizione. Oggi in esclusiva siamo in grado di mostrarvi le immagini di questo degrado. Sono fotografie scattate con un telefonino da qualcuno che si trovava nel posto giusto al momento giusto e che ha pensato bene di spedircele. Una prima fuga di notizie che conferma quanto grave sia la situazione. Le rivolte hanno devastato la struttura, ma gli altri centri di espulsione sono pieni e quindi ogni trasferimento è impossibile. La scelta più logica sarebbe di rilasciare i detenuti di Gradisca. E infatti domenica dovevano iniziare le partenze, ma poi deve essere arrivato un contrordine dai vertici perché hanno bloccato tutto all’ultimo minuto e alla fine ne sono usciti solo sei su 13 a cui era stato detto di prepararsi. E che non si respiri una buona aria tra forze di polizia e ministero lo dice il fatto che per il 3 marzo il sindacato Ugl polizia ha indetto un sit in sotto la questura di Gorizia proprio per discutere del cie di Gradisca. Ma in Friuli i problemi al centro espulsioni non sono cosa nuova. Ormai è almeno da un anno e mezzo che le cose vanno molto male. Per chi se l'è perso, riguardatevi il video del pestaggio della polizia contro i detenuti in rivolta. La data è del 21 settembre 2009. Ma ricordare fa bene. Soprattutto quando sono fatti così gravi. anche perché, come purtroppo possiamo immaginare, nessuno ha pagato per quelle violenze. Stavolta però le proteste dei tunisini sono uscite da Gradisca, e ormai le prime avvisaglie di rivolte sono scoppiate in tutta Italia, fino in Sicilia.

24 February 2011

Bologna, Trapani, Bari e Gradisca. Le rivolte annunciate dei Cie

Lo avevamo annunciato dieci giorni fa. La situazione nei centri di espulsione è esplosiva. E infatti puntuali stanno arrivando le rivolte. Dei tanti ragazzi tunisini arrivati di recente a Lampedusa e rinchiusi in gabbia per sei mesi come benvenuto in Italia. Le notizie trapelano dalla cronaca locale. Per ora non abbiamo ulteriori dettagli. Un incendio è stato appiccato durante una rivolta stamattina al centro espulsioni di Gradisca, rendendo inagibili tre celle, e danneggiandone altre 4. Nessun ferito per fortuna, ma in compenso 4 trattenuti sono stati denunciati e portati in carcere. Nello stesso tempo altre due rivolte hanno interessato i centri di espulsione di Bari e di Trapani. In Sicilia i detenuti hanno sfasciato i mobili della struttura, mentre a Bari c'è stato un tentativo di fuga finito con uno scontro tra la polizia e due dei trattenuti. Infine in Emilia, a Bologna, uno dei trattenuti tunisini del centro di espulsione si è cucito le labbra in forma di protesta. In tutto questo, come sempre accade, nessuno ci racconta le storie di queste persone. Chi sono? Perché sono stati rinchiusi? Perché sono venuti in Italia? Nei prossimi giorni cercheremo di capirne qualcosa di più. Intanto vi proponiamo una breve rassegna stampa dei fatti.

12 October 2009

Proteste nel Cie di Trapani

TRAPANI, 8 OTT 2009 - Momenti di tensione, oggi pomeriggio, nel centro di identificazione e espulsione «Serraino Vulpitta» di Trapani. I detenuti nella struttura della Sicilia Occidentale, hanno dato vita ad una manifestazione di protesta. Alcuni di loro si sono arrampicati sul tetto dell'immobile. Altri, invece, hanno scardinato le inferriate poste alle finestre. Scattato l'allarme sono intervenuti polizia e carabinieri. La situazione poi è rientrata nella normalità. (ANSA)

08 September 2008

Reportage da Trapani. Il cie Vulpitta e il nuovo Cara a Salina

Ballatoio cie VulpittaTRAPANI, 8 settembre 2008 - Sorge nel centro di Trapani il primo centro di identificazione e espulsione aperto in Italia. Venne inaugurato nel luglio del 1998, in una sezione dell'istituto geriatrico Rosa Serraino Vulpitta. La legge Turco-Napolitano, che istituiva i centri di permanenza temporanea (cpt), era stata appena approvata. Un anno dopo un incendio causò la morte di sei migranti detenuti. Dopo l'incidente, la capienza è passata da 180 a 57 posti. Nei primi sei mesi del 2008 ha ospitato 94 persone. La gestione, affidata alla cooperativa Insieme, vale un milione di euro, per una media di 80 rimpatri l'anno.


Al Vulpitta le prime vittime dei cpt, nell'incendio del 1999

TRAPANI – È la notte tra il 28 e il 29 dicembre del 1999. E dalle finestre del centro di identificazione e espulsione Serraino Vulpitta, a Trapani, inizia a uscire fumo. Nel centro sono detenute un centinaio di persone, su una capienza di poco più di 50 posti. Poche ore prima, l'ennesimo tentativo di fuga da parte di un gruppo di immigrati era stato bloccato dalle forze dell'ordine, che avevano poi rinchiuso oltre una decina di persone in una cella. Uno di loro ha appiccato il fuoco ai materassi. L'aria si fa irrespirabile, sbattono sulla porta. Ma da fuori nessuno apre. La porta è chiusa con una spranga di ferro e lucchetti. Prima dell'arrivo dei pompieri, tre ragazzi tunisini muoiono carbonizzati. Altri tre moriranno in ospedale a Palermo, dove erano stati ricoverati con gravi ustioni. Nel gennaio del 2000, sul caso viene presentato un esposto alla magistratura. L'allora prefetto di Trapani, Leonardo Cerenzìa, è accusato di omissione di atti d’ufficio, incendio colposo e concorso in omicidio colposo plurimo. Ma verrà assolto con formula piena il 15 aprile del 2004, confermata dalla Corte d'Appello di Palermo. Il centro non era a norma, non c'erano scale antincendio né estintori. Tuttavia nessuno è stato ritenuto responsabile della tragedia.

Vulpitta inefficiente e costoso: 1 milione per 80 rimpatri

TRAPANI – Dopo l'incendio del 1999, le celle del Centro di identificazione e espulsione Vulpitta di Trapani, sono state dotate di rilevatori termici e i locali sono stati messi in sicurezza, con estintori e scale antincendio. Una mano di vernice bianca ha cancellato la memoria dell'incendio dai muri e contribuito a normalizzare la situazione. Già perché ormai la detenzione amministrativa dei cittadini stranieri senza documenti, è un dato acquisito. Il loro trattenimento è considerato necessario. É previsto per legge per lo svolgimento delle pratiche di identificazione e di espulsione. Eppure molti dei trattenuti sono già identificati. B.H. ad esempio. È marocchino, è nato a Kenitra nel 1976. In Italia è arrivato nel 2000 con un visto turistico. Poi è rimasto per cercare lavoro e si è regolarizzato. Nel 2004 però ha perso il lavoro e poco dopo anche il permesso di soggiorno. Da allora vive a Messina, dove ha continuato a lavorare in nero come piastrellista. La questura di Messina conosce la sua identità, ha le sue impronte digitali. Eppure durante l'anno di carcere che si è fatto per non aver ottemperato a tre precedenti provvedimenti di espulsione, nessuno lo ha identificato. Da 31 giorni sta al Vulpitta, ma non ha ancora incontrato nessun funzionario della sua ambasciata.

Viaggio nei Cie: reportage dal Serraino Vulpitta di Trapani

TRAPANI – Sorge nel centro di Trapani il primo centro di identificazione e espulsione aperto in Italia. Venne inaugurato nel luglio del 1998. La legge Turco-Napolitano, che istituiva i centri di permanenza temporanea (cpt), era stata appena approvata, e il capo della polizia Fernando Masone, assieme al sottosegretario di Stato per l'interno Giannicola Sinisi inauguravano la struttura, ricavata in una sezione dell'istituto geriatrico Rosa Serraino Vulpitta, che un anno dopo sarebbe andata a fuoco provocando sei vittime. Il centro è disposto su tre piani in un'ala dell'ospizio. Al piano terra si trovano l'ufficio immigrazione della questura e gli uffici amministrativi dell'ente gestore, la cooperativa Insieme. Salendo le scale, al primo piano c'è l'infermeria h 24 e l'assistente sociale. I detenuti invece stanno al secondo piano. Dalle sbarre del cancello si intravedono le porte delle celle aperte sul ballatoio. Le balaustre sono circondate da reti metalliche. Sotto, le palme del giardino del Vulpitta. Il ballatoio è chiuso sui due lati da cancelli grigi di ferro. I lucchetti si aprono quattro volte al giorno. Per i pasti, e per l'ora d'aria concessa nel pomeriggio, per giocare nel campetto di calcio nel parcheggio all'ingresso, sotto la vigilanza della polizia.