Il Sahara è un passaggio obbligato. E più pericoloso del mare. Il grande deserto separa l'Africa occidentale e il Corno d'Africa dai Paesi del Mediterraneo (Libia, Tunisia, Algeria e Marocco) da dove è facile imbarcarsi clandestinamente per l'Italia e la Spagna. Il Sahara si attraversa sui camion e sui fuoristrada che battono le piste tra Sudan, Chad, Niger e Mali da un lato e Libia e Algeria dall'altro. Qui dal 1996 sono morte almeno 1.703 persone. Ma stando alle testimonianze dei sopravvissuti, quasi ogni viaggio conta i suoi morti. Le vittime censite sulla stampa potrebbero quindi essere soltanto una sottostima.Tra i morti si contano anche le vittime delle deportazioni collettive praticate dai governi di Tripoli, Algeri e Rabat, abituati da anni ad abbandonare a se stessi gruppi di centinaia di persone in zone frontaliere in pieno deserto

ARLIT, 7 luglio 2009 - Arrivo ad Arlit alle due di pomeriggio. Il caldo è insopportabile, nonostante i tre metri di turbante a proteggere la testa dai raggi cocenti del sole. Arlit è sorta nel 1971 dopo la scoperta dell’uranio da parte delle francesi Sominair e Cominak. Le miniere sono alle porte della città e impiegano 2.000 dei suoi 100.000 abitanti. La sera stessa trovo un passaggio per la Libia. L’intermediario è un algerino. Si fa chiamare Zidane, ha 34 anni. Lo incontro al bar “Le Coin”. Ci scoliamo un paio di birre gelide. In tre giorni può farmi arrivare fino a Ubari. L’autista è fidato. Un tuareg di Arlit sposato con una libica, che vive a Ubari. Lo incontro la mattina dopo. Si chiama Brahim. Mi guarda con sospetto, vuole sapere con insistenza la mia nazionalità. Dico che non è importante. Ma alla fine gli affari sono affari. Vuole 150.000 franchi (228 euro). Si parte nel giro di una settimana. Deve riempire i 40 posti del pick-up. Mi prendo 24 ore per decidere.
AGADEZ, 6 luglio 2009 - Arrivo ad Agadez con un convoglio scortato dai mezzi blindati dell’esercito. È notte. Siamo una cinquantina di veicoli, tra camion, autobus e fuoristrada. La ribellione dei tuareg non è ancora domata. E nel caos che si è generato, hanno preso piede gruppi di banditi che assalgono e derubano chi attraversa le strade del nord del paese. Quando scendo dall’autobus, all’autostazione della Rimbo Transports, vengo subito fermato da un intermediario. Un certo Musa. Gli parlo in arabo senza svelare la mia nazionalità. E dico che cerco un passaggio per la Libia, prima possibile. Il suo arabo è più elementare del mio, e se la beve. Dopo venti minuti a piedi nelle strade buie e polverose di Agadez, facciamo ingresso nell’autostazione. Abderrahman è il titolare dell’agenzia Akakus. Sulla porta è appeso un poster di Gheddafi. Su una lavagnetta sul muro, sono scritti a gesso i prezzi dei trasporti: Dirkou 25.000 franchi (38 euro), Djanet 110.000 (167 euro) Ghat 140.000 (212 euro) Gatrun 150.000 (228 euro) Tamanrasset 110.000 (167 euro). Mi presento. Un ragazzo nigeriano ci interrompe, ma è urgente. Ha il numero di cellulare della sorella in Spagna, che può mandare i soldi del biglietto con Western Union. Ma non sa il prefisso. Glielo dico io. Non prende. Pazienza.
TCHIN TABARADEN, 3 luglio 2009 – “L’emigrazione qui fa parte della vita di tutti”. Fati Ajina parla con sarcasmo della situazione del Niger. “In posti dove un uomo passa una settimana senza 5 franchi in tasca, magari avendo dei bambini a casa da sfamare, partire è l’unica alternativa”. Sulla poltrona di fronte, sotto gli occhiali da sole, Alex annuisce con la testa sorseggiando l’ennesimo tè alla menta: “Ci sono villaggi dove per sposare una donna basta portare in dote un asino, per andare a prendere l’acqua ai pozzi”. Siamo a Tahoua. Lungo l’unica strada asfaltata che porta verso il nord del paese. Le pareti d’argilla della casa sono decorate con tende e tappeti. Oltre ad essere giornalista, Fati è la vice-sindaco di Tchin Tabaraden. Fondamentale punto di partenza degli “exodants” nigerini, fin dagli anni Ottanta, prima verso l’Algeria e oggi anche verso la Libia. Sconosciuta in Europa, da qualche anno il suo nome suona familiare nei villaggi del Ghana come nelle periferie di Benin City. Sempre più “costieri” passano da qui sognando l’Europa. Il fratello più piccolo di Fati vive a Tchin Tabaraden e è disposto a farmi incontrare gli autisti. Parto l’indomani mattina, a bordo di un vecchio fuoristrada pick-up con le balestre tenute insieme da vecchie corde ingiallite.







ROMA, 14 settembre 2008 – Il Marocco ha deportato in mezzo al deserto 37 migranti. Sono i sopravvissuti di una barca salpata dalla Mauritania verso le isole Canarie, in Spagna, e rimasta alla deriva per 15 giorni. A bordo c’erano 73 persone. 33 sono morte di stenti. I superstiti, dopo una decina di giorni di detenzione sono stati abbandonati a se stessi in una zona desertica al confine tra Sahara occidentale e Mauritania. La missione spagnola di Médecins du Monde, presente in Mauritania, ha potuto salvare 14 uomini e 2 donne, domenica 7 settembre 2008, nella provincia di Nouadhibou. Secondo quanto dichiarato dai migranti, due uomini sarebbero morti nel deserto. I migranti soccorsi presentano gravi ferite sotto i piedi e ustioni sulla pelle. Hanno dichiarato di essere sudanesi, ghanesi e burkinabé. Mdm non è in grado di sapere se i 22 migranti che mancano all’appello siano persi – e probabilmente morti – nel deserto o se invece siano stati espulsi in un’altra zona. Magari a Oujda, verso la frontiera algerina. 15 delle 16 persone soccorse sono state trasferite nel campo di detenzione per migranti Ecole six, a Nouadhibou. Un’altra invece è stata ricoverata in condizioni critiche.


