30 December 2011

Non è ora di dormire.


Almeno ventimila persone arrivate in Italia dalla Libia in guerra rischiano di ritrovarsi nella clandestinità a breve. L'Italia sta investendo 48 euro al giorno per ognuno di loro, nell'attesa che le commissioni per il riconoscimento dell'asilo politico decidano delle loro sorti. Ma già si sa che buona parte di loro non avranno mai un permesso di soggiorno. Perché non sono rifugiati politici, ma semplici lavoratori che vivevano stabilmente da anni in Libia e che hanno la sola colpa di essere fuggiti dalla guerra scoppiata nel marzo scorso. Oggi chiedono di avere una carta di soggiorno. Che permetta loro di confrontarsi con la situazione italiana ed europea, cercarsi un lavoro, una casa, e essere liberi di decidere se restare o se andare a cercare fortuna altrove. Questo è un video appello girato dall'associazione Apertamente di Biella. Sul sito di Melting Pot è possibile firmare una petizione. Lo hanno già fatto più di 4mila persone. E voi?

Intanto sempre da Melting Pot arriva l'invito a registrare video appelli come quello di Biella, in tutta Italia, con amici e conoscenti arrivati dalla Libia nel 2011 e adesso a rischio di perdere i documenti. Basta caricarli su youtube con il tag Diritto di scelta. Su Melting Pot trovate tutte le istruzioni!

Leggi anche: I profughi della Libia e la truffa dell'accoglienza

Speciale musica e harraga: Ah ya lebhar


Lotfi o si ama o si odia. Perché i suoi sono testi senza mezze misure. La sua fama di cantante ribelle se l'è guadagnata fin dagli esordi. Era il 1997 e la polizia interruppe un suo concerto in un teatro di Annaba, per censurare i contenuti delle sue canzoni. Finì con una mezza sommossa e con Kamikaz, il primo album registrato all'età di 26 anni con l'amico Waheb, con cui forma il duo Double Kanon. Da allora ogni anno è un successo. Album come Kamikaz, Kondamné, Kanibal, Lakamora, Kauchmar lo hanno consacrato come il re del rap algerino. E dall'album Kauchmar (2008) è tratto questo pezzo. Si intitola "Ah ya lebhar", che vuol dire "Oh mare" ed è una specie di inno a bruciare la frontiera. Perché non c'è differenza tra il morire in una baracca e il morire in mezzo al mare. Perché l'unica vera benedizione è farla finita con la miseria. Partono tutti: avvocati, minorenni, disoccupati, imbianchini, uomini, donne. E al mare chiedono solo una cosa: "Fammi solo attraversare che qua mi prende l'ansia! Fammi solo passare, che qua sono senza gioia!". Di seguito trovate il testo del pezzo tradotto in italiano. Leggetelo con attenzione, perché questa è una delle canzoni del rap harraga più importanti. Sia perché Lotfi è davvero molto popolare, sia perché è originario di Annaba. E questa canzone è un po' dedicata ai ragazzi dei quartieri popolari di Annaba, dove anche lui è cresciuto. Annaba infatti, che fu la città di Sant'Agostino tanti secoli fa, da ormai cinque anni è la capitale del harqa in Algeria. Dai suoi quartieri popolari affacciati sul mare, si sono imbarcati per la Sardegna migliaia di ragazzi, e centinaia di loro sono morti lungo la rotta per l'Italia. Tant'è che la canzone si chiude proprio in loro memoria. E allora buon ascolto. E buona lettura.

29 December 2011

Speciale musica e harraga: Mzeyra

Mzeyra, di Bramfori, anno 2007, video ufficiale

Dopo Algeria e Tunisia, il nostro tour nel rap harraga ci porta in Marocco. Il pezzo si chiama Mzeyra ed è interpretato da Bramfori, voce emergente del panorama rap underground tangerino. Tangeri è da sempre città di frontiera per la sua posizione geografica all'incrocio tra due mari e due continenti. L'Europa da qui si vede a occhio nudo. Basta salire a prendersi un tè al caffè Hafa, sopra la Qasbah, per osservare le luci di Tarifa al di là del Mediterraneo. Con l'aliscafo, lo stretto di Gibilterra si attraversa in trenta minuti. Ma la maggior parte degli abitanti della città non ha diritto a viaggiare. Perché senza un conto in banca con abbastanza soldi, è impossibile avere un visto. E allora per i ragazzini dei quartieri popolari non resta altro che nascondersi sotto i camion che ogni giorno si imbarcano sui cargo per la Spagna, per Genova, e per il resto d'Europa. Come a Patrasso e a Calais. Sì perché Tangeri è la capitale mediterranea della circolazione delle merci. Qui è stato da poco aperto il Tanger Med, che sarà il porto merci più importante del nostro mare. E qui stanno investendo molto i sauditi per il turismo a cinque stelle. Eppure, paradosso della modernità, per i ragazzi delle classi popolari, viaggiare continua a essere vietato. A meno che quel diritto non se lo riconquistino con i propri corpi, correndo al porto e cercando di nascondersi insieme alle merci, quasi fosse una bravata ai tempi della globalizzazione. "Tutti vogliamo salvarci" dicono, e "chiediamo scusa ai nostri padri" se "nel nostro paese non troviamo pace". Non resta che "attraversare" lo stretto di Gibilterra, perché "di là ricomincerò la vita". Buon ascolto. E buona lettura, perché di seguito trovate la traduzione in italiano del testo.

28 December 2011

Speciale musica e harraga: Chenoui Kheloui

Chenoui Kheloui, Reda Taliani, video non ufficiale

Lui si chiama Reda Tamni. Ma tutti lo conoscono come Reda Taliani. Reda l'italiano. Il soprannome glielo hanno affibbiato quando era soltanto un bambino di otto anni, per il modo in cui si vestiva. Da allora di strada ne ha fatta. E oggi, ormai trentunenne, il bambino griffato di Koléa è uno dei protagonisti della scena musicale algerina, grazie a un sound che mischia raï, chaabi e stili tradizionali del Maghreb, e grazi a testi che cantano le aspirazioni della gioventù algerina. Chenoui Kheloui è una di queste. Originariamente si tratta di una canzone della tifoseria del Mouloudia, una delle squadre di calcio di Algeri. Il testo è leggero e a volte il senso si perde a favore delle rime e dei giochi di parole. Il ritornello però è diventato un vero e proprio cult. C'è "un cinese", che ad Algeri è come chiamano quelli della curva del Mouloudia da quando nel 1999 la squadra vinse il campionato e dai quartieri popolari scesero a festeggiare in piazza tanti ragazzi quanti, appunto, gli abitanti della Cina. Il cinese però questa volta gira solitario, kheloui, che qui indica anche uno cresciuto in mezzo alla strada. E così il cinese solitario finisce al porto a guardare le barche. Le barche dei harraga. Ne passa in rassegna i nomi. E inizia a sognare di viaggiare per il mondo, visitando prima Roma, poi la Malesia per decidere infine di stabilirsi in Italia. L'mp3 si scarica tranquillamente da internet. Alcuni miei amici harraga ce l'hanno addirittura salvato sul cellulare insieme agli altri pezzi storici che fanno la colonna sonora di una vera e propria cultura popolare del harqa. Di seguito trovate la traduzione completa del testo. Presto anche in altre lingue. Intanto buon ascolto.

27 December 2011

Speciale musica e harraga: Mchaou


Musica e harraga. Ancora una canzone. Questa volta tunisina. Il pezzo è del 2010 ed è interpretato da Balti e Samir Loussif. Balti, 29 anni, è uno dei rapper più forti sulla piazza di Tunisi. Mentre Samir Loussif viene dal genere del varietà e della canzone popolare, in particolare dal mezoued. Dalla loro collaborazione è nata "Mchaou", che in italiano significa: "Se ne sono andati". Se ne sono andati i ragazzi. I ragazzi di Tunisi. Ma non i figli della borghesia e della classe media. Bensì i giovani "cresciuti nei quartieri popolari". Quelli che nei quartieri hanno studiato, si sono ubriacati, e si sono presto "saziati" della disoccupazione e della povertà. Fino a quando "hanno visto tornare dall'Italia gli amici" di una vita. E hanno deciso di "giocarsi tutto" anche loro per la "harqa". Perché bruciare la frontiera è la sola "soluzione" per "riempirsi le tasche" e "fare felici le proprie madri". Le stesse madri che adesso li "aspettano davanti alla porta di casa". Le stesse madri che "hanno paura" dopo aver visto al tg le immagini dei ragazzi morti in mare. "Troppo giovani per morire". E allora eccolo l'"inganno" dell'Europa. Che "ti arricchisce ma non può comprare una vita". E così il mito dell'avventura e del riscatto lascia il posto alle lacrime. Le lacrime delle madri che "piangono pensando che il figlio sia tornato" e dei padri che "cercano i figli negli ospedali e nelle carceri". Perché "il mare ti porta dove vuoi, ma l'onda è menzognera. O ti porta dove vuoi oppure nella tomba". Un testo così, non poteva essere più attuale. Perché l'anno più tragico per la gioventù tunisina è stato questo 2011, in cui centinaia di ragazzi hanno perso la vita tentando di attraversare il Canale di Sicilia per raggiungere l'Europa.

E allora, nel nome della loro memoria, buon ascolto. E buona lettura, perché di seguito trovate la traduzione in italiano del testo arabo. Facciamo circolare queste note e queste parole, perché forse ci possono aiutare più di mille statistiche a capire le aspirazioni della gioventù del nostro amato Mediterraneo.

26 December 2011

Grande evasione di Natale dal Cie di Torino

Hurriyah, libertà, una scritta sulle mura esterne del Cie di Torino

A Natale è festa per tutti. Per i fabbri, che avrebbero dovuto riparare le serrature della gabbie danneggiate la sera prima, il 24 dicembre, ma che erano in ferie. Per i poliziotti e i militari in turno, che avranno pure il diritto di aprire un panettone e stapparsi uno spumante. E soprattutto per i reclusi del centro di identificazione e espulsione (Cie) di Torino, che la sera del 25 dicembre anziché aspettare i regali hanno direttamente sfondato i cancelli delle gabbie per poi lanciarsi in massa contro il muro di cinta dal lato di corso Brunelleschi. Alla rivolta hanno partecipato tutte le sezioni maschili, pare addirittura che qualcuno abbia pure provato ad aprire la gabbia delle donne ma senza successo. In netta inferiorità numerica, i militari hanno temporeggiato fino a quando non sono arrivati i rinforzi, con tanto di idranti e lacrimogeni sparati ad altezza d'uomo. Ormai però ben 35 ragazzi erano riusciti a saltare di là dal muro. Uno di loro cadendo si è fratturato le gambe ed è stato ripreso dalla polizia che nel frattempo ha battuto il quartiere strada per strada per rintracciare i fuggitivi, riuscendo a riprenderne 14. Alla fine però il bilancio rimane più che positivo. Sono infatti 21 i detenuti tornati in libertà. Si tratta della seconda fuga più importante della storia del Cie di Torino, dopo quella che lo scorso 21 settembre portò alla fuga di 22 reclusi, dieci giorni dopo la famosa fuga dei seghetti che il 10 settembre aveva riportato in libertà altri 12 reclusi. In tutto fanno 55 evasi in tre mesi.  E ormai sembra che il successo delle precedenti evasioni abbia fatto scuola. L'unione fa la forza. E sempre più spesso, rispetto agli anni passati, i detenuti di più sezioni tentano congiuntamente di sfondare i cancelli e assalire il muro di cinta contando sulla superiorità numerica. La rivolta fisica sembra essere rimasta l'unico mezzo a loro disposizione, in un paese in cui lo stato di diritto prevede che sia legale detenere per 18 mesi una persona colpevole di avere un documento scaduto o un passaporto senza visto.

Lampedusa rap, speciale musica e harraga. Partir loin


Una settimana di musica, su Fortress Europe, per capire meglio cosa succede in frontiera. Sì perché ormai sono molti i rapper della riva sud del Mediterraneo che cantano l'avventura della traversata. E nelle loro parole, possiamo trovare chiavi di lettura molto interessanti. Vista dai quartieri popolari di Tunisi, dai sobborghi di Annaba o dalle campagne di Khouribga, la frontiera non è soltanto un confine geografico, ma molto di più. È la sfida, la prova di coraggio per raggiungere un altrove dove realizzare i sogni di una vita. Al punto che dal Marocco alla Tunisia, viaggiare senza documenti si dice harraga, ovvero bruciare.

25 December 2011

Nuova rivolta al Cie di Bologna. In libertà un tunisino

Ancora una rivolta, la seconda in una settimana, al centro di identificazione e espulsione (Cie) di Bologna. Come se ormai non fosse rimasto altro mezzo se non lo scontro fisico per ristabilire le ragioni fondamentali del diritto, ovvero l'inviolabilità della libertà personale. Perché nell'Italia di oggi basta una carta scaduta o un passaporto senza il timbro del visto di un'ambasciata, per scontare 18 mesi di detenzione in una gabbia. Di seguito trovate i dettagli della notizia come riportata dalla stampa locale. Non sappiamo se ci siano stati feriti negli scontri con le forze dell'ordine di guardia al Cie. Quel che è certo è che un ragazzo tunisino è riuscito a fuggire ed è di nuovo in libertà. Senza documenti per lui sarà comunque una vita difficile. Ma gli facciamo i nostri migliori auguri. Perché a 29 anni, non si possono perdere senza ragione 18 mesi della propria vita dietro a una gabbia. Bentornato in libertà.

24 December 2011

Ceuta: muore tentando di passare a nuoto la frontiera

Ancora una vittima alla frontiera sud dell'Europa. Si tratta di un ragazzo africano, di cui non si conoscono le generalità, morto annegato alle porte di Ceuta, una delle due enclave spagnole in Marocco, mentre tentava di aggirare a nuoto la frontiera insieme a un gruppo di 80 ragazzi. Da qualche mese a questa parte è questa la nuova strategia per passare il confine. Troppo difficile scavalcare le doppie reti di filo spinato alte sei metri che difendono Ceuta e Melilla come se fossero due piccole fortezze. E allora gli aventuriers diretti in Europa hanno iniziato a nuotare. Si buttano a mare in gruppi di cinquanta, sessanta persone, dal lato marocchino della spiaggia. Basta aggirare una boa e dall'altro lato sei in Europa, e speri di raggiungere la penisola iberica nel giro di qualche anno di attesa per sbrigare le pratiche della domanda d'asilo politico. La sera dello scorso giovedì 22 dicembre ci hanno provato in 80. Ventisette li hanno bloccati i gendarmi marocchini, 50 sono passati e uno è morto annegato. L'ennesimo martire della Fortezza Europa, dal 1988 sono ormai almeno 18.000. Di seguito il dettaglio della notizia sulla stampa di Ceuta.

20 December 2011

Dedicate un aula a Sirwan, morto di confine a 18 anni

Questo post lo dovremmo spedire a tutti i diciottenni d'Italia. E magari chiedere ai loro insegnati di dedicare un'aula delle loro scuole a Sirwan Zahiri. Un diciottenne di quelli come ce ne sono pochi. Disposto a mettere tutto in gioco per realizzare il proprio sogno. A rischiare tutto, anche la vita, per raggiungere il suo obiettivo: cambiare il proprio destino, trovare la felicità, sentirsi finalmente libero. Sirwan non lo conosceva nessuno fino a lunedì scorso. Quando qualcuno ha segnalato alla polizia che quello era il nome del ragazzino trovato senza vita nel pescheto di fianco al casello di Imola lungo l'autostrada A14. Sirwan ci è arrivato così in Europa. Da morto. Dicono che fosse partito dall'Iran e sia stato asfissiato dai gas di scarico del camion nel quale si era nascosto, probabilmente nel porto greco di Patrasso, con l'idea di raggiungere l'Italia a bordo dei traghetti di linea dell'Adriatico, per poi continuare il suo viaggio. Ma qualcosa è andato storto e il viaggio del giovane curdo iraniano è finito così. Sirwan è l'ennesima vittima della fortezza Europa. Dal 1988 sono almeno 18.000. Eppure Sirwan prima di essere vittima è eroe, è un giovane martire della libertà di circolazione. Lui come tutti gli altri che accettano di rischiare la vita per disobbedire a una legge ingiusta. Che è quella della frontiera. Insegnatelo ai nostri adolescenti. Che non esiste ragione per cui viaggiare possa essere considerato un crimine. Che non esiste ragione per cui un ragazzo italiano possa andare in vacanza a Sharm el Sheikh in Egitto con la famiglia, e un suo coetaneo debba morire nascosto sotto un camion per fare lo stesso viaggio. Ed essere ritrovato il giorno dopo abbandonato tra l'erba alta di un campo, come il peggiore dei criminali: un viaggiatore senza carte. Di seguito i dettagli della notizia in un articolo del Corriere.

18 December 2011

Cie Bologna: fuga riuscita per 3 tunisini e 1 algerino

Il Cie di Bologna, Ansa
Terza rivolta in una settimana nei centri di identificazione e espulsione. Dopo Trapani e Torino, anche il Cie di Bologna torna in stato di agitazione. La protesta è passata dai tetti. Ed ha portato frutto. Sì perché alla fine quattro ragazzi sono riusciti a fuggire e a far perdere le loro tracce. Sono tre tunisini e un algerino. Alle dieci di sera di venerdì 16 dicembre, sui tetti erano riusciti a salirci in dieci. Ma al momento di scavalcare la gabbia sul lato di via Mattei, sei di loro sono stati bloccati dalle forze dell'ordine di guardia al Cie. Uno di loro è inoltre stato arrestato con l'accusa di resistenza a pubblico ufficiale. In questo momento non sappiamo se vi siano dei feriti. Di seguito la notizia come riportata dalla stampa locale. Sul sito di Macerie invece, trovate la ricostruzione dell'evoluzione della protesta. Sì perché dopo la fuga di venerdì sera, per tutto sabato e domenica ci sono state sommosse e tentativi di fuga, contrastati con gli idranti aperti dalle forze dell'ordine contro i fuggitivi sui tetti. Negli scontri sarebbero rimasti feriti almeno due reclusi, uno avrebbe riportato una frattura alla gamba cadendo dal tetto. E l'altro avrebbe perso coscienza dopo aver sbattuto la testa in una caduta.

14 December 2011

E adesso tutti nei Cie! Come si fa l'accredito stampa


Il Cie di Torino ripreso dal balcone di un condominio

Dalle parole ai fatti. Per mesi migliaia di persone si sono mobilitate chiedendo il diritto di entrare nei Cie, per poter raccontare all'esterno la violenza istituzionale di quelle strutture. E adesso è arrivato il momento di adempiere a quell'impegno. Ieri è caduta la censura. E già molti di voi ci hanno chiesto come districarsi nella burocrazia delle Prefetture per ottenere l'accredito. Oggi vi spieghiamo tutto. E invitiamo tutti i giornalisti che frequentano questo blog a seguire la procedura. Affinché ogni settimana ci siano storie che rompano il muro del silenzio, in attesa di romperne altre di mura, e liberarci una volta per tutte di questi luoghi di sospensione dello stato di diritto e del principio di inviolabilità della libertà personale.

Ancora autolesionismo al Cie di Milo. Fuga al Vulpitta

Cie di Milo, Trapani
Ali si è tagliato le vene, Ahmed ha ingoiato tre bottiglie di shampoo, e Redha si è fatto la corda. I nomi sono di fantasia, per rispettare la loro richiesta di anonimato. Le storie invece sono dannatamente vere. E dannatamente banali. Cronache di ordinaria amministrazione nei gironi infernali del centro di identificazione e espulsione (Cie) di Milo, a Trapani. Dove ieri pomeriggio nel settore "B" è andata in scena l'ennesima serie di gesti autolesionistici e tentati suicidi. Protagonisti tre tunisini, due dei quali residenti in Italia da molti anni. Tutto è cominciato dopo pranzo, quando Ali si è ingoiato una vite di ferro e un pezzo di vetro, e poi si è messo a tagliarsi le vene. Come se mutilarsi fosse rimasto l'unico e ultimo modo per comunicare il proprio dissenso e il proprio desiderio di libertà. Poche ore dopo, nello stesso settore un altro tunisino ha strappato un lenzuolo e si è fatto la corda per impiccarsi. L'hanno fermato appena in tempo i compagni, prima che infilasse la testa nel nodo e saltasse nel vuoto. Fa parte dei pochi, pare siano tre o quattro in tutto a Milo, ai quali è stata prorogata la detenzione oltre i sei mesi, come effetto della nuova legge. Il terzo ad aver scelto la via dell'autolesionismo è un altro tunisino, finito in infermeria con il contenuto di tre bottigliette di shampoo nello stomaco. Nessuno dei tre però ha impietosito il personale. E nel giro di poco sono tornati tutti in cella senza passare dal pronto soccorso. Vero è che il Cie di Milo è stato inaugurato soltanto la scorsa estate, ma operatori sociali e agenti delle forze dell'ordine sembrano avere già fatto l'abitudine al sangue. Il che la dice lunga sulla frequenza dei gesti di autolesionismo nel nuovo Cie trapanese di massima sicurezza, gestito dalla stessa cooperativa Insieme - del consorzio Connecting People - che ha in mano gli altri due Cie della città di Trapani: il Serraino Vulpitta e quello di Chinisia (chiuso dalla scorsa estate, dopo l'apertura di Milo). La conferma di quanto sia divenuta insostenibile la situazione a Milo ci arriva da altri due detenuti, con cui abbiamo avuto modo di parlare questa settimana, e dai quali abbiamo appreso della rivolta con fuga dal Serraino Vulpitta.

13 December 2011

Ritirata la circolare 1305. La stampa torna nei Cie



Fine della censura. La neo ministra dell'Interno Maria Cancellieri ha riaperto alla stampa le porte dei centri di identificazione e espulsione (Cie). Finisce così l'era della censura. Durata più di otto mesi, da quando lo scorso primo aprile, l'allora ministro dell'Interno Roberto Maroni instaurò il divieto di ingresso della stampa nei Cie, con la famosa circolare 1305. Contro la censura si sono schierati in questi mesi un gruppo di giornalisti a partire da un primo appello lanciato a maggio da Fortress Europe. Il gruppo nel tempo è andato crescendo, grazie al decisivo e convinto sostegno del sindacato e dell'ordine dei giornalisti, e di un gruppo di parlamentari e associazioni che lo scorso 25 luglio hanno dato vita alla campagna lasciateCIEntrare, davanti ai Cie di mezza Italia. I colleghi Raffaella Cosentino e Stefano Liberti, sostenuti dall'Unione Forense per i diritti umani e da Open Society, avevano pure presentato ricorso contro il divieto di ingresso. Ma il ministero dell'Interno ha fatto marcia indietro prima che ci pensassero i giudici. E adesso che la censura è finita, la palla passa nel campo dei giornalisti. C'è da augurarsi infatti che ora, a differenza di quanto accadeva negli anni passati, i giornalisti si diano da fare per richiedere quanto prima le autorizzazioni alle Prefetture interessate per visitare i luoghi di detenzione. E per raccontare. Perché senza quei racconti non si libera l'immaginario dalla frontiera che ci hanno cucito addosso. Noi cominciamo da parte nostra col ripubblicare le foto scattate nei Cie negli anni scorsi, nella gallery in alto. Tutto il materiale raccolto dal 2009, lo trovate invece nello SPECIALE CIE.

10 December 2011

Rivolta al cie di Torino: 3 feriti, ancora alta la tensione

La porta bruciata di una gabbia del Cie di Torino, tratta da Macerie

Coperte e materassini dati alle fiamme, ferri delle gabbie divelti, e un gruppo di reclusi che riescono a scavalcare la prima delle due recinzioni prima di essere fermati dagli agenti delle forze dell'ordine, armati di idranti, lacrimogeni e manganelli. Al centro di identificazione e espulsione (Cie) di Torino, quella dell'8 dicembre è stata una notte di rivolta, finita con un tentativo di fuga di massa, a cui hanno preso parte una cinquantina di reclusi tunisini. Negli scontri sono rimasti feriti in tre. Un ragazzo tunisino, colpito a manganellate alla testa. E poi un poliziotto e un carabiniere. Tutti e tre sono stati portati al pronto soccorso. La calma è ritornata soltanto verso le quattro di notte.
L'indomani mattina, mentre gli operai lavoravano per sistemare la gabbia, un gruppo di reclusi ha indetto uno sciopero della fame in diverse aree del Cie. Lo sciopero si è protratto per tutta la giornata del 9 dicembre, fino a quando, intorno alle 22:00, i detenuti dell'area gialla e dell'area bianca, hanno iniziato a protestare battendo sui ferri e gridando, per poi incendiare per protesta coperte e materassini, prima che le polizia li ricacciasse nelle stanze con gli idranti, senza tuttavia fare ingresso nelle gabbie. La situazione è quindi tornata alla calma.
Già lo scorso 2 dicembre, il Cie di Torino era stato scosso da una notte di rivolta e repressione. Quella notte però la rivolta era scoppiata - secondo il racconto dei detenuti - dopo che un detenuto malato sarebbe stato picchiato dalla polizia, reo di aver troppo insistentemente richiesto un trattamento sanitario.
Tutte notizie su cui l'autorità vieta tuttora alla stampa di indagare, non essendo possibile entrare nei Cie dallo scorso primo aprile. Nemmeno il governo tecnico di Monti infatti, ha rimosso la circolare 1305 che ha reistituito la censura in Italia.

09 December 2011

Muore 16enne in un inseguimento di Frontex in Grecia

L'ultima vittima della guerra alla mobilità dei poveri, ha soltanto 16 anni. Si tratta di un adolescente siriano. Era a bordo di una barca intercettata dalle motovedette greche alla frontiera con la Turchia lungo il fiume Evros. E' bastata una manovra azzardata durante l'inseguimento, e la barca si è rovesciata in mare causando il ferimento di due passeggeri e la morte del ragazzo. A bordo della motovedetta delle autorità greche, si trovavano anche funzionari dell'agenzia europea per il pattugliamento delle frontiere esterne, Frontex, che nella zona coordina una missione di contrasto della circolazione di esseri umani verso la fortezza Europa. Di seguito i dettagli della notizia, che risale allo scorso primo dicembre.

Altra Europa


Il nuovo film di Rossella Schillaci, premio miglior documentario al Salina Doc Fest e al RAI International Film Festival di Londra. Uno dei migliori film sui paradossi dell'accoglienza all'italiana, raccontati attraverso la storia di una vecchia clinica di Torino, occupata nel 2008 da trecento rifugiati politici somali e sudanesi. Khaled, Shukri e Ali sono tre di loro. Come i loro compagni, hanno viaggiato tra mille difficoltà pur di arrivare fin qui, in Europa, per conquistarsi una vita migliore. Ma le loro speranze si scontrano con una condizione di vita “sospesa” in attesa di una soluzione che non arriva. Vorrebbero raggiungere "un'altra Europa" ma sono bloccati in Italia dal regolamento Dublino II che li obbliga a risiedere nel primo paese Ue dove hanno fatto ingresso. Il film segue le loro vicende nell’arco di un anno e mostra la loro vita quotidiana all'interno della clinica occupata e in città, tra i problemi interni, le proteste della cittadinanza, l'impotenza dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, e lo sgombero finale con tanto di trasferimento in una vecchia caserma. L'ennesima soluzione emergenziale di Prefettura e Comune. Ma il viaggio di Khaled, Shukri e Ali non è ancora finito...

A tutti i torinesi consigliamo di non perdersi la proiezione di domenica 11 dicembre al Cecchi Point alle 21:30, in via Cecchi 17 a Torino. L'ingresso è gratuito fino ad esaurimento posti.

07 December 2011

Libia: primo sbarco a Malta dopo 3 mesi, 2 dispersi

foto di Matthew Mirabelli
Secondo naufragio in due giorni alle porte della fortezza Europa. Dopo i cinque ragazzi che ieri hanno perso la vita tra il Marocco e la Spagna, oggi altri due uomini non ce l'hanno fatta. Si tratta di due somali. Erano a bordo di un gommone partito domenica scorsa dalla Libia e soccorso ieri pomeriggio da unità navali maltesi 75 miglia a sud dell'isola Stato. I 44 passeggeri a bordo, apparentemente tutti somali, comprese 10 donne e 3 bambini, vagavano alla deriva al largo delle acque libiche da domenica scorsa 4 dicembre 2011. Due delle persone a bordo non ce l'hanno fatta e sono stati abbandonati in mare dopo la loro morte. Si tratta del primo sbarco dalla Libia dopo la liberazione di Tripoli lo scorso 21 agosto.
Intanto il quotidiano online Tripoli Post dà notizia di una imbarcazione con 420 passeggeri tra eritrei, ivoriani, ghanesi e nigeriani, salpata da Tripoli per Lampedusa e intercettata dalla marina libica a sole 16 miglia dalla capitale lunedì scorso. Il destino dei 420 respinti è oscuro, probabilmente potrebbero essere detenuti.
Incrociando le due notizie, è facile ipotizzare che le due imbarcazioni siano partite insieme. Segno che il network delle traversate si sta riorganizzando? E che conseguentemente la macchina dei respingimenti si sta rimettendo in piedi?
Ancora è decisamente presto per dirlo. Quel che è certo è che se non si apriranno canali legali di mobilità, dalla Libia o da altre sponde, i giovani della riva sud del Mediterraneo continueranno a partire. E ahimè ad allungare con i loro nomi la lista delle vittime della frontiera, ormai 18.000 negli ultimi vent'anni. Di seguito il dettaglio della notizia sulla stampa maltese.

06 December 2011

Marocco: 4 morti e 1 disperso su rotta per la Spagna

L'ufficio stampa delle Nazioni Unite dà notizia di un naufragio sulla rotta tra il Marocco e la Spagna. Le vittime sarebbero quattro persone, ritrovate morte a bordo di una imbarcazione con 53 passeggeri a bordo, salpata dalla città di Dar Kebdani nel nord del Marocco, e di una quinta persona annegata e dispersa in mare. Si tratta dell'ennesimo naufragio alle porte d'Europa. Dalla fine degli anni ottanta sono ormai 18.000 le persone morte di confine in seguito alle politiche di controllo della mobilità adottate dagli Stati europei. Di seguito il dettaglio della notizia, che arriva all'indomani della notizia di 45 ragazzi riusciti a mettere piede a Ceuta, città spagnola in Marocco, aggirando a nuoto il posto di confine marittimo, a rischio della propria vita.

05 December 2011

Algeria: 11 dispersi a Arzew su rotta per la Spagna

È una storia già nota dalle parti di Arzew. Ragazzi partiti con la gioia negli occhi. Pronti a conquistare la riva nord del nostro mare di mezzo. E mai più ritornati. Inizia tutto così. Con i primi giorni di silenzio. Che poi diventano settimane, e poi mesi e poi anni. Questa volta si tratta di 11 ragazzi. Tutti algerini. Tutti di Arzew. Erano partiti ormai cinque giorni fa dalle spiagge di Sidi Lakhdar, nella provincia di Mostaganem. Direzione Spagna. Da allora i loro genitori non hanno più avuto loro notizie. I telefonini risultano spenti. E l'inquietudine è divenuta insostenibile da quando, al largo di Ain el Turk, la guardia costiera algerina ha intercettato un gruppo di giovani harraga partiti insieme agli 11 dispersi e finiti alla deriva col motore in avaria. Nemmeno loro sanno che fine abbiano fatto i ragazzi. Se fossero arrivati in Spagna avrebbero chiamato. Se fossero stati soccorsi in Algeria, idem. E invece niente. Dispersi anche loro. Come gli almeno 18.000 sepolti nel grande cimitero a cielo aperto della Spoon River del mare Mediterraneo. Di seguito i dettagli della notizia.


04 December 2011

I profughi della Libia e la truffa dell'accoglienza. Partita la mobilitazione sul web: umanitario per tutti

foto di Mashid Mohadjerin
In tempi di crisi si taglia lo stato sociale, si aumentano le tasse e si chiedono sacrifici ai soliti poveri cristi. La fabbrica della clandestinità però non la tocca nessuno. Continua a lavorare ogni giorno, a pieno ritmo. Quest'anno genererà un reddito di 400 milioni di euro a un variegato mondo fatto di associazioni, cooperative e piccoli albergatori. Producendo, si stima, tra i 15.000 e i 20.000 decreti di espulsione. Ovvero tra le 15.000 e le 20.000 persone costrette da un giorno all'altro a vivere nella clandestinità, dopo essere stati assistiti in tutto e per tutto dallo Stato. Non parliamo dei centri di identificazione e espulsione (CIE). Bensì del loro opposto: i centri di accoglienza. E in particolare del sistema di accoglienza dei profughi della guerra di Libia. Funziona che arrivi a Lampedusa dalla Libia in guerra. Ti fanno chiedere asilo senza che ci stai capendo niente. Poi ti sbattono in una baita sulle Alpi. Mangi e bevi a spese dello Stato, anche e soprattutto perché per legge ti è vietato lavorare. Se ti va bene hai televisione satellitare, sigarette, corsi di italiano e formazione professionale. Se ti va male, neanche quello. Finché un bel giorno ti convocano davanti a una commissione per un'intervista. E a quel punto, ancora una volta senza capirci niente, finisci in mezzo alla strada nel giro di qualche giorno. Senza valigie e senza amici, esattamente come il giorno in cui sei arrivato a Lampedusa un anno prima. È il grande paradosso dell'accoglienza all'italiana. O meglio, la grande truffa.

03 December 2011

Nel Canale di Sicilia almeno 6.166 morti dal 1994



The solid sea, by Alberta Torres    

Dal 1994, nel Canale di Sicilia sono morte almeno 6.166 persone, lungo le rotte che vanno dalla Libia (da Zuwarah, Tripoli e Misratah), dalla Tunisia (da Sousse, Chebba e Mahdia) e dall'Egitto (in particolare la zona di Alessandria) verso le isole di Lampedusa, Pantelleria, Malta e la costa sud orientale della Sicilia, ma anche dall'Egitto e dalla Turchia alla Calabria. Più della metà (4.750) sono disperse. Altri 189 giovani sono annegati navigando dalla città di Annaba, in Algeria, alla Sardegna. Il 2011 è l'anno più brutto. Nei primi 11 mesi dell'anno, tra morti e dispersi, sono scomparse nel Canale di Sicilia almeno 1.822 persone. Ovvero una media di 165 morti al mese, 6 al giorno: un'ecatombe. E non tiene conto di tutti i naufragi fantasma, di cui non sapremo mai niente. Ben più di quante ne morirono in tutto il 2008, l'anno prima dei respingimenti, quando si contarono 1.274 vittime a fronte di 36.000 arrivi in Sicilia. Non solo. Quei 1.822 morti nel Canale di Sicilia rappresentano l'81% dei 2.251 morti registrati nei primi 11 mesi del 2011 in tutto il Mediterraneo. Non è soltanto il maltempo a causare un così alto numero di decessi. C'è dell'altro e lo si capisce dal fatto che sulla rotta libica si muore otto volte più spesso che non su quella tunisina.