Il blog di Gabriele Del Grande. Sei anni di viaggi nel Mediterraneo lungo i confini dell'Europa. Alla ricerca delle storie che fanno la storia. La storia che studieranno i nostri figli, quando nei testi di scuola si leggerà che negli anni duemila morirono a migliaia nei mari d'Italia e a migliaia vennero arrestati e deportati dalle nostre città. Mentre tutti fingevano di non vedere.
Foto di presunti mercenari originari del Mali, arrestati dai ribelli a Zintan. Mostrano i passaporti. Tutti però sono vestiti in abiti civili e disarmati. Chi erano? E che fine hanno fatto?
"Libertà! Libertà!". È il grido che si leva da alcune ore nel centro di identificazione e espulsione di Modena. L'eco della rivolta arriva via telefono a Fortress Europe. Sono le 17,15 quando riceviamo la prima chiamata da parte di uno dei reclusi. La protesta è portata avanti dal gruppo dei 42 ragazzi tunisini sbarcati a Lampedusa nei giorni scorsi e trasferiti in blocco al cie di Modena, dove oltre a loro si trovano al momento altre 17 persone senza documenti in attesa del rimpatrio forzato. I reclusi hanno trascinato nel cortile materassi e vestiti e hanno bruciato tutto. Alcuni sono riusciti anche a salire sui tetti. Agenti della polizia sarebbero intervenuti malmenando alcuni dei tunisini e portandone via otto, al momento non si sa bene dove. Vi terremo aggiornati nelle prossime ore.
"Libertad, libertad". Este es el grito que se viene oyendo desde hace horas en el Centro de Identificación y Expulsión (CIE) de Módena. El eco de la revuelta llega por teléfono a Fortress Europe. Son las 17:15 cuando recibimos la primera llamada de uno de los reclusos. Quienes protestan son un grupo de 42 tunecinos que desembarcaron en Lampedusa días atrás y que fueron trasladados en bloque al CIE de Módena, donde junto con ellos se encuentran otras 17 personas sin documentos en espera de la repatriación forzosa. Los reclusos llevaron al patio colchones y ropa y quemaron todo. Algunos llegaron a subir al tejado. Al parecer, agentes de la policía intervinieron maltratando a algunos de los tunecinos y llevándose a ocho de ellos. Por el momento no hay noticia cierta de su paradero. Les mantendremos informados en las próximas horas.
Entre tanto señalamos que el CIE de Gradisca, tras las protestas y los incendios de los días pasado, está prácticamente fuera de servicio, tal y como informa Il Piccolo. Y en Bolonia han vuelto a poner entre rejas al tunecino que se cosió los labios en forma de protesta hace unos días.
Hoy lunes 28 de febrero se celebrará en Brindisi la primera vista del juicio contra los tres tunecinos detenidos por la revuelta con fuga del pasado viernes.
La folla inferocita tenta di linciare un miliziano nero delle forze armate di Gheddafi, riconoscibile per la divisa militare che indossa. Un uomo della folla si butta su di lui per proteggerlo dal linciaggio.
Durata 1:11
Caricato il 25 febbraio 2011
Un servizio del notiziario televisivo di Al Arabiya - uno dei canali satellitari più seguiti nel mondo arabo insieme a Al Jazeera - annuncia l'arresto a Benghazi di un gruppo di mercenari africani di Gheddafi. Ma nel video si vedono due neri vestiti con abiti civili e disarmati. Che tipo di verifiche hanno fatto i giornalisti? Chi sono quei due in realtà? E che fine hanno fatto?
L'inchiesta di Neil Curry della Cnn, che è andato oltremare, a Sedouikech, a incontrare i parenti dei 30 ragazzi uccisi lo scorso 11 febbraio nello schianto tra il peschereccio che trasportava 120 passeggeri verso Lampedusa, e la corvetta militare "Liberté 302" della marina militare tunisina.
A reportage of Neil Curry broadcasted by the Cnn. Curry went in the city of Sedouikech and there he met the families' member of a group of 30 Tunians died after a ship of the Tunisian Navy hit a migrants' boat on its route to Lampedusa
Lo avevamo annunciato dieci giorni fa. La situazione nei centri di espulsione è esplosiva. E infatti puntuali stanno arrivando le rivolte. Dei tanti ragazzi tunisini arrivati di recente a Lampedusa e rinchiusi in gabbia per sei mesi come benvenuto in Italia. Le notizie trapelano dalla cronaca locale. Per ora non abbiamo ulteriori dettagli. Un incendio è stato appiccato durante una rivolta stamattina al centro espulsioni di Gradisca, rendendo inagibili tre celle, e danneggiandone altre 4. Nessun ferito per fortuna, ma in compenso 4 trattenuti sono stati denunciati e portati in carcere. Nello stesso tempo altre due rivolte hanno interessato i centri di espulsione di Bari e di Trapani. In Sicilia i detenuti hanno sfasciato i mobili della struttura, mentre a Bari c'è stato un tentativo di fuga finito con uno scontro tra la polizia e due dei trattenuti. Infine in Emilia, a Bologna, uno dei trattenuti tunisini del centro di espulsione si è cucito le labbra in forma di protesta. In tutto questo, come sempre accade, nessuno ci racconta le storie di queste persone. Chi sono? Perché sono stati rinchiusi? Perché sono venuti in Italia? Nei prossimi giorni cercheremo di capirne qualcosa di più. Intanto vi proponiamo una breve rassegna stampa dei fatti.
Come italiani sappiamo sempre distinguerci. In peggio. Da un lato c'è Gheddafi che ordina ai reparti dell'esercito ancora fedeli di massacrare la gente. Dall'altro c'è il popolo libico che eroicamente si scaglia contro i proiettili deciso una volta per tutte a liberare il paese dalla morsa della quarantennale dittatura. E in mezzo c'è l'Italia, la cui unica preoccupazione è il tappo agli sbarchi. Siamo davvero un triste paese. Pensate che in queste stesse ore a Tunisi e al Cairo sui social network si organizzano carovane di solidarietà per sostenere la rivoluzione dei libici! Sarà che abbiamo perso il gusto della libertà e della lotta. O sarà invece che siamo talmente razzisti da ritenere le genti della riva sud non ancora pronti, o per sempre inadatti, al vivere democratico. Mi ero ripromesso di non affrontare la questione prima di vedere quello che sarebbe accaduto. Ma sono state dette e scritte talmente tante fesserie, che qualche riflessione vale la pena condividerla. Perché non ci sarà nessuna invasione. Possibile che tutti si siano dimenticati che già prima del 2009 Gheddafi non esercitava nessun tipo di controllo alla frontiera e che al contrario la polizia, corrotta, incoraggiava gli imbarchi per l'Italia? E poi chi ha detto che il milione di stranieri in Libia si trovino lì per venire in Sicilia? E soprattutto, da quando i giornalisti raccontano i fatti prima che accadano? Sarà un dettaglio, ma mentre tutti gridano all’unisono all’esodo biblico, dalla Libia ancora non si è visto arrivare nessuno. Almeno via mare.
Continua il terrore nelle strade di Tripoli, ma ormai per Gheddafi sono le ultime ore. La capitale è accerchiata. Ieri per la prima volta, alle province liberate dell'est, nella Cirenaica, si sono aggiunte le città di Zawiyah e di Zuwarah, a ovest, e le montagne a sud di Gharyan. E venerdì è convocata una manifestazione a Tripoli dopo la preghiera. Oggi intanto siamo riusciti di nuovo a stabilire un contatto telefonico con Tripoli. Stavolta con due amici libici, due ragazzi dell'opposizione berbera, uno dei quali lo avevo incontrato nel 2008 in un incontro segreto alla periferia della città. La situazione nella capitale è ambigua, ci dicono. Di giorno c'è una parvenza di normalità, qualche negozio è aperto, ma la maggior parte della gente non va a lavorare, nonostante gli inviti del regime a tornare alla normalità e appena scende la notte riprendono gli scontri con i miliziani, e le bande criminali assoldate dal regime, e si sente sparare. Nelle ultime due notti ci sono stati scontri nella periferia di Tajura, le milizie hanno anche attaccato l'ospedale e sequestrato le sacche di sangue per le trasfusioni per rendere impossibili i soccorsi. La reazione della gente non si è fatta aspettare e in molti sono corsi a donare il sangue di nuovo. Incoraggiati anche dall'andamento della rivolta nelle altre città.
C'è un'altra strage che va avanti da anni in Libia, senza che nessuno se ne dia conto. Non sono soltanto le bombe di Gheddafi ad uccidere, ma anche le leggi di inospitalità di cui si è dotato il vecchio continente. Quanti sono i naufragi fantasma avvenuti negli ultimi dieci anni sotto costa libica sulla rotta per Lampedusa, senza che nessuno ne abbia mai saputo niente? Quanti sono i giovani morti davanti alle coste libiche? E che fine hanno fatto i corpi ributtati a riva dal mare? Se ne è occupato la settimana scorsa L'Espresso con un servizio della corrispondente da Tripoli, Francesca Spinola. Le notizie fanno rabbrividire. Secondo fonti attendibili, dal 2005 i morti davanti alle coste libiche sarebbero almeno 1.500. Di cui 500 seppelliti nel vecchio cimitero cattolico di Hammanji e altri 800 ancora conservati negli obitori degli ospedali di Tripoli. Di seguito tutti i dettagli della notizia.
Aéroport de Lampedusa. Seize heures. Ils arrivent par groupes de dix, les uns derrière les autres, ils n’ont pas de valises et sont escortés par la police. Ils marchent la tête haute et fière, mais sur leurs visages on découvre leur grande émotion. Pour beaucoup d’entre eux, en effet, c'est la première fois qu’ils montent sur un avion. Ce sont les Tunisiens qui ont débarqué sur l'île. Ils sont à Lampedusa depuis deux semaines. Et finalement ils ont obtenu le transfert dans les centres d’accueil de Bari et de Croton. Derrière la cloison en verre, on aperçoit l'avion qui effectuera le vol d'Eurofly. Parmi eux il y a des jeunes garcons qui ne doivent avoir pas plus de quinze ou seize ans. Ils ont droit à être hébergés dans un centre pour mineurs. Mais aux lois ils préfèrent l'aventure. Aussi parce qu’elle est plus sûre. D’après la loi, ils sont mineurs non accompagnés. Mais sur les bateaux sur lesquels ils sont arrivés ils n’étaient pas seuls. Il y a ceux qui sont arrivés avec leur frère, qui avec leur oncle, et ceux qui ont voyagé avec leurs copains de quartier. Des personnes en qui ils ont une totale confiance, et avec qui ils vont continuer leur voyage en France. Leurs visages sont emus. Ils regardent le metal-détecteur comme leur énième défi. Comme si c’était un rite d'initiation. Une fois passés les contrôles et montés sur l'avion, on devient des hommes. On devient des étrangers, la vie sera difficile, tout le monde le sait, mais c’est pour se battre qu’ils sont partis.
Lampedusa airport. Four p.m. They arrive in groups of ten, in single file, without luggage and escorted by the police. They walk proudly and with their heads up, but their faces show their emotions. In fact, for many of them this is the first time they get on a plane. They are the Tunisian young men who landed on the island. They have been at Lampedusa for the past two weeks. And at last they have been granted the transfer to the reception centres of Bari and Crotone. The Eurofly airplane with which they will fly is visible through the glass partition. There are some youngsters among them who do not appear to be older than fifteen or sixteen. They have the right to go to a reception centre reserved for minors. But they prefer this adventure. Also because it is safer. According to the law they are considered unaccompanied minors. But they were not alone on the boats on which they arrived here. Somebody came with his brother, or with his uncle, somebody else with his friends. These are people they trust completely, and with whom they will continue the journey towards France. The excitement is visible on their faces. And they stare at the metal detector as if it were the last challenge. As if it were an initiation rite. After they are through the securitry checks and inside the plane, they become men. They become foreigners, life will be hard, they all know it, but they left for a chance to strive for a living.
Presunto mercenario fermato a Brega. Viene interrogato circondato da una folla in delirio, con un cappio stretto al collo e una pistola puntata alla testa. Vestito con abiti civili e disarmato. Chi era veramente? Che fine ha fatto?
Durata 1:48
Caricato il 23 febbraio 2011
Aeroporto di Lampedusa. Ore sedici. Arrivano a gruppetti di dieci, in fila indiana, non hanno valigie e sono scortati dalla polizia. Camminano fieri e a testa alta, ma sul volto trapela l'emozione. Per molti infatti è la prima volta che salgono su un aereo. Sono i ragazzi tunisini sbarcati sull'isola. Sono a Lampedusa da due settimane. E finalmente hanno ottenuto il trasferimento nei centri di accoglienza di Bari e Crotone. Dalla parete a vetri si vede l'aereo della Eurofly che effettuerà il volo. In mezzo a loro ci sono dei ragazzini che non dimostrano più di quindici o sedici anni. Hanno diritto a essere accolti in un centro per minori. Ma al diritto preferiscono l'avventura. Anche perché è più sicura. Per la legge sono minori non accompagnati. Ma sulle barche con cui sono arrivati non erano da soli. C'è chi è venuto col fratello, chi con lo zio, e chi con gli amici del quartiere. Gente di cui si fidano ciecamente, e con cui continueranno il viaggio, verso la Francia. Hanno facce emozionate. E fissano il metal detector come se fosse l'ennesima sfida. Neanche fosse un rito di iniziazione. Una volta passati di là dai controlli e saliti sull'aereo, si diventa uomini. Si diventa stranieri, la vita sarà dura, tutti lo sanno, ma è per lottare che sono partiti.
Crollano le borse, chiude il gasdotto e continuano le violenze. La Libia entra nel settimo giorno della rivoluzione scoppiata lo scorso 15 febbraio con il primo presidio antigovernativo a Benghazi. Da allora è successo di tutto: legioni straniere utilizzate dal regime per massacrare i civili, con armi pesanti e addirittura con colpi di antiaerea. I morti si contano ormai a centinaia, e al contrario di quanto dice Gheddafi - che oggi in televisione ha invitato il popolo alla guerra civile - è tutto documentato da filmati e fotografie amatoriali diffusi sul web. Ma in tutto questo nessuno si è chiesto cosa sta accadendo alle comunità africane a Tripoli. Sì perché, non lo dimentichiamo, parliamo di un paese dove vivono circa sei milioni di libici e un milione di emigrati africani. Precisiamolo subito: la maggior parte sono comunità stabilmente inserite in Libia, sudanesi, chadiani, ghanesi, mentre una minoranza in Libia ci sono arrivati negli anni precedenti ai respingimenti per passare la frontiera e venire in Italia via mare. Ad ogni modo, rappresentano almeno il 15% della popolazione e possono fare la differenza, nel bene e nel male. Ma come si stanno schierando?
Le vol de Meridiana à destination de Palerme est parti à l’heure, à 12h30. Parmi les passagers d’aujourd’hui il y a aussi Fouad Ben Maguer. C’est l’un des Tunisiens arrivés sur l’île de Lampedusa ces jours-ci. Mais lui il y est arrivé de Paris. A l’avoir poussé jusqu’ici, l’espoir faible que son frère soit parmi les rescapés, que sont frère ait réussi a se sauver. Pourtant il a suffi de tourner les pages du registre de la Brigade financière, pour comprendre que les Italiens ignorent tout du naufrage du 11 février. Son frère Walid est donc officiellement parmi les disparus dans les eaux du Canal de Sicile. Avec lui, les vies de 29 autres jeunes manquent à l’appel. Ce ne sont pas les conditions de la mer ni l’imprudence qui les ont tués, mais la corvette Liberté 302 de la marine militaire tunisienne qui ce jour a éperonné et fait couler le chalutier direct à Lampedusa. 85 personnes se sont sauvés. Et leurs profils sur facebook se sont transformés en une sorte de petite Spoon River virtuelle des harragas morts durant l’accident.
انطلقت الطائرة التابعة لخطوط مريديانا و المتوجهة لباليرمو في وقتها المحدد، على الساعة 12:30. من ضمن مسافري اليوم يوجد فؤاد بن ماجر، و هو أحد التونسيين الذين بلغوا جزيرة لامبدوسا خلال الأيام الأخيرة هاته. بيد أنه قدم إليها من باريس. كان الأمل الضئيل في أن يكون أخوه من ضمن الناجين. أن يكون قد نجى بحياته، هو ما دفع به إلى القدوم. ولكن ما إن تصفح سجل الشرطة المالية حتى أدرك أن الإيطاليين يجهلون كل شيئ عن المركب الذي غرق يوم 11 فبراير. و هكذا فأن أخاه وليد يتواجد بصفة رسمية ضمن الذين اختفوا في مياه قنال صقلية، و معه مصير 29 آخرين من الغائبين. لم تكن أحوال البحر ولا التهور هما ما قتلهم، ولكنها كانت الحراقة المسماة "حرية 302" التابعة للقوات العسكرية البحرية التونسية، و التي خرقت يومها و أغرقت سفينة الصيد تلك قرب لامبدوسا. تمكن 85 شخصا من الفرار، و صارت صفحاتهم على الفايسبوك بمثابة ديوان لكل "الحراڭة" الذين قضوا نحبهم في ذلك الحادث.
Un soldato delle forze armate di Gheddafi catturato a Bayda e ricoverato in ospedale spiega con un soffio di voce di far parte del battaglione di Khamis, il figlio di Gheddafi. Ha la pelle chiara, dice di essere libico e di venire da Tripoli. Una voce fuori campo dice di lasciarlo stare, che in fondo sono anche loro umani, e che è il "cane" di Gheddafi ad averli mandati, non è di loro volontà che sono venuti a uccidere i civili di Bayda. Se fosse stato un nero, avrebbero avuto la stessa pietà?
I cadaveri di due neri, a torso nudo ma apparentemente vestiti con pantaloni comuni ovvero senza divisa militare, vengono caricati e legati sul cofano di una macchina pronta a sfilare tra la folla, come se fossero un trofeo di guerra. Sui corpi dei due non si vedono ferite da arma da fuoco. Come sono stati uccisi? Linciati dalla folla?
Durata 1:10
Caricato 22 febbraio 2011
LAMPEDUSA - Il volo della Meridiana per Palermo è decollato puntuale alle 12,30. Tra i passeggeri di oggi c'è anche Fouad Ben Maguer. È uno dei tunisini arrivati sull'isola in questi giorni. Ma a differenza di tutti gli altri, è venuto da Parigi. A spingerlo fin quaggiù è stata la tenue speranza che il fratello si fosse salvato. Ma è bastato sfogliare i registri della Guardia di Finanza, per capire che del naufragio dell'11 febbraio gli italiani non ne sanno niente. Suo fratello Walid è dunque ufficialmente disperso nelle acque del Canale di Sicilia. Insieme a lui mancano all'appello le vite di altri 29 ragazzi. A ucciderli non sono state le condizioni del mare o l'imprudenza, ma la corvetta Liberté 302 della marina militare tunisina, che quel giorno ha speronato e affondato il peschereccio diretto a Lampedusa. Si sono salvati in 85. E i loro profili su facebook sono diventati una piccola Spoon River virtuale degli harraga morti nell'incidente.
Cosa fa la Francia se i quattromila tunisini arrivati a Lampedusa continuano il viaggio per Parigi? Sarkozy aveva già dichiarato la settimana scorsa di non volerli vedere in giro. Ma adesso è spuntato in rete questo documento riservato della prefettura di Cannes, vicino al confine italiano di Ventimiglia, dove di fatto viene chiesto alla polizia di "rafforzare le pattuglie... alla stazione di Cannes e dintorni" nel fine settimana del 19 e 20 febbraio, per un'operazione contro "i cittadini di nazionalità tunisina in situazione illegale"
The Meridiana’s flight for Palermo has taken off on time at 12,30. Amongst today’s passengers there’s also Fouad Ben Maguer. He’s one of the Tunisians who arrived on the island these days. But unlike all the others he has come from Paris.
Le esclusive immagini della rivoluzione in Libia, scattate a Benghazie e pubblicate sulla pagina Flickr di A7fadhomar. Notate i vecchi carri armati sovietici in mano al popolo, il ritorno della vecchia bandiera a tre strisce del regno di Libia (1951-1969), le caserme date alle fiamme, i bossoli dei proiettili raccolti per strada. E ancora: il fantoccio di Gheddafi impiccato, le salme dei martiri, e le preghiere in piazza. E infine, importante, la foto dei documenti guineani e dei mercenari delle milizie africane di Gheddafi.
Da stamattina provo a chiamare in Libia ma senza riuscirci. Devono aver spento la rete telefonica, dopo che già avevano disattivato internet due giorni fa. Le poche notizie che arrivano da Tripoli fanno semplicemente rabbrividire. Il leader della libertà, come lo chiama chi ci governa, ha ordinato l'uso dell'artiglieria pesante sui manifestanti! Hanno mitragliato le folle in piazza dagli aerei! E lanciato bombe dai carri armati! Ormai sono le più alte cariche libiche all'Onu a chiedere al mondo di fermare il massacro annunciato ieri in tv da quello che doveva essere il figlio riformista del colonnello dittatore, Saif el Islam. A questo punto una domanda sorge spontanea: chi ha venduto a Gheddafi le armi con cui oggi massacra il proprio stesso popolo? Qualche risposta viene da questo rapporto dell'Archivio Disarmo. Prendetevi la briga di leggerlo.
Una folla di civili intorno ai cadaveri di due africani uccisi, a torso nudo, apparentemente con pantaloni comuni, quindi senza divisa delle forze armate. I due non presentano ferite da armi da fuoco. Chi sono e come sono stati uccisi?
“Domani mattina avremo un'altra bandiera! Benghazi è libera!” Arrivano parole di giubilo dalla Libia. Ed è la prima volta dopo quattro giorni di massacri nelle piazze del paese. A parlare è un amico libico d'oltremare, Kamal. In questo momento è a Benghazi e mi ha appena dato la buona notizia al telefono. Il regime di Gheddafi si avvia verso la fine seppure con altissimo rischio di guerra civile. Dopo l'ennesimo bagno di sangue infatti, il popolo oggi ha avuto la meglio sulle milizie del regime e ha liberato la città di Benghazi, la capitale della Cirenaica, regione da sempre ostile alla dittatura del Colonnello. I reparti dell'esercito si sono uniti al popolo, mentre miliziani e fedeli del regime si trovano attualmente trincerati nell'aeroporto della città, circondati dai giovani rivoluzionari pronti a sferrare l'attacco finale con le armi che il popolo ha requisito all'esercito dopo aver fatto irruzione oggi pomeriggio nei campi militari. Intanto, incoraggiati dalla vittoria del popolo a Benghazi, sono scoppiati focolai di rivolte in tutto il paese, da Zawiyah a Tripoli, dove migliaia di persone sono scese in piazza pronte a marciare sul palazzo di Gheddafi, che secondo voci non ancora confermate sarebbe scappato in Venezuela.
Un ragazzo nero, vestito con abiti civili e disarmato, viene interrogatorio da una folla di civili, ferito e sotto evidente stato di shock. La tensione cresce fino a quando qualcuno lo colpisce con un pugno e altri lo buttano a terra. Il cerchio gli si chiude addosso, non si vede niente ma si capisce che lo stanno pestando a morte. Chi era? E che fine ha fatto?
Durata 1:21
Caricato 20 febbraio 2011
Mimmo dentro la camera mortuaria del civio di Palermo a vedere Noureddine non c'è voluto andare. Perché ha avuto paura di vedergli il volto carbonizzato dalle fiamme. Paura che quelle immagini di morte si sovrapponessero per sempre nei suoi ricordi alle immagini dei sorrisi di Noureddine e dei suoi occhi pieni di vita e di sogni. I sogni di un ragazzo di 27 anni partito appena diciottenne, nel lontano 2002, carico di aspettative e responsabilità, deciso a lavorare sodo in Italia per farsi carico dei sette fratelli e dei genitori.
Oggi Noureddine Adnane, Franco per gli italiani, non c'è più. La sua salma è sulla via del ritorno per Ben Ahmed. Arriverà in Marocco tra oggi e domani per il funerale. Ad attenderlo, nove anni dopo la sua partenza, ci saranno la moglie Atika, una ragazza di 21 anni, e sua figlia, la piccola Khadija, di due anni e mezzo. Chi spiegherà alla bambina che cosa è davvero successo al papà?
Mimmo refused to go to the hospital’s morgue of Palermo to see Noureddine. Because he was afraid he would see his face charred by the flames. He was afraid that those images of death would replace forever in his memories those images of Noureddine smiling, of his eyes full of life and dreams. The dreams of a 27 year old young man, who had left when he was just eighteen back in 2002, full of expectations and responsibilities, determined to work hard in Italy in order to support his seven siblings and his parents.
Due civili trascinano per la strada il cadavere di un militare nero delle forze armate di Gheddafi ucciso durante gli scontri. Ha il petto aperto in due sotto la divisa mimetica, si vedono le interiora. Sembrerebbe aperto con un coltello. Si chiedono se sia libico o no.
Durata 1:50
Caricato su Youtube il 19 febbraio 2011
Mimmo n’a pas voulu entrer dans la chapelle ardente de l’hôpital civil de Palerme pour voir Noureddine. Parce qu’il a eu le visage carbonisé par les flammes. Peur que ces images de la mort se superposent à jamais dans ses souvenirs aux images des sourires de Noureddine et de ses yeux plein de vie et de rêves. Les rêves d’un garçon de 27 ans, parti à peine majeur, en un lointain 2002, plein d’attente et de responsabilité, décidé à travailler dur en Italie pour prendre en charge ses sept frères et ses parents.
Lo avevamo già scritto. Con i trasferimenti in massa dei ragazzi tunisini sbarcati a Lampedusa la settimana scorsa, i centri di espulsione d'Italia rischiano di scoppiare. La situazione era già tesa prima. E adesso arrivano le prime avvisaglie, nei cie di Modena e Brindisi.
A Modena, dove 50 dei 60 detenuti fanno parte del gruppo dei tunisini di Lampedusa, mercoledì scorso ci sono stati i primi cinque episodi di autolesionismo. La cronaca locale descrive così la scena, per voce del direttore del centro di espulsione emiliano, il gemello dell'ex ministro, Daniele Giovanardi: "Hanno divelto, strappato le reti dei letti e con le molle metalliche si sono procurati tagli e varie ferite. Sangue ovunque: tre sono stati medicati sul posto. Per due invece si sono aperte le porte del pronto soccorso. Qui hanno rifiutato flebo, creato più volte confusione nel reparto. Uno è stato ricoverato per il taglio profondo ed è rimasto al Policlinico. L'altro, che ha pure ingoiato un corpo estraneo, è riuscito a scappare. E' stato ritrovato ieri e nel pomeriggio riportato in ospedale e piantonato".
Notizie simili arrivano dalla Puglia, dove venerdì al centro di espulsione di Brindisi - secondo il sito Macerie - ci sarebbe stato l'ennesimo tentativo di fuga, finito con tre tunisini arrestati e uno riuscito a fuggire e tornare in libertà.
"Quanti morti ci vorrano ancora, signori e signore che governate, per cambiare politica e regolare la questione migratoria nel rispetto del diritto di tutti a una vita dignitosa? Sono già annegati tanti, fermate la vostra caccia all'uomo e collaborate con i nuovi governi democratici del sud per fare davvero del Mediterraneo una regione di pace e di prosperità economica per tutti". Dopo la conferma del naufragio di Zarzis, si fa sentire anche la società civile tunisina. Il comunicato arriva da Parigi ed è firmato dalla Federazione tunisina per la cittadinanza delle due rive, nota da anni per il suo impegno contro il regime di Ben Ali e per i diritti dei tunisini espatriati. Mentre preparano l'invio di una missione d'inchiesta a Lampedusa tra i loro connazionali, chiedono alle autorità tunisine di aprire un'inchiesta sullo speronamento che ha causato la morte di 35 persone, e all'Europa di collaborare con le nascenti democrazie del sud anziché fare del terrorismo psicologico sull'invasione che non ci sarà. Parole al vento.
Come ho scritto ieri, la notizia del naufragio di Zarzis è confermata. Il bilancio per ora è di 35 vittime, anche se è ancora presto per capire se davvero la marina tunisina volesse affondare il barcone e se sia solo stata la manovra sbagliata di un comandante inesperto. Ad ogni modo, non è la prima volta che i mari del sud della Tunisia,tra Zarzis e Ras Jedir, si prendono la vita dei viaggiatori diretti in Sicilia. Ne sa qualcosa Mohsen Lihidheb. Lungo quelle stesse spiagge, ogni giorno dopo il turno alle Poste, raccoglie da 15 anni gli oggetti consegnati dal mare. Bottiglie di plastica, tavole da surf, canapi, testuggini, lampade al neon, elmetti, spugne, tronchi di legno, palloncini scoppiati. Mohsen ne ha creato un museo, il Museo della memoria del mare. Una memoria di plastica, fatta di opere d’arte sui paradossi dell’uomo moderno, costruite con i rifiuti recuperati nelle spedizioni ecologiche sul mare. Una delle installazioni, al centro del giardino circondato da mura di bottiglie di plastica colorate, è dedicata a Mamadou. È una montagna di almeno 150 paia di scarpe. Sono scarpe nuove, sono scarpe sportive e giovanili. Roba che non si butta. Sono le scarpe dei naufraghi. L’unico monumento che ricorda la strage che sta avvenendo quaggiù. È qui che è nato il titolo del mio primo libro, "Mamadou va a morire", quando incontrai Mohsen per la prima volta nel 2007. E questo è il mio racconto.
Credevo che nel Mediterraneo gli unici regimi pronti a ricorrere ai cecchini per risolvere i problemi sociali fossero i destituiti governi di Mubarak in Egitto e Ben Ali in Tunisia. E invece mi devo ricredere. Perchè oggi la Guardia di Finanza italiana ha fatto lo stesso. E per poco non ci è scappato il morto. Proprio così, un finanziere ha aperto il fuoco su un peschereccio con una trentina di egiziani a bordo al largo di Ragusa ferendo il comandante al braccio. A mia memoria è la prima volta che succede. Il peschereccio aveva appena sbarcato nel ragusano una trentina di persone e ne trasportava altrettante a bordo. E quando la Guardia di finanza l'ha intercettato si è dato alla fuga. Per porre fine all'inseguimento, dopo aver sparato una serie di colpi in aria, la motovedetta della Finanza ha affiancato il peschereccio e uno degli agenti ha sparato al comandante. Avete capito bene! Ha preso la mira e ha aperto il fuoco sul comandante, per porre finalmente fine all'inseguimento. Fortunatamente la ferita è lieve. E se l'avessero ammazzato? Dico ma quali sono le regole d'ingaggio della Finanza nei pattugliamenti in frontiera? Stiamo tutti impazzendo? Di seguito la notizia raccontata nei dettagli sulla cronaca locale ragusana. Gli avvocati sul posto possono vedere se ci sono gli estremi per una denuncia? Ma davvero stiamo tutti impazzendo? Se ci legge un finanziere ci vuole spiegare quale mutazione antropologica sia avvenuta? Fino a due anni fa la Finanza si è distinta per lo straordinario lavoro di salvataggio in mare, lo dico col cuore in mano. E poi nel 2009 i respingimenti, i pestaggi a bordo, e infine gli spari sulla gente! Fermatevi!
CAIRO, 15 febbraio 2011 – Finalmente la verità sul naufragio di Zarzis. Parlano ai microfoni dell’autorevole Agence France Press otto dei passeggeri tunisini sopravvissuti all’incidente dello scorso 11 febbraio scorso sulla rotta per Lampedusa. E accusano senza mezzi termini la marina tunisina di avere deliberatamente speronato la loro imbarcazione. Oltre ai 5 cadaveri ripescati, la cui morte era sin da subito stata ammessa dalle autorità, ci sarebbero anche almeno 30 dispersi. Le famiglie delle vittime ora chiedono giustizia. Ma resta da capire chi ha dato l'ordine di speronare e in che punto del Canale si trovava il peschereccio. Visto che i testimoni hanno detto che stavano navigando da ormai 12 ore, c'è da immaginarsi che fossero vicini a Lampedusa, e infatti sul posto si sarebbe recato anche un elicottero italiano. Che ci faceva? Perchè nessuno ha fatto rapporto della strage? I dettagli, raccontati da 7 dei superstiti, nell'articolo di AFP.
Le prime inchieste di Fortress Europe sui campi di detenzione in Libia risalgono al giugno del 2006. Nacque tutto in un palazzo occupato di Roma, con le prime interviste a eritrei e somali che raccontavano i gironi infernali delle galere libiche finanziate segretamente dall'Italia per bloccare gli sbarchi a Lampedusa. Il primo rapporto completo su quei campi, con la prima mappa e i primi dati sui finanziamenti italiani e europei, venne pubblicato su Fortress Europe nel 2007. Da allora il sito ha monitorato costantemente la frontiera tra la Libia e l'Italia e nel 2008 siamo stati i primi giornalisti al mondo a visitare quelle prigioni, insieme al collega tedesco Roman Herzog. Di seguito trovate una selezione dei materiali più importanti pubblicati sul sito in questi quattro anni di lavoro.
Ma perché secondo voi le cose più interessanti si sentono su piccole webradio indipendenti e non nel mainstream? E allora grazie a Marzia Coronati e Elise Melot, e a Andrea Cocco, di Passpartù e ai loro ospiti in trasmissione Annalisa, Christian, Mohsen Lihidheb e Fulvio Vassallo Paleologo, che ci raccontano i fatti della Tunisia visti da Zarzis, Lampedusa, Palermo e... dal centro espulsioni di Torino. Qui potete scaricare la puntata oppure ascoltarla in streaming sul sito di Amisnet.
Prendetevi dieci minuti del vostro tempo. E riguardatevi l'intervento del ministro dell'interno Roberto Maroni domenica scorsa a "Che tempo che fa" sulla questione Tunisia. Anche a voi si contorce lo stomaco? Inviamo tutti insieme questa mail al conduttore Fabio Fazio.
Questo è l'indirizzo mail della trasmissione: raitre.chetempochefa@rai.it
"Ho assistito oggi a una riunione organizzata dal comitato popolare di Zarzis. Tutti hanno condannato categoricamente questa ondata di emigrazione. I marittimi hanno difeso con forza il codice d'onore del mestiere e accusato i pescatori che hanno venduto le loro barche agli organizzatori delle traversate". Ecco come viene vissuta sull'altra riva del mare la partenza dei 4.000 ragazzi che dalle coste meridionali della Tunisia sono arrivati a Lampedusa nei giorni scorsi. A scriverci è il signor Mohsen Lihedheb, postino e ecoartista di Zarzis, da tempo sensibile a questi temi. Mi ha mandato una mail ieri sera, durante la partita Inter Juventus. A casa sua, insieme al figlio adolescente, c'era un altro ragazzino di Zarzis, che due giorni prima era stato fermato in mare dalla Marina tunisina sulla rotta per l'Italia. Mohsen ci ha fatto due chiacchiere. Ed è interessante quello che viene fuori. Più che altro per capire che sono gli stessi di ieri che stanno partendo. Ragazzi in cerca di avventura e padri di famiglia avvezzi alla fatica e pronti al sacrificio per dare un futuro diverso ai figli, migliore. Forse c'è una sola differenza rispetto al passato. Che ai tempi del regime di Ben Ali, a Lampedusa arrivavano anche sindacalisti, oppositori ed ex prigionieri politici. Ma a quelli Maroni non ci ha mai fatto caso, visto che Ben Ali era un amico dell'Italia. Di seguito trovate la lettera di Mohsen.
Gente che se ne va, gente che si rivolta. Non ci si capisce più niente. A Bologna la Polfer ha fermato 120 tunisini su un intercity diretto a Milano alle 6 di questa mattina e ha portato tutti in caserma. A Torino ci sono 50 tunisini in sciopero della fame al centro di espulsione di via Brunelleschi. E gli altri? Dove sono finiti i 4.000 tunisini arrivati nei giorni scorsi a Lampedusa? Sicuri che i centri di espulsione riempiti al limite del sovraffollamento con i nuovi arrivati non finiranno per saltare in aria?
Le notizie si rincorrevano sul web da due giorni, ma solo adesso sembra essere confermata da fonti indipendenti. L'Ansa in Italia e Atouf e Assabah in Tunisia parlano di una collisione in mare, nel golfo di Gabes, sulla rotta per Lampedusa. I fatti risalgono alla notte tra sabato 12 e domenica 13 febbraio. La dinamica non è ancora chiara, ma protagoniste sarebbero due imbarcazioni cariche di passeggeri che stavano facendo da spola verso la nave madre. I due natanti si sarebbero scontrati viaggiando senza luci, non è ancora chiaro se durante una fuga da una motovedetta della marina militare tunisina. Il mare ha restituito i corpi di 5 annegati. Ma all'appello mancano ancora 17 persone, date ormai per disperse in mare. Una vera tragedia... Di cui certamente non si occuperà il ministro degli esteri Franco Frattini. Da quando è caduto l'amico dittatore Ben Ali - da lui strenuamente difeso fino all'ultimo - il ministro non si è mai degnato di visitare Tunisi libera, neanche non fossimo paesi confinanti. Ma sono bastati un po' di sbarchi in piena crisi di fiducia del governo, per farlo correre in fretta a Tunisi, dove è atteso per oggi, a negoziare un'espulsione collettiva. Gli avvocati si allertino... Di seguito la cronaca sulla stampa italiana e araba.
Altra drammatica notizia dalla Tunisia. Nella settimana che ha visto arrivare a Lampedusa circa 4.000 ragazzi dalle coste di Sfax e Zarzis, si contano altri 4 morti. I loro corpi senza vita sono stati trovati a bordo di un gommone alla deriva, al largo di Sfax, nel sud del paese. E chissà se a bordo c'erano altri passeggeri. Alla notizia di queste morti si aggiunge quella della scomparsa nei giorni scorsi di altri due ragazzi lungo le coste di Zarzis. Cosa diremo alle madri e ai padri di questi ragazzi, quando ci chiederanno perché? Perché i propri figli sono dovuti partire per la via del mare e non hanno potuto viaggiare in aereo, comodamente seduti e un po' annoiati come fanno i milioni di italiani che ogni anno fanno la rotta opposta, diretti in Tunisia per vacanza? Di seguito i dettagli della notizia. Qui invece i dati dei morti nel canale di Sicilia negli ultimi anni. E qui la rassegna stampa completa delle vittime del Mediterraneo.
Yesterday I was demonstrating, today I build Egypt. Con questo nuovo slogan appeso al collo, migliaia di ragazzi si sono messi al lavoro al Cairo per restituire alla città una piazza Tahrir tirata al lucido, dopo i 18 giorni di rivoluzione che hanno portato alla caduta del regime di Mubarak. Centinaia di scope hanno tolto dall'asfalto anche la polvere, le tende sono state smontate, i marciapiedi ridipinti a strisce bianche e nere, i carri armati puliti dalle dalle scritte spray dei giorni della protesta e - incredibile ma vero - migliaia di sampietrini divelti per le sassaiole contro la polizia del 25 e 28 gennaio, sono stati riposizionati uno per uno nella pavimentazione della piazza. "La libertà è responsabilità", dice uno slogan in piazza. E allora si inizia a ricostruire il nuovo Egitto. Dopo i festeggiamenti di sabato 12 febbraio, la piazza è di nuovo aperta al traffico, nonostante un gruppo di un migliaio di manifestanti che continua il presidio in attesa della revoca della legge d'emergenza che governa l'Egitto da 30 anni. Noi intanto, in attesa di sapere cosa succederà con il governo transitorio retto dai militari, che hanno appena sciolto il parlamento in attesa di nuove e libere elezioni, vi riproponiamo di seguito tutti i pezzi del racconto di questi dieci giorni al Cairo con i ragazzi di piazza Tahrir. Fateli circolare, ce ne ricorderemo a lungo. Perché al Cairo il 25 gennaio come a Tunisi il 14 gennaio, si è scritta una nuova pagina della storia. Oggi inizia una nuova era, che conta due dittature in meno sulla riva sud di questo splendido mare.
C'è stato un naufragio questa mattina a Jdarya, vicino Zarzis, lungo la costa meridionale della Tunisia. È successo che si è rovesciata in mare la barca che faceva da spola verso il peschereccio che poi è partito per Lampedusa con altri passeggeri a bordo. Almeno queste sono le notizie comparse sulla stampa tunisina. Il bilancio per ora è di un morto e di un disperso in mare. Di seguito riportiamo la cronaca dei fatti, in francese, su Tunisie Soir.
CAIRO - Si spara di nuovo a piazza Tahrir, ma stavolta i botti non fanno paura, perché sono fuochi d'artificio. Alla fine ha vinto questa straordinaria piazza, che per 18 giorni consecutivi ha saputo mobilitare milioni di egiziani in tutto il paese. Mubarak si dimette, lo annuncia alla tv nazionale il vicepresidente capo dei servizi segreti Omar Suleiman, con uno scarno comunicato di 40 parole. Sono le 17,00 di venerdì 11 febbraio. La notizia è accolta con un boato di gioia e commozione a piazza Tahrir. Io sono appena arrivato, perché sulla via del ritorno da Suez sono stato bloccato per sei ore dai militari, insospettiti dalla presenza di un giornalista straniero da quelle parti.
Ormai sembra cosa fatta. Anche il Veneto avrà il suo centro di identificazione e espulsione. Maroni ne parla dai tempi del pacchetto sicurezza nel 2009. Avere un centro di identificazione e espulsione in ogni regione italiana. E quindi aprirne 10 nuovi in Veneto, Trentino, Liguria, Valle d'Aosta, Toscana, Marche,Liguria, Abruzzo, Umbria e Basilicata dove a oggi non ci sono strutture simili. Ma al di là di un gran parlare, alla fine tra una polemica e l'altra non è mai stato definito nessun progetto operativo. Tranne questo del Veneto, che ormai sembra cosa certa. A annunciarlo è stato lo stesso ministro Maroni. Il centro sorgerà dentro il nuovo carcere di Venezia, a Campalto. A scanso di equivoci per tutti quelli che continuano a chiamare "ospiti" le persone detenute fino a sei mesi in attesa di essere identificate e espulse. La prima pietra dovrebbe essere posata entro l'anno. Si attivi per tempo la rete di associazioni venete !
SUEZ – Di tutta la rivoluzione alla fine alla mamma di Aslam non rimarrà che un cappotto nero. All'apparenza sembra nuovo, ma guardando con attenzione si vede un foro largo come un dito, passa da parte a parte, all'altezza della schiena. È il foro del proiettile che si è portato via la vita di questo ragazzo di 21 anni, lo scorso 28 gennaio, nella strage dimenticata della rivoluzione d'Egitto. La strage di Suez, la città del canale, dove tra il 25 e il 28 gennaio i cecchini della polizia di Mubarak hanno assassinato 24 ragazzi e ferito altre 310 persone. Aslam l'hanno ammazzato il venerdì della rabbia, il 28 gennaio, intorno alle 21,00. La madre di Aslam mi passa alcune fototessere del figlio. È vestita a lutto, attorna a lei siedono i due fratelli e la sorella di Aslam. Il papà invece non c'è, perché è morto tanti anni fa, quando Aslam era ancora bambino. Chissà, magari tra qualche anno quelle foto e quel cappotto saranno custodite in una teca nel museo dei martiri della rivoluzione di Suez.
CAIRO – Piazza Tahrir ha rotto gli argini. E da ieri sera parte della protesta ha raggiunto il vicino parlamento e la residenza privata del primo ministro Ahmed Shafiq. Migliaia di persone sfidano direttamente i simboli del potere. Gli slogan sono gli stessi, il popolo chiede la fine del regime. Per ora l'esercito lascia fare, ha soltanto concentrato qualche carro armato in più davanti al parlamento, che è stato evacuato ed è presidiato dai militari. Nessuna tensione però con i manifestanti. Al contrario, la strada del parlamento è aperta, non c'è nessun controllo da parte dei militari, nessuna barricata, ma dopotutto il presidio è estremamente pacifico per il momento. Ma di fatto il parlamento è assediato dal popolo e la sua attività completamente paralizzata. Migliaia di persone hanno ricoperto di tappeti e coperte la strada del parlamento, dove già ieri notte si sono fermati a dormire e si avviano a dormire oggi per la seconda notte, riparati da strisce di nylon trasparente sotto un'improvvisata tendopoli. Tanti i giovani, ma anche tante famiglie, donne e bambini piccoli. Oltre a qualche sub come si vede dalla foto.
CAIRO - “La libertà è una benedizione per cui vale la pena lottare”. Twitter, 8 febbraio 2011. Sono le prime parole postate in rete da Wael Ghonim, il nuovo eroe di piazza Tahrir, che lunedì ha commosso l'Egitto con una sua intervista a Dream Tv. È il numero uno di Google in Egitto, e da 12 giorni era semplicemente scomparso. Di lui non si sapeva più niente, se fosse stato ucciso o arrestato. Ieri ha raccontato di essere stato sequestrato la notte tra il 27 e il 28 gennaio, all'una di notte, da quattro agenti in borghese che lo hanno acciuffato per strada mentre aspettava un taxi con un amico. Lo hanno portato via bendato e ammanettato, e la benda dagli occhi non gliel'hanno tolta per tutti i dodici giorni di detenzione, durante i quali è stato sottoposto a insistenti interrogatori, accusato di essere un cospiratore al soldo degli Stati Uniti o dell'Iran. Al pubblico ha chiesto di non stampare manifesti con la sua immagine, di non fare di lui un eroe. Perché gli eroi sono altri. Sono i ragazzi morti in piazza sotto gli spari dei cecchini di Mubarak e delle bande criminali dei baltagia.
Pure il sindacato di polizia adesso chiede la chiusura del centro di identificazione e espulsione di Brindisi, recentemente finito sotto i riflettori della cronaca locale per una serie di riuscite evasioni. Attenzione agli equivoci però! Nessuna disobbedienza civile, semplicemente gli agenti chiedono una struttura più simile a un carcere per garantire un maggiore controllo. Di seguito i dettagli sulla locale di Brindisi.
CAIRO - Tre tentativi di fuga in una settimana, tra Brindisi e Modena. Protagonisti sono i tunisini sbarcati nelle settimane scorse in Sicilia e che stanno tentando di tutto per tornare liberi. Dopotutto non hanno commesso nessun reato, se non il reato di viaggio, ma per il nostro ordinamento devono pagare con la detenzione fino a sei mesi nei centri di identificazione e espulsione. E le prospettive sono due: o il rimpatrio forzato o il rilascio sul territorio senza documenti. Quanto potere ha la frontiera. Prima che partano sono gli eroi della rivoluzione, e appena arrivano diventano i corpi in eccesso, senza nomi e senza storie, da espellere dalla finestra, mentre nelle stesse ore, tramite il click day dei giorni scorsi, Maroni ha chiesto l'ingresso di altre 100.000 persone. Di seguito i dettagli delle fughe sulle cronache della locale.
Mohamed, Ahmed, Farouk, Eslam, Hamada, Muhammad, Saif. Profesión: periodista , artista, abogado, estudiante, chófer, médico, parado. Edad: 36, 31, 40, 22, 30, 26, 16. Herido de bala mientras filmaba enfrentamientos entre la policía y los manifestantes. Herido de bala en el cuello, a continuación, atropellado por un coche. Se quemó a lo bonzo frente al Parlamento en señal de protesta. Atropellado por un coche. Herido de bala. Herido de bala en el pecho. Herido de bala. El Cairo tiene ahora también su Spoon River (1). Es un sitio web que se llama mil memorias, y está recopilando en Internet todas las noticias sobre los mártires de la revolución en Egipto. Por el momento llevan recogidos datos sobre 61 víctimas. Nombre, foto, edad, profesión, lugar de asesinato y tipo de accidente. La información procede directamente de amigos y familiares de los muertos. La iniciativa nace de Hashim Mahmud, un egipcio de Toronto, Canadá, que quería crear un tributo virtual a la memoria de los mártires. Pero lo interesante es que de manera espontánea lo mismo está sucediendo en la Plaza Tahrir.
CAIRO – Bibbia e Corano contro il regime. Succede anche questo a piazza Tahrir. Amin per esempio ha la barba bianca, indossa una gallaba tradizionale e sulla fronte ha il tipico callo degli uomini pii avvezzi alle preghiere e alle genuflessioni che portano la testa a contatto con la terra, cinque volte al giorno. Nella mano sinistra tiene stretto un corano che agita in aria ogni volta che ripete gli slogan della folla. Seduto accanto a lui, Michel ripete gli stessi identici slogan. Ma in mano tiene una croce ritagliata da un foglio di carta bianco, in mezzo alla quale ha scritto in arabo Irhal, vattene. L'invito evidentemente è rivolto a Mubarak, contro il quale si è formato un fronte comune tra copti e musulmani d'Egitto.
CAIRO – Mohamed, Ahmed, Farouk, Eslam, Hamada, Muhammad, Saif. Professione: giornalista, artista, avvocato, studente, autista, medico, disoccupato. Anni: 36, 31, 40, 22, 30, 26, 16. Colpito da un proiettile mentre filmava gli scontri tra polizia e manifestanti. Colpito da un proiettile al collo, poi investito da un'automobile. Bruciatosi davanti al parlamento per protesta. Investito da un'auto. Colpito da un proiettile. Colpito da un proiettile al petto. Colpito da un proiettile. Da oggi anche il Cairo ha la sua Spoon river. È una pagina internet, ospitata sul sito 1000 memories, che sta raccogliendo sul web tutte le notizie relative ai martiri della rivoluzione egiziana. Per ora sono riusciti a raccogliere i dati di 136 vittime. Nome e cognome, foto, età, professione, luogo dell'omicidio e tipo di incidente. Le informazioni sono caricate direttamente dagli amici e dai parenti dei morti. L'iniziativa è nata da un'idea di Mahmoud Hashim, un egiziano di Toronto, in Canada, che ha voluto creare sul web un tributo virtuale alla memoria dei martiri. Ma la cosa interessante è che in modo spontaneo sta succedendo la stessa cosa anche in piazza Tahrir.
CAIRO - Prima matrimonio a Cairo libera. Ahmed e Ula si sono uniti in nozze oggi pomeriggio alle 16,30. La cerimonia si è svolta sotto il palco allestito in piazza Tahrir, dove da 14 giorni va avanti ininterrottamente la protesta contro il regime di Mubarak. Ahmed e Ula sono in piazza dal primo giorno. Da quel 25 gennaio che sembra ormai lontanissimo. E proprio oggi hanno deciso di sposarsi. L'applauso della folla li ha accompagnati a lungo, prima che i microfoni tornassero a diffondere i classici della musica egiziana, Um Kalthoum e Abdelhelim Hafez, con una incursione dell'inno nazionale. Qualcuno in piazza già lo chiama il matrimonio della libertà. Sicuramente la sensazione diffusa è quella di un nuovo inizio, che non è un conflitto generazionale. Nessuno ha tagliato la testa al padre. Al contrario i padri sono in piazza con i figli, bambini o adolescenti che siano.
Essere o non essere? Terzo giorno del nostro viaggio al Cairo. Dodicesimo giorno della rivoluzione che vuole destituire la dittatura di Mubarak, il quale oggi si è dimesso dalla direzione del partito di governo, il National Democratic Party, insieme ai vertici e al figlio Gamal, che fino al 24 gennaio tutti davano per suo successore al potere. Forse il primo ministro Omar Suleiman, già capo dei servizi segreti, pensava che fosse questa la contropartita sufficiente per ottenere lo sgombero di piazza Tahrir, ma si sbagliava di grosso. Anche oggi decine e decine di migliaia di persone hanno occupato quello che è divenuto il luogo simbolo della rivolta. E questo è il nostro racconto della giornata.
¿Ser o no ser? Tercer día de nuestro viaje a El Cairo. Duodécimo día de la revolución que quiere derrocar la dictadura de Mubarak, que hoy ha dimitido de la dirección del partido gubernamental, el Partido Democrático Nacional, junto con los dirigentes y su hijo Gamal, al cual se daba por sucesor de su padre hasta el 24 de enero. El primer ministro, Omar Suleimán, antiguo jefe de los servicios secretos, acaso creía que con esta contrapartida ya iba a bastar para que desalojaran la plaza Tahrir, pero se equivocaba por completo. También ayer miles y miles de personas ocuparon el lugar que se ha convertido en símbolo de la revuelta. Esta es la crónica de la jornada.
A un punto della sera, tutti gli slogan di piazza della liberazione diventano musica. Dicono: Tutti noi chiediamo una cosa sola: Vattene!Vattene! Cadi, cadi Hosni Mubarak! Il popolo vuole la caduta del regime!Noi non ce ne andiamo, lui se ne vada!
Ricordate il cable dell'ambasciata americana a Tripoli sul pestaggio degli eritrei durante il respingimento in Libia e sull'ostruzionismo del nostro ambasciatore a Tripoli contro le Nazioni Unite? Bene, a distanza di 24 ore dalla pubblicazione in rete di quelle notizie, il deputato Matteo Mecacci ha presentato un'interrogazione a riposta orale alla III° Commissione Affari Esteri della Camera per sapere se è vero o no quello che racconta l'ambasciatore americano a Tripoli Gene Cretz. Ecco il testo completo dell'interrogazione.
Un'altra buona notizia. Dopo le procure di Brescia e di Firenze, anche la procura di Roma ha comunicato che non procederà più all'arresto per il reato di inottemperanza all'ordine di espulsione, e archivierà i processi in corso, in base al recepimento della nuova direttiva europea sui rimpatri, entrata in vigore a dicembre. In poche parole a Roma, a Firenze e a Brescia, e presto in tutta Italia, nessuno potrà più essere arrestato perché ha un documento scaduto o perché non ha lasciato l'Italia entro cinque giorni dall'ordine del Questore di andarsene dal paese. L'articolo 14 della Bossi Fini presto sarà solo un brutto ricordo. Anche laddove infatti le Procure non si sono ancora pronunciate in modo ufficiale, ci sono stati infatti casi di vittorie legali da parte di quegli avvocati che si sono appellati alla direttiva europea per ottenere la scarcerazione dei loro assistiti, almeno a Pinerolo, Milano, Torino e Genova.
Cairo. Secondo giorno a Piazza Tahrir. Il signor Mohamed ha 61 anni, occhiali da sole e una mascherina antigas legata al collo. La settimana scorsa aveva il volo di ritorno per l'Arabia Saudita, dove ormai vive da 35 anni con tutta la famiglia. Ma quando ha visto sollevarsi la gioventù, ha deciso di annullare tutto per assistere alla fine del regime. “Da qui non mi smuovo, lo faccio per questi ragazzi”, mi dice indicandomi la folla. Sono le 16,00 di venerdì 4 febbraio, ribattezzato il venerdì della partenza, dopo il venerdì della rabbia della settimana scorsa, e finalmente, dopo aver passato tutta la mattina bloccato dai militari, sono riuscito a entrare a piazza Tahrir, accolto dai cori diretti a Mubarak: “Irhal! Irhal!”, ovvero “Parti, vattene!”
L'altra immagine del Cairo. Perché accanto alla guerriglia urbana, c'è anche una catena umana di egiziani cristiani che proteggono i manifestanti musulmani durante la preghiera. Il luogo è lo stesso degli scontri di mercoledì tra manifestanti e miliziani di Mubarak. Piazza Tahrir. Un luogo dove si sta scrivendo la storia. Dove per la prima volta in trent'anni centinaia di migliaia di egiziani scendono in piazza e dicono Shaab yurid isqat annizam: il popolo vuole la caduta del regime. Dopo il mio viaggio a Tunisi, non potevo non raccontarvi anche i ragazzi della rivoluzione d'Egitto.
TORINO - Questa è davvero grossa. Dei 73 eritrei respinti in Libia il primo luglio 2009 e pestati a bordo dai militari della Marina italiana, ne avevamo già parlato a suo tempo, e a dirla tutta eravamo stati i primi a dare la notizia. Ma adesso spunta fuori un testimone insospettabile! Si chiama Gene Cretz e altri non è se non l'ambasciatore americano a Tripoli. In un documento segreto del 5 agosto 2009, diffuso in rete da Wikileaks, parla proprio di quel respingimento, e riporta la testimonianza dell'allora direttore dell'Alto commissariato dei rifugiati a Tripoli, l'iraqeno Mohamed Alwash. Alwash incontra l'ambasciatore americano in piena stagione di respingimenti. Oggetto della riunione è la definizione di un piano di accoglienza negli Stati Uniti di un gruppo di rifugiati politici eritrei detenuti a Misratah. Ma ben presto la discussione si sposta su altro. Alwash è una persona moderata. Ma ci sono due cose che proprio non gli sono andate giù. La prima è il pestaggio degli eritrei respinti. La seconda è l'ostruzionismo dell'ambasciatore italiano a Tripol, Francesco Trupiano.
"Vi supplico soccorreteci, non possiamo continuare a camminare, moriremo in questo deserto. Vi supplico di nuovo. Siamo vicini alla frontiera con la Mauritania, vediamo il posto di blocco e i soldati. Perdo le forze, non ci rimane molta batteria nel telefono, vi supplichiamo, qualcuno ci aiuti". Sono le 8.31 del primo febbraio. E queste sono le parole di Ebo, uno dei sessanta arrestati dalla polizia marocchina e espulsi alla frontiera mauritana. Abbandonati in mezzo al deserto. Ennesimo effetto collaterale delle politiche di esternalizzazione, per mezzo delle quali l'Europa chiede ai paesi vicini di ripulirle il cortile. Ebo e gli altri volevano raggiungere la Spagna, per quello sono stati arrestati dai nostri nuovi cani da guardia. La telefonata con cui Ebo ha lanciato l'sos, è stata raccolta e diffusa online da Helena Maleno sul sito Pandoras, dove potete leggere anche le sue riflessioni su questo incidente. Le autorità mauritane pare siano state informate del caso.
Immaginatevi la scena. Parco Lambro a Milano. Adagiata su un telo in mezzo al prato, una bella ragazza in costume, magari bionda e con gli occhi azzurri, prende il sole in un pomeriggio d'agosto. E' sdraiata a pancia in giù e non vede che da dietro le si avvicina un tipo losco. Dai tratti si direbbe marocchino, forse algerino, le si siede sopra e inizia a palpeggiarla. Lei allora si alza di botto e inizia a gridare. Lui in tutta risposta dice ma dai, stavo scherzando. Ma c'è una testimone, che vede tutto. Le due sporgono denuncia, conoscono le generalità del molestatore. Secondo voi come va a finire?
Adesso provate a invertire i ruoli. La ragazza è un'altra. E non è al parco a prendere il sole, anche perché è nera, ma è invece dentro il centro di identificazione e espulsione di Milano. Ha tirato il materasso fuori dalla cella, nel cortile, perché dentro fa troppo caldo e non si riesce a dormire. E' in biancheria intima e sta sdraiata a pancia in giù e non vede che da dietro le si avvicina un tipo losco. Dai tratti si direbbe italiano, e dalla divisa si direbbe un poliziotto.
TORINO – Finora non se ne era parlato. Ma tra le migliaia di file segreti delle ambasciate americane diffuse in rete da Wikileaks, ce n'è anche uno dedicato alle politiche di Maroni. La data è del 14 maggio 2009. I respingimenti in Libia sono cominciati dieci giorni prima. E l'ambasciatore americano a Tripoli, Gene Cretz, ne fa rapporto a Washington. Si parla dei primi tre respingimenti: i 227 del 7 maggio 2009, i 77 del 9 maggio e i 163 del 10 maggio. Il documento conferma che il 7 e il 10 maggio, furono motovedette italiane a riportare nel porto di Tripoli i respinti. Il 9 maggio invece fu utilizzata un'imbarcazione della vicina piattaforma petrolifera dell'Eni di Bahr Essalam. C'è poi un accenno ai 15 funzionari italiani arrivati oltremare per formare i libici, e alle “malandate condizioni” delle prigioni dove furono detenuti i respinti dopo l'arrivo al porto di Tripoli. Tutti elementi che saranno utili ai due processi ancora in piedi contro i respingimenti.
Promemoria. Segnatevi le date, dal 6 all'11 febbraio Dakar ospita il forum sociale mondiale. Un'ottima occasione per contaminarsi con idee nuove. Fra l'altro dal 2 al 4 ci sarà un forum sulla libertà di circolazione.