LUCCA, 30 aprile 2009 - Non ci sarà l'ampliamento del Centro di identificazione ed espulsione di Lampedusa, nella vecchia base Nato Loran. Lo ha deciso ieri la Conferenza dei servizi, che ha riunito alla Prefettura di Palermo rappresentanti del Comune di Lampedusa, della soprintendenza di Agrigento, degli assessorati regionali al territorio e ai beni culturali, della guardia forestale e del ministero dell'Interno. E oggi il Dipartimento libertà civili del Viminale ha disposto la chiusura del cantiere. Il Cie, che provvisoriamente funziona come centro di prima accoglienza - sarà comunque utilizzato nei preesistenti fabbricati in muratura della Loran. Il parere negativo della Conferenza dei servizi infatti riguarda soltanto la messa in opera dei prefabbricati che dovevano essere fissati su piattaforme di cemento preesistenti, realizzati a suo tempo in funzione di campi da tennis ed eliporto.Il blog di Gabriele Del Grande. Quattro anni di viaggi nel Mediterraneo lungo i confini dell'Europa. Alla ricerca delle storie che fanno la storia. La storia che studieranno i nostri figli, quando nei testi di scuola si leggerà che negli anni duemila morirono a migliaia nei mari d'Italia e a migliaia vennero arrestati e deportati dalle nostre città. Mentre tutti fingevano di non vedere.
30 April 2009
Lampedusa: bloccati i lavori alla base Loran. Il nuovo Cie è abusivo
LUCCA, 30 aprile 2009 - Non ci sarà l'ampliamento del Centro di identificazione ed espulsione di Lampedusa, nella vecchia base Nato Loran. Lo ha deciso ieri la Conferenza dei servizi, che ha riunito alla Prefettura di Palermo rappresentanti del Comune di Lampedusa, della soprintendenza di Agrigento, degli assessorati regionali al territorio e ai beni culturali, della guardia forestale e del ministero dell'Interno. E oggi il Dipartimento libertà civili del Viminale ha disposto la chiusura del cantiere. Il Cie, che provvisoriamente funziona come centro di prima accoglienza - sarà comunque utilizzato nei preesistenti fabbricati in muratura della Loran. Il parere negativo della Conferenza dei servizi infatti riguarda soltanto la messa in opera dei prefabbricati che dovevano essere fissati su piattaforme di cemento preesistenti, realizzati a suo tempo in funzione di campi da tennis ed eliporto.Pattuglie, Rabit e voli charter. I piani di Frontex per il 2009
LUCCA, 30 aprile 2009 - Un sistema permanente di pattugliamenti congiunti delle frontiere esterne dell'Unione europea. Marittime, aeroportuali e terrestri. Con mezzi militari e sistemi elettronici di sorveglianza. E voli charter per i rimpatri che facciano scalo nei vari Stati membri. È questo il disegno dell’agenzia comunitaria Frontex, secondo quanto esposto dal suo stesso direttore Ilkka Laitinen in un’audizione alla Commissione Libe del Parlamento europeo lo scorso 27 aprile. Proprio nella settimana in cui – subito dopo la risoluzione del caso Pinar - è partita l’operazione Nautilus IV nel Canale di Sicilia. Laitinen ha tracciato un bilancio delle attività di Frontex nel 2008 e presentato le priorità per il 2009. Ovviamente senza nessun riferimento ai casi dei gommoni di emigranti affondati nel mar Egeo dalla Guardia costiera greca, né alla proposta delle autorità tedesche di togliere viveri e carburanti alle imbarcazioni per far loro invertire la rotta, e tantomeno alle gravi condizioni di detenzione dei migranti intercettati in Libia, imprescindibile collaboratore per i futuri pattugliamenti nel Mediterraneo centrale.Infine, sono in calendario due esercitazioni per 30-40 uomini dei Rabit (Rapid border intervention team), i corpi di intervento rapido previsti per casi di emergenza. Nel 2009 si terranno due esercitazioni. La prima tra aprile e maggio, al confine tra Turchia, Bulgarie e Grecia. L’altra, nella seconda metà dell’anno, si terrà invece alla frontiera tra Ucraina e Slovacchia. Infine continua il lavoro diplomatico per trovare un accordo di cooperazione e di riammissione con i paesi della riva sud del Mediterraneo. I negoziati, che si sono conclusi positivamente con Ucraina, Moldova, Albania, Montenegro, Macedonia, Serbia, Croazia, Bosnia, Russia e Georgia, sono infatti ancora aperti con Bielorussia, Turchia, Egitto, Libia, Marocco, Mauritania, Senegal e Capo Verde.
29 April 2009
Patras, la Cour européenne a déclaré recevables 35 recours
Patrasso: la Corte europea dichiara ammissibili 35 ricorsi
Το Ευρωπαϊκό Δικαστήριο κρίνει δεκτές τις προσφυγές 35 αφγανών που επαναπροωθήθηκαν από την Ιταλία στην Ελλάδα
| Ancona | 2.106 |
| Bari | 1.198 |
| Brindisi | 730 |
| Venezia | 1.610 |
| Totale | 5.644 |
Πολλοί από τους επαναπροωθούμενους είναι αφγανοί. Αφγανός ήταν και ο Ζαχέρ, ο δεκατριάχρονος που πέθανε στις 13 του περασμένου Δεκεμβρίου στη Βενετία, κρυμμένος σε νταλίκα με προορισμό την Ιταλία. Όταν έφτασε δεν δήλωσε την παρουσία του στην ακτοφυλακή, γιατί φοβόταν ότι θα θα τον έστελναν πίσω στην Ελλάδα. Οι επαναπροωθήσεις αφορούν φυσικά και τους ανήλικους. Ο Τζουμάα Κ. επιστράφηκε τρεις φορές από τη Βενετία και το Μπάρι σε ηλικία δεκαέξι ετών. Η Ύπατη Αρμοστεία των Ηνωμένων Εθνών έχει εκφραστεί επανειλημμένα ενάντια στις επαναπροωθήσεις στην Ελλάδα των αιτούντων άσυλο, με χαρακτηριστική στιγμή την έκκληση προς τις χώρες της ΕΕ, στις 13 Απριλίου του 2008, να αρθεί η ρύθμιση της συνθήκης του Δουβλίνου ΙΙ που προβλέπει επιστροφή των προσφύγων στην Ελλάδα. Επίσης, στην πρόσφατη συνάντησή τους, ο ύπατος αρμοστής Guterres είχε μιλήσει για τα σύνορα της αδριατικής με τον υπουργό Maroni. Και στις 24 Ιουνίου 2008 η οργάνωση Tar Puglia είχε εμποδίσει την επαναπροώθηση στην Ελλάδα ενός αφγανού πρόσφυγα με βάση την θέση της Ύπατης Αρμοστείας, μιας θέσης που είχε υιοθετήσει ανεξάρτητα και η νορβηγική κυβέρνηση τον Φεβρουάριο του 2008, μπλοκάροντας τις επαναπροωθήσεις στην Ελλάδα. Ενάντια στις επαναπροωθήσεις στην Ελλάδα είχε εκφραστεί, με έμμεσο βέβαια τρόπο και χωρίς να κατονομάζει τη χώρα, το Ευρωκοινοβούλιο με μία απόφαση σχετικά με τις σχέσεις με το Ιράκ που είχε εγκριθεί στις 15 Φεβρουαρίου του 2007.
Εγώ, ένας ανήλικος αφγανός που επιστράφηκε τρεις φορές από την Ιταλία
Το φερυμπότ των Μινωικών γραμμών φτάνει στις οκτώ το πρωί στη Βενετία μια αυγουστιάτικη μέρα του 2008, ο Τζουμάα Κ. δεν θυμάται την ακριβή ημερομηνία. Ήταν η πρώτη του φορά μετά από μήνες αποτυχημένων προσπαθειών. Είχε σκαρφαλώσει στην καρότσα τρεις μέρες πριν, μέσα στη νύχτα. Το φορτηγό ήταν σταθμευμένο στο λιμάνι της Πάτρας[...]
Patras: ECHR declared admissible the case of 35 refugees deported from Italy
28 April 2009
Sbarchi: +75%. In dieci mesi 1.994 minori non accompagnati
PISTOIA, 28 aprile 2009 – Aumenta il numero di migranti intercettati nelle acque del Canale di Sicilia. Nei primi quattro mesi dell’anno sono stati 6.300, il 75% dello stesso periodo dello scorso anno, quando furono 3.600. Tale aumento si potrebbe spiegare da un lato con la diminuzione dei flussi verso la Spagna, a causa del giro di vite applicato dall’Algeria alle sue frontiere sud, che potrebbe aver dirottato un maggior numero di persone verso la rotta libico-italiana. Dall’altro come conseguenza dei ripetuti annunci di Maroni sull’avvio dei pattugliamenti congiunti e dei respingimenti in Libia a partire dal 15 maggio, che avrebbero potuto anticipare le partenze prima di tale termine, che sarà probabilmente rispettato, visto che proprio in questi giorni, ufficiali della marina libica sono a Gaeta per delle esercitazioni sulle tre motovedette che saranno presto inviate nel porto di Zuwarah.
E nelle prossime settimane partirà anche la missione Nautilus IV di Frontex, al largo di Malta e Lampedusa. Parteciperanno le forze aeree e marittime di Italia, Malta, Francia, Grecia, Spagna, Germania, Lussemburgo e Finlandia. Le spese previste sono di 10 milioni di euro, che saranno interamente coperti da Frontex. L’accordo è arrivato dopo l’incontro giovedì scorso a Bruxelles tra il ministro dell’interno Maroni e il suo omologo maltese Mifsud Bonnici, dopo lo scontro diplomatico sul caso Pinar. Tutti i naufraghi soccorsi in mare saranno trasferiti verso “il porto più vicino e sicuro”. Entrambi i governi avrebbero poi chiesto a Frontex un maggiore impegno sui rimpatri. La Tunisia ad oggi non accetta più di sette persone al giorno. E secondo il ministro dell’interno maltese, chiederebbe 100.000 euro per ogni rimpatrio. Per questo la Lega Nord ha riproposto un emendamento al testo del ddl sicurezza 733 in discussione alla Camera, per reintrodurre il prolungamento da due a sei mesi del limite della detenzione nei Cie. Maroni, che in cambio ha tolto la possibilità per il medico di denunciare gli irregolari, ha chiesto al premier di porre la fiducia sul voto, per evitare la terza bocciatura consecutiva del provvedimento in Parlamento.
Intanto però arrivano dalla Sicilia arrivano cifre preoccupanti sugli sbarchi dei minori non accompagnati. Da maggio 2008 a febbraio 2009 sono arrivati sulle coste siciliane 1.994 minori non accompagnati e 300 accompagnati. Il 91,3% dei minori ospitati sono di sesso maschile, a fronte di un 8,7% di sesso femminile, di età compresa tra i 16 e i 17 anni. Provengono prevalentemente da Egitto (27,9%), Nigeria (11,6%), Palestina (11,5%), Eritrea (10%), Tunisia (9,2%), Somalia (7,2%) e Ghana (6,3%), confermando un trend che è rimasto invariato negli ultimi mesi.. Di questi, 1.860 sono stati ospitati nelle comunità alloggio sul territorio siciliano. Il 60% però da quelle strutture è scappato, soprattutto tra gli egiziani, gli eritrei e i somali. Questi dati emergono dal rapporto “L’accoglienza dei minori in arrivo via mare”, pubblicato dalla ong Save the Children, impegnata nel Progetto Praesidium III, insieme a UNHCR, IOM e Croce Rossa. Dal rapporto emerge il sovraffollamento e la scarsità di servizi delle 39 comunità monitorate. Per eventuali approfondimenti, rimandiamo al testo del rapporto, che potete scaricare on line.
Lampedusa: interrogazione parlamentare sui pestaggi nel Cie
ROMA, 28 aprile 2009 - Il Parlamento italiano chiede spiegazioni sui pestaggi al centro di identificazione e espulsione (Cie) di Lampedusa. L’interrogazione a risposta scritta è stata presentata ieri, 27 aprile 2009, dalla deputata Rita Bernardini - che già si era occupata dal caso Cassibile - e dai co-firmatari Beltrandi, Farina Coscioni, Mecacci, Maurizio Turco e Zamparutti, (tutti radicali eletti nelle liste del Pd). Il riferimento è alle violenze praticate da uomini delle forze dell’ordine contro i migranti detenuti nel Cie lo scorso 18 febbraio 2009, il giorno in cui venne appiccato il fuoco in un padiglione del centro. La notizia dei pestaggi venne diffusa il 15 aprile scorso da una nostra inchiesta pubblicata da "Redattore Sociale" e "l'Unità" e consultabile sul nostro sito.24 April 2009
Torturati in Tunisia, l'Italia nega l'asilo agli esuli di Redeyef
MONFALCONE, 24 aprile 2009 – Hanno chiesto asilo politico ma l'Italia ha detto di no. E adesso rischiano di essere rimpatriati e arrestati per reati politici. Sono una trentina di esuli tunisini originari della città di Redeyef, centro nevralgico del ricco bacino minerario di fosfati del sud ovest del paese, balzato alla cronaca per le dure proteste sindacali esplose nel corso del 2008 e per la violenta repressione disposta dal presidente Ben Ali. Una repressione culminata lo scorso 4 febbraio 2009 con la condanna in secondo grado di 33 imputati - tra sindacalisti, giornalisti e singoli manifestanti – a pene che vanno dai due agli otto anni di carcere, per reati che vanno dalla “associazione a delinquere” alla “diffusione di documenti suscettibili di turbare l'ordine pubblico”. Quei “documenti” sono le immagini video girate dal fotografo Mahmoud Raddadi, condannato a due anni, e distribuite sul canale satellitare Al Hiwar (tramite la piattaforma italiana Arcoiris) da Fahem Boukaddous, condannato in contumacia a sei anni di carcere. Sono le immagini dei comizi del sindacalista Adnan Hajji, delle gremite manifestazioni di piazza e delle violenze della polizia. Si possono scaricare da Youtube e Dailymotion. A patto di non essere in Tunisia. Già, perché lì il Governo ha censurato l'accesso ai due siti. Nessuno deve sapere dei tre manifestanti uccisi dalla polizia e degli altri 27 finiti in ospedale con ferite da arma da fuoco, e neppure dei sindacalisti e dei giornalisti arrestati e torturati.
22 April 2009
Ancora polemiche tra Italia e Malta. In ballo 211 milioni
Cap Anamur: chiesti 4 anni di carcere per Bierdel e Schmidt
AGRIGENTO, 22 aprile 2009 – La solidarietà in mare è un reato. Ne sono convinti i due pubblici ministeri del tribunale di Agrigento, Santo Fornasier e Gemma Miliani, che oggi hanno chiesto la condanna a 4 anni di carcere e 400 mila euro di multa per Elias Bierdel e Stefan Schmidt, rispettivamente presidente dell'associazione umanitaria Cap Anamur e comandante dell’omonima nave. Sono passati quattro lunghissimi anni da quel 12 luglio del 2004, quando l’equipaggio tedesco approdò a Porto Empedocle con i 37 migranti e rifugiati salvati nelle acque del Canale di Sicilia. Coincidenza degna di nota, la richiesta di condanna arriva nelle stesse ore in cui il ministro degli Esteri Franco Frattini elogia l’Italia per aver accolto i 140 naufraghi soccorsi venerdì scorso dal mercantile turco Pinar perché “ha prevalso giustamente la solidarietà sul rispetto formale delle regole di salvataggio in mare”.Schmidt e Bierdel furono arrestati per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, subito dopo l'attracco a Porto Empedocle. Secondo i pm, la vicenda non fu un salvataggio, ma piuttosto “una grande speculazione mediatica per pubblicizzare un film documentario e trarne vantaggi di notorietà”. La Procura sostiene addirittura che i naufraghi furono soccorsi della Cap Anamur per filmare le scene di un documentario e realizzare interviste poi pubblicate sul sito web dell'associazione. Secondo la difesa, invece, i tre imputati meritano una medaglia per la civiltà dimostrata. La sentenza del processo, davanti alla prima sezione penale, è attesa per l’udienza del prossimo 20 maggio. Il primo ufficiale della nave è stato scagionato delle accuse dal pm perché ritenuto non responsabile per le azioni.
Maggiori informazioni, in tedesco, http://www.borderline-europe.de/
Lampedusa. Isola senza diritti
On line si può scaricare il report della visita a Lampedusa, che sarà presentato a Palermo giovedì 9 aprile alle 19:00 al centro sociale Laboratorio Zeta
Cap Anamur: Staatsanwaltschaft fordert 4 Jahre Haft
AGRIGENTO, 22/04/09 - In ihrem Plädoyer am 22.4.2009 hat die Staatsanwaltschaft in Agrigento in einem dreistündigen Plädoyer 4 Jahre Haft und eine Strafe von jeweils 400.000 Euro für die Angeklagten Bierdel und Schmidt gefordert. Auch das Schiff, inzwischen mit 2 Millionen US-$ auslgelöst, soll konfisiziert werden. Elias Bierdel war der Leiter des Komitees Cap Anamur und damit Verantwortlicher für die Aktionen des Schiffes, Stefan Schmidt war seinerzeit Kapitän der Cap Anamur. Der Erste Offizier des Schiffes, der ebenfalls der Beihilfe zur illegalen Einreise angeklagt wurde, soll laut Staatsanwaltschaft nicht schuldig sein, da er „mit dem Fall nicht als Verantwortlicher zu tun habe.“
Auffällig ist, dass sich die Staatsanwaltschaft überhaupt nicht auf den eigentlichen Anklagepunkt „Beihilfe zur illegalen Einreise im besonders schweren Fall“ ausgelassen hat, sondern Bierdel und Schmidt nur vorwirft, sie haben die Flüchtlinge zu eigenen Werbezwecken des Komitees Cap Anamur so lange an Bord gelassen. Der Staatsanwalt spricht von „paternalistischer Form der Hilfe“. Eingangs lobte er über alle Maßen die Rettung und den humanitären Ansatz der Cap Anamur, leider habe man aber nach der nötigen Rettung große Fehler begangen und nicht sofort die Behörden informiert, das habe der Werbung des eigenen Vereins gedient. Im Detail geht es letztendlich um die 10 Tage zwischen der Rettung am 20.Juni 2004 und der Mitteilung an die italienischen Behörden am 30. Juni 2004. Bierdel und Schmidt haben in dieser Zeit versucht, einen sicheren Hafen für die Flüchtlinge zu finden, da Malta – der nächst gelegene Hafen – kein sicherer Hafen für Flüchtlinge sei. Diese Aussage, die durch den Jesuitenflüchtlingsdienst und auch durch das Europäische Parlament bestätigt wurden, will der Staatsanwalt jedoch nicht gelten lassen. Das Schiff hätte doch sonst wo hinfahren können, auch nach Spanien z.B. Diese Argumentation ist nicht haltbar, da erstens die DUBLIN II Verordnung gilt (der erste Staat in Europa, in dem die Flüchtlinge anlanden, ist zuständig für die Asylanträge, also in diesem Falle Deutschland (da ein deutsches Schiff) oder Italien, da der nächste sichere Hafen ein italienischer war; zweitens hätte kein anderes Land die Cap Anamur einreisen lassen und eine weitere Odyssee hätte begonnen.
Da der Staatsanwaltschaft die Beweismittel zu „Beilhilfe zur illegalen Einreise“ fehlen muss nun der Vorwurf „mediale Wirksamkeit und Profit“ herhalten. Doch auch dieser ist nicht haltbar, wie die Verteidigung in ihrem Plädoyer am 20. Mai 2009 darlegen wird.
Ein ausführlicher Prozessbericht im Rahmen der Prozessbeobachtung für PRO ASYL folgt und ist dann abrufbar auf www.fluechtlingsrat-brandenburg.de
21 April 2009
In porto la Pinar. Ripartono i processi contro il salvataggio in mare
Un dato è certo, tra due settimane a Agrigento, riprendono i due processi simbolo contro il salvataggio in mare. Il 4 maggio si terrà l'udienza finale del processo contro i sette pescatori tunisini che nel 2007 salvarono 44 naufraghi a sud di Lampedusa. Il 6 maggio sarà invece la volta del processo alla Cap Anamur. Due processi che – in caso di condanna degli imputati, l'accusa è favoreggiamento dell'immigrazione clandestina – rischiano di stabilire un pesante precedente, che indurrà pescherecci e mercantili a stare alla larga dalle barche degli emigranti. Le conseguenze potrebbero essere tragiche, dato che spesso sono proprio loro, i pescatori di Mazara del Vallo, i protagonisti di molti salvataggi.
19 April 2009
Un adolescent afghan renvoyé trois fois en Grèce
ROME, 19 avril 2009 - Sur le quai des ferries Minoan à Venise, à huit heures du matin un jour d'août 2008. Juma K. ne se rappelle pas la date. C'était sa première fois. Après des mois de tentatives infructueuses. À l'intérieur de la remorque il s’est caché trois jours avant, la nuit. Le camion était stationné dans le port de Patras. Il suffit d'ouvrir la porte, et de monter rapidement avant la ronde de la police. Dans le container ils étaient 15, dont dix d'entre eux étaient mineurs. Les stocks d'eau et de biscuits se sont terminés après 24 heures. Le soleil rend tout plus difficile. Le troisième jour, enfin, le moteur est allumé et le camion a démarré. Dès son arrivée en Italie, la remorque a été déchargée du navire et on ne s’est pas aperçu de leur présence. Ce n'est que dans la soirée, autour de 19h00, dans le parking port, que certains agents des forces de sécurité ont ouvert les portes et fait une inspection.Malta: Msf denuncia le terribili condizoni dei centri di detenzione
ROMA, 19 aprile 2009 - Medici senza frontiere pubblica il rapporto "Not Criminals" per denunciare le condizioni di vita inaccettabili e disumane nei centri di detenzione di Malta e rinnova la richiesta di miglioramento immediato delle condizioni di vita nei centri. La politica di detenzione sistematica nel paese - sostiene Msf - mira a dissuadere le persone dall’entrare irregolarmente nel territorio. All’arrivo a Malta gli immigrati irregolari e i richiedenti asilo politico sono costretti a restare in centri di detenzione sovraffollati per 18 mesi. Nonostante le nuove strategie messe in atto per ridurre gli arrivi e nonostante i controlli più assidui lungo il confine meridionale europeo, nel 2008 il numero di persone sbarcate è aumentato, con 2.704 nuovi arrivi e dall’inizio del 2009 si sta confermando la stessa tendenza. La maggioranza delle persone si dirige verso Malta per fuggire da guerre civili, persecuzioni, problemi economici o catastrofi ambientali – motivazioni più incisive dell’effetto deterrente dei centri di detenzione.I flussi dei nuovi arrivi stanno ulteriormente peggiorando le condizioni di vita già disumane dei detenuti. Sovraffollamento, condizioni igieniche terribili e ricoveri inadeguati nei centri, espongono i detenuti al rischio di infezioni respiratorie e dermatologiche. L’accesso all’assistenza sanitaria è insufficiente e la buona salute dei detenuti ne soffre di conseguenza. I detenuti affetti da malattie infettive sono tenuti insieme a quelli in buona salute il che contribuisce alla diffusione di epidemie. Prima di ricevere le cure prescritte durante le visite i pazienti sono costretti ad aspettare giorni interi, a volte settimane. Le categorie vulnerabili – donne incinte, bambini e malati – sono tenute nei centri di detenzione e vengono rilasciate solo dopo il parere di una commissione locale che analizza i casi individualmente
قصة الصيادون الشجعان في قناة صقلية
يلتقي صيادو قناة صقلية بقوارب المهاجرين القادمين إلى لامبيدوزا كل يوم تقريباً. هؤلاء الصيادون يقومون في معظم الأحيان بعمليات الإنقاذ بدلاً من مراقبي الساحل و البحرية. سجلت أخر عملية إنقاذ يوم 28 نوفيمبير 2008، كان البحر حينها هائجا والأمواج وصلت لارتفاع 8 أمتار ومع ذلك تم إنقاذ 650 شخصاً. توجب علي أن اذهب شخصياً إلى ذلك الميناء لملاقاة هؤلاء الشجعان، فاكتشفت أنهم يقومون بتلك العمليات دائما وليس لأول مرة. رجال تم إنقاذهم من مصارعة الأمواج والتشبث بقارب غارق، قصص عجيبة. موت أشخاص غرقاً على بعد مترين فقط من حافة النجاة، قصص حزينة. أما القصص البطولية سمعتها من أشخاص يقفزون في البحر ليلا وفي أي وقت لإنقاذ امرأة سقطت في الماء. هناك أيضاً قصص قاسية كأشخاص ماتوا مأكولين من الحيتان. كلها قصص إنسانية عميقة. أبطال مجهولون لم يترددوا أبدا لمساعدة أي شخص، فعند رؤية طفل، مثلا، ذو ثلاثة أشهر يصارع الموج، لا تفكر لحظتها في مال ولا في وقت ضائع بل بكيف تنقذ حياته. كان أول من صعد القارب في ذلك اليوم، 28 تشرين الثاني (نوفمبر) طفلة لا يزيد عمرها عن بضعة أشهر. كانت ملفوفة بغطاء، فتحته عنها وبدأت ألاعبها حتى ضحكت. ضلت على متن قارب خشبي طوله 10 أمتار مع أمها ومع 350 شخصاً اخرا في البحر لمدة 3 أيام وكان هائجاً جداً وعلى بعد 10 أميال من جنوب شرق الجزيرة. القبطان “بيترو روسو” لن ينسى أبداً وجه تلك الطفلة. قائد رقابة الميناء كان قد طلب من القبطان التدخل حيث أن قوات رقابة الساحل لم تتمكن من الخروج بسبب العواصف بالإضافة إلى عدم وجود أي سفينة تابعة للبحرية. فقرر القبطان مساعدة الجميع دون أي تراجع ولهذا في اليوم التالي قام القائد “سلفاتوري كنشيمي” المعروف باسم سكلاشي، بالخروج لمساعدة القارب الاخر والذي كان على متنه 300 شخص على الرغم من أن قوة دفع الماء كانت 7 درجات.Io, minorenne afgano respinto in Grecia tre volte
ROMA, 19 aprile 2009 – Il traghetto della Minoan attraccò a Venezia alle otto del mattino di un giorno d’agosto del 2008. Jumaa K. non ricorda la data. Era la sua prima volta. Dopo mesi di falliti tentativi. Dentro il rimorchio erano saliti tre giorni prima, di notte. Il camion era parcheggiato nel porto di Patrasso. Era bastato aprire lo sportello e fare in fretta prima che tornassero le volanti della polizia. Quando si contarono erano in 15, dieci dei quali ancora minorenni. Le scorte di acqua e biscotti finirono dopo 24 ore. Il sole d’estate rendeva tutto più difficile. Il terzo giorno, finalmente, il motore si accese e il camion si imbarcò. All’arrivo in Italia, il rimorchio venne scaricato dalla nave senza che nessuno si accorgesse della loro presenza. Fu soltanto la sera, intorno alle 19:00, nel piazzale del porto, che alcuni agenti delle forze dell’ordine aprirono i portelloni per un controllo.Εγώ, ένας ανήλικος αφγανός που επιστράφηκε τρεις φορές από την Ιταλία στην Ελλάδα
ΡΩΜΗ, 19 Απριλίου 2009 - Το φερυμπότ των Μινωικών γραμμών φτάνει στις οκτώ το πρωί στη Βενετία μια αυγουστιάτικη μέρα του 2008, ο Τζουμάα Κ. δεν θυμάται την ακριβή ημερομηνία. Ήταν η πρώτη του φορά μετά από μήνες αποτυχημένων προσπαθειών. Είχε σκαρφαλώσει στην καρότσα τρεις μέρες πριν, μέσα στη νύχτα. Το φορτηγό ήταν σταθμευμένο στο λιμάνι της Πάτρας. Υπήρχε αρκετός χρόνος να ανοίξουν οι πύλες και να βιαστούν να μπουν μέχρι να’ρθει η αστυνομία. Όταν μετρήθηκαν ήταν ήδη 15, εκ των οποίων οι δέκα ανήλικοι. Οι προμήθειες νερού και μπισκότων τελείωσαν σε 24 ώρες. Ο ήλιος δυσκόλευε κι άλλο τα πράγματα. Τελικά, την τρίτη μέρα η μηχανή πήρε μπρος και το φορτηγό επιβιβάστηκε. Όταν η καρότσα του φορτηγού ξεφορτώθηκε στην Ιταλία, κανείς δεν τους αντιλήφθηκε. Το απόγευμα όμως, γύρω στις 7, στη μεγάλη πλατεία του λιμανιού, αστυνομικές δυνάμεις άνοιξαν τις πόρτες για να κάνουν έλεγχο.
Ήταν ένας από τους χιλιάδες αφγανούς και ιρακινούς πρόσφυγες που απορρίπτονται από τα ιταλικά λιμάνια και επιστρέφονται στην Ελλάδα στη βάση μιας συμφωνίας επαναπροώθησης που υπέγραψαν τα δύο κράτη το 2001. Στην περίπτωση αυτή βέβαια υπάρχει κι ένα επιβαρυντικό στοιχείο. Ο πρόσφυγας είναι ανήλικος. Σε ανακοίνωσή της τη 15η Απριλίου 2008, η Ύπατη Αρμοστεία των Ηνωμένων Εθνών για τους Πρόσφυγες ζήτησε από τις αρχές να άρουν τη συμφωνία επαναπροώθησης των προσφύγων, αφού η Ελλάδα δεν ήταν σε θέση να εγγυηθεί την προστασία τους, ειδικά μάλιστα την προστασία των ανηλίκων. Σύμφωνα με τον νόμο, οι ανήλικοι εξαιρούνται. Κι όχι μόνον αυτό. Σύμφωνα με το άρθρο 19 του νόμου 25/2008 σχετικά με τη χορήγηση ασύλου σε πρόσφυγες, το οποίο υιοθετήθηκε από την Ευρωπαϊκή Ένωση, ασυνόδευτοι ανήλικοι που ζητούν διεθνή προστασία πρέπει να έχει την απαραίτητη βοήθεια για να προωθήσουν το αίτημά του. Αυτά όμως είναι θεωρίες. Στην πραγματικότητα όλοι επαναπροωθούνται, συμπεριλαμβανομένων και των ανηλίκων. To κατήγγειλε o Gian Antonio Stella με άρθρο του στην Corriere della Serra της 31ης Μαρτίου. Μα ο υπουργός εσωτερικών Roberto Maroni διέψευσε την καταγγελία, προκαλώντας τον δημοσιογράφο να παρουσιάσει τα “απαραίτητα αποδεικτικά στοιχεία”. Το κάναμε εμείς γι’ αυτόν. Και αποκαλύψαμε ότι η επαναπροώθηση ανήλικων Αφγανών από την Ιταλία στην Ελλάδα είναι γεγονός. Ο ίδιος ο Τζουμάα έχει απορριφθεί τρεις φορές και μια τέταρτη παραλίγο να πεθάνει από ασφυξία.
Τη δεύτερη φορά ο Τζουμάα Κ. ανέβηκε σε φέρυ Superfast με προορισμό το Μπάρι. Μόνος. Κατάφερε να κρυφτεί κάτω από το σασί ενός αγγλικού φορτηγού που ετοιμαζόταν να επιβιβαστεί στο πλοίο, ενώ οι υπόλοιποι ανήλικοι Αφγανοί έφυγαν κυνηγημένοι από την αστυνομία. Το πλοίο σάλπαρε στις 6 το απόγευμα για να φτάσει στην Πούλια την επομένη το μεσημέρι. Τον ανακάλυψε ο οδηγός του φορτηγού, τον τράβηξε έξω με βία και τον πήγε στη λιμενική αστυνομία που του ζήτησε πρώτα να ηρεμήσει λίγο. Ο Τζουμάα Κ. μου δείχνει ένα τραύμα στον αγκώνα του, από χτύπημα στα σίδερα του σασί όταν ο οδηγός τον τράβηξε από την κρυψώνα του. Το μόνο που τον ρώτησαν οι αστυνομικοί ήταν αν είχε πληρώσει τον οδηγό και πόσο. Τα υπόλοιπα που τους είπε ούτε που τα πρόσεξαν. Είχε αποστηθίσει τη μόνη ιταλική έκφραση που ήξερε: “αδελφός μου Ρώμη”. Προσπάθησε να συνεννοηθεί και στα αγγλικά, που τα μιλάει σχετικά καλά, κανείς από τους αστυνομικούς όμως δεν τα μιλούσαν. Του έδωσαν ένα μπουκάλι νερό. Ήταν καταϊδρωμένος. Αυτήν τη φορά τον κλείδωσαν σε ένα μικρό καμαράκι δίπλα στις μηχανές του πλοίου. Όταν επέστρεψε στην Πάτρα, όπως και την προηγούμενη φορά, τον κράτησαν σε ένα κοντέινερ της αστυνομίας στο λιμάνι όπου κρατούν τους πρόσφυγες που συλλαμβάνονται σε πλοία για την Ιταλία και επαναπροωθούνται. Είχα ήδη δει ένα σχετικό βίντεο στο youtube, το είχε τραβήξει ένας αφγανός με μικρή βιντεοκάμερα. Ο Τζαμάαλ προσθέτει τις ανατριχιαστικές λεπτομέρειες. Καθ’ όλη τη διάρκεια της κράτησής του, για επτά ολόκληρες μέρες, τα χέρια του ήταν δεμένα με χειροπέδες με τα χέρια άλλων τεσσάρων κρατουμένων. Τον έλυναν μόνο για να πάει στο μπάνιο, ακόμη και τότε όμως ήταν δεμένος με ένα ακόμη άτομο.
Σύμφωνα με το υπουργείο εσωτερικών, από την 1η Σεπτεμβρίου 2008 ως τις 30 Νοεμβρίου, 1816 άτομα έχουν απορριφθεί από τα λιμάνια της Αδριατικής – από τη Βενετία, το Μπάρι, την Ανκόνα και το Μπρίντιζι. Οι περισσότεροι επαναπροωθούνται στην Ελλάδα. Οι περισσότεροι είναι αφγανοί. Δεν ξέρουμε πόσοι είναι οι ανήλικοι. Γιατί πολλοί από τους επαναπροωθούμενους φεύγουν χωρίς να περάσουν από τις ειδικές υπηρεσίες προστασίας των αιτούντων άσυλο που λειτουργούν στα λιμάνια σε συνεργασία με τις δημοτικές αρχές. Αυτό το καταγγέλλει η ίδια η Ιταλική Επιτροπή για τους Πρόσφυγες (CIR). Κατά τη διάρκεια του 2008, από τους 850 ανθρώπους που βρέθηκαν κρυμμένοι σε πλοία στα ιταλικά λιμάνια, η Επιτροπή ενημερώθηκε μόνο για τους 110. Τι έγινε με τους υπόλοιπους 740;
Μετά την τρίτη του επαναπροώθηση, αυτήν τη φορά από το Μπάρι, όπου βρέθηκε κρυμμένος μαζί με άλλους πέντε ανηλίκους σ’ ένα φορτηγό, στα τέλη του Αυγούστου ο Τζαμάαλ έκανε την τελευταία του προσπάθεια. Μαζί με έναν συνομήλικό του από το Τατζικιστάν κρύφτηκε κάτω από το σασί της καρότσας αρθρωτού φορτηγού. Όταν το πλοίο άφησε το λιμάνι κατά τις 6 το απόγευμα είχε ακόμη πολλή ζέστη. Λίγες ώρες αργότερα, άρχισε να λιγοστεύει σώζεται το οξυγόνο. Το παράθυρο δεν ήταν ανοιχτό. Τα δυο παιδιά άρχισαν να χτυπούν τα τοιχώματα με όλη τους τη δύναμη. Όταν ένας άντρας από το πλήρωμα τους άνοιξε και τους έβγαλε έξω, έπεσαν κατάχαμα εξαντλημένοι. Μια ώρα ακόμη και θα είχαν πεθάνει. Όπως πέθανε ο 13χρονος Ζαχέρ Ρεζάι στις 19 του προηγούμενου Δεκεμβρίου κάτω από το φορτηγό όπου είχε κρυφτεί για να φτάσει στην Ιταλία. Όπως πέθανε ένα αγόρι από το Ιράκ που συνετρίβη στους άξονες μιας νταλίκας στις 29 του προηγούμενου Μαρτίου στο λιμάνι της Βενετίας, τρεις μέρες αφού ένα άλλο άψυχο σώμα είχε βρεθεί σε πλοίο για την Ανκόνα. Δεν είναι δύσκολο να πεθάνεις στην προσπάθειά σου να φτάσεις στην Ιταλία για να ζητήσεις άσυλο. Δεν είναι καθόλου δύσκολο, ακόμη κι αν είσαι ανήλικος. Ίσως γι’ αυτό θα έπρεπε η κυβέρνηση να χορηγήσει τα “απαραίτητα αποδεικτικά στοιχεία”.18 April 2009
Mercantile bloccato a sud di Lampedusa: il governo intervenga
I migranti salvati dal “Pinar” hanno diritto di sbarcare subito in un posto sicuro, che, secondo quanto prescrivono le Convenzioni internazionali che Malta e l’Italia hanno sottoscritto, non è necessariamente quello più vicino.
A tutti i migranti salvati dalla “Pinar”, che hanno affrontato questo drammatico viaggio verso l’Europa per richiedere protezione internazionale, dovrebbe essere garantita la possibilità di presentare una richiesta di asilo.
La Convenzione SAR del 1979 impone un preciso obbligo di soccorso e assistenza delle persone in mare, senza distinguere a seconda della nazionalità o dello stato giuridico, stabilendo altresì, oltre l’obbligo della prima assistenza anche il dovere di sbarcare i naufraghi in un luogo sicuro. Nel 2006 con le modifiche alle convenzioni internazionali sul salvataggio in mare e con le linee guida - adottate dall’Organizzazione marittima internazionale (IMO) - viene fatta maggiore chiarezza sul concetto di luogo sicuro e sul fatto che la nave soccorritrice è un luogo puramente provvisorio di salvataggio. Ma il governo maltese non ha ancora ratificato questi ultimi accordi con la conseguenza che tra Italia e Malta, sulla pelle dei migranti, è in corso una partita truccata, perché ognuno invoca regole diverse. E tutti e due i paesi ignorano le più elementari istanze di umanità.
Il porto sicuro verso il quale deve fare rotta al più presto la nave “Pinar” può essere soltanto un porto italiano, dopo che le ultime relazioni del Consiglio d'Europa hanno confermato le gravi violazioni dei diritti umani a danno dei migranti in Tunisia ed in Libia.
Neppure ha senso invocare l’intervento di FRONTEX - agenzia per il controllo delle frontiere esterne - come sta facendo in queste ore il ministro Frattini. FRONTEX e i pattugliamenti congiunti non risolvono il problema del salvataggio delle vite umane a mare, come ben dovrebbe sapere il ministro, ma sono finalizzati al respingimento delle imbarcazioni cariche dei migranti verso l’inferno libico dal quale sono partiti.
La controversia diplomatica tra Italia e Malta non può comportare in alcun modo il verificarsi di fatti sconcertanti come il palleggiamento di responsabilità tra due stati, con il rischio gravissimo di compromette la vita e la sicurezza dei naufraghi.
La tutela della vita e della sicurezza delle persone, ed il rispetto del diritto d’asilo costituiscono principi cardine dell’ordinamento giuridico nazionale e comunitario.
Per tali ragioni l’Asgi, la CGIL Agrigento, Amnesty International Agrigento, Borderline Europe e Fortresseurope
- richiamiamo il governo italiano alle sue responsabilità ed ai suoi obblighi di salvataggio, consentendo l’immediato accesso al territorio italiano della nave Pinar, al fine di procedere, nel più breve tempo possibile, alle operazioni di soccorso;
- chiediamo alla Commissione Europea e al Parlamento Europeo un immediato intervento per regolamentare in futuro questa materia, a partire dalle riformulazione delle missioni Frontex in funzione di salvataggio della vita umana con riferimento all’ingresso dei richiedenti asilo.
A.s.g.i. (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione), C.G.I.L. Agrigento- Social Help, Amnesty International Agrigento, Borderline Europe, Borderline Sicilia e Fortresseurope
16 April 2009
Minori non accompagnati in Europa. Un rapporto di Picum
Rapporto Hammarberg. Il Consiglio d'Europa richiama l'Italia
"La criminalizzazione dell'immigrazione irregolare è una misura sproporzionata che va oltre gli interessi legittimi di uno stato a tenere sotto controllo i propri confini, una misura che erode gli standard legali internazionali". Fino a violare sentenze della Corte europea dei diritti umani. E' successo più volte nel caso di cittadini tunisini rimpatriati nonostante il parere contrario della Cedu. Il Commissario si dice "decisamente contrario ai rimpatri forzati verso paesi con precedenti di tortura provati e di lunga durata, anche se le espulsioni avvengono sulla base di rassicurazioni diplomatiche".
Qua potete scaricare il rapporto Hammarberg, in inglese
Qua invece un commento del giurista Fulvio Vassallo Paleologo con tutti i riferimenti alle sentenze della Corte europea violate dall'Italia e qui invece il nostro reportage Tunisia: la dittatura a sud di Lampedusa per capire cosa sia la dittatura in Tunisia oggi
Intanto su Lampedusa è uscito anche il rapporto di Euromed Migrasyl REMDH: Mission d'enquête à Lampedusa
"Basta caccia agli immigrati". Manifestazione a Castel Volturno
Lampedusa: von der Polizei misshandelt
RAGUSA, 16/04/09 - Von der Polizei geprügelt, "ohne Gnade". Am Kopf verletzt, Handgelenkbrüche, Verletzungen an den Beinen. Das erste Mal sprechen die im Identifikations- und Abschiebungsgefängnis Lampedusa festgehaltenen Migranten. Mehr als 600 Tunesier und um die 100 Marokkaner sind dort seit Monaten unter unmenschlichen Bedingungen eingesperrt. Wir kennen sie, aber sie haben uns gebeten, ihre Namen nicht zu nennen, aus Sicherheitsgründen. Sie klagen die Misshandlungen am Tag der Revolte und des Brandes am 18. Februar 2009 im Lager Lampedusa an.Ein dunkles Bild, das sich da abzeichnet und vor allem Licht auf die undurchsichtige Politik der italienischen Regierung wirft. In ein paar Tagen, am 26. April, fällt das Dekret 11/2009, mit dem die Haft von 2 auf 6 Monate in den CIE verlängerbar ist. Ohne ein neues Dekret müssen die 700 Gefangenen auf Lampedusa freigelassen werden! Und sie können zu ihren Verwandten, wenn auch nur heimlich, die seit Monaten in Italien und dem Rest Europas auf sie warten. Wenn es jedoch, wie es zu vermuten ist, von der Regierung verlängert wird, dann werden wir weiter Geschichten wie diese hier hören.
Die Schläge. “Sie haben uns mit Knüppeln geschlagen, sie haben Tränengass nach uns geworfen. Und wir hatten nichts. Wir waren in einer Ecke, dort haben Leute noch geschlafen. Das ist noch nie vorgekommen.“ Mo. erinnert sich an den Morgen des 18. Februar 2009. An diesem Tag wurde ein Block des Lagers durch den Brand komplett zerstört. Das Feuer wurde von einigen tunesischen Häftlingen gelegt, die sich damit der Polizei zur Wehr setzten – mehr als Hundert Polizisten in Kampfmontur – die einige der Migranten verletzten. F. war auch zugegen: „Sie haben sie unglaublich brutal behandelt. Ohne Gnade.“ „Überall waren Polizisten“, sagt ein anderer anonymer Zeuge, M., „alle prügelten mit Schlagstöcken. Vor mir war einer, der blutete und ein Polizist schlug ihm auf den Kopf. Sie mussten ihn mit 10 Stichen nähen. Ein anderer hatte eine gebrochene Hand. Und einer konnte sich nicht mehr auf den Beinen halten.“ Die Zusammenstöße begannen vor der Kantine, wo vier oder fünf Polizisten, so M., der sich auch dort aufhielt, einige Tunesier attackierten, die sie verbal angegriffen hatten. Von da breitete sich der Protest auf die Hundert weiteren Anwesenden aus, mindestens vier wurden dann von der Polizei nach einem Tränengaseinsatz attackiert. Auch Stunden nach dem Brand, während der Identifizierung und der Verhaftung von knapp 20 Personen als Brandstifter gingen die Gewalttätigkeiten weiter.
Wie in der Hölle. Y. spricht von den Schlägen wie von etwas ganz Offensichtlichem: „Alle wussten, dass die Polizei die Tunesier an diesem Tag geschlagen hat, auch die Organisationen, die hier drin arbeiten. Die Polizei war so wütend. Sein nahmen sie zu zweit unter den Armen und schleppten sie in die Bäder, einen nach dem anderen. Dann schlossen sie Fenster und Türen und prügelten sie.“ Mo. kann nicht fassen, was passiert ist: „Ich bedanke mich bei der Marine, die uns auf See gerettet hat. Aber warum haben sie uns gerettet, frage ich mich wenn sie uns in die Hölle bringen?“
Die Überfüllung. “Wenn Ihr das Lager gesehen hättet, hättet ihr auch Feuer gelegt. Es ist kein Ort für Menschen, sondern für Hunde.“ Das Zentrum ist immer noch überfüllt: mehr als 700 Menschen sind dort in einer Struktur für 381 Betten untergebracht, die nun auch noch durch den Brand über weniger Platz verfügt. „In meinem Zimmer sind wir 21, haben aber nur 12 Betten. Die Leute schlafen unter den Betten, auf dünnen Matratzen. Oder zwei in einem Bett. Einige schlafen auf den Fluren.“ Das ist nichts gegenüber dem Zustand Ende Januar, als sich 1.900 Menschen im Lager befanden. „Da waren die Bedingungen grauenhaft“, sagt, Mo. „Duschen und Toiletten funktionierten nicht. In einem Zimmer waren bis zu 100 Personen. Wir schliefen immer zu zweit auf einer Matratze und zu zweit unter einem Bett, auf der Erde, die Füße am Kopf des Anderen.“ Es gab sogar eine Zeitlang Schichten zum Schlafen. Y. zum Beispiel hat nach vier Nächten im Freien, und das Mitte Januar, sein Bett 10 Tage lang mit einem marokkanischen Freund geteilt. „Er schlief nachts und ich am Vormittag.“
Die Psychopharmaka. Die Verabreichung von Antidepressiva und Beruhigungsmitteln im CIE (Identifikations- und Abschiebungshaftzentrum) von Lampedusa sei eine verbreitete Praxis, so die interviewten Häftlinge. „Die Leute sind zu nervös, sie nehmen Beruhigungsmittel. Viele von ihnen. Du siehst es, weil sie komisch aussehen. Die Medikamente sind stark”, sagt M. Andere wiederum beschweren sich über den Mangel an Medikamenten. “Für jede Krankheit geben sie dir immer die gleiche Pille“, sagt Mo. Y. hingegen ist überzeugt, dass sie a und an Beruhigungsmittel unter das Essen mischen. „Vor einigen Monaten war das…Da waren wir alle nach dem Essen so müde, dass wir nur noch schlafen wollten…da haben wir gedacht, dass da was im Essen war.“
Die Bestätigung. Das Dekret, das das Erstaufnahmelager in der Contrada Imbriacola in eine Abschiebungshaft verwandelte, trat am 26. Januar in Kraft. Von diesem Tag an hat die Quästur in Agrigento Zurückweisungsbescheide ausgestellt – für 1.134 anwesende Häftlinge. Innerhalb von zwei Wochen haben Friedensrichter des Gerichts von Agrigento und Pflichtverteidiger für die Bestätigung der Bescheide und damit für die 60 Tage Haft gesorgt. 60 Tage, die jedoch die Haftzeit davor nicht mitzählten. Der Haftprüfungstermin von Y. und Mo. war am 30. Januar 2009. Sie waren seit drei Wochen in Haft, seit dem 9. Januar. Doch die Frist der 60-Tage-Haft lief erst ab dem 31. Januar. Und die 21. Tage zuvor? Eine willkürliche Haft an der Grenze Italiens, an der Grenze des Rechts.
15 April 2009
Picchiati dalla polizia. Parlano i detenuti del Cie di Lampedusa
RAGUSA, 15 aprile 2009 – Manganellati dalla polizia, “senza pietà”. Ferite alla testa, fratture alla mano e contusioni alle gambe. Per la prima volta, parlano i detenuti del Centro di identificazione e espulsione (Cie) di Lampedusa. Sono più di 600 tunisini e un centinaio di marocchini. Rinchiusi da oltre tre mesi in condizioni inumane. Siamo riusciti a raccogliere le testimonianze di alcuni di loro. Siamo certi della loro identità, ma ci hanno chiesto di parlare sotto anonimato per evidenti ragioni di sicurezza. Denunciano pestaggi delle forze dell’ordine per sedare la rivolta il giorno dell’incendio, lo scorso 18 febbraio. Ma anche le indegne condizioni di sovraffollamento, la diffusa somministrazione di psicofarmaci per sedare gli animi e la convalida differita di provvedimenti di trattenimento che non hanno tenuto conto delle settimane pregresse di detenzione. Un ritratto a tinte fosche che fa luce sul lato oscuro delle politiche del Governo sull’immigrazione a pochi giorni da un’importante scadenza. Il 26 aprile infatti scade il decreto 11/2009 che aveva prolungato da due a sei mesi il limite della detenzione nei Cie. Senza un nuovo provvedimento, i 700 detenuti sull’isola torneranno in libertà. E potranno raggiungere – seppure clandestinamente - i familiari che li aspettano da mesi, in Italia e nel resto d’Europa. Se invece, come probabile, il Governo tornerà a prolungare i termini di detenzione, torneremo a sentire storie come queste.09 April 2009
Governo battuto alla Camera. Presto liberi i detenuti di Lampedusa
PALERMO, 9 aprile 2009 – Dal 26 aprile 2008 i 1.038 detenuti del Centro di identificazione e espulsione (Cie) di Lampedusa saranno liberi. Contro i piani del governo infatti, ieri mattina la Camera dei Deputati ha bocciato il prolungamento a sei mesi del termine di detenzione nei Cie. La norma era contenuta all’interno dell’articolo 5 della legge di conversione del decreto legge 11/09 del 23 febbraio 2009, meglio conosciuto come decreto antistupri. Un emendamento dell’opposizione ha stralciato quell’articolo con 232 voti a favore (tra cui 17 del Pdl), 225 contrari e 12 astenuti (10 dei quali dell'Idv). Già nei giorni passati quella norma aveva suscitato forti riserve del Consiglio Superiore della Magistratura. E già il Senato aveva bocciato la norma che portava a 18 mesi il limite della detenzione per gli stranieri in attesa di espulsione, durante la discussione del ddl 733, noto come pacchetto sicurezza (la cui discussione alla Camera inizierà il 27 aprile). A partire dal 26 aprile quindi, data della scadenza del decreto legge 11/09, si tornerà alla norma in vigore nel Testo Unico sull’immigrazione. Ovvero al limite dei 60 giorni di trattenimento nei Cie. E allora i 1.038 detenuti di Lampedusa potranno tornare in libertà, dato che la maggior parte di loro è dentro da dicembre. E magari – gli avvocati si organizzino! – potranno fare una causa collettiva per una richiesta di risarcimento danni allo Stato italiano! Una cosa è certa. La Lega è furiosa e il ministro dell'Intero Roberto Maroni grida al tradimento: "Sono furibondo. Dal 26 aprile dovremo rimettere in libertà 1.038 clandestini". E c'è da aspettarsi che il governo faccia di tutto per reinserire la norma. Magari con un altro decreto legge. Oppure a colpi di voti di fiducia in Parlamento.
Intanto dai tribunali siciliani arriva un’altra batosta allo stato di diritto di questo paese. Nessun tribunale si dichiara competente per i ricorsi presentati da alcuni detenuti del Cie di Lampedusa. È il caso di un cittadino tunisino. La moglie – anche lei tunisina - vive a Brescia con regolare permesso di soggiorno, insieme alla figlia di sette anni. Ed è incinta all’ottavo mese del secondo figlio. Lui invece è detenuto a Lampedusa, dove è sbarcato il 19 gennaio 2009, non avendo nessuna altra possibilità legale di viaggiare in Italia con un visto. Il suo ricorso contro il provvedimento di respingimento è stato rigettato per "difetto di giurisdizione”. Nel merito sarebbe inespellibile. Ma nessun Tribunale si dichiara competente. Il suo non è un caso isolato. Sono diversi i detenuti del centro che hanno presentato ricorso. L'esito è per tutti lo stesso. Il Tribunale amministrativo della regione Sicilia (Tar) di Palermo si è dichiarato incompetente, indicando come competente il Tribunale ordinario di Agrigento. Le ultime due sentenze sono state pronunciate ieri mattina. Tuttavia il Giudice di Pace di Agrigento si è dichiarato incompetente per difetto di giurisdizione. Tutto questo sebbene nel 2006 lo stesso Giudice di Pace si fosse dichiarato competente per dei casi simili. Se infatti il Testo unico sull'immigrazione indica nel dettaglio i termini e i modi per impugnare i provvedimenti di espulsione, non dice invece niente sul tribunale competente per i ricorsi avverso i provvedimenti di respingimento in frontiera. Tecnicamente ci sarebbe bisogno di un ricorso in Cassazione per risolvere la questione. Ma i tempi del ricorso sarebbero lunghi. Almeno un anno. E da qui a un anno tutti i migranti detenuti sull'isola saranno presumibilmente tornati in libertà oppure rimpatriati.
08 April 2009
Autolesionismo al Cie di Torino. Ecco il video clandestino
Pestaggi al Cie di Milano. Il racconto in diretta di un detenuto
07 April 2009
Il viaggio senza ritorno. A Roma una commemorazione dei naufragi
Lampedusa. Così lo Stato calpesta i diritti di migranti e cittadini
MODICA, 7 aprile 2009 - Che cosa succede a Lampedusa? Un rapporto recentemente pubblicato da kom-pa.net, borderline europe e borderline sicilia (con la collaborazione dei lampedusani comitato "NO CIE" e associazione Askavusa) aiuta a ricostruire gli eventi degli ultimi quattro mesi. A partire dagli sbarchi di dicembre, il blocco dei trasferimenti e il successivo decreto ministeriale che trasforma il centro di prima accoglienza di Contrada Imbriacola in un centro di identificazione e espulsione. Una forzatura che causa le proteste dei detenuti, sfociate in atti di autolesionismo, tentati suicidi e poi la rivolta che mette a fuoco un'intera area del centro. Parallelamente anche i lampedusani scendono in piazza per dire no alla costruzione del nuovo centro nella vecchia base Nato, guidati dal sindaco De Rubeis, e spaventati dall'idea di un'isola carcere, come già fu ai tempi del fascismo e prima dei Borboni. Il rapporto mette in luce anche le criticità della nuova gestione degli arrivi. Gli emigrati vengono divisi in mare in base al colore della pelle. Bianchi verso il Cie di Lampedusa. Neri verso i centri per richiedenti asilo in Sicilia e nel resto d'Italia. Il tutto senza identificazione, senza accertamenti medici, e senza la possibilità di individuare da subito minori e categorie vulnerabili. Intanto nell'ultima settimana, il Viminale rende noto di aver rimpatriato 69 dei detenuti a Lampedusa.
Ecco il testo del rapporto, scaricabile in pdf dal sito di Kom-pa.net. Da vedere anche il video
LAMPEDUSA. REPORT DALL'ISOLA SENZA DIRITTI
Il viaggio
Siamo partiti in otto, tra kom-pa, Borderline Europe e Borderline Sicilia, formando un gruppo inedito, pur appartenendo in un modo o nell'altro alla storia antirazzista di questi anni. La preparazione della partenza ha previsto la presa di contatto con alcuni lampedusani, che ci hanno poi accompagnato per tutta la durata del viaggio. Si tratta di un gruppo di abitanti che hanno creato in questi mesi un'associazione e un comitato NO CIE, che continua a porsi in modo attivamente critico alle nuove ipotesi di detenzione ed espulsione imposte dal ministro Maroni, e che in questa direzione ha indetto una petizione popolare iniziata proprio in questi giorni (http://askavusa.blogspot.com /).In più abbiamo incontrato Giuseppe Palmeri, consigliere comunale di opposizione (PD) e Giusi Nicolini, responsabile locale di Legambiente ed abbiamo anche avuto l'opportunità di incontrare ed intervistare il sindaco De Rubeis, dal quale abbiamo fondamentalmente cercato di capire quali siano le sue prossime mosse, dal momento che, anche da quanto emerso da dichiarazioni rilasciate alla stampa, da condottiero della protesta sembra avere assunto atteggiamenti più moderati e disponibili alla trattativa.
Altri nostri interlocutori sono stati il vice parroco di Lampedusa, che ironia della sorte è un prete di colore proveniente dalla Tanzania, e gli operatori dell'Acnur e di Save the Children, organizzazioni che insieme all'IOM sono presenti a Lampedusa all'interno del progetto Praesidium IV.1
Siamo arrivati il 13 marzo e ripartiti il 15 e sia l'arrivo che la partenza sono stati segnati da alcuni episodi, abbastanza indicativi di ciò che accade nell'isola quotidianamente.
Alla partenza - ad ulteriore segno di un'isola completamente assediata dalle forze dell'ordine - parte del gruppo, viene schedato con un controllo e una trascrizione dei documenti non richiesto a nessun altro passeggero. L'iniziativa è presa dallo stesso funzionario della Digos che poche ore prima ci aveva cacciati dal molo commerciale, presso il quale eravamo accorsi per assistere ad uno sbarco.
Un po' di storia
Il primo centro, istituito a Lampedusa nel 1998, ha lo status di CPTA (centro di permanenza temporanea e assistenza) ed è collocato in una struttura nei pressi dell’aeroporto. Il 16/02/07, con decreto interministeriale, muta la sua natura giuridica e viene trasformato in CSPA (centro per il soccorso e la prima accoglienza). Pochi mesi dopo, il 1° agosto del 2007 viene inaugurata la nuova struttura in contrada Imbriacola (con una capienza di 381 posti, estensibili, all’occorrenza, a 804). Il centro acquisisce, dunque, la funzione di “raccogliere” i migranti appena sbarcati, procedere alla prima identificazione e allo smistamento nei vari centri dislocati sul territorio italiano. Queste operazioni dovrebbero svolgersi in un massimo di 48 ore, ma nella maggior parte dei casi si prolungano per diversi giorni.Nel periodo di natale 2008 a Lampedusa si verifica un numero consistente di sbarchi e da lì a poco il ministro dell’interno Maroni blocca i trasferimenti da Lampedusa, così, come ci spiega Barbara Molinario dell'ACNUR: “nel periodo tra il 29 dicembre e il 22 gennaio sono stati sospesi i trasferimenti da Lampedusa. Fatta eccezione per i minori e le donne gravide, non è partito nessuno. In seguito, quando sono ripresi i trasferimenti, sono partiti quasi tutti i richiedenti asilo che erano presenti in quel momento e il 24 gennaio il CSPA è diventato CIE, quindi le persone che sono ospitate nel CIE sono qui dagli sbarchi di Natale".
La nuova ipotesi di Maroni, relativamente ai flussi migratori verso l'Italia è quella di respingerli direttamente a largo delle coste libiche, e bloccare a Lampedusa quelli che vi dovessero riuscire ad arrivare, per espellerli direttamente dall'Isola. Nello stesso tempo, Maroni annuncia che, grazie all’accordo con la Libia e ai pattugliamenti congiunti, per l’anno 2009 gli sbarchi si fermeranno del tutto.
In quelle settimane infatti si inasprisce il delirio “sicurezza” della Lega. Dentro il più ampio scenario determinato dalla crisi economica globale, il pugno di ferro nei confronti degli stranieri diventa un facile modo per distrarre il proprio elettorato dall'incapacità di dare seguito alle promesse federaliste sventolate in campagna elettorale.
Il 9 gennaio Maroni arriva a Lampedusa. Il sindaco, la Maraventano, SOS Pelagie organizzano un vero e proprio comitato di benvenuto per chi è atteso come colui che risolleverà le sorti economiche di Lampedusa: interventi infrastrutturali, sostegni per l'edilizia scolastica, impianti idrici e fognari, forse addirittura il tanto atteso ospedale, sono alcune delle risposte che i lampedusani aspettano dal ministro leghista: “i lampedusani si aspettavano risorse a finanziamenti – ci racconta Giuseppe Palmeri - benché non sia difficile capire che un ministro che gestisce la polizia in Italia ha ben pochi finanziamenti da portare, infatti dopo pochi giorni dalla sua partenza in un'occasione pubblica a Venezia, Maroni dichiara la sua intenzione di fare un CIE nell'Isola di Lampedusa e da lì si scatena la protesta.”
Intanto il 14 gennaio, con decreto, viene disposto l’immediato trasferimento sull’isola della Commissione territoriale di Trapani per il riconoscimento della protezione internazionale, la quale procede alla disamina di alcune domande di protezione. Solo dopo pochi giorni la Commissione fa ritorno a Trapani. Per quel breve periodo, la presenza della Commissione aveva trasformato, di fatto, il centro di contrada Imbriacola in un CARA (Centro di accoglienza per richiedenti asilo), pur senza aver predisposto gli adeguamenti necessari. Inoltre, l’assenza a Lampedusa di una sede del tribunale e le difficoltà di accesso all’assistenza legale, per mancanza di avvocati sull’isola, rendevano impraticabile il diritto di difesa, e quindi improponibili eventuali ricorsi contro i dinieghi della Commissione.
Più o meno negli stessi giorni, alcuni richiedenti asilo vengono trasferiti nei CARA siciliani e di altre regioni, mentre altri, insieme ai minori e ad altri migranti non provenienti da Algeria, Tunisia e Marocco, vengono spostati nei locali dell’ex base militare americana “Loran” a Lampedusa. Tale struttura non possiede il minimo requisito abitativo e di sicurezza. Infatti, il 2 febbraio scoppia un incendio.
Il CIE di contrada Imbriacola
Per rendere operativo il nuovo disegno di Maroni, diventa necessario ripensare tutto il sistema Lampedusa: se i migranti devono restare sull'isola, in attesa che venga eseguita l'identificazione per poi procedere all'espulsione, un CSPA non si adatta più allo scopo. Quello che serve è un Centro di Identificazione ed Espulsione (CIE).
Neanche il sindaco sa dirci esattamente di che tipo di provvedimento si tratti: “C'è un provvedimento del ministro Maroni di 150 posti, non c'è di fatto un decreto deliberato dal Consiglio dei Ministri, ma c'è...chiamiamola una circolare? Chiamiamola una disposizione? Un'idea? C'è una volontà politica, comunque siglata per un CIE di 150 posti. Ma in realtà stiamo assistendo in quella struttura alla presenza prima di 1577 tunisini, oggi di 900”.
Sostanzialmente, un centro pensato per prestare prima accoglienza e soccorso e trattenervi i migranti massimo 48 ore, diventa all'improvviso un Centro per l'identificazione e l'espulsione.
Ovviamente, un cambiamento così repentino di destinazione d'uso, senza nessun intervento strutturale che ne modifichi di fatto la funzione, ne mina concretamente l'agibilità e la sicurezza. Basti pensare che mentre Imbriacola poteva ospitare, come CSPA, fino a 800 migranti, nel momento in cui diventa CIE è pensato per detenerne 150. Di fatto, poi, il numero di persone recluse è sempre di gran lunga maggiore. Perfino nel giorno della visita di Barrot, il nuovo CIE ospita 900 persone, nonostante la mattina avessimo visto con i nostri occhi migranti fatti salire su un aereo per essere trasferiti in altri centri in Italia.
In questa confusione di numeri si manifesta l'irregolarità perpetuata dal governo, il quale, dal punto di vista della capienza, continua ad utilizzare il centro di contrada Imbriacola come un CSPA, mentre, sotto il profilo dei tempi massimi di trattenimento, come CIE. Naturalmente, è molto più semplice emanare un decreto d'urgenza per 150 posti, che per il numero effettivo per il quale dovrebbe essere realmente destinato.
L'atto di forza del governo, che muta repentinamente la funzione di Imbriacola senza tenere conto delle ragioni degli isolani né tanto meno dell'assenza di condizioni basilari di sicurezza e dignità (che pure un carcere deve garantire), provoca nel nuovo centro una situazione esplosiva, come ci racconta il vice parroco dell'isola: “i problemi sono nati dopo l'annuncio del governo di convertire il centro di prima accoglienza in CIE e lasciare che tutti i migranti rimanessero qui fino all'espulsione. Imbriacola aveva la capacità di ospitare 500, massimo 800 persone. Ma dopo l'annuncio di Maroni sono arrivati a 1900. Si poteva immaginare che sarebbe stato impossibile gestirlo. C'è stata infatti anche l'uscita dei migranti dal centro. Era un meccanismo che doveva verificarsi... Quella gente aveva bisogno di prendere un po' d'aria...”.
Il 26 gennaio la Questura di Agrigento comincia ad emanare i primi provvedimenti di respingimento, nonostante siano trascorse già diverse settimane dall’arrivo sull’isola dei migranti trattenuti. Da quel momento, a Lampedusa vengono inviati, a turnazione, giudici di pace e avvocati d’ufficio del Tribunale di Agrigento per provvedere alla convalida dei decreti di respingimento e dei provvedimenti che dispongono il trattenimento.
Durante le prime due settimane, tenuto conto della presenza, presso il centro, di ben 1134 persone, riesce difficile immaginare che nel corso delle udienze di convalida sia stata prestata attenzione ad ogni singola situazione individuale, e che, quindi, sia stata valutata l’effettiva sussistenza dei presupposti per la convalida dei provvedimenti emessi.
Nel frattempo, vengono disposti i trasferimenti di alcuni gruppi di migranti verso altri CIE d’Italia e appare chiaro che è assolutamente impraticabile la soluzione del rimpatrio da Lampedusa. In più, il centro è sovraffollato e le condizioni di vita al suo interno sono pessime: “La situazione è completamente cambiata, ma è cambiata grazie a Maroni – racconta Giusi Nicolini - perché nel momento in cui è stato trasformato in CIE, alla gente che già c'era se ne andava aggiungendo altra. Se tu pensi che c'erano 1800 immigrati da natale fino a febbraio: sotto la pioggia, sotto il vento. Questa gente tenuta fuori sui materassini fradici, con delle improvvisate tende di nylon che non servivano a niente. I bagni che esplodevano con tutti gli escrementi.”
Nonostante la ripresa dei trasferimenti, alcuni dei migranti presenti al Centro, soprattutto tunisini, sono lì detenuti già dallo scorso dicembre ed avviano una protesta sotto forma di sciopero della fame. Finché il 18 febbraio 2009, scoppia una rivolta che si conclude con un incendio che distrugge un'intera area della struttura di contrada Imbriacola. “C’era molto fumo. Si sentivano grida” ci racconta una ragazza che abita vicino al centro: “Ho visto una ventina d’immigrati sul tetto di un padiglione. Poi, a causa del fumo, non ho visto più niente. Ma cosa sarà successo a questi uomini che si erano salvati sul tetto? Di loro non parla più nessuno. Non posso credere che non gli sia successo niente!”
A seguito di tale vicenda, 18 migranti sono arrestati con l’accusa di devastazione e saccheggio, danneggiamento, violenza e resistenza a pubblico ufficiale e si trovano attualmente presso il carcere “Pagliarelli” di Palermo. Non si sa invece nulla di circa altri 23 tunisini, che risultavano essere reclusi al momento dell'incendio. Non si sa se sono ancora a Lampedusa, se sono stati espulsi in Tunisia o se sono stati trasferiti in altri centri.
Nel frattempo sulle cause e responsabilità dell’incendio è stata aperta un'indagine da parte della Procura di Agrigento, che chissà non faccia luce pure su questi dubbi. In ogni caso, è altrettanto importante capire se Imbriacola rispetta le norme di sicurezza, previste per strutture di questo genere da una circolare del 2005, introdotta dopo il processo sulla tragedia del Vulpitta. Per esempio, secondo il sindaco i padiglioni di Imbriacola sono costruiti con ISOPAN, materiale altamente infiammabile. Effettivamente quando siamo andati a visitare il cimitero delle barche (l'area in cui vengono accatastate le barche utilizzate dai migranti) notiamo anche un mucchio di macerie bruciate che, come ci confermano alcuni operai presenti, vengono dal padiglione che ha preso fuoco: “dopo il rogo si parlava di una nube tossica, poi però mettono tutti questi materiali lì a cielo aperto. Queste cose inquinano il nostro territorio. Vogliamo sapere se il Ministero dell’Interno le trasferirà in discariche speciali...”
Due giorni dopo, il 20 febbraio, viene approvato il Decreto Legge 11/09 (cd decreto anti stupri), con il quale viene introdotto il prolungamento del trattenimento nei CIE da due a sei mesi. Tale disposizione è applicabile da subito a tutti i migranti trattenuti nei CIE italiani, compreso il centro di Lampedusa. A seguito delle proteste all’interno del centro di contrada Imbriacola, il numero di personale delle forze dell’ordine in servizio è quadruplicato.
All’interno del centro si respira un’aria tesa, strozzata. Stranamente i cancelli che separano i locali per il trattenimento dei migranti adulti dagli uffici del personale in servizio presso il centro sono sempre aperti. Al loro posto una cinta umana di militari delinea il confine.
Il ruolo dei giudici di pace e degli avvocati d’ufficio viene ridotto a mera continuazione del lavoro svolto dalle forze di polizia. Il centro che sta assolvendo alla funzione di CIE non è dotato di un locale presso il quale potere svolgere il colloquio privato con il proprio difensore.
La pratica, seguita negli ultimi sbarchi, di smistare i migranti, addirittura, ancora in mare, o velocemente sul molo, esclusivamente sulla base di una sommaria ricognizione della nazionalità, rende concreto il pericolo che non vengano opportunamente identificati i minori non accompagnati e le altre categorie di soggetti vulnerabili.
Il rischio che vengano prese nei loro confronti delle misure lesive dei diritti e delle garanzie, previsti dalla legge italiana, è del tutto reale.
La Base LORAN
Come già accennato sopra, l'intenzione iniziale del ministro Maroni, era quella di installare il CIE presso l'ex base americana LORAN, ma l'urgenza di rendere immediatamente operativo il suo piano lo fa optare per un'altra soluzione: trasformare il centro di contrada Imbriacola in CIE. A questo punto si presenta un altro problema: i richiedenti asilo, i minori, e gli altri soggetti espellibili e vulnerabili, che per legge non possono essere trattenuti all'interno di un CIE (a meno che non siano destinatari di un decreto di espulsione), dove vanno messi?
Così, contemporaneamente ai sotterfugi propagandistici, nonostante la manifesta opposizione della popolazione, il governo avvia i lavori di “restauro” dell'ex base Loran, e il 27 febbraio sbarcano a Lampedusa i container destinati alla detenzione dei migranti. “Questa è la verità”, afferma il sindaco, “prima avevamo una sola struttura ora ne abbiamo due. Prima il ministro voleva creare il CIE a Capo Ponente, ma le manifestazioni lo hanno impedito, poi il governo con grande furbizia, con totale disprezzo e poco rispetto nei confronti delle scelte di questa popolazione, di sera ha trasferito (alla Loran nda) alcuni migranti, poi vi hanno portato anche dei container, che non so neanche se sono a norma, se sono idonei ad ospitare gli immigrati...”
Anche sulla trasformazione della destinazione della ex base Loran non risultano documentazioni ufficiali. Ed è stato anche molto difficile capire come funzioni realmente in questo momento. L'idea che ci siamo fatti è quella di una situazione abbastanza caotica. Nessuno ha saputo rispondere chiaramente alla domanda di quanto tempo vengano trattenuti i migranti, se 48 ore o più. Anche sulle persone attualmente rinchiusevi abbiamo raccolto dati differenti. Palmeri ci dice che i dati ufficiali sono di 60 persone (vi era stato il giorno prima con il commissario Barrot). Lo stesso giorno a qualche ora di distanza un operatore dell'Acnur ci parla invece di circa 15 migranti.
Da quello che abbiamo capito, la Loran attualmente funziona come una sorta di mini CSPA, che ospita i richiedenti asilo, donne e altre persone vulnerabili come per esempio i minori e i migranti con problemi di salute.
L'operatore dell'Acnur ci spiega anche come questi repentini mutamenti abbiano avuto delle conseguenze sull'organizzazione del proprio lavoro: “da gennaio 2009 il nostro servizio si svolge in modalità sicuramente diverse. Si spera sia una fase di transizione, per cui noi attualmente continuiamo ad avere l'ufficio e la postazione base all'interno di quello che prima era il CSPA di Lampedusa, e lavoriamo su entrambi i centri, perché dobbiamo informare tutti coloro che arrivano sull'isola della possibilità di richiesta asilo”.
Al momento della nostra visita sull'isola, i migranti sono ospitati in padiglioni preesistenti , risalenti all'epoca in cui funzionava come base militare. Ma già sull'area sono stati istallati i primi container e noi stessi abbiamo potuto riprendere le immagini del cantiere operativo a Capo ponente. Ciò rende plausibile l'ipotesi di un progetto di espansione della Loran, come luogo di trattenimento dei migranti e fa supporre che Maroni non abbia quindi abbandonato l'idea originaria di farvi sorgere un CIE, dove trattenere gli stranieri, magari in attesa del respingimento diretto. Lo stesso De Rubeis dice di non essere a conoscenza di quale sarà il destino dell'area dopo che verrà edificata: “Non si capisce quando finiranno i lavori cosa diventerà la Loran, se un CIE o altro, non si capisce perché c'è un segreto di Stato, non viene detto”.
La zona in questione è per altro molto estesa, tanto che, come sostiene Palmeri, se venisse utilizzata per intero, si arriverebbe alla costruzione di un centro con una capienza di migliaia di persone: “parlano di 300 posti, ma non è vero, perché l'area si presta a farci stare pure 12 mila migranti...stiamo parlando di 498.000 mq, dai dati che mi ha dato l'ufficio tecnico.”
L'area in cui insiste l'ex base americana è tra l'altro considerata Sito di Interesse Comunitario, come ci spiega Giusi Nicolini di Legambiente, quindi con precisi vincoli paesaggistici, che prevederebbero, prima di qualsiasi intervento, un iter di studi, pareri tecnici e nulla osta, che in questo caso sono stati totalmente evasi: “vi è stato un totale disprezzo del territorio isolano. Loro stanno costruendo senza un progetto, senza preventiva valutazione di incidenza, in un'area che è Sito di Importanza Comunitaria, istituito in applicazione di due direttive UE, che prevedono speciali misure di tutela, dal momento che siamo in un territorio che ospita specie rare e habitat a rischio di estinzione.”
Gli sbarchi del 15 marzo
La mattina del 15 marzo ci sveglia la chiamata di un nostro amico lampedusano: uno sbarco all’isola dei conigli, la spiaggia più bella di Lampedusa. Lì troviamo un gommone di circa 8 metri, arrivato sull'isola senza essere stato avvistato a mare. Tutti gli scogli ed anche il sentiero che porta alla strada sono pieni di vestiti dei migranti. Si trova anche una borsa con dei pannolini per bambini molto piccoli.
Il sindaco più tardi ci spiegherà che “si tratta di circa 70 persone del corno d’Africa, quindi eritrei, somali, etiopi. Per fortuna non c’erano tunisini. Perché i tunisini li dobbiamo tenere qua nel CIE per il rimpatrio, mentre i richiedenti d’asilo possono essere trasferiti alla terra ferma”.
Intanto arriva un altro sbarco anche a Lampedusa, questa volta avvistato dalla Guardia Costiera e arrivato sull'isola a traino della motovedetta. Ci avvisa un nostro compagno di viaggio che dovendo tornare via nave si trova già al porto ed assiste a tutte le operazioni di ingresso.
Vengono trasferiti immediatamente. Senza identificazione e senza assistenza sanitaria e legale (solo una persona viene trasportata nel poliambulatorio).
Lo stesso giorno Save the Children, dirama infatti un comunicato stampa con cui denuncia la mancanza di soccorso, di assistenza ed identificazione: “già in mattinata circa 100 migranti, (…) sono stati trasferiti in nave verso le coste della Sicilia, prima di essere identificati - non è quindi noto il numero di minori arrivati questa mattina- e dello svolgimento dell’attività di informazione legale da parte delle organizzazioni umanitarie presenti a Lampedusa. (…). Le strutture di pronta accoglienza del territorio siciliano non sono inoltre attrezzate per garantire l’assistenza di gruppi così numerosi di migranti, nonché lo svolgimento di un’opportuna attività di informazione all’arrivo e la verifica dei casi individuali.”
Frontex e Guardia Costiera: chi ha il compito del primo soccorso?
Il soccorso in mare, di tutte le persone, senza distinzioni relative alla nazionalità o allo status, è garantito tramite diversi regolamenti. Purtroppo da quando l'Europa ha iniziato ad esternalizzare e chiudere le frontiere, esistono diverse opinioni sul “come salvare”.
L'ACNUR ed altre organizzazioni umanitarie affermano che la convenzione di Ginevra per la protezione del rifugiato vale anche fuori dalla terra ferma, altri lo negano.
Risultato di questa politica di negazione è che molti immigrati sui barconi non vengono salvati, ma respinti. Ciò accade anche nel canale di Sicilia, come si legge nella testimonianza di tre ragazzi, raccolta da Fortresse Europe: “Dopo tre giorni di mare, al calare del sole incontrarono una nave di pattuglia. Li presero a bordo. Ma alle prime luci dell’alba furono consegnati ad una motovedetta libica, che dopo due giorni di viaggio li sbarcò al porto di Zuwarah, in Libia. I tre sostengono che fosse una nave italiana. Ma non hanno visto la bandiera. Ad ogni modo era una delle navi della missione di Frontex, Nautilus III, all’epoca ancora operativa nel Canale di Sicilia. Nessuno dei passeggeri venne identificato prima della consegna ai libici. E a nessuno venne chiesto se intendeva chiedere asilo politico. Tecnicamente si tratta di un respingimento collettivo, proibito dalla Convenzione europea dei diritti umani, dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati e dalla Convenzione contro la tortura. Già perché è risaputo che il trattamento riservato ai migranti nelle carceri libiche è inumano.”(cfr. www.fortresseurope.blogspot.com )
A Lampedusa abbiamo saputo che la Guardia Costiera, che fino a qualche tempo si spingeva quotidianamente anche fino a 70-80 miglia in direzione Tunisia-Libia per salvare le persone in pericolo, non esce più con la stessa frequenza. I migranti sempre più spesso arrivano direttamente sull’isola come abbiamo visto con lo sbarco del gommone all'Isola dei Conigli e della barca a Linosa oppure arrivano direttamente nelle coste siciliane.
Un'ipotesi potrebbe essere che il governo italiano abbia dato ordine alla Guardia Costiera di pattugliare solamente nelle vicinanze dell’isola, come è successo con il secondo sbarco del 15 marzo, caricato a due miglia da Lampedusa.
Dal momento che il ministro dell’Interno ha promesso di non far arrivare più gli immigrati in Italia e visto che il centro di Lampedusa è sempre più affollato, il governo cerca di far arrivare i gommoni e le barche in Sicilia o di respingerli nelle vicinanze delle costiere nordafricane.
Nel mese di marzo a Lampedusa e in Sicilia sono arrivate in tutto 1700 persone.
Il 29 Marzo, al largo delle coste libiche, un'imbarcazione con oltre 250 migranti a bordo, affonda. Ci saranno solo 21 superstiti, portati in seguito nelle carceri libiche. Lo stesso giorno si perdono le traccie di 3 altre imbarcazioni. Probabilmente si trovano anche loro nelle galere di Gheddafi, privi di diritti umani e della possibilità di uscirne.
Il giorno successivo, in occasione di un convegno sull'immigrazione all'Università Cattolica di Milano, il ministro Maroni afferma: “un episodio che nessuno ha riportato (...) nei giorni scorsi è stato intercettato nelle acque libiche un altro barcone e le autorità libiche sono andate a prenderlo e se lo sono riportato in Libia. È la prima volta che succede negli ultimi dieci anni ed è il segnale che, se anche lentamente, qualcosa sta cambiando. Noi – ha concluso - ci aspettiamo la svolta da quando il 15 maggio partirà il pattugliamento congiunto con la Libia” (corriere della sera 31.3.2009)
I NO dei lampedusani
Insieme a quella ambientale sono molti gli impatti negativi, che il popolo di Lampedusa teme che la logica emergenziale e securitaria del governo avrà sul proprio territorio.
Lampedusa, si sa, è un'isola che vive prevalentemente di turismo. Se si vuole di un turismo poco attento alla sostenibilità dei suoi interventi, che ha privilegiato la fruizione di massa, la cementificazione spesso abusiva, che non ha saputo del tutto tutelare l'economia della pesca, ma che nello stesso tempo non è stato neanche dotato di quelle infrastrutture che ne potenziassero realmente lo sviluppo sia dal punto di vista economico che sociale: la rete idrica, la rete fognaria, il trasporto marittimo, il potenziamento degli scali aerei, l'ospedale e le scuole, sono alcuni dei macro problemi che l'isola si porta dietro da anni.
Un posto comunque bellissimo, nel quale da sempre centinaia di persone vanno per riposarsi, divertirsi e per fare tutte quelle cose che si fanno in vacanza. Un posto, che però nei fatti ha subito una mutazione dal momento il cui accesso è stato impedito ad altre migliaia di persone e che via via si è si visto progressivamente trasformare in un luogo associato a morte, privazione della libertà e presidio militare: “Quello che i lampedusani hanno trovato insopportabile - ci dice Giusi Nicolini - è questo destino che sembra infinito. I Borboni hanno colonizzato Lampedusa per farne una colonia penale. I fascisti l'hanno utilizzata come colonia penale. Questa idea delle isole come raccolta dei rifiuti di tutti i tipi, che a seconda delle contingenze sono stati gli anarchici, gli oppositori politici e oggi sono i migranti... che Lampedusa debba essere considerata un carcere solo perché lontana dalla terra ferma è un'idea insopportabile. Lampedusa ha una vocazione diversa: da qui passano le balene, passano le tartarughe, non si capisce perché non possano passare pure gli uomini”.
Un mutamento che, anche secondo il sindaco De Rubeis, potrebbe rivelarsi irreversibile se il progetto di Maroni dovesse andare in porto: “l'anno scorso sono arrivati 31.500 immigrati, di cui 9.000 tunisini, che secondo l'ipotesi di Maroni dovrebbero essere trattenuti tutti qua, in un'isola di 22 kmq e di 6000 abitanti. Questo non è possibile, perché Lampedusa affonderebbe: per i problemi sanitari, per i rifiuti, per il rifornimento idrico e così via.”
Un cambiamento che il popolo di Lampedusa non vuole, ma che il governo ha imposto con la forza, mandando per sedare la mobilitazione 1500 uomini delle forse dell'ordine: “...il governo di autorità ha deciso di creare un CIE a Lampedusa, dove nessuno lo voleva e nessuno lo vuole... ma il governo se ne è fregato della volontà della gente, del volere democratico, delle proteste. Lo stato ha fatto di testa sua: ha mandato i militari ed ha detto si fa come dico io senza discussioni”.
La presenza dei militari è effettivamente impressionante2. Lungo la via Roma, il corso centrale del paese è un continuo va e vieni di camionette della polizia, cellulari dei carabinieri, macchine e furgoni della guardia di finanza. La sera, le pizzerie e i pub sono popolati da tavolate di soli uomini, che forse cercano di farsi passare la noia di un ordine di servizio la cui utilità sfugge perfino a loro3.
Nell'isola c'è anche chi afferma che gli animi dei lampedusani si siano placati perché i militari hanno portato soldi, riempiendo per esempio gli alberghi in un periodo dell'anno in cui di solito sono vuoti. In realtà, in prospettiva, provocano comunque un danno all'economia turistica: se la stessa presenza militare dovesse mantenersi nei mesi estivi, anche gli stessi albergatori registrerebbero delle perdite dal momento che le convenzioni che i corpi di polizia fanno con le strutture ricettive sono di gran lungo inferiori ai prezzi pagati dai vacanzieri. Ce lo spiega per esempio una signora che affitta appartamenti: “il ministro per l'interno sta combinando un gran casino. Abbiamo troppi poliziotti qua., non vogliamo vedere tutti questi sbirri. Abbiamo paura per il turismo. Gli albergatori ora sono contenti, ma d'estate i turisti pagano di più”.Inoltre, tutta questa polizia rimanda un'immagine che non corrisponde a quella voglia di staccare da tutto che solitamente porta a scegliere un'isola come destinazione delle proprie vacanze “perché dovrebbero venire qui i turisti, con tutto questo rumore di sirene? Uno se ne resta in città e risparmia pure i soldi”, ci dice un signore incontrato sul molo. Così in estate, anche se gli alberghi dovessero continuare a lavorare, senza i turisti i residence e le case dei privati resterebbero vuoti ed effettivamente si è già registrato un calo del 35 % delle prenotazioni rispetto agli anni precedenti.
Un imprenditore lampedusano ci dice molto agitato: "Si deve parlare dei nostri problemi, non solamente degli immigrati! Si deve parlare delle tasse, del turismo! Da 50 anni la mia famiglia ha due alberghi ed un ristorante a Lampedusa. Guarda là cosa vedi (indica un albergo pieno di poliziotti ed una spiaggia vuota nda) non viene nessuno!"
Alle porte della stagione estiva i lampedusani sono quindi soprattutto preoccupati di ristabilire almeno un'apparenza di normalità ed in questo senso è come se tutto comunicasse un'atmosfera di perplessa attesa.
Dal punto di vista dell'attivismo popolare, effettivamente l'aria che i si respira, mentre siamo sull'isola, è molto diversa da quella dei giorni della protesta.
Il nodo centrale di questa spaccatura è dato dal mutato atteggiamento del sindaco, che se da un lato si continua a dire contrario al CIE e ad usare toni molto duri contro il governo (relativamente al tipo di gestione dei flussi migratori, alla militarizzazione dell'isola, ma anche sui lavori iniziati alla Loran), dall'altro esplicita la volontà di arrivare ad una mediazione per ottenere che a Lampedusa vi sia un solo centro sito proprio nell'ex base americana: “Questo è il momento della trattativa, di sedersi con il governo e trattare...l'idea del sindaco è quella di non avere due strutture, ma una, una e buona e situata in zona Loran.”.
Cioè che lascia perplessi del ragionamento del primo cittadino sono i termini della mediazione, non si capisce perché Maroni dovrebbe rinunciare al suo progetto di avere un CIE a Lampedusa e ciò che in molti temono è che alla fine, se i lavori alla Loran dovessero continuare, si finirà per avere un Centro di Identificazione in una zona lontana dal cuore del paese e che data l'estensione potrebbe effettivamente avere la capienza necessaria per rispondere alla volontà del governo di non fare arrivare più nessun migrante in Italia.
Non è neanche chiaro che tipo di struttura ha in mente De Rubeis, ogni tanto parla di CSPA, altre volte fa riferimento ad una Cittadella dell'accoglienza e della speranza, che secondo la sua idea dovrebbe essere qualcosa “di nuovo e originale, qualcosa che Lampedusa non ha mai avuto.”
In ogni caso su questa ipotesi di De Rubeis, di spostare il Centro alla Loran, si è creata una frattura con il resto della popolazione, che in modo attivo e organizzato si muove ancora contro il CIE e contro l'edificazione nella ex-base americana. Frattura sancita dall'arrivo dei container sull'isola, destinati proprio alla Loran e che il sindaco non ha fatto nulla per evitare: “il sindaco sta facendo confusione, perché quando dichiara alla stampa che Lampedusa è contro al CIE, ma che alla base Loran vuole una cittadella dell'Accoglienza di 2000 posti, secondo me fa un giro di parole che mortifica l'intelligenza di quelle 5000 persone che a Gennaio l'hanno seguito in piazza. E su questo punto c'è stata una spaccatura e adesso noi abbiamo un linea nostra che è quella di tornare alla situazione precedente: quindi con un solo centro ad Imbriacola, che funzioni come CSPA”, ci dice Palmeri, capo dell'opposizione in consiglio comunale.
Lo stesso esposto al ministero dell'ambiente, relativo all'inizio dei lavori alla Loran senza la necessaria valutazione di incidenza, è stato inoltrato da Legambiente nonostante il sindaco avrebbe avuto tutti i poteri per bloccarne i lavori: “Il sindaco avrebbe il potere di bloccare i lavori abusivi, che si stanno eseguendo all'interno della Loran, non sarebbe necessario arrivare ad uno scontro fisico con la polizia, né pretendere dai lampedusani che continuino altri mesi di battaglia, sfidando chissà quali poteri dello Stato. Sarebbe sufficiente invocare il rispetto della legalità. Non capisco perché a Falconara è richiesta la variante al piano urbanistico per costruire un CPT e a Lampedusa no. Non capisco perché Lampedusa debba vivere al di fuori dallo Stato di diritto”.
Nelle settimane successive al nostro viaggio i lavori alla ex base americana sono stati bloccati in seguito ad una lettera di Legambiente, che ha denunciato al ministero competente, la mancanza della necessaria valutazione di incidenza. Come si legge dal Manifesto di sabato 4 aprile:“secondo il ministero degli interni, si tratta di uno stop tecnico, al termine del quale tutto procederà speditamente, in vista della costruzione di un centro che, a regime, arriverà a contenere 300-350 persone”
Negli stessi giorni, il Comitato NO CIE, ha iniziato una raccolta di firme che, come si legge nella nota stampa diramata, ha come obiettivo: “di dimostrare che la stragrande maggioranza degli abitanti delle Pelagie non accetta e non accetterà mai che le loro isole possano trasformarsi nella Guantanamo d’Europa”.
Nonostante anche questa iniziativa sia stata osteggiata dal sindaco, che ha tentato “di bloccarla negando l’autorizzazione ad installare il banchetto nella pubblica piazza”, il 28 marzo è partita la raccolta delle sottoscrizioni.
Con un decreto fantasma e mettendo un militare ogni tre abitanti il governo, da un giorno all'altro, interviene sul territorio lampedusano: ne devasta l'ambiente, ne minaccia l'economia, crea il caos nella gestione degli sbarchi, viola le norme di sicurezza dei centri e mette sempre più a repentaglio la vita e quei pochi diritti che spettano ancora ai migranti.
Lampedusa è davvero il luogo in cui si manifestano con agghiacciante evidenza le conseguenze di più di 10 anni di politiche fallimentari, in cui sono stati spesi milioni e milioni di euro non per costruire scuole ed ospedali, ma per produrre morte e negazione della libertà.
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Note:
2 Ricordiamo l'episodio di un cittadino lampedusano preso a manganellate mentre telefonava da una cabina dell'Isola. La polizia trovò normale giustificarsi dicendo che pensava si trattasse di un “clandestino”.
