OSPITANO BADANTI IRREGOLARI,SEQUESTRO IMMOBILE
ARCEVIA (ANCONA), 30 LUG - I carabinieri di Arcevia hanno sequestrato nella frazione di Piticchio un immobile, del valore di 500 mila euro, dove una donna di 83 anni e il figlio di 61, E.N. e A.F., ospitavano due donne albanesi prive di permesso di soggiorno. I due sono stati denunciati per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e per aver assunto alle proprie dipendenze come badanti le due straniere irregolari. L'immobile, che ha una superficie di circa 250 metri quadrati, con circa 1.500 mq di giardino annesso, nel caso si dovesse giungere a una condanna di madre e figlio sarà oggetto di confisca e, nel caso sia disposta la vendita, il ricavato potrebbe essere destinato al potenziamento delle attività di prevenzione e repressione dei reati in tema di immigrazione clandestina. (ANSA)
BARCONE CON 25 A BORDO AL LARGO DI LAMPEDUSA
Palermo, 30 lug. - (Adnkronos) - Riprendono gli avvistamenti nel Canale di Sicilia. Dopo i 14 migranti intercettati ieri a 35 miglia a sud di Lampedusa (Agrigento) e respinti in Libia e i 25 soccorsi a poche miglia dall'isola, una nuova imbarcazione è stata soccorsa stamani all'alba. I 25 passeggeri sono stati avvistati quando erano a circa 2 miglia dalla più grande delle isola Pelagie. Due di loro che presentavano i sintomi della disidratazione sono stati trasferiti a Lampedusa e affidati alle cure dei medici, gli altri 23, invece, sono stati condotti a Porto Empedocle (Agrigento).
FERMATI 4 IRACHENI LUNGO A 14
VASTO (CHIETI), 29 LUG - Quattro iracheni sono stati fermati dalla Polizia autostradale di Vasto sud (Chieti) mentre camminavano a piedi lungo la corsia nord dell'Autostrada A14, nel territorio di Chieuti (Foggia). I quattro, che secondo gli inquirenti erano appena scesi da qualche tir in transito verso il nord Italia, sono stati trasferiti nella Questura di Foggia per le formalità di rito relative al rimpatrio. (ANSA)
SBARCO A LAMPEDUSA, MIGRANTI A PORTO EMPEDOCLE
PALERMO, 29 LUG - Un'imbarcazione con a bordo 25 migranti è stata intercettata a poche miglia da Lampedusa da una motovedetta dei carabinieri. Gli immigrati sono ancora a bordo dell'unità, in attesa di essere trasferiti a Porto Empedocle. Nei loro confronti non potrà infatti scattare il respingimento, così come avvenuto oggi con altri 14 immigrati che stanno per essere riportati in Libia, perchè in questo caso l'operazione di soccorso è avvenuto all'interno delle acque territoriali. (ANSAmed)
SCATTA RESPINGIMENTO IN LIBIA PER 14 MIGRANTI
LAMPEDUSA (AGRIGENTO), 29 LUG - Un nuovo respingimento di immigrati è stato deciso dalle autorità italiane. Sta facendo infatti rotta verso la Libia la motovedetta della guardia di finanza che ha preso a bordo i 14 immigrati, fra cui due donne e un ragazzo, soccorsi a circa 35 miglia a sud di Lampedusa dal motopesca Florio. Secondo quanto ha reso noto la centrale operativa del comando aeronavale della Guardia di Finanza di Palermo, saranno affidati a un'unità militare libica già partita da Tripoli. Si tratta di una delle motovedette italiane consegnate alle autorità libiche nell'ambito dell'accordo siglato con il nostro governo. Il trasbordo dovrebbe avvenire a circa 70 miglia a Sud di Lampedusa. Le operazioni di soccorso degli immigrati, alla deriva nel Canale di Sicilia dopo essere rimasti senza carburante, sono state coordinate dalle autorità maltesi visto che il gommone si trovava in acque di competenza Sar della Valletta. (ANSA)
ARRESTI NEL TERAMANO; 10 MILA EURO PER UN VISTO
TERAMO, 29 LUG - Sono 14 le persone finora rintracciate e arrestate nell'ambito dell'Operazione «Money for Visa» della squadra mobile della questura di Teramo e coordinata dalla Procura di Teramo, che ha smantellato una organizzazione che trafficava in visti per lavoro stagionale, riscuotendo da 6 a 10.000 euro per ciascuno di essi da cittadini non comunitari, soprattutto pachistani e bengalesi. Tra gli arrestati figurano i faccendieri di varie nazionalità, deputati al reclutamento di extracomunitari bisognosi dei visti per l'ingresso in Italia, un consulente del lavoro del Teramano che organizzava le pratiche a 5 imprenditori compiacenti che fingevano le assunzioni degli immigrati ai fini del rilascio dei permessi di soggiorno. L'indagine era stata avviata lo scorso mese di ottobre, con la denuncia di un cittadino tunisino che dopo aver sborsato 10.000 euro per «comprare» un visto di ingresso in Italia, una volta nel nostro Paese era stato messo alla porta dall'azienda in cui gli era stato detto che avrebbe trovato lavoro. Si è rivolto alla polizia, a differenza di tanti altri che, senza un permesso di soggiorno valido, si sono dati alla strada o in altri casi trasferiti in altri Paesi dell'area Schengen. La squadra mobile teramana è così riuscita a individuare almeno un centinaio di richieste di visto presentate nei centri unici di prenotazione delle prefetture di Teramo, Ancona, Macerata, Chieti o delle Province di Ascoli Piceno e Pesaro - molte delle quali respinte all'origine - che facevano registrare le stesse modalità di raggiro. (ANSA).
MARONI, A FINE ANNO DECISIONE CENTRI LAMPEDUSA
ROMA, 29 LUG - «A fine anno prenderemo una decisione sui Centri per immigrati di Lampedusa. Le cose stanno andando benissimo sul fronte sbarchi, l'accordo con la Libia funziona bene e se le cose continuano ad andare così per tutta l'estate potremmo pensare ad una diversa destinazione delle strutture». Lo ha detto il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, conversando con i cronisti alla Camera. (ANSA).
DA GIUGNO 187 STRANIERI RIMPATRIATI DA POLIZIA
ROMA, 29 LUG - Centottantasette stranieri sono stati rimpatriati dal 1 giugno scorso ad oggi dalla questura di Roma nel loro paese. Lo ha reso noto la questura spiegando che i servizi di controllo del territorio disposti dal questore Giuseppe Caruso nella capitale e nella provincia nell'ambito del 'Patto Roma sicurà, nello stesso periodo, hanno portato all'identificazione di 2.125 stranieri (1.371 extracomunitari e 754 comunitari) dei quali 793 donne e 1.332 uomini. In seguito ai controlli contro la prostituzione sono stati portati per accertamenti nell'ufficio immigrazione 35 donne extracomunitarie e 444 comunitarie, trovate a prostituirsi per strada. In base agli accertamenti dalla polizia sono stati emessi 621 provvedimenti di espulsione (in maggior parte nei confronti di bengalesi, nigeriani, marocchini, egiziani) e arrestati 101 stranieri che non avevano rispettato l'ordine di rimpatrio emesso dal questore. Portati nel loro paese d'origine con personale di scorta, 187 stranieri, per la maggior parte romeni, nigeriani, algerini e marocchini. Inoltre, a 100 romene fermate per prostituzione sono stati notificati decreti di allontanamento per motivi di pubblica sicurezza con intimazione a lasciare l'Italia entro 30 giorni e ad oggi ne sono state rimpatriate 16. Sempre in questo periodo 123 stranieri sono stati trattenuti nel Centro di identificazione e espulsione di Ponte Galeria. (ANSA).
TRATTA:MAMAN E PROSTITUZIONE COATTA,VOCI DELLE MIGRANTI
ROMA, 28 LUG - Prostitute coatte per giungere in Italia. È il drammatico destino di molte migranti africane, che dirette a Lampedusa, diventano ostaggio di 'maman' (donne che fanno reclutamento delle giovani) e 'brother' (il primo adescatore) che le sfruttano e le violentano durante il viaggio che è «della speranza» ma che si trasforma in un incubo. Tripoli e dintorni i luoghi dove sono attive queste 'case chiusè. Emerge da un dossier di testimonianze di donne migranti, per lo più nigeriane, ospitate nel Cie di Ponte Galeria, a Roma, messo a punto, e presentato oggi, da Be Free, una cooperativa sociale che lavora nel contrasto alla tratta e che gestisce nel Cie romano uno sportello di consulenza ed assistenza. Un documento che segnala «il rischio concreto di sfruttamento della prostituzione anche nel nostro paese». Centoundici le donne intervistate fra l'agosto 2008 e il marzo 2009 da Be Free. «...In questa casa - racconta una giovane - eravamo più di 30 ragazze nigeriane. Sono stata là per circa quattro mesi, dovevo andare a letto con una media di 5 uomini al giorno». Un'altra dice: «lui mi ha condotta in una casa chiusa dove c'erano molte altre nigeriane, costrette alla prostituzione. La casa era gestita da un uomo marocchino in collaborazione con un gruppo di uomini e donne nigeriane. Ogni mese noi dovevamo dargli 50 euro per stare là ed inoltre per ogni cliente con cui dovevamo andare lui prendeva sempre dei soldi. Sono rimasta lì un anno. Dopo sono riuscita a saldare il mio debito e ad imbarcarmi per la Spagna pagando 900 dollari». Tariffe fisse per le prestazioni coatte: «un dinar e mezzo con il preservativo, due dinar senza preservativo. I soldi - fa sapere un'altra migrante - venivano presi da noi che poi li dovevamo dare per intero ad H. Era sempre lui che ci portava i clienti e cosa dovessimo fare con lui. Noi non potevamo rifiutarci di avere rapporti non protetti, se lo facevamo venivamo prese a calci e picchiate violentemente con catene ed oggetti vari». Le migranti parlano di un viaggio verso l'Italia, lungo anche di anni e con numerose le tappe, «illegale dopo una permanenza in Libia, dalle cui coste dopo vengono poi imbarcate verso Lampedusa». Una donna su quattro ha raccontato storie di sfruttamento sessuale, molte di sfruttamento lavorativo; il 25% delle nigeriane che hanno subito abusi sessuali sono state prostituite in Libia, tutte le altre in Italia. Per indurre le donne a prostituirsi di solito viene addotto il risarcimento del debito di viaggio. Nelle 'case chiusè, gli aguzzini «agiscono con violenze fisiche, psicologiche, sequestri e torture. Le ragazze non possono rifiutarsi di avere rapporti con i clienti nè di consegnare i soldi agli sfruttatori; nè possono proteggersi con i contraccettivi. All'opera sono trafficanti libici, epicentro della organizzazione criminale transazionale». Con il dossier - dice Oria Gargano, presidente di Be Free - «vogliamo sensibilizzare l'opinione pubblica verso il dramma vissuto da molte migranti e del problema libico. Ecco perchè nei respingimenti degli ultimi tempi non c'è niente di umano, è un reato gravissimo». Gargano chiede anche che la protezione prevista dall'articolo 18 del testo unico sull'immigrazione sia considerato un crimine transazionale«. (ANSA)
SPAGNA, SOLO 4.000 RIMPATRIATI CON PIANO GOVERNO
MADRID, 28 LUG - Sono stati solo 3.977 gli immigrati in situazione regolare in Spagna che hanno deciso di ritornare nella loro patria avvalendosi del Piano di ritorno per disoccupazione lanciato lo scorso novembre dal governo socialista: lo riferisce il quotidiano La Vanguardia. La cifra, che annovera i ritorni volontari fino all'inizio di giugno, è ben inferiore alle 100 mila adesioni previste dal governo. Il piano è mirato a far rientrare in patria gli immigrati in situazione regolare che hanno perso il lavoro in Spagna. Lo stato offre il pagamento degli assegni di disoccupazioni in due sole volte: circa metà prima della partenza e metà all'arrivo. In cambio chiede agli immigrati di rinunciare ai permessi di lavoro e soggiorno e di impegnarsi a non farne richiesta per almeno tre anni. La grande maggioranza degli immigrati che si avvalgono del piano è di origine latinoamericana. (ANSA)
GRECIA, HRW DENUNCIA ARRESTI E ESPULSIONI
ROMA, 28 LUG - Human Rights Watch, l'organizzazione che difende i diritti dell'uomo, lancia accuse contro la Grecia, rea a suo giudizio di arrestare o espellere un gran numero di immigrati e di persone che fanno richiesta di asilo politico. In un comunicato diffuso alla stampa, Hrw afferma di avere ricevuto segnalazioni «da fonti credibili» circa il trasferimento di un gruppo di immigrati dall'isola di Chios in una zona alla frontiera con la Turchia, da dove sono stati costretti ad attraversare il confine. Ci sarebbero stati altri casi analoghi e quando gli attivisti sono riusciti a bloccare i trasferimenti gli immigrati sono stati arrestati. «Temiamo - ha detto Bill Frelick, direttore di Hrw per i rifugiati - che si impedisca agli immigrati di chiedere asilo politico, che i bambini che arrivano soli non ricevano protezione, che gli immigrati siano tenuti in inaccettabili condizioni di detenzione e anche che siano espulsi in Turchia», Hrw denuncia altri episodi considerati inaccettabili avvenuti nel mese di luglio. Si fa menzione in particolare di quando ad Atene centinaia di immigrati sono stati rinchiusi in un tribunale abbandonato e chi cercava di andarsene veniva messo in carcere. (ANSA).
IMMIGRAZIONE: BARCONE CON 200 HAITIANI NAUFRAGA AI CARAIBI
ROMA, 28 LUG - Un barcone sul quale si stima vi fossero almeno 200 migranti provenienti da Haiti si è rovesciato nel Mare dei Caraibi al largo delle isole di Turks e Caicos. Lo rende noto la guardia costiera statunitense citata dal sito della Bbc. Finora sono stati salvati 70 dei naufraghi, aggrappati alla barriera corallina, mentre sono stati recuperati in mare quattro cadaveri. Ma si teme che il bilancio sarà molto più elevato. Barconi pieni di haitiani attraversano spesso i Caraibi e diretti per lo più alle Bahamas o alla Florida. (ANSA)
AL PORTO DI BARI SCOPERTI 5 AFGHANI NASCOSTI IN UN TIR
Cinque afghani sono stati scoperti al porto di Bari da militari della Guardia di Finanza, in collaborazione con agenti della Polizia di frontiera e funzionari dell'Agenzia delle Dogane. Viaggiavano a bordo di un camion cipriota guidato da un cittadino rumeno, sbarcato dalla motonave 'Ionian King', proveniente dalla Grecia. Erano nascosti in un doppiofondo ricavato nel serbatoio dell'automezzo con accesso attraverso una botola creata sul pianale di carico. Gli extracomuntari, tutti di origine afghana, tra i quali tre minorenni, erano sprovvisti dei documenti idonei per l'ingresso nel territorio nazionale. I cinque, in considerazione delle condizioni di salute precarie, dovute alla lunga permanenza in un vano angusto e alla temperatura elevata, sono stati accompagnati all'Ospedale per le cure del caso. Gli immigrati sono stati affidati alla Polizia per l'identificazione. L'autista del camion, un cittadino rumeno di 40 anni, è stato arrestato con l'accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Il tir è stato sequestrato.
SBARCO IN CALABRIA, ARRIVANO IN 24
AFRICO (REGGIO CALABRIA), 27 LUG - Ventiquattro immigrati di etnia curda, tra i quali quattro donne e due bambini, sono giunti stamani sulle coste calabresi a bordo di un motopeschereccio che si è arenato nelle vicinanze di Bianco, nella Locride. I 24 immigrati stanno tutti bene ed hanno detto di provenire da Iraq ed Iran. Il battello su cui sono giunti in Calabria, denominato «Istambul», batte bandiera greca. Sul luogo dello sbarco sono intervenuti carabinieri, polizia e guardia di finanza che hanno soccorso i migranti che saranno trasferiti in giornata nel centro di accoglienza di Isola Capo Rizzuto, nel crotonese. (ANSA).
ARRESTATI ROMENI IN PORTO BRINDISI
BRINDISI, 27 LUG - Avevano nascosto nel vano posteriore modificato della loro Volkswagen passat station vagon, due cittadini afghani, uno dei quali minorenne. Lo hanno scoperto agenti di polizia di frontiera nel porto di Brindisi che hanno arrestato due cittadini romeni, entrambi di 42 anni. I due erano sbarcati dalla nave 'Ionan Sky' proveniente da Igoumenitsa a bordo dell'auto, con targa svizzera, il cui vano posteriore era stato adattato per consentire di nascondere persone. Al momento del controllo dell'auto gli agenti hanno notato movimenti sotto alcune masserizie poste per celare il vano ricavato dove è la ruota di scorta ed hanno scoperto i due afghani, che erano quasi in stato di asfissia. (ANSA).
MINI SBARCO A LAMPEDUSA, BLOCCATI DUE TUNISINI
LAMPEDUSA (AGRIGENTO), 26 LUG - Due tunisini sbarcati a Lampedusa sono stati bloccati dalle forze dell'ordine mentre vagavano per le strade del paese. I due hanno detto di essere giunti con una piccola barca in vetroresina, che però non è stata trovata. Secondo gli investigatori, invece, sarebbero stati lasciati sull'isola da un peschereccio che si è poi allontanato. Gli extracomunitari sono stati trasferiti nel centro di prima accoglienza, in contrada Imbriacola, dove in questo momento sono gli unici ospiti; da diverse settimane, infatti, non si registrano sbarchi a Lampedusa. (ANSA).
Il blog di Gabriele Del Grande. Quattro anni di viaggi nel Mediterraneo lungo i confini dell'Europa. Alla ricerca delle storie che fanno la storia. La storia che studieranno i nostri figli, quando nei testi di scuola si leggerà che negli anni duemila morirono a migliaia nei mari d'Italia e a migliaia vennero arrestati e deportati dalle nostre città. Mentre tutti fingevano di non vedere.
31 July 2009
30 July 2009
America! Dal Corno d'Africa al Messico sognando gli States

scritto da Sara Chiodaroli per Peace Reporter
ROMA, 30 luglio 2009 - Sharew è un ragazzo etiope di ventinove anni. La sua storia inizia circa un anno fa, quando decide di lasciare il suo Paese e di avventurarsi in un viaggio omerico che l'avrebbe condotto verso una meta non ancora alla portata di tutti coloro che intraprendono la via dell'emigrazione: l'America. Il giovane aveva pagato a un trafficante circa 10mila dollari per condurlo a destinazione negli Stati Uniti. Dopo dodici mesi di peripezie, tra navigazione e viaggi via terra, percorrendo l'intero cono meridionale del continente americano, Sharew viene fermato a Tapachula, polverosa città meridionale del Chiapas, la prima tappa per chi arriva da Sud, quando sono ancora circa 3200 i chilometri che lo separano dal sogno statunitense. Il giovane viene accolto nel Centro di detenzione per migranti della città e qui, grazie a una scorciatoia burocratica delle leggi messicane concessa ai richiedenti asilo, può godere di un periodo di soggiorno in loco della durata di trenta giorni. Dopo questo periodo, Sharew riprenderà il suo viaggio. La sua vicenda viene resa nota dal quotidiano Usa Washington Post lo scorso aprile, riportando dati decisivi rispetto al quadro in cui s'inserisce la storia del giovane etiope, non un caso isolato di emigrazione transatlantica, ma sintomo dell'emergere di una inedita alternativa nelle rotte migratorie che partono da Asia e Africa. Jorge Yzar, direttore del Centro di Detenzione per migranti di Tapachula, una delle strutture più ricettive e coinvolte nell'accoglienza dei migranti, per via della sua cruciale collocazione geografica, dichiara che prima del 2004 nessun migrante di origine non americana era stato segnalato, mentre invece solo nello scorso anno sono stati identificati seicento migranti afro-asiatici, il triplo del 2007. I dati sono significativi, considerando che questo è il numero di coloro che sono stati sorpresi dalle polizie locali, mentre non è dato sapere quanti siano coloro che permangono in condizione di clandestinità.
La testata statunitense tenta un'analisi del fenomeno adducendo motivazioni legate alle attuali politiche migratorie dell'Unione Europea. La presenza di severi controlli radar, dei pattugliamenti dell'agenzia Frontex nelle acque mediterranee, di SIVE nell'arcipelago delle Canarie e lungo la costa atlantica dell'Africa occidentale, grazie alla collaborazione dei Paesi africani, l'avventura dell'emigrazione verso la fortezza Europa è sempre più difficile. Questo non implica una netta rottura con la tendenza della rotta più battuta, che infatti resta ancora quella europea, bensì l'apertura di una via alternativa. Dal mese di marzo a oggi sono state intercettate cinque imbarcazioni che portavano a bordo migranti provenienti da Eritrea, Etiopia, Ghana, Somalia, Nigeria, Cina, Bangladesh e Nepal, successivamente messi in stato di detenzione in attesa di rimpatrio o di richiesta di asilo.
Il 13 marzo cinquanta migranti sono stati soccorsi dal Servizio Marittimo al largo delle coste del Nicaragua, dopo essere stati abbandonati in alto mare dai 'coyotes' colombiani che li avevano condotti a bordo di un peschereccio salpato dalle coste della Colombia, promettendo di lasciarli in Honduras. Tuttavia il viaggio via mare era cominciato ben quaranta giorni prima, dalle coste africane, dopo aver pagato circa 2.500 dollari ai trafficanti locali. Secondo i dati statistici della Direzione Generale per l'Immigrazione del Nicaragua, negli ultimi quattro anni erano stati rimpatriati dal paese centro americano solo nove cittadini di origine africana; questo sbarco ha rappresento quindi un evento straordinario, considerando anche le difficoltà diplomatiche con i rispettivi consolati, per lo più assenti sul territorio nicaraguense per disporre le operazioni di rimpatrio.
Il 19 marzo, questa volta in Colombia, vengono intercettate due imbarcazioni su cui viaggiavano rispettivamente 18 e 50 migranti provenienti da Somalia, Eritrea, Etiopia e Cina. Nella seconda sono stati individuati e arrestati i due cittadini colombiani che guidavano il mezzo. Le autorità locali hanno ipotizzato che i migranti fossero giunti sulle coste del Brasile dall'Africa e che avessero proseguito il viaggio verso nord via terra passando per Perù ed Ecuador. Dopo due settimane, il 1° maggio, nuova intercettazione; vengono fermati e arrestati dalle autorità marittime 21 migranti di origine africana, tra cui anche sei giovani del Bangladesh, a bordo di un'imbarcazione diretta in Nicaragua.
E sono ancora le acque caraibiche a fare da sfondo all'ennesima tragedia sfiorata nella giornata dello scorso 3 luglio. Le autorità della Costa Rica raccontano di aver soccorso un gruppo di 38 migranti africani. Il gruppo ha raccontato alle autorità di aver preso contatti con i trafficanti in Nigeria, pagando una cifra pari a 7.000 dollari che avrebbe incluso il volo aereo in Colombia e il viaggio via mare dalla città costiera di Barranquilla fino al Canada. Dopo quindici giorni di navigazione, il gruppo è stato lasciato sulle spiagge di Manzanillo, a 230 chilometri dalla capitale del Costa Rica in condizioni di denutrizione e disidratazione, convinto di aver raggiunto la destinazione prevista. Il ministro degli Interni, Ricardo González, ha dichiarato che la loro condizione verrà vagliata considerando le numerose richieste di protezione umanitaria avanzate dai singoli, vittima di persecuzione e conflitti civili nei rispettivi paesi d'origine.
Il bilancio non si conclude con questo episodio, infatti nella giornata di sabato 18 luglio la marina colombiana ha intercettato un'imbarcazione non registrata alla cui guida sono stati sorpresi due cittadini colombiani, successivamente arrestati. Il gruppo di 34 persone di origine eritrea, all'interno del quale figuravano 33 uomini e una donna, era partito dall'Isola Barú vicino a Cartagena de Indias ed è stato intercettato in alto mare a quindici miglia dal Capo di Tiburón. Al momento i migranti a bordo sono stati fermati in attesa di disposizioni dell' Autorità Locali per l'Immigrazione del porto di Turbo.
Per approfondimenti
African immigrants risk lives on epic trek to U.S.
29 July 2009
Sangue a Igoumenitsa: muore kurdo pestato dalla polizia greca
PATRAS, 29 luglio 2009 – Arivan Abdullah Osman aveva 29 anni. Lo polizia lo catturò all’interno del porto di Igoumenitsa. Era lo scorso 3 aprile 2009. Arivan stava tentando di nascondersi sotto un camion pronto a imbarcarsi su un traghetto diretto in Italia. Viaggiava senza documenti, era in fuga dal Kurdistan iraqeno. Quando la polizia lo acciuffò fu brutale. Testimoni oculari sostengono che gli agenti gli sbatterono con violenza la testa contro un blocco cemento. Un colpo fatale. Che gli causò un’emorragia interna e danni cerebrali irreversibili. Arivan è morto due giorni fa, il 27 luglio, dopo quattro mesi di coma all’ospedale Papanikolaou di Salonicco. Il ministro greco della Marina, Anastassios Papaligouras ha espresso il suo cordoglio per la vittima, e ha chiesto la riapertura del caso, visto che le indagini non avevano individuato nessun responsabile.Intanto Human Rights Watch, ha lanciato nuove accuse contro la Grecia. L’organizzazione afferma che un gruppo di migranti sbarcati sull'isola di Chios sarebbero stati deportati in una zona alla frontiera con la Turchia, e costretti ad attraversare il confine. “Temiamo - ha detto Bill Frelick, direttore di Hrw per i rifugiati - che si impedisca agli immigrati di chiedere asilo politico, che i bambini che arrivano soli non ricevano protezione, che gli immigrati siano tenuti in inaccettabili condizioni di detenzione e anche che siano espulsi in Turchia”. Dall’isola di Creta invece l’allarme riguarda la situazione di 45 profughi kurdi. Secondo l’associazione greca Clandestina, il gruppo di potenziali rifugiati sarebbe sulla via dell’espulsione. Altri casi simili arrivano dall'isola di Mitilini, dove si terrà un "noborder camp" dal 25 al 31 agosto.
Ricordiamo che la Corte europea dei diritti dell'uomo ha chiesto a Italia e Grecia delucidazioni rispetto al ricorso SHARIFI (ricorso n. 16643/09), presentato il 25 marzo 2009 da 35 persone, tra cui 10 minori, di nazionalità afgana, eritrea e sudanese, che denunciano di essere state respinte in epoche diverse al momento dell’arrivo in Italia nei porti di Venezia, Ancona e Bari e di essere state rimandate in Grecia. I ricorrenti denunciano inoltre di aver subito violenze da parte dei poliziotti italiani greci, di non aver potuto richiedere alcuna protezione internazionale, di non aver avuto modo di prendere contatto con avvocati o interpreti per capire quali fossero i loro diritti a livello nazionale e internazionale. Tuttavia i tempi della corte sono lunghissimi, e difficilmente si avrà una sentenza prima del 2010. E nel frattempo la polizia greca ha disposto la distruzione della baraccopoli di Patrasso, lo scorso 12 luglio.
Leggi anche:
| Patrasso: la polizia rade al suolo il campo degli afgani Bulldozer nella baraccopoli dei rifugiati data alle fiamme. Il video della BBC. Così si perdono le tracce dei 35 profughi che avevano fatto ricorso alla Cedu. Avevamo visitato il campo a maggio 2008. Le foto di come era prima. Le reazioni di Msf e Acnur. Il rapporto di Kinisi | ![]() | |
| Io, minorenne afgano respinto in Grecia tre volte Jumaa è solo uno delle migliaia di rifugiati afgani e irakeni che ogni anno vengono respinti dai porti italiani verso la Grecia. Tuttavia nel suo caso c’è un’aggravante. È minorenne. Eppure il ministro dell’Interno Roberto Maroni aveva smentito che dall'Adriatico avvenissero respingimenti di minori non accompagnati... |
28 July 2009
Lettera degli eritrei a Tripoli. Torturati in Libia come in Eritrea
TRIPOLI, 23 luglio 2009 - Abbiamo ricevuto questa lettera dalla comunità eritrea di Tripoli. Sotto anonimato, per evidenti motivi di sicurezza. A quanto pare infatti l'Ambasciata eritrea in Libia starebbe cercando di individuare le nostre fonti per metterle a tacere

"In un’epoca di civilizzazione, il mondo tende sempre più verso due opposti estremi: alcuni governi adottano dittature sempre più reazionarie, e altri invece democrazie estremamente liberali. Quale è la tendenza in Eritrea e in Libia? Noi eritrei in Libia, abbiamo fatto esperienza della situazione di entrambi i paesi. E non vediamo nessuna differenza, qui come là c’è solo violenza e tortura. L’unica differenza è che l’Eritrea sta torturando i propri cittadini, mentre la Libia lo fa con gli stranieri. Ma le torture sono simili in tutto e per tutto, ed è vergognoso doverne parlare nel XXI° secolo.
Oggi i rapporti di molte organizzazioni non governative ci dicono che l’Eritrea è una “piccola grande prigione”. Lo dice il rapporto di Human Rights Watch, ma ci sono molte altre cose che non vengono dette. Persone innocenti sono detenute indefinitamente senza capi d’accusa e senza nessun processo. Molti di loro sono danneggiati a vita dalla detenzione, sia danni fisici che mentali. Sono trattati alla stregua di quanto accade a Guantanamo.
Oggi tutta l’Eritrea è una prigione. Chiunque non voglia rimanere nel servizio di leva a vita, è detenuto indefinitamente. I centri di detenzione crescono dappertutto, come funghi, in ogni città eritrea. Anche i posti più lontani stanno diventando terreni per la costruzione di prigioni. Ogni divisione dell’esercito è autonoma e ha le sue proprie prigioni, dove i membri dell’esercito sono detenuti in condizioni inumane per periodi indeterminati. Nessuno è autorizzato a protestare su niente. Altrimenti sarà considerato un ribelle. Pertanto chiunque non sia soddisfatto del sistema deve scappare e salvare se stesso dall’incarcerazione.
Le principali prigioni adesso sono:
1. Track B: è un centro di detenzione militare, si trova pochi chilometri a ovest di Asmara, ed è usato per imprigionare i membri dell’esercito che ritornano dalle famiglie senza autorizzazione o che rimangono a casa oltre il tempo concesso per la licenza. I detenuti sono chiamati “Zikoblelu” che significa illegali.
2. Adi-Abeyto: si trova circa 3 chilometri a nord ovest di Asmara. Viene usato soprattutto per detenere le persone fermate con documenti non validi. Una sezione è anche utilizzata per detenere i familiari dei disertori dell’esercito fuggiti all’estero illegalmente.
3. Wia e Gel’alo: a sud est di Massawa, si trovano nella depressione di Danakil, una delle zone più calde del paese, dove le temperature superano facilmente i 45°, con un altezza sotto il livello del mare e sempre molto caldo. Vengono usati per la detenzione dei cittadini accusati di ribellione. Queste prigioni sono state usate anche come centri di arresti di massa nel 1999 per circa 10.000 membri dell’esercito e nel 2001 per tutti gli studenti universitari accusati di ribellione.
4. Ebatkala: questa è una prigione di massima sicurezza molto controllata, sulla strada per Massawa, usata per detenere ex alti funzionari di governo accusati di tradimento. E’ dove sarebbero detenuti ministri e giornalisti arrestati nel 2001 e mai processati.
5. Prigioni delle Sotto Zone: Si trovano in ogni città delle Sotto-Zone e sono usate soprattutto per la detenzione dei familiari dei disertori.
6. Ala: situata a est di Asmara, sulla strada tra Dekemhare e Massawa. Usata per la detenzione dei disertori e delle persone accusate di lavorare come contrabbandieri per far scappare oltrefrontiera i disertori.
7. Mai-Edaga: a sud di Dekemhare, sulla strada per Tsorona, ha le stesse funzioni del carcere di Ala.
8. Sawa (Shadishay Birgad): questo è il principale centro di addestramento militare, e a volte è usato per la detenzione di membri permanenti dell’esercito di Sawa e delle zone limitrofe
9. Nakura e Dahlak Islands: queste isole sono state usate come carceri durante il periodo coloniale italiano e inglese per detenere i ribelli. Ora sono usate per il trattenimento dei disertori rimpatriati dagli altri paesi. Negli ultimi anni molti Paesi, non consapevoli della situazione dell’Eritrea, hanno deportato molti eritrei, buoni candidati per queste galere.
Queste sono le principali prigioni in Eritrea e il lettore dovrebbe annotare che ce ne sono molte altre, più piccole e sconosciute, oltre a luoghi segreti di detenzione in aree remote del paese. Chiunque provi a evadere viene fucilato. Il modo in cui sono trattati dentro è terribile. Molti di loro rimangono sterili a causa dei calci, e molti altri perdono la vista per gli anni passati nelle buie celle sotterranee. Secondo testimoni oculari, la morte in questi luoghi è normale e nessuno se ne preoccupa, se non le madri di questi innocenti. Più scopri queste storie e più dolore senti.
Torniamo alla Libia. Gli eritrei fuggono da queste torture cercando qualche forma di sollievo altrove nel mondo. Ma la difficoltà della situazione sembra emigrare con loro. La Libia non ha differenze dall’Eritrea rispetto alle carceri. Ovunque ci sono prigioni, tutte con torture simili, ma grazie a Dio in Libia nessuno viene fucilato. I principali centri di detenzione in Libia dove gli eritrei vengono imprigionati sono:
1. Ganfuda (Bengasi): si trova nella città di Bengasi e vi sono portate persone catturate lungo la strada per Tripoli
2. Kufrah: è la prima città libica dopo il confine sudanese. Qui vengono portati i disertori presi al confine col Sudan mentre tentano di entrare in Libia
3. Misratah: ufficialmente è chiamanto “campo” e le persone sono formalmente sotto la tutela dell’Unhcr, ma non raggiunge nessun livello di un campo profughi. Circa 700 eritrei vi sono detenuti da oltre due anni e senza nessuna speranza.
4. Fellah: è una prigione a Tripoli, nel quartiere di Abu-Salim dove molti immigrati di diverse nazionalità sono portati per soggiorno illegale in Libia.
5. Tuaisha-Binkeshir: a Tripoli
6. Gurgi: a Tripoli
7. Zliten: a circa 150 km a est di Tripoli, usata soprattutto per detenere i migranti catturati durante l’imbarco per la traversata del terribile mare per raggiungere l’Europa.
8. Zawiyah e Surman: a circa 70 km a ovest di Tripoli.
9. Zuwarah: nella città di Zuwarah, vicino al confine con la Tunisia, usata per detenere i migranti catturati durante l’imbarco o intercettati in mare.
In fin dei conti, la sofferenza è la stessa, cambia solo il posto. Tutte le informazioni sono basate su testimonianze oculari. Stiamo tentando di esplorare le similarità e le differenze tra i tipi di violenza in Eritrea e Libia. Tutte le vittime di queste violenze stanno cercando come soluzione, di ottenere una protezione internazionale sotto la quale poter vivere in sicurezza. Nessuno sa esattamente quando, ma tutti qui aspettano il giorno in cui tutte queste sofferenze avranno fine e tornerà la libertà!!!"
Anonimo
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"In un’epoca di civilizzazione, il mondo tende sempre più verso due opposti estremi: alcuni governi adottano dittature sempre più reazionarie, e altri invece democrazie estremamente liberali. Quale è la tendenza in Eritrea e in Libia? Noi eritrei in Libia, abbiamo fatto esperienza della situazione di entrambi i paesi. E non vediamo nessuna differenza, qui come là c’è solo violenza e tortura. L’unica differenza è che l’Eritrea sta torturando i propri cittadini, mentre la Libia lo fa con gli stranieri. Ma le torture sono simili in tutto e per tutto, ed è vergognoso doverne parlare nel XXI° secolo.
Oggi i rapporti di molte organizzazioni non governative ci dicono che l’Eritrea è una “piccola grande prigione”. Lo dice il rapporto di Human Rights Watch, ma ci sono molte altre cose che non vengono dette. Persone innocenti sono detenute indefinitamente senza capi d’accusa e senza nessun processo. Molti di loro sono danneggiati a vita dalla detenzione, sia danni fisici che mentali. Sono trattati alla stregua di quanto accade a Guantanamo.
Oggi tutta l’Eritrea è una prigione. Chiunque non voglia rimanere nel servizio di leva a vita, è detenuto indefinitamente. I centri di detenzione crescono dappertutto, come funghi, in ogni città eritrea. Anche i posti più lontani stanno diventando terreni per la costruzione di prigioni. Ogni divisione dell’esercito è autonoma e ha le sue proprie prigioni, dove i membri dell’esercito sono detenuti in condizioni inumane per periodi indeterminati. Nessuno è autorizzato a protestare su niente. Altrimenti sarà considerato un ribelle. Pertanto chiunque non sia soddisfatto del sistema deve scappare e salvare se stesso dall’incarcerazione.
Le principali prigioni adesso sono:
1. Track B: è un centro di detenzione militare, si trova pochi chilometri a ovest di Asmara, ed è usato per imprigionare i membri dell’esercito che ritornano dalle famiglie senza autorizzazione o che rimangono a casa oltre il tempo concesso per la licenza. I detenuti sono chiamati “Zikoblelu” che significa illegali.
2. Adi-Abeyto: si trova circa 3 chilometri a nord ovest di Asmara. Viene usato soprattutto per detenere le persone fermate con documenti non validi. Una sezione è anche utilizzata per detenere i familiari dei disertori dell’esercito fuggiti all’estero illegalmente.
3. Wia e Gel’alo: a sud est di Massawa, si trovano nella depressione di Danakil, una delle zone più calde del paese, dove le temperature superano facilmente i 45°, con un altezza sotto il livello del mare e sempre molto caldo. Vengono usati per la detenzione dei cittadini accusati di ribellione. Queste prigioni sono state usate anche come centri di arresti di massa nel 1999 per circa 10.000 membri dell’esercito e nel 2001 per tutti gli studenti universitari accusati di ribellione.
4. Ebatkala: questa è una prigione di massima sicurezza molto controllata, sulla strada per Massawa, usata per detenere ex alti funzionari di governo accusati di tradimento. E’ dove sarebbero detenuti ministri e giornalisti arrestati nel 2001 e mai processati.
5. Prigioni delle Sotto Zone: Si trovano in ogni città delle Sotto-Zone e sono usate soprattutto per la detenzione dei familiari dei disertori.
6. Ala: situata a est di Asmara, sulla strada tra Dekemhare e Massawa. Usata per la detenzione dei disertori e delle persone accusate di lavorare come contrabbandieri per far scappare oltrefrontiera i disertori.
7. Mai-Edaga: a sud di Dekemhare, sulla strada per Tsorona, ha le stesse funzioni del carcere di Ala.
8. Sawa (Shadishay Birgad): questo è il principale centro di addestramento militare, e a volte è usato per la detenzione di membri permanenti dell’esercito di Sawa e delle zone limitrofe
9. Nakura e Dahlak Islands: queste isole sono state usate come carceri durante il periodo coloniale italiano e inglese per detenere i ribelli. Ora sono usate per il trattenimento dei disertori rimpatriati dagli altri paesi. Negli ultimi anni molti Paesi, non consapevoli della situazione dell’Eritrea, hanno deportato molti eritrei, buoni candidati per queste galere.
Queste sono le principali prigioni in Eritrea e il lettore dovrebbe annotare che ce ne sono molte altre, più piccole e sconosciute, oltre a luoghi segreti di detenzione in aree remote del paese. Chiunque provi a evadere viene fucilato. Il modo in cui sono trattati dentro è terribile. Molti di loro rimangono sterili a causa dei calci, e molti altri perdono la vista per gli anni passati nelle buie celle sotterranee. Secondo testimoni oculari, la morte in questi luoghi è normale e nessuno se ne preoccupa, se non le madri di questi innocenti. Più scopri queste storie e più dolore senti.
Torniamo alla Libia. Gli eritrei fuggono da queste torture cercando qualche forma di sollievo altrove nel mondo. Ma la difficoltà della situazione sembra emigrare con loro. La Libia non ha differenze dall’Eritrea rispetto alle carceri. Ovunque ci sono prigioni, tutte con torture simili, ma grazie a Dio in Libia nessuno viene fucilato. I principali centri di detenzione in Libia dove gli eritrei vengono imprigionati sono:
1. Ganfuda (Bengasi): si trova nella città di Bengasi e vi sono portate persone catturate lungo la strada per Tripoli
2. Kufrah: è la prima città libica dopo il confine sudanese. Qui vengono portati i disertori presi al confine col Sudan mentre tentano di entrare in Libia
3. Misratah: ufficialmente è chiamanto “campo” e le persone sono formalmente sotto la tutela dell’Unhcr, ma non raggiunge nessun livello di un campo profughi. Circa 700 eritrei vi sono detenuti da oltre due anni e senza nessuna speranza.
4. Fellah: è una prigione a Tripoli, nel quartiere di Abu-Salim dove molti immigrati di diverse nazionalità sono portati per soggiorno illegale in Libia.
5. Tuaisha-Binkeshir: a Tripoli
6. Gurgi: a Tripoli
7. Zliten: a circa 150 km a est di Tripoli, usata soprattutto per detenere i migranti catturati durante l’imbarco per la traversata del terribile mare per raggiungere l’Europa.
8. Zawiyah e Surman: a circa 70 km a ovest di Tripoli.
9. Zuwarah: nella città di Zuwarah, vicino al confine con la Tunisia, usata per detenere i migranti catturati durante l’imbarco o intercettati in mare.
In fin dei conti, la sofferenza è la stessa, cambia solo il posto. Tutte le informazioni sono basate su testimonianze oculari. Stiamo tentando di esplorare le similarità e le differenze tra i tipi di violenza in Eritrea e Libia. Tutte le vittime di queste violenze stanno cercando come soluzione, di ottenere una protezione internazionale sotto la quale poter vivere in sicurezza. Nessuno sa esattamente quando, ma tutti qui aspettano il giorno in cui tutte queste sofferenze avranno fine e tornerà la libertà!!!"
Anonimo
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Lavori forzati e torture per gli eritrei deportati dalla Libia
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Service for life: il rapporto di Human Rights Watch
Respingimenti: già 1.122 emigranti rispediti in Libia
27 July 2009
Brevi dalla frontiera n°1
ROMA, 24 luglio 2009 – Da oggi iniziamo a pubblicare sul blog, una volta a settimana, i brevi lanci delle agenzie stampa sul tema delle frontiere europee. In evidenza la polemica tra Fini e le autorità libiche, che hanno negato la visita ai campi di una delegazione di parlamentari. Poi il nuovo accordo tra Italia e Algeria, il sequestro dei cantieri del nuovo Cie a Lampedusa e il respingimento a Malta di 9 emigrati che dall’isola cercavano di fuggire, nascosti su un traghetto diretto a Pozzallo, in Sicilia. Attenzione alla notizia del Daily Mail: a Calais i rifugiati non si tagliano i polpastrelli perché hanno precedenti penali, ma solo perché le loro impronte sono state registrate in Italia o in Grecia, e quindi non potrebbero chiedere asilo in un altro Paese Ue firmatario della convenzione di Dublino.
IN 9 IN SICILIA DA MALTA NASCOSTI IN CATAMARANO
RAGUSA, 24 LUG - Nove immigrati, ivoriani e indiani, che viaggiavano nascosti a bordo del catamarano Maria Dolores proveniente da Malta, sono stati trovati e identificati ieri sera dalla guardia costiera, che ha controllato l'imbarcazione al suo arrivo a Pozzallo (Ragusa). I migranti sono stati scoperti dall'equipaggio del catamarano poco prima dell'approdo a Pozzallo. Il comandante ha poi avvertito la guardia costiera. Gli stranieri, ultimate le operazioni di identificazione, hanno fatto rientro a Malta. (ANSAmed)
CIPRO SI CANDIDA A SEDE UFFICIO EUROPEO ASILO
ROMA, 24 LUG - Cipro ha espresso il suo interesse ad ospitare l'Ufficio europeo di sostegno per l'asilo, proposto dalla Commissione europea. Il ministro degli Interni cipriota Neoclis Sylikiotis, che nei giorni scorsi ha partecipato a Stoccolma ad una riunione informale dei ministri degli Esteri e degli Interni europei, ha esortato l'Ue a creare questo ufficio per aiutare i Paesi investiti da ondate di immigrazione illegale. In un comunicato stampa, la Commissione europea ha dichiarato che, se la proposta venisse rapidamente approvata, l'ufficio dovrebbe essere operativo a partire dal 2010. Il termine ultimo per candidarsi ad ospitarne la sede centrale è meta ottobre. «La risposta iniziale alla nostra offerta - ha dichiarato Sylikiotis - è stata positiva, la questione è ancora in discussione ed è stato messo l'accento sull'importanza di stabilire per l'ufficio un quartier generale nel Mediterraneo, dove i membri dell'Ue subiscono la più grande pressione sul fronte delle migrazioni». Nel suo intervento a Stoccolma, il ministro cipriota aveva messo l'accento sulla nececessità di un lavoro più intenso in questo settore. L'obiettivo, secondo Sylikiotis, è quello di creare un sistema comune a livello europeo, che includa cooperazione pratica, divisione delle responsabilità, così come la solidarietà tra i membri dell'Unione verso quei Paesi come Cipro, che - a causa della loro posizione geografica - hanno maggiori problemi sulla gestione dell'asilo politico. (ANSAmed)
GDF SEQUESTRA OPERE ABUSIVE IN CIE LAMPEDUSA
PALERMO, 23 lug. - (Adnkronos) - I militari del Comando provinciale della Guardia di finanza di Agrigento hanno sequestrato ieri alcune opere edilize presso l'ex base militare Loran di contrada di Ponente, a Lampedusa, che doveva essere trasformata in centro di identificazione ed espulsione di migranti. I manufatti secondo l'accusa sono stati realizzati «illegittimamente in zona sottoposta a vincolo paesaggistico assoluto in assenza della prescritta autorizzazione rilasciata dalla soprintendenza ai beni culturali ed ambientali». L'ordinanza di sequestro preventivo è stata emessa dal gip di Agrigento, Alberto Davico, su richiesta del procuratore, Renato Di Natale, dell'aggiunto, Ignazio Fonzo, e dei sostituti Luca Sciarretta e Michela Francorsi. La Guardia di Finanza, dopo le denunce presentate da diverse organizzazioni umanitarie e ambientaliste, ha svolto, su delega della Procura, indagini raccogliendo «gravi precisi e concordanti indizi di colpevolezza», a cui si è aggiunta anche la consulenza tecnica eseguita da esperti nominati dalla Procura. Le indagini, con diversi indagati a più livelli di responsabilità, non si sono ancora concluse, essendo in corso ulteriori accertamenti. Nei mesi scorsi il Comune di Lampedusa aveva denunciato che una parte del Cie di contrada Ponente era abusiva. I pareri necessari per adeguare la struttura dovevano essere espressi durante una conferenza di servizi a cui hanno partecipato rappresentanti del Comune, della soprintendenza, degli assessorati regionali al Territorio e ai Beni culturali e i funzionari del ministero dell'Interno. Il dirigente dell'ufficio tecnico di Lampeusa, però, aveva detto che i pareri preventivi erano inutili, dal momento che le opere erano state già realizzate.
BLOCCATI IN PORTO BARI 7 CLANDESTINI IRACHENI
BARI, 23 LUG - I funzionari del Servizio vigilanza antifrode dell'ufficio delle Dogane di Bari, con la collaborazione della Guardia di finanza, hanno rintracciato nel porto sette clandestini iracheni. I clandestini erano nascosti a bordo di un camion, proveniente dalla Grecia, tra fusti di ciliegie, tappi e capi d'abbigliamento, e sono stati consegnati alla Polizia di frontiera per il rimpatrio. Nel corso di altri controlli, sempre nel porto di Bari, sono stati sequestrati invece 48 chilogrammi di sigarette che erano nascosti nelle valigie di alcuni passeggeri. (ANSA)
PUGLIA;IN OSPEDALE 4 AFGHANI TROVATI IN UN TIR
GINOSA (TARANTO), 23 LUG - Quattro immigrati di nazionalità afghana, due dei quali minorenni, sono stati trovati dai carabinieri chiusi in una sorta di ripostiglio all'interno di un tir fermato per un controllo a Ginosa. Gli afghani erano in precarie condizioni di salute. Personale del '118', intervenuto sul posto, ha riscontrato sindromi di astenia dovuta al viaggio in condizioni disumane a causa del caldo torrido e i quattro sono stati trasportati all'ospedale di Castellaneta per accertamenti. I carabinieri stanno valutando la posizione dell'autista dell'autoarticolato. (ANSA)
ITALIA-ALGERIA: MANGANELLI, ACCORDO CONTRO EMIGRAZIONE
ALGERI, 22 LUG - Con l'accordo che sarà firmato oggi tra Italia e Algeria «intendiamo raggiungere l'obiettivo di rafforzare l'azione di contrasto all'emigrazione clandestina nella tratta di essere umani attraverso il potenziamento della collaborazione bilaterale». Lo ha dichiarato il capo della polizia prefetto Antonio Manganelli al termine della cerimonia tenuta per il 47mo anniversario della creazione della polizia algerina. Alla cerimonia erano presenti il ministro dell'Interno algerino, il capo della polizia Ali Tounsi e il prefetto Manganelli, unico ospite straniero. (ANSA).
TRATTA CLANDESTINI AFGHANI, CONDANNE A 6 ANNI
ANCONA, 22 LUG - Con l'aggravante dei trattamenti inumani e degradanti per il viaggio di 20 clandestini (quattro minori) dalla Grecia ad Ancona nel doppio fondo di un rimorchio, il tribunale di Ancona ha condannato due persone a sei anni di carcere e 220mila euro di multa a testa per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Gli imputati sono Iulian Miron, 32 anni, romeno, e Konstantinos Ioakeimidis, 41 anni, kazako. Il fatto risale al 4 giugno scorso, quando i militari della guardia di finanza avevano notato due uomini a bordo di una motrice (condotta da Miron) che si avvicinavano con fare sospetto ad un rimorchio sbarcato dalla motonave 'Filippos' per agganciarlo. Dai controlli successivi i finanzieri avevano scoperto la presenza dei clandestini nella parte anteriore del rimorchio in un doppio fondo lungo circa 1,5 mt.. I 16 afghani maggiorenni erano stati reimbarcati sulla motonave mentre i minorenni erano stati affidati ai servizi sociali del Comune. La difesa di Ioakeimidis, rappresentata dall'avv. Pietro Sgarbi, ha già preannunciato l'appello. L'imputato, è la tesi, è estraneo al fatto e al momento del controllo non era con Miron ma si trovava all'interno di un bar nella zona portuale. Il tribunale ha disposto la confisca di motrice e rimorchio che potrebbero essere assegnate ad associazioni umanitarie.(ANSA).
STAMPA GB, CLANDESTINI SI CANCELLANO IMPRONTE
LONDRA, 22 LUG - Si bruciano le dita sui fornelli, si tirano via strati di pelle con coltelli o rasoi oppure usano l'acido per cancellare le proprie impronte digitali, spazzando via i loro precedenti con la giustizia. Secondo quanto riporta oggi il Daily Mail, i migranti clandestini che a Calais attendono e sperano di ottenere l'asilo politico in Gran Bretagna ricorrono a questa pratica per evitare di essere collegati ai propri precedenti penali, schedati nel database dell'Unione Europea. Il prefetto di Calais Gerard Gavory ha dichiarato al tabloid che nelle scorse settimane sono stati fermati almeno 57 rifugiati senza impronte digitali nella cittadina portuale francese, dove tra i 2000 migranti che attendono di attraversare la Manica (nella maggior parte dei casi in maniera illecita) molti hanno la fedina penale sporca o si sono già visti rifiutare la richiesta di asilo. Secondo le norme chi ha precedenti con la giustizia può essere rimpatriato. Allo stesso modo, se una richiesta d'asilo presentata in uno dei paesi dell'Unione è stata respinta, anche gli altri Paesi possono rifiutarsi di accogliere l'immigrato. E cancellare le proprie impronte e con esse il proprio passato, per i clandestini resta l'unica opzione.
OLTRE UN MILIONE I TUNISINI ALL'ESTERO
TUNISI, 22 LUG - Oltre un milione di cittadini tunisini, in pratica un decimo della popolazione del Paese, vivevano all'estero alla fine del 2008 e, di questi oltre 140 mila in Italia. I dati, che si riferiscono ovviamente agli emigrati regolari, cioè quelli con permesso di soggiorno concesso dai Paesi di residenza, sono rilevati dalle statistiche del ministero degli Esteri tunisino, compilate sulla base dei registri consolari. Le rilevazioni del ministero confermano che la Francia ospita la più grande comunità di tunisini che risiedono all'estero, con 577.998 unità, seguita dall'Italia (141.907), dalla Libia (83.633) e dalla Germania (82.635). Per quanto riguarda l'Italia (141.907) i tunisini regolari che vi risiedono erano, sempre al 31 dicembre dello scorso anno, 96.566 uomini e 45.341 donne; in Francia vivevano 360.663 uomini e 217.335 donne, in Germania 50.285 maschi e 32.346 femmine, in Libia, rispettivamente, 65.210 e 18.423. Per ciò che concerne l'Europa, le statistiche sottolineano che l' Italia, la Germania e la Svizzera hanno fatto registrare un ritmo di crescita (essenzialmente dovuto ai flussi in arrivo) superiore alla media generale, con un tasso medio annuo del 14 per cento per quanto riguarda l'Italia, del 6 per cento la Germania e del 6,6 per cento la Svizzera. Dalle rilevazioni alcuni dati curiosi. Nel mondo il Paese in cui risiedeva in numero più basso di tunisini è il Kenya, dove vivevano tre soli cittadini della Tunisia, tutte donne. Altro dato curioso quello relativo al Kuwait, dove - invertendo la costante rilevata nella totalità degli altri Paesi terminali dei flussi di emigrazione e legata al lavoro svolto - la componente femminile, con 1.173 unità, superava quella maschile, ferma a 904. Tornando all'Europa, il Paese che ospitava il minor numero di tunisini era la Serbia, con sedici uomini e tre donne. Le statistiche del Ministero degli Esteri tunisino, notano, infine, che i tunisini residenti in Europa (sempre alla fine dell'anno 2008) erano 873.947, nei Paesi arabi 153.256 e in quelli africani 754 (più, nella casella degli «altri Paesi» 45), in America e in Australia 28.291, in Asia 1.246 (in particolare, 624 in Giappone). (ANSAmed).
BARROT A PE, ALTRI CHIARIMENTI SU RIMPATRI
BRUXELLES, 22 LUG - La Commissione Ue «invita la autorità italiane a fornirle informazioni supplementari sulle circostanze dei rimpatri verso la Libia e le norme in vigore per assicurare l'osservanza del principio del non-respingimenti in occasione dell'attuazione dell'accordo bilaterale fra i due paesì. Si conclude così la lettera, della quale l'ANSA ha avuto visione, che il vicepresidente della Commissione Ue Jacques Barrot ha inviato una settimana fa al presidente della commissione Libertà civili dell'Europarlamento, Fernando Lopez Aguilar, in risposta ad una lettera del suo predecessore sui rimpatri effettuati verso la Libia.(ANSA).
FINI CONTRO LA LIBIA, DELUDENTE E MIOPE
ROMA, 21 LUG - «Inadeguata, deludente e politicamente miope». In questi tre aggettivi il presidente della Camera Gianfranco Fini ha condensato oggi tutto il suo disappunto per la risposta delle autorità libiche alla sua proposta di una commissione mista di parlamentari italiani e libici per verificare nei centri di raccolta degli immigrati in Libia il rispetto dei diritti umani e delle garanzie per chi chiede asilo. L'invito di Fini - poco dopo la recente visita bilaterale del colonnello Muammar Gheddafi a Roma - era stato rivolto al segretario del Congresso generale del popolo libico Embarak el Shamek. Che non ha tardato a rispondere. Sostanzialmente picche. Perchè è vero che Tripoli ha dato un formale via libera alla costituzione della commissione proposta dall'inquilino di Montecitorio. Ma - si precisa nella missiva di Embarak el Shamek che Fini ha letto oggi davanti ai giornalisti parlamentari - «non per i motivi citati». In primo luogo perchè, tutto sommato, si tratta di una «questione interna». E poi, hanno fatto sapere dalla Gran Giamahiria, perchè in quei centri «non ci sono rifugiati politici». E il rispetto dei diritti umani? «Il mio Paese - ha scritto El Shamek - ha emesso la grande carta verde per i diritti dell'uomo, nel rispetto di tutti gli atti internazionali in materia». Un atteggiamento, quello di Tripoli, che non è piaciuto affatto a Fini. Sono settimane che il presidente della Camera non sta facendo mancare appunti 'criticì verso la politica dei respingimenti adottata dal governo nel contrasto all' immigrazione clandestina. Come quando, in piena polemica per le accuse lanciate al nuovo pacchetto di misure dall'Unhcr, definì «immorale» respingere un clandestino senza aver prima verificato se sia in condizione di ottenere lo status di rifugiato. Un' attenzione costante ai diritti umani, che oggi è tornato a ribadire: «Nei rapporti tra paesi - ha detto riferendosi all'amicizia italo-libica, sancita dal Trattato di amicizia che ha messo fine ad anni di contenziosi - è doveroso porre in cima il rispetto dei diritti umani e delle convenzioni internazionali». Con Fini si schiera subito Rocco Buttiglione, dell'Udc: «Condividiamo la sua delusione», afferma il vice presidente della Camera, sottolineando come esista «un problema gravissimo dell'accoglienza degli immigrati in Libia, molte volte trattenuti in condizioni disumane e privati di ogni diritto. Queste persone sono in parte rilevante rifugiati che fuggono davanti alla persecuzione religiosa, politica e civile e alla guerra». Nient'affatto stupito dalla risposta libica si dice invece Benedetto Della Vedova, il deputato del Pdl di area radicale che lancia un monito anche al governo: «La cooperazione in materia di contrasto dell'immigrazione illegale esige che il nostro paese non presuma, ma accerti che i 'respingimentì verso la Libia e il trattamento degli immigrati respinti avvengano nel quadro delle regole stabilite dal diritto internazionale. Penso che l'esecutivo abbia l'interesse e il dovere di chiarire e non di eludere la situazione». Critici con entrambe le parti i radicali: «La risposta della Libia rappresenta una chiara ammissione di colpevolezza», premette Matteo Mecacci, ma se «il Parlamento italiano avesse a cuore il rispetto della legalità internazionale dovrebbe rimettere in discussione e denunciare il Trattato di Amicizia con Gheddafi per mancato rispetto del diritto internazionale».(ANSA)
TRIPOLI REPLICA SU RICHIESTA COMMISSIONE MISTA PER VISITARE CENTRI LIBICI
ROMA, 21 LUG - «Inadeguata, deludente e politicamente miope: definirla così è un dato di fatto». Con queste parole il presidente della Camera Gianfranco Fini bolla la risposta pervenutagli rispetto alla richiesta di costituire una commissione mista di parlamentari italiani e libici per visitare i centri in cui vengono raccolti in Libia gli immigrati in transito verso l'Europa. Ma da Tripoli è giunta una risposta secca, da parte del segretario con Congresso generale del popolo, Embarak el Shamek, che ha detto che quella dei campi è una «questione interna» libica. Fini aveva avanzato la sua proposta al presidente del Parlamento libico dopo la visita a Roma del colonnello Muammar Gheddafi. «Avevo prospettato la costituzione concreta di una delegazione mista di parlamentari - spiega Fini - che potessero recarsi nei centri di raccolta in Libia degli immigrati per verificare in quei luoghi il rispetto dei diritti umani e delle garanzie per chi richiede asilo». La risposta del vertice dell'assemblea popolare libica non è tardata, e Fini la legge ai giornalisti parlamentari. Da Tripoli si dà l'ok alla delegazione mista, «ma non per i motivi citati» dalla richiesta di Fini. Motivi non condivisi perchè, si spiega da Tripoli, «nei centri non ci sono rifugiati politici. Quanto ai diritti umani - prosegue la missiva libica - il nostro Paese ha emesso la grande Carta verde dei diritti umani a loro tutela». Dopo aver dato il suo giudizio sulla lettera, Fini ha detto: «Nei rapporti tra Paesi è doveroso porre in cima il rispetto dei diritti umani e delle convenzioni internazionali». (ANSAmed)
IN 9 IN SICILIA DA MALTA NASCOSTI IN CATAMARANO
RAGUSA, 24 LUG - Nove immigrati, ivoriani e indiani, che viaggiavano nascosti a bordo del catamarano Maria Dolores proveniente da Malta, sono stati trovati e identificati ieri sera dalla guardia costiera, che ha controllato l'imbarcazione al suo arrivo a Pozzallo (Ragusa). I migranti sono stati scoperti dall'equipaggio del catamarano poco prima dell'approdo a Pozzallo. Il comandante ha poi avvertito la guardia costiera. Gli stranieri, ultimate le operazioni di identificazione, hanno fatto rientro a Malta. (ANSAmed)
CIPRO SI CANDIDA A SEDE UFFICIO EUROPEO ASILO
ROMA, 24 LUG - Cipro ha espresso il suo interesse ad ospitare l'Ufficio europeo di sostegno per l'asilo, proposto dalla Commissione europea. Il ministro degli Interni cipriota Neoclis Sylikiotis, che nei giorni scorsi ha partecipato a Stoccolma ad una riunione informale dei ministri degli Esteri e degli Interni europei, ha esortato l'Ue a creare questo ufficio per aiutare i Paesi investiti da ondate di immigrazione illegale. In un comunicato stampa, la Commissione europea ha dichiarato che, se la proposta venisse rapidamente approvata, l'ufficio dovrebbe essere operativo a partire dal 2010. Il termine ultimo per candidarsi ad ospitarne la sede centrale è meta ottobre. «La risposta iniziale alla nostra offerta - ha dichiarato Sylikiotis - è stata positiva, la questione è ancora in discussione ed è stato messo l'accento sull'importanza di stabilire per l'ufficio un quartier generale nel Mediterraneo, dove i membri dell'Ue subiscono la più grande pressione sul fronte delle migrazioni». Nel suo intervento a Stoccolma, il ministro cipriota aveva messo l'accento sulla nececessità di un lavoro più intenso in questo settore. L'obiettivo, secondo Sylikiotis, è quello di creare un sistema comune a livello europeo, che includa cooperazione pratica, divisione delle responsabilità, così come la solidarietà tra i membri dell'Unione verso quei Paesi come Cipro, che - a causa della loro posizione geografica - hanno maggiori problemi sulla gestione dell'asilo politico. (ANSAmed)
GDF SEQUESTRA OPERE ABUSIVE IN CIE LAMPEDUSA
PALERMO, 23 lug. - (Adnkronos) - I militari del Comando provinciale della Guardia di finanza di Agrigento hanno sequestrato ieri alcune opere edilize presso l'ex base militare Loran di contrada di Ponente, a Lampedusa, che doveva essere trasformata in centro di identificazione ed espulsione di migranti. I manufatti secondo l'accusa sono stati realizzati «illegittimamente in zona sottoposta a vincolo paesaggistico assoluto in assenza della prescritta autorizzazione rilasciata dalla soprintendenza ai beni culturali ed ambientali». L'ordinanza di sequestro preventivo è stata emessa dal gip di Agrigento, Alberto Davico, su richiesta del procuratore, Renato Di Natale, dell'aggiunto, Ignazio Fonzo, e dei sostituti Luca Sciarretta e Michela Francorsi. La Guardia di Finanza, dopo le denunce presentate da diverse organizzazioni umanitarie e ambientaliste, ha svolto, su delega della Procura, indagini raccogliendo «gravi precisi e concordanti indizi di colpevolezza», a cui si è aggiunta anche la consulenza tecnica eseguita da esperti nominati dalla Procura. Le indagini, con diversi indagati a più livelli di responsabilità, non si sono ancora concluse, essendo in corso ulteriori accertamenti. Nei mesi scorsi il Comune di Lampedusa aveva denunciato che una parte del Cie di contrada Ponente era abusiva. I pareri necessari per adeguare la struttura dovevano essere espressi durante una conferenza di servizi a cui hanno partecipato rappresentanti del Comune, della soprintendenza, degli assessorati regionali al Territorio e ai Beni culturali e i funzionari del ministero dell'Interno. Il dirigente dell'ufficio tecnico di Lampeusa, però, aveva detto che i pareri preventivi erano inutili, dal momento che le opere erano state già realizzate.
BLOCCATI IN PORTO BARI 7 CLANDESTINI IRACHENI
BARI, 23 LUG - I funzionari del Servizio vigilanza antifrode dell'ufficio delle Dogane di Bari, con la collaborazione della Guardia di finanza, hanno rintracciato nel porto sette clandestini iracheni. I clandestini erano nascosti a bordo di un camion, proveniente dalla Grecia, tra fusti di ciliegie, tappi e capi d'abbigliamento, e sono stati consegnati alla Polizia di frontiera per il rimpatrio. Nel corso di altri controlli, sempre nel porto di Bari, sono stati sequestrati invece 48 chilogrammi di sigarette che erano nascosti nelle valigie di alcuni passeggeri. (ANSA)
PUGLIA;IN OSPEDALE 4 AFGHANI TROVATI IN UN TIR
GINOSA (TARANTO), 23 LUG - Quattro immigrati di nazionalità afghana, due dei quali minorenni, sono stati trovati dai carabinieri chiusi in una sorta di ripostiglio all'interno di un tir fermato per un controllo a Ginosa. Gli afghani erano in precarie condizioni di salute. Personale del '118', intervenuto sul posto, ha riscontrato sindromi di astenia dovuta al viaggio in condizioni disumane a causa del caldo torrido e i quattro sono stati trasportati all'ospedale di Castellaneta per accertamenti. I carabinieri stanno valutando la posizione dell'autista dell'autoarticolato. (ANSA)
ITALIA-ALGERIA: MANGANELLI, ACCORDO CONTRO EMIGRAZIONE
ALGERI, 22 LUG - Con l'accordo che sarà firmato oggi tra Italia e Algeria «intendiamo raggiungere l'obiettivo di rafforzare l'azione di contrasto all'emigrazione clandestina nella tratta di essere umani attraverso il potenziamento della collaborazione bilaterale». Lo ha dichiarato il capo della polizia prefetto Antonio Manganelli al termine della cerimonia tenuta per il 47mo anniversario della creazione della polizia algerina. Alla cerimonia erano presenti il ministro dell'Interno algerino, il capo della polizia Ali Tounsi e il prefetto Manganelli, unico ospite straniero. (ANSA).
TRATTA CLANDESTINI AFGHANI, CONDANNE A 6 ANNI
ANCONA, 22 LUG - Con l'aggravante dei trattamenti inumani e degradanti per il viaggio di 20 clandestini (quattro minori) dalla Grecia ad Ancona nel doppio fondo di un rimorchio, il tribunale di Ancona ha condannato due persone a sei anni di carcere e 220mila euro di multa a testa per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Gli imputati sono Iulian Miron, 32 anni, romeno, e Konstantinos Ioakeimidis, 41 anni, kazako. Il fatto risale al 4 giugno scorso, quando i militari della guardia di finanza avevano notato due uomini a bordo di una motrice (condotta da Miron) che si avvicinavano con fare sospetto ad un rimorchio sbarcato dalla motonave 'Filippos' per agganciarlo. Dai controlli successivi i finanzieri avevano scoperto la presenza dei clandestini nella parte anteriore del rimorchio in un doppio fondo lungo circa 1,5 mt.. I 16 afghani maggiorenni erano stati reimbarcati sulla motonave mentre i minorenni erano stati affidati ai servizi sociali del Comune. La difesa di Ioakeimidis, rappresentata dall'avv. Pietro Sgarbi, ha già preannunciato l'appello. L'imputato, è la tesi, è estraneo al fatto e al momento del controllo non era con Miron ma si trovava all'interno di un bar nella zona portuale. Il tribunale ha disposto la confisca di motrice e rimorchio che potrebbero essere assegnate ad associazioni umanitarie.(ANSA).
STAMPA GB, CLANDESTINI SI CANCELLANO IMPRONTE
LONDRA, 22 LUG - Si bruciano le dita sui fornelli, si tirano via strati di pelle con coltelli o rasoi oppure usano l'acido per cancellare le proprie impronte digitali, spazzando via i loro precedenti con la giustizia. Secondo quanto riporta oggi il Daily Mail, i migranti clandestini che a Calais attendono e sperano di ottenere l'asilo politico in Gran Bretagna ricorrono a questa pratica per evitare di essere collegati ai propri precedenti penali, schedati nel database dell'Unione Europea. Il prefetto di Calais Gerard Gavory ha dichiarato al tabloid che nelle scorse settimane sono stati fermati almeno 57 rifugiati senza impronte digitali nella cittadina portuale francese, dove tra i 2000 migranti che attendono di attraversare la Manica (nella maggior parte dei casi in maniera illecita) molti hanno la fedina penale sporca o si sono già visti rifiutare la richiesta di asilo. Secondo le norme chi ha precedenti con la giustizia può essere rimpatriato. Allo stesso modo, se una richiesta d'asilo presentata in uno dei paesi dell'Unione è stata respinta, anche gli altri Paesi possono rifiutarsi di accogliere l'immigrato. E cancellare le proprie impronte e con esse il proprio passato, per i clandestini resta l'unica opzione.
OLTRE UN MILIONE I TUNISINI ALL'ESTERO
TUNISI, 22 LUG - Oltre un milione di cittadini tunisini, in pratica un decimo della popolazione del Paese, vivevano all'estero alla fine del 2008 e, di questi oltre 140 mila in Italia. I dati, che si riferiscono ovviamente agli emigrati regolari, cioè quelli con permesso di soggiorno concesso dai Paesi di residenza, sono rilevati dalle statistiche del ministero degli Esteri tunisino, compilate sulla base dei registri consolari. Le rilevazioni del ministero confermano che la Francia ospita la più grande comunità di tunisini che risiedono all'estero, con 577.998 unità, seguita dall'Italia (141.907), dalla Libia (83.633) e dalla Germania (82.635). Per quanto riguarda l'Italia (141.907) i tunisini regolari che vi risiedono erano, sempre al 31 dicembre dello scorso anno, 96.566 uomini e 45.341 donne; in Francia vivevano 360.663 uomini e 217.335 donne, in Germania 50.285 maschi e 32.346 femmine, in Libia, rispettivamente, 65.210 e 18.423. Per ciò che concerne l'Europa, le statistiche sottolineano che l' Italia, la Germania e la Svizzera hanno fatto registrare un ritmo di crescita (essenzialmente dovuto ai flussi in arrivo) superiore alla media generale, con un tasso medio annuo del 14 per cento per quanto riguarda l'Italia, del 6 per cento la Germania e del 6,6 per cento la Svizzera. Dalle rilevazioni alcuni dati curiosi. Nel mondo il Paese in cui risiedeva in numero più basso di tunisini è il Kenya, dove vivevano tre soli cittadini della Tunisia, tutte donne. Altro dato curioso quello relativo al Kuwait, dove - invertendo la costante rilevata nella totalità degli altri Paesi terminali dei flussi di emigrazione e legata al lavoro svolto - la componente femminile, con 1.173 unità, superava quella maschile, ferma a 904. Tornando all'Europa, il Paese che ospitava il minor numero di tunisini era la Serbia, con sedici uomini e tre donne. Le statistiche del Ministero degli Esteri tunisino, notano, infine, che i tunisini residenti in Europa (sempre alla fine dell'anno 2008) erano 873.947, nei Paesi arabi 153.256 e in quelli africani 754 (più, nella casella degli «altri Paesi» 45), in America e in Australia 28.291, in Asia 1.246 (in particolare, 624 in Giappone). (ANSAmed).
BARROT A PE, ALTRI CHIARIMENTI SU RIMPATRI
BRUXELLES, 22 LUG - La Commissione Ue «invita la autorità italiane a fornirle informazioni supplementari sulle circostanze dei rimpatri verso la Libia e le norme in vigore per assicurare l'osservanza del principio del non-respingimenti in occasione dell'attuazione dell'accordo bilaterale fra i due paesì. Si conclude così la lettera, della quale l'ANSA ha avuto visione, che il vicepresidente della Commissione Ue Jacques Barrot ha inviato una settimana fa al presidente della commissione Libertà civili dell'Europarlamento, Fernando Lopez Aguilar, in risposta ad una lettera del suo predecessore sui rimpatri effettuati verso la Libia.(ANSA).
FINI CONTRO LA LIBIA, DELUDENTE E MIOPE
ROMA, 21 LUG - «Inadeguata, deludente e politicamente miope». In questi tre aggettivi il presidente della Camera Gianfranco Fini ha condensato oggi tutto il suo disappunto per la risposta delle autorità libiche alla sua proposta di una commissione mista di parlamentari italiani e libici per verificare nei centri di raccolta degli immigrati in Libia il rispetto dei diritti umani e delle garanzie per chi chiede asilo. L'invito di Fini - poco dopo la recente visita bilaterale del colonnello Muammar Gheddafi a Roma - era stato rivolto al segretario del Congresso generale del popolo libico Embarak el Shamek. Che non ha tardato a rispondere. Sostanzialmente picche. Perchè è vero che Tripoli ha dato un formale via libera alla costituzione della commissione proposta dall'inquilino di Montecitorio. Ma - si precisa nella missiva di Embarak el Shamek che Fini ha letto oggi davanti ai giornalisti parlamentari - «non per i motivi citati». In primo luogo perchè, tutto sommato, si tratta di una «questione interna». E poi, hanno fatto sapere dalla Gran Giamahiria, perchè in quei centri «non ci sono rifugiati politici». E il rispetto dei diritti umani? «Il mio Paese - ha scritto El Shamek - ha emesso la grande carta verde per i diritti dell'uomo, nel rispetto di tutti gli atti internazionali in materia». Un atteggiamento, quello di Tripoli, che non è piaciuto affatto a Fini. Sono settimane che il presidente della Camera non sta facendo mancare appunti 'criticì verso la politica dei respingimenti adottata dal governo nel contrasto all' immigrazione clandestina. Come quando, in piena polemica per le accuse lanciate al nuovo pacchetto di misure dall'Unhcr, definì «immorale» respingere un clandestino senza aver prima verificato se sia in condizione di ottenere lo status di rifugiato. Un' attenzione costante ai diritti umani, che oggi è tornato a ribadire: «Nei rapporti tra paesi - ha detto riferendosi all'amicizia italo-libica, sancita dal Trattato di amicizia che ha messo fine ad anni di contenziosi - è doveroso porre in cima il rispetto dei diritti umani e delle convenzioni internazionali». Con Fini si schiera subito Rocco Buttiglione, dell'Udc: «Condividiamo la sua delusione», afferma il vice presidente della Camera, sottolineando come esista «un problema gravissimo dell'accoglienza degli immigrati in Libia, molte volte trattenuti in condizioni disumane e privati di ogni diritto. Queste persone sono in parte rilevante rifugiati che fuggono davanti alla persecuzione religiosa, politica e civile e alla guerra». Nient'affatto stupito dalla risposta libica si dice invece Benedetto Della Vedova, il deputato del Pdl di area radicale che lancia un monito anche al governo: «La cooperazione in materia di contrasto dell'immigrazione illegale esige che il nostro paese non presuma, ma accerti che i 'respingimentì verso la Libia e il trattamento degli immigrati respinti avvengano nel quadro delle regole stabilite dal diritto internazionale. Penso che l'esecutivo abbia l'interesse e il dovere di chiarire e non di eludere la situazione». Critici con entrambe le parti i radicali: «La risposta della Libia rappresenta una chiara ammissione di colpevolezza», premette Matteo Mecacci, ma se «il Parlamento italiano avesse a cuore il rispetto della legalità internazionale dovrebbe rimettere in discussione e denunciare il Trattato di Amicizia con Gheddafi per mancato rispetto del diritto internazionale».(ANSA)
TRIPOLI REPLICA SU RICHIESTA COMMISSIONE MISTA PER VISITARE CENTRI LIBICI
ROMA, 21 LUG - «Inadeguata, deludente e politicamente miope: definirla così è un dato di fatto». Con queste parole il presidente della Camera Gianfranco Fini bolla la risposta pervenutagli rispetto alla richiesta di costituire una commissione mista di parlamentari italiani e libici per visitare i centri in cui vengono raccolti in Libia gli immigrati in transito verso l'Europa. Ma da Tripoli è giunta una risposta secca, da parte del segretario con Congresso generale del popolo, Embarak el Shamek, che ha detto che quella dei campi è una «questione interna» libica. Fini aveva avanzato la sua proposta al presidente del Parlamento libico dopo la visita a Roma del colonnello Muammar Gheddafi. «Avevo prospettato la costituzione concreta di una delegazione mista di parlamentari - spiega Fini - che potessero recarsi nei centri di raccolta in Libia degli immigrati per verificare in quei luoghi il rispetto dei diritti umani e delle garanzie per chi richiede asilo». La risposta del vertice dell'assemblea popolare libica non è tardata, e Fini la legge ai giornalisti parlamentari. Da Tripoli si dà l'ok alla delegazione mista, «ma non per i motivi citati» dalla richiesta di Fini. Motivi non condivisi perchè, si spiega da Tripoli, «nei centri non ci sono rifugiati politici. Quanto ai diritti umani - prosegue la missiva libica - il nostro Paese ha emesso la grande Carta verde dei diritti umani a loro tutela». Dopo aver dato il suo giudizio sulla lettera, Fini ha detto: «Nei rapporti tra Paesi è doveroso porre in cima il rispetto dei diritti umani e delle convenzioni internazionali». (ANSAmed)
26 July 2009
Omicidio volontario al pescatore che ributtò mare naufrago somalo
AGRIGENTO, 22 luglio 2009 - Omicidio volontario. Con questa accusa la Corte di Agrigento ha condannato ieri in primo grado il pescatore barese, comandante Ruggiero Marino. Il 10 gennaio 2008 ributtò in mare uno dei passeggeri di un gommone alla deriva intercettato al largo di Lampedusa. La vittima, un 37enne somalo di nome Mohamud Ahmed Mohamed, detto Sanwà, morì annegato. Marino dovrà scontare 12 anni di carcere. La pena è stata ridotta di un terzo per il rito abbreviato. Al comandante sono state riconosciute le attenuanti generiche essendo incensurato. Marino è stato anche condannato a risarcire un gruppo dei compagni di viaggio di Sanwà, che si erano costituiti parte civile.
Intanto lo stesso Tribunale di Agrigento ha rinviato a ottobre la sentenza del processo alla Cap Anamur e ai pescatori tunisini, accusati di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina per aver salvato dei naufraghi a mare
Intanto lo stesso Tribunale di Agrigento ha rinviato a ottobre la sentenza del processo alla Cap Anamur e ai pescatori tunisini, accusati di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina per aver salvato dei naufraghi a mare
25 July 2009
Eritrea: le speranze dell'indipendenza tradite dalla repressione
ROMA, 18 luglio 2009 - Ex-colonia italiana, l'Eritrea è indipendente dall'Etiopia dal 1993. I primi anni di governo di Isayas Afewerki avevano fatto ben sperare i suoi 4 milioni di abitanti. I nuovi giornali, la smobilitazione dell'esercito, la Costituzione. Ma il nuovo e sanguinoso conflitto con l'Etiopia, dal 1998 al 2000, bloccò il processo democratico. La popolazione fu richiamata alle armi. Nel settembre 2001, furono arrestate 15 note personalità del governo che avevano chiesto libere elezioni. La stampa libera fu chiusa e i giornalisti finirono in carcere, insieme a leader religiosi, sospetti oppositori, e fedeli della non autorizzata Chiesa Evangelica. Migliaia di prigionieri politici, oggi detenuti in terribili condizioni e sistematicamente torturati.Il presidente che guidò l'Eritrea nella trentennale guerra per l'indipendenza, oggi sfrutta una irrisolta disputa sul confine con l'Etiopia per mantenere il paese sul piede di guerra. Uomini e donne servono l'esercito a tempo indeterminato. I disertori e i loro familiari rischiano l'arresto e lungo la frontiera la polizia ha l'ordine di sparare a vista. Ciononostante gli esuli crescono di giorno in giorno. Diecimila l'anno lasciano clandestinamente l'Eritrea per il Sudan. Da lì alcuni continuano il viaggio verso l'Italia, Malta, l'Egitto e Israele. Nel 2008 a Lampedusa ne sono sbarcati circa 3.000.
Per maggiori informazioni
SERVICE FOR LIFE, Human Rights Watch, April 2009
AMNESTY INTERNATIONAL report 2009
Erithrée, dernière place dans le classement de Reporters Sans Frontières
Eritrea: voices of torture
ROMA - Tra il settembre e l'ottobre del 2002, Malta ordina il rimpatrio di 223 cittadini eritrei, soccorsi al largo dell'isola sulle rotte per l'Italia. Gli uomini, detenuti in un campo per richiedenti asilo, sono incappucciati, picchiati e deportati, in piena violazione della Convenzione di Ginevra sui rifugiati e della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. Tornati in Eritrea, sono detenuti e torturati nella prigione di Adi Abeito. Questo è il trattamento che il governo di Asmara riserva ai disertori del proprio esercito, in guerra con l'Etiopia. Dopo un primo tentativo di fuga, sono trasferiti nel carcere di massima sicurezza dell'isola di Dahlak Kebir. Molti perdono la vita. Un gruppo riesce a scappare, ma sono di nuovo arrestati e portati nella prigione di Sawa. Finché un ultimo tentativo di evasione riesce. Oggi alcuni di loro vivono in Canada e in Nord Europa. E hanno raccontato la loro odissea.
Il documentario dura 19 minuti. Prodotto nel 2006da "Human Rights Concern - Eritrea", scritto e diretto da Elsa Chyrum, con Surafel Yacob e Amanuel Eyasu
Il documentario dura 19 minuti. Prodotto nel 2006da "Human Rights Concern - Eritrea", scritto e diretto da Elsa Chyrum, con Surafel Yacob e Amanuel Eyasu
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Lavori forzati e torture per gli eritrei deportati dalla Libia
I fatti risalgono al maggio del 2004. Un vecchio peschereccio diretto a Lampedusa con 172 passeggeri, in maggior parte eritrei, invertì la rotta dopo essere finito alla deriva e si arenò davanti alla costa libica. Nel panico generale si dettero tutti alla fuga, ma la maggior parte furono arrestati. Dopo un mese nel carcere di Misratah, vennero trasferiti in una prigione di Tripoli. C. aveva ancora le piaghe delle ferite aperte. Insieme a due amici erano stati picchiati e torturati per tre giorni in cella di isolamento per un fallito tentativo di evasione. Un giorno di buon mattino si presentò un'unità speciale dell'esercito. “Caricarono un gruppo di eritrei su un camion, nessuno di noi immaginava cosa sarebbe accaduto, pensavamo si trattasse dell'ennesimo trasferimento”. E invece no. Erano diretti all'aeroporto militare di Tripoli. Dove ad attenderli c'era un aereo della Air Libya Tibesti. Era il 21 luglio del 2004. Nel giro di 48 ore, sotto l'occhio discreto dell'ambasciatore eritreo a Tripoli, partirono altri tre aerei, che rimpatriarono un totale di 109 esuli.
Ad attenderli all'aeroporto di Asmara c'era l'esercito. Dopo un rapido appello furono caricati su dei camion militari e portati a Gel'alo, sul mar Rosso. Non era un carcere, ma un campo di lavori forzati. Fuori città, in una zona arida e isolata. La struttura era circondata da un fitto bosco di arbusti spinosi, che rendevano impossibile ogni tentativo di fuga. Mantenuti sotto strettissima sorveglianza, ogni giorno marciavano scortati dai militari armati per lavorare al cantiere del nuovo albergo di Gel'alo, simbolo del progresso dell'economia del Paese. I prigionieri erano circa 500. C'erano i cento deportati dalla Libia e i duecento deportati da Malta due anni prima, nel 2002. Gli altri erano disertori dell'esercito arrestati lungo la frontiera mentre tentavano di fuggire clandestinamente dall'Eritrea verso il Sudan. La giornata tipo iniziava con l'appello, alle cinque del mattino e poi dalle sei al lavoro nei cantieri, sorvegliati e bastonati dai militari, scalzi e denutriti, in una delle zone più calde del deserto eritreo, dove le temperature sovente superano i 45°. Per pranzo e per cena il menù era pane e acqua. Rimasero in quelle condizioni per dieci mesi, fino al 30 maggio del 2005. Dopodiché furono trasferiti nel campo di addestramento militare di Wi'yah per essere reintegrati nell'esercito, per il servizio di leva a vita. Tutto questo senza essere autorizzati a ricevere visite o telefonate dei propri familiari, tenuti all'oscuro del loro destino.
Anche questa notizia trova conferma in una terza fonte. Nel rapporto “Service for Life”, pubblicato lo scorso 20 aprile da Human Rights Watch, c'è un intero capitolo dedicato alle torture. Elicottero, otto, ferro, Gesù Cristo, gomma. I nomi in italiano delle tecniche di tortura lasciano supporre che siano eredità delle nostre forze coloniali. Il rapporto conferma che un gruppo di 109 eritrei venne rimpatriato nel 2004 dalla Libia e si sofferma anche sul destino dei rimpatriati da Malta nel 2002. Vennero rinchiusi nel carcere di massima sicurezza sull'isola di Dahlak Kebir, in celle sotterranee, in condizioni di estremo sovraffollamento, e tenuti alla fame.
Quasi tutti i 3.000 eritrei sbarcati nel 2008 in Italia hanno ottenuto un permesso di soggiorno di protezione internazionale. Eppure l'Italia fa di tutto per bloccarli prima. E non è soltanto la storia dei 76 eritrei respinti in Libia lo scorso primo luglio. Né dei 700 che da tre anni sono nel carcere di Misratah, in Libia. È una storia che inizia proprio con F., C. e L. Già, perché i quattro voli che deportarono il gruppo di 109 rifugiati furono commissionati e pagati dall'Italia, all'interno degli accordi di cooperazione contro l'immigrazione firmati nel 2003 con Gheddafi. Lo dice un documento riservato della Commissione Europea. C'era anche un quinto volo, ma non arrivò mai a destinazione. Perché fu dirottato. Proprio così. Era il 27 agosto del 2004. Gli 84 passeggeri presero il controllo dell'aereo e atterrarono a Khartoum, dove vennero riconosciuti come rifugiati politici dalle Nazioni Unite. Peccato, avrebbero potuto contribuire anche loro al Warsay Yeka'alo Program.
23 July 2009
Letter from the Eritreans in Tripoli. Tortured in Libya as in Eritrea
TRIPOLI, July 23 2009 - After the message which informed us about the deportation to Libya of the 74 Eritreans refugees intercepted at sea by the Italian forces the last July 1st 2009, the Eritrean community in Tripoli wrote us again. This in their letter, under anonymity, for obvious security reasons.
London calling: "The Northern Jungle" Part II
London Calling: "The Northern Jungle", finalista del premio Ilaria Alpi 2009
La fuga dopo la fuga. Attraverso l'Europa. Dalla Francia all'Inghilterra.
Attraverso la jungle di Calais.
Seconda parte dello splendido documentario di Nguyen Vincent e Desbordes Jean-Sebastien.
Trasmesso da France 2 il 15 novembre 2008.
La fuga dopo la fuga. Attraverso l'Europa. Dalla Francia all'Inghilterra.
Attraverso la jungle di Calais.
Seconda parte dello splendido documentario di Nguyen Vincent e Desbordes Jean-Sebastien.
Trasmesso da France 2 il 15 novembre 2008.

GUARDA LA PRIMA PARTE DEL DOCUMENTARIO
Per saperne di più vi invitiamo infine a scaricare La loi de la jungle
un rapporto davvero completo di Cfda su Calais e dintorni
London calling: "The Northern Jungle" Part I
Finalista del premio Ilaria Alpi 2009.
La fuga dopo la fuga. Attraverso l'Europa. Dalla Francia all'Inghilterra.
Attraverso la jungle di Calais.
Prima parte dello splendido documentario di Nguyen Vincent e Desbordes Jean-Sebastien.
Trasmesso da France 2 il 15 novembre 2008
La fuga dopo la fuga. Attraverso l'Europa. Dalla Francia all'Inghilterra.
Attraverso la jungle di Calais.
Prima parte dello splendido documentario di Nguyen Vincent e Desbordes Jean-Sebastien.
Trasmesso da France 2 il 15 novembre 2008
GUARDA LA SECONDA PARTE DEL DOCUMENTARIO
Per saperne di più vi invitiamo infine a scaricare La loi de la jungle
un rapporto davvero completo di Cfda su Calais e dintorni
22 July 2009
Libia: l'Acnur incontra gli eritrei respinti e accusa l'Italia
ROMA, 14 luglio 2009 - A una settimana dalla nostra inchiesta sui rifugiati eritrei respinti in Libia, l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur) esprime il suo sdegno per quanto accaduto. E conferma l'uso della forza dei nostri militari ai danni di sei rifugiati. Ecco il comunicato stampa dell'agenzia dell'Onu."L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) in Libia ha svolto dei colloqui con le 82 persone che erano state intercettate mercoledì 1 luglio dalla Marina Militare italiana a circa 30 miglia da Lampedusa e trasferite poi su una motovedetta libica per essere ricondotte in Libia. In base a quanto riportato durante i colloqui, non risulta che le autorità italiane a bordo della nave abbiano cercato di stabilire la nazionalità delle persone coinvolte né tantomeno le motivazioni che le hanno spinte a fuggire dai propri paesi.
Una volta in Libia, il gruppo è stato smistato in centri di detenzione dove l'UNHCR ha avuto l'opportunità di svolgere gli incontri. Fra di loro vi sono 76 cittadini eritrei, di cui 9 donne e almeno 6 bambini. Sulla base delle valutazioni dell'UNHCR relative alla situazione in Eritrea e da quanto dichiarato dalle stesse persone, appare chiaro che un numero significativo di esse risulta essere bisognoso di protezione internazionale.
Nel corso dei colloqui l'UNHCR ha raccolto testimonianze riguardo l'uso della forza da parte dei militari italiani durante il trasbordo sulla motovedetta libica. In base a queste testimonianze sei eritrei avrebbero avuto necessità di cure mediche in seguito ai maltrattamenti. Inoltre, gli stessi individui affermano che i loro effetti personali, fra i quali documenti di vitale importanza, sarebbero stati confiscati dai militari italiani durante le operazioni e non più riconsegnati. Le persone ascoltate dall'UNHCR hanno riferito di aver trascorso quattro giorni in mare prima di essere intercettate e di non aver ricevuto cibo dai militari italiani durante l'operazione durata circa 12 ore.
In considerazione dalla gravità di quanto riportato, l'UNHCR ha inviato una lettera al governo italiano con la richiesta di chiarimenti sul trattamento riservato alle persone respinte in Libia e richiedendo il rispetto della normativa internazionale. Negli anni passati l'Italia ha salvato migliaia di persone in difficoltà nel Mediterraneo, fornendo assistenza e protezione a chi ne aveva bisogno. Dall'inizio di maggio è stata introdotta la nuova politica dei respingimenti e almeno 900 persone sono state respinte verso altri paesi, principalmente la Libia, nel tentativo di raggiungere l'Italia. L'UNHCR ha espresso forte preoccupazione sull'impatto di questa nuova politica che, in assenza di adeguate garanzie, impedisce l'accesso all'asilo e mina il principio internazionale del non respingimento (non-refoulement)".
Le denunce dell'Acnur sono confermate da una nota stampa del Consiglio italiano dei rifugiati (Cir). Presente in Libia da fine maggio, il Cir informa che:
"33 di queste persone erano già state precedentemente riconosciute rifugiate sotto il mandato delle Nazioni Unite. Tutti gli altri, subito ammessi in vari centri di detenzione in Libia, hanno richiesto all'Unhcr di essere riconosciuti rifugiati. Secondo le dichiarazioni di queste persone, almeno 8 eritrei hanno subito violenza fisica da parte dei militari italiani, al punto che 6 di loro sono stati ricoverati in ospedale a Tripoli. Uno di essi, detenuto nel centro di Zuwarah, ha addirittura riportato ferite alla testa provocate da bastoni elettrici, documentate anche fotograficamente. Non appena i migranti si sono resi conto che sarebbero stati consegnati alle forze libiche hanno opposto resistenza e costretti con la forza al trasbordo. Queste dichiarazioni sono state rilasciate separatamente in diversi centri di detenzione al personale del Cir e dell'Unhcr, operante in Libia. Sempre secondo tali dichiarazioni a tutti sono stati arbitrariamente sequestrati cellulari, documenti personali e denaro"
Ora si faccia chiarezza in Parlamento e in Tribunale sui responsabili dei reati compiuti.
21 July 2009
Badanti. Queste migliaia di donne ostaggio dell'Italia
ROMA, 9 luglio 2009 - Una settimana dopo l'approvazione del pacchetto sicurezza, il governo studia una sanatoria per le badanti. Ma chi sono queste centinaia di migliaia di donne? Se ne parla poco. Arrivano senza fare rumore. In modo regolare, con dei visti turistici, dai paesi dell'Est Europa. E poi rimangono ostaggio del nostro Paese. E non perché i datori di lavoro siano schiavisti. Ma per il semplice fatto che in Italia è impossibile fare un contratto di lavoro a uno straniero, a meno che non si voglia assumere qualcuno a scatola chiusa dall'altro lato del mondo e prima del suo ingresso in Italia. E allora si aspettano i decreti flussi, anno per anno, lavorando in nero, per poi fare carte false per raggirare le leggi xenophobe. Ma intanto gli anni passano. Lontano dalle famiglie che questo esercito di donne abbandona a casa, per assistere i nostri anziani e i nostri malati e potere così garantire un futuro ai propri figli.Proponiamo un'inchiesta mandata in onda da RAI TRE nel febbraio 2009, su Presa Diretta, di Riccardo Iacona. Un viaggio da Ferrara in Ucraina per raccontare il mondo sommerso delle badanti. Un mondo che ha garantito la tenuta del sistema di welfare. Ma a caro prezzo. Al prezzo del sequestro burocratico di centinaia di migliaia di donne, per anni. Perché quando sei senza permesso non puoi tornare in patria. Nemmeno se ti muore un parente o se tuo figlio si sposa. Perché se ti prendi un'espulsione in frontiera, rischi di perdere il lavoro.
20 July 2009
C'erano 74 rifugiati eritrei tra gli 89 respinti il primo luglio
Dopotutto Maroni è stato chiaro: “L’Unhcr può fare in Libia l’accertamento delle persone che chiedono asilo”. Il ragionamento non fa una piega. Perché un rifugiato deve chiedere asilo in Europa quando può comodamente farlo in Libia? Chissà se la pensano allo stesso modo i 75 eritrei respinti e arrestati. L’Alto commissariato dei rifugiati dell’Onu è già stato informato del caso. E se tutto va bene il rimpatrio sarà annullato e i profughi saranno trasferiti a Misratah. Un campo di detenzione 200 km a est di Tripoli, dove dal 2006 altri 600 eritrei aspettano una soluzione. La soluzione – che è quella proposta da Maroni – si chiama resettlement. Consiste nel trasferimento dei rifugiati politici in un Paese terzo disposto ad accoglierli volontariamente. L’Italia lo fece nel 2007 con 60 donne eritree che da oltre un anno erano detenute a Misratah. In quello stesso campo ci sono rifugiati detenuti da tre anni. Piuttosto che tornare nelle galere eritree o nelle trincee al confine con l’Etiopia, preferiscono rimanere lì. A buttare gli anni migliori della propria vita. In attesa che l’Italia e l’Europa aprano il rubinetto col contagocce.
È uno degli effetti più nefasti delle politiche dei respingimenti. Il diritto è diventato un bastone tra le ruote. Quello che non tutti sanno infatti, è che ognuno dei 74 eritrei respinti avrebbe diritto di presentare ricorso alla Corte europea – e con tutta probabilità di vincerlo – per violazione del diritto d’asilo, del divieto di torture e del diritto a un ricorso effettivo. Esattamente come hanno fatto il mese scorso 24 rifugiati somali ed eritrei respinti a Tripoli e assistiti dall’avvocato Giulio Lana del foro di Roma. Avrebbero diritto, ma non hanno accesso a un avvocato. Ormai è tutto più sbrigativo. Lo hanno imparato a loro spese due degli eritrei deportati. Ancora una volta non possiamo fare i loro nomi. Quando si sono accorti che il pattugliatore Orione della Marina italiana stava facendo rotta verso sud, hanno vivamente protestato a bordo. Secondo il racconto dei nostri testimoni ne sarebbe nata una colluttazione con alcuni ufficiali e il ferimento dei due profughi. Niente paura. Gli italiani dormano sogni tranquilli. “Abbiamo fermato l’invasione”, come recitavano i manifesti elettorali della Lega.Intanto domenica 5 luglio, altri 40 emigranti sono stati respinti in Libia dalle pattuglie italiane. Erano su un gommone alla deriva, 70 miglia a sud di Lampedusa. Sette dei passeggeri - tra cui cinque donne - erano in gravi condizioni di salute e sono stati trasportati a Catania, dove sono attualmente ricoverati.
SONO SOTTOPOSTI A CONTINUI MALTRATTAMENTI
SEGUIAMO GLI SVILUPPI NASCONDENDO I NOSTRI NOMI
LEGGI L'APPELLLO DEI RIFUGIATI ERITREI A TRIPOLI
SEGUIAMO GLI SVILUPPI NASCONDENDO I NOSTRI NOMI
LEGGI L'APPELLLO DEI RIFUGIATI ERITREI A TRIPOLI
Leggi anche:Reportage dalla Libia: siamo entrati a Misratah
Di notte, quando cessano il vociare dei prigionieri e gli strilli della polizia, dal cortile del carcere si sente il rumore del mare. Sono le onde del Mediterraneo, che schiumano sulla spiaggia, a un centinaio di metri dal muro di cinta del campo di detenzione. Siamo a Misratah, 210 km a est di Tripoli, in Libia. E i detenuti sono 600 richiedenti asilo politico eritrei, arrestati al largo di Lampedusa o nei quartieri degli immigrati a Tripoli
19 July 2009
A sud di Lampedusa
Girato da Andrea Segre nel deserto del Sahara, in Niger, nel maggio 2006 e realizzato in collaborazione con Stefano Liberti e Ferruccio Pastore, "A Sud di Lampedusa" documenta le difficoltà dei viaggi nel deserto e raccoglie le testimonianze dei migranti stagionali arrestati in Libia e abbandonati alla frontiera nigerina. Catturati durante retate della polizia e detenuti in condizioni degradanti per poi essere deportati. Uno di loro racconta che i detenuti del campo di Sabha sono costretti ai lavori forzati per costruire il nuovo commissariato della polizia.
Proponiamo una selezione di circa 8 minuti del documentario, che dura 31 minuti, ed è stato prodotto e distribuito da Cespi e Sid (tel. +39 06 4872172). Per contattare il regista http://andreasegre.blogspot.com/
Proponiamo una selezione di circa 8 minuti del documentario, che dura 31 minuti, ed è stato prodotto e distribuito da Cespi e Sid (tel. +39 06 4872172). Per contattare il regista http://andreasegre.blogspot.com/
Speciale Niger. Arlit, città dell'uranio e dell'emigrazione
[TERZA PUNTATA]
ARLIT, 7 luglio 2009 - Arrivo ad Arlit alle due di pomeriggio. Il caldo è insopportabile, nonostante i tre metri di turbante a proteggere la testa dai raggi cocenti del sole. Arlit è sorta nel 1971 dopo la scoperta dell’uranio da parte delle francesi Sominair e Cominak. Le miniere sono alle porte della città e impiegano 2.000 dei suoi 100.000 abitanti. La sera stessa trovo un passaggio per la Libia. L’intermediario è un algerino. Si fa chiamare Zidane, ha 34 anni. Lo incontro al bar “Le Coin”. Ci scoliamo un paio di birre gelide. In tre giorni può farmi arrivare fino a Ubari. L’autista è fidato. Un tuareg di Arlit sposato con una libica, che vive a Ubari. Lo incontro la mattina dopo. Si chiama Brahim. Mi guarda con sospetto, vuole sapere con insistenza la mia nazionalità. Dico che non è importante. Ma alla fine gli affari sono affari. Vuole 150.000 franchi (228 euro). Si parte nel giro di una settimana. Deve riempire i 40 posti del pick-up. Mi prendo 24 ore per decidere.
Più tardi vado al ghetto dei maliani. Djibril è un signore anziano, capelli bianchi, due spessi occhiali da vista e un boubou azzurro. Sfoglia tra le dita un mazzo di fogli da 10.000 franchi. Lo saluto. Nasconde i soldi in tasca e mi invita a sedere. È il presidente dell’associazione dei maliani di Arlit, mi spiega mentre biascica un pezzo della carne alla brace che tiene nell’altra mano su un pezzo di carta di un sacco di cemento. Cerco degli amici burkinabé. Non ci sono problemi dice. E chiede a un suo aiutante di portarmi in motorino all’appartamento dove sono ospitati. Sono una ventina. Ragazzi del Senegal, del Burkina, del Mali, del Gambia. Vanno tutti in Italia. O almeno sperano, perché in realtà non hanno la più pallida idea di dove stiano andando. Sanno solo che è a nord.
Per pranzo mi aspetta il professor Ghaliou. Dopo il notiziario francese di TV5, ci raggiungono due vicini di casa. Outhman vive metà dell’anno in Algeria. Lavora nelle serre a Illizi. Ogni anno va e torna attraversando il deserto. A Djanet andò nel 2000. Djanet si trova in Algeria, a 80 km dal confine libico. Chi ha meno soldi, per andare in Libia passa da lì. Gli autisti ti lasciano fuori dalla città. E poi una guida ti accompagna a piedi sulla montagna. Sono 60 km di marcia. E poi altri 20 km di deserto, prima di entrare nella città libica di Birket, vicino Ghat. Furono assaliti dai banditi. Gli portarono via fino all’ultimo centesimo. Outhman è convinto che quella di Djanet sia la rotta più pericolosa. Una rotta isolata. Piena di banditi, e disseminata di morti. E se lo dice lui c’è da credergli. Per alcuni anni in Algeria ha lavorato come intermediario per i nigeriani diretti in Marocco e in Spagna. Sospira. “L’aventure est comme un virus”. L’avventura è come una malattia. Ripenso ai tre ragazzi burkinabé ospiti a casa del vecchio Djibril. Non avevano mai lasciato prima il loro villaggio, nelle campagne di Tenkodogo. E non hanno la più pallida idea dei pericoli che li aspettano lungo la rotta. Ma non torneranno a casa prima di avercela fatta. Fosse anche tra vent’anni. Il mio viaggio a Ubari invece è annullato.
Speciale Niger. Agadez crocevia dei traffici verso il Sahara
[SECONDA PUNTATA]
AGADEZ, 6 luglio 2009 - Arrivo ad Agadez con un convoglio scortato dai mezzi blindati dell’esercito. È notte. Siamo una cinquantina di veicoli, tra camion, autobus e fuoristrada. La ribellione dei tuareg non è ancora domata. E nel caos che si è generato, hanno preso piede gruppi di banditi che assalgono e derubano chi attraversa le strade del nord del paese. Quando scendo dall’autobus, all’autostazione della Rimbo Transports, vengo subito fermato da un intermediario. Un certo Musa. Gli parlo in arabo senza svelare la mia nazionalità. E dico che cerco un passaggio per la Libia, prima possibile. Il suo arabo è più elementare del mio, e se la beve. Dopo venti minuti a piedi nelle strade buie e polverose di Agadez, facciamo ingresso nell’autostazione. Abderrahman è il titolare dell’agenzia Akakus. Sulla porta è appeso un poster di Gheddafi. Su una lavagnetta sul muro, sono scritti a gesso i prezzi dei trasporti: Dirkou 25.000 franchi (38 euro), Djanet 110.000 (167 euro) Ghat 140.000 (212 euro) Gatrun 150.000 (228 euro) Tamanrasset 110.000 (167 euro). Mi presento. Un ragazzo nigeriano ci interrompe, ma è urgente. Ha il numero di cellulare della sorella in Spagna, che può mandare i soldi del biglietto con Western Union. Ma non sa il prefisso. Glielo dico io. Non prende. Pazienza.
Abderrahman, camicia e pantaloni di jeans, torna al nostro discorso. A Dirkou si va con i camion e sempre più spesso con i pick-up, specie ora che i cinesi hanno trovato il petrolio e si sono affittati metà dei camion che prima facevano i viaggi verso la Libia. Da Dirkou altri mezzi partono per Tumu, in Libia, al prezzo di 35.000 franchi (53 euro). In questo periodo si viaggia solo coi convogli scortati dall’esercito. Troppo pericoloso andare da soli. E di convogli ce n’è uno al mese. L’ultimo è partito due giorni fa. Mi tocca aspettare. Dirkou è meno cara, mi dice, ma devo mettere in conto 5.000 franchi per ogni posto di blocco, per la polizia. Massima sicurezza, dice Musa. La polizia ha la lista dei passeggeri, le macchine vanno in gruppo, hanno i telefoni satellitari, e ci sono pozzi lungo le piste, per l’acqua. Ma la frode e la frode. “Sai che parti per la vita o la morte – dice sorridendo –. Noi ce la mettiamo tutta, ma non possiamo darti la certezza”. Solo adesso vedo che sulla lavagna, sotto i prezzi, c’è scritto: “Bonne chance”. Buona fortuna.
Il giorno dopo incontro Brahim Manzo Diallo, direttore del bi-mensile Aïr Info, stampato in francese e diffuso in 1.500 esemplari da 7 anni in tutto il paese. Lo hanno rilasciato un anno fa, nel febbraio del 2008, dopo quattro mesi di carcere e torture. Il paese era già sotto lo stato di emergenza. E la polizia sospettava che Diallo fosse un membro della ribellione tuareg al nord del paese. Il suo giornale si è spesso occupato dell’emigrazione. Mi parla di un video girato da un poliziotto libico col cellulare in cui si vedono i resti di 150 persone morte disidratate a fianco del camion rimasto in panne nel deserto. Diallo sostiene che a migliaia siano morti nel deserto. Nessuno sa quanti familiari attendono da anni una chiamata dei figli, partiti per l’Europa e mai più tornati. Diallo dice che a Agadez non si è mai vista tanta gente come nel 2008. Il che è in linea con il raddoppio degli arrivi in Sicilia prima dei respingimenti e in particolare con l’aumento dei nigeriani. Nell’ultimo convoglio partito per Dirkou tre giorni prima, c’erano 18 camion diretti in Libia. Con a bordo oltre 3.000 emigranti. Tanti quante le dosi di vaccino contro la meningite che sono state loro somministrate. Già perché a Dirkou c’è una brutta epidemia e si dice che il focolaio sia partito proprio dai ghetti degli immigrati che nell’oasi vivono bloccati in pessime condizioni.
Diallo dice che in tempi di crisi, con la ribellione e il crollo del turismo, gli emigrati hanno salvato l’economia. Tanto più in uno dei paesi più poveri del mondo. Sono ospitati dappertutto. C’è gente che manda la famiglia dai parenti per affittare agli immigrati. E la polizia non è da meno. C’è tutto un tariffario: 5.000 franchi (8 euro) al posto di blocco di Agadez, 1.000 a Turawet, 3.000 all’ingresso di Dirkou e altri 5.000 all’uscita. E i costi raddoppiano per chi non ha documenti. Diallo accende il computer in redazione e mi mostra alcune foto. Si vede un sei ruote carico di un centinaio di nigeriani. In un’altra foto una donna con le lacrime agli occhi. Non voleva partire, racconta il direttore. Gridava “I don’t want to come, I want to go back to Nigeria”. Doveva essere una delle tante donne trafficate. Le costringono a prostituirsi già a Agadez. Nel quartiere di Nassaraoua ad esempio.
Al Nigeria Restaurant incontro diversi ragazzi. Uno di loro è appena tornato da Dirkou. Lo hanno respinto alla frontiera libica. È bloccato a Agadez. Dice di venire dalla regione del delta del Niger. Una zona disastrata dall’inquinamento delle raffinerie, la cui popolazione non ha visto un centesimo di quello che è uno dei più ricchi bacini di petrolio al mondo. A colpirmi è la contropartita che chiede per non partire. “Se domani trovassi un lavoro stabile, diciamo che mi facesse guadagnare 50.000 franchi, tornerei immediatamente in Nigeria”. 50.000 franchi sono 75 euro. Dal tavolo accanto si avvicina Solomon. Ha in mano un cartone di vino, gronda sudore. Vuole vendermi una copia di “Europe by Road”, un film nigeriano sull’emigrazione. Ma il dvd non funziona. Non è l’unico alcolizzato in giro. Il loro viaggio è fallito. E tornare da sconfitti sarebbe un’onta.
Torno all’autostazione. “Stupri, Aids, aggressioni”. Un inquietante cartellone sbiadito dal sole campeggia sul grande parcheggio. Lungo tutto il perimetro ci sono gli uffici delle agenzie di viaggio, un Western Union e quattro negozi che vendono le taniche per il deserto. Sono centinaia le taniche esposte sul piazzale. Ce ne sono da 20 litri, e da cinque. Sono ricoperte di juta, con una corda per legarle al camion, dopo averci scritto su il proprio nome per riconoscerla. Grande e piccola insieme si possono comprare per 3.000 franchi. In un angolo d’ombra conosco Afis del Ghana e Johnson della Liberia. Afis era partito col convoglio di un mese fa, ma il camion si è rotto ed è dovuto tornare. Adesso non sa se ripartire o tornare in Ghana con i pochi soldi rimastigli. Ne hanno sentite tante. Gli autisti li lasciano nel deserto. Indicano loro le flebili luci delle città, all’orizzonte, e dicono di continuare a piedi. Di notte sembra tutto vicino. Ma di giorno scoprono che sono decine e decine di chilometri. Altre volte il problema sono i banditi e la polizia.
Il prossimo convoglio per Dirkou parte dopo tre settimane. Non ho il tempo di aspettare. Decido di raggiungere Arlit. La città dell’uranio. Ancora più a nord, in direzione del posto di frontiera con l’Algeria di Samaka. Per lo sfruttamento dell’uranio in Niger si sta giocando sporco. La scoperta di nuovi giacimenti farà del Niger il secondo produttore al mondo del carburante delle centrali nucleari. I nuovi contratti sono stati concessi alla Cina. E subito dopo è scoppiata la rivolta armata dei ribelli tuareg al nord. Una coincidenza? Che interessi ci sono dietro? La Francia? Da sempre primo importatore dell’uranio nigerino. La Libia? Da sempre alleata dei tuareg? La scoperta di petrolio nel deserto non faciliterà le cose. Soprattutto alla vigilia delle elezioni presidenziali. Alla fine del 2009 si va a votare. E il presidente Tandja ha deciso di presentarsi per il terzo mandato, nonostante la legge lo vieti. Il leader dell’opposizione è finito in carcere per aver protestato. Da Tripoli però Gheddafi ha dato il suo placet all’operazione. In tutto questo, paradossalmente la tensione politica e militare ha solo favorito i trasportatori di emigranti e i contrabbandieri. L’esercito scorta i convogli, compresi i carichi di droga, armi e sigarette, che prima erano spesso assaliti dai banditi. Mentre il netto giro di vite praticato dall’Algeria alle sue frontiere, per contrastare l’emigrazione verso la Spagna, ha spostato i flussi verso la Libia. Che ormai è la meta principale anche per chi parte da Arlit.[CONTINUA]
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