30 September 2011

التعتيم الكامل. محاولات النظام في لامبيدوزا

شاب مشارك في اعتصام 21 أيلول/سبتمبر في لامبيدوزا، قبل ضربه. تصوير أليسيو جينوفيزيه

تعلمون أن بعض رجال الأمن في لامبيدوزا يتصيدون التونسيين، مرتدين قمصان كُتب عليها باللغة الإيطالية: "أكنت موجوداً في لقاء مجموعة الثماني 2010؟" وهناك بين رجال الشرطة من يرتدي تحت زيه قميصاً عليه نسر أسود وكلمة "مرتزقة"؟ ربما يظن البعض أن هذه مجرد تفاصيل، وإنما في رأيي هذا هو انعكاس لما وصلنا إليه. فالحدود أصبحت خارج نطاق السيطرة، غياب للقانون وللمعلومات على حدٍّ سواء، يتولى شأنها مجموعات من البلطجية الممجدين، نفس الجلادين المسؤليين عن مذبحة جنوة، وعن حالات الوفيات المشبوهة والتي تقع بالسجن أو بمراكز الشرطة (شاهد "كوتشي"، و "أوفا"، و "ألدروفاندي"...) وعن عمليات الضرب المتكررة على نحوٍ متزايد في مراكز تحديد الهوية والترحيل. حتى وإن قيل أنه في أيام استرداد لامبيدوزا لم يكن وكلاء النيابة هم من يقومون وحدهم بعمليات الضرب، لأنه بالإضافة إلى الهراوات التي كانت في أيديهم، كان هناك أيضاً العاملين "بمركز استقبال" لامبيدوزا. شهود عيان قليلون. الصحفيون يتم إقصائهم: إما ترهيباً وإما ضرباً، حتى أن صور المحرريين تزودهم بها الشرطة نفسها. ولمعرفة كيف كانت الرقابة مفروضة في تلك الأيام، كان معنا "أليسيو جينوفيزيه" أحد المصورين القلائل والذي كان بالجزيرة وبقي مع الشباب التونسيين حتى أعنف أعمال رجال الشرطة. طلبنا منه العودة إلى تلك الأحداث، فخطورة ما حدث تتطلب منه ذلك. وشهادته كانت كما يلي

They covered everything up. Evidence of regime in Lampedusa

a young man at the September 21 sit in protest in Lampedusa before the beatings, photo by Alessio Genovese

Did you know that some officers of the Guardia di Finanza (a branch of the Italian military) hunted Tunisian nationals in Lampedusa wearing t-shirts saying "G8 2001, I WAS THERE"? And among the policemen there were those wearing t-shirts under their uniform with a black eagle and the word "MERCENARIES"? Some might say these are just details. I believe this is a measure of how far we’ve gone. The border is out of control. With no law and no information. Entrusted to teams of hotheaded thugs. The same torturers responsible for the mess of Genoa, for the continuous suspicious deaths while in custody of police stations (see Cucchi, Uva, Aldrovandi ...), and for the increasingly frequent beatings in the centres for identification and expulsion (CIEs). Although it must be said that during the days of the ‘re-conquering’ of Lampedusa the agents weren’t the only ones using violence. Because among those holding iron bars in their hands were also the employees of ‘Lampedusa Accoglienza’ (the Lampedusa reception team). Witnesses, however, are few. Because journalists were kept away: intimidated and even beaten. In any case, the images were provided to the editors directly by police headquarters. Explaining how censorship was exercised during those days is once again Alessio Genovese, one of the few photographers who remained on the island with the young Tunisians up until the extremely violent police charges. We asked him to come back to those events. The seriousness of what happened requires us to do so. The following is his testimony.

Ils ont tout couvert. Preuve de régime à Lampedusa

Un jeune homme au sit-in du 21 septembre à Lampedusa, photos de Alessio Genovese

Saviez-vous que certains officiers de la Guardia di Finanza (la Police des frontières italienne) à Lampedusa avaient l’habitude d’aller à la chasse aux Tunisiens, un t-shirt avec « le G8 2001, j'y étais? » sur le dos ? Et il y en avait aussi d’autres qui, parmi les policiers, sous leurs uniformes, portaient une chemise avec un aigle noir et le mot «mercenaires» ? Pour quelqu’un ce ne sont que des détails. Pour moi cela donne au contraire la mesure de la situation dans laquelle nous sommes. La frontière est désormais hors contrôle. Sans loi et sans information. Confiée à des équipes de gens violents et excités. Les mêmes tortionnaires responsables des violences de Gênes, lors du G8 en juillet 2001, des morts suspects dans les prisons et dans les commissariats de police (l’actualité italienne est pleine de Cucchi, Uva, Aldrovandi ...), et des passages à tabac de plus en plus fréquents dans les centres d'identification et d'expulsion (CIE). Même s’il faut dire que les journées de la reconquista les agents n’étaient pas les seuls à taper. Parmi les employés de « Lampedusa accoglienza » (la société qui gère le centre d’identification et d’expulsion de Lampedusa), il y en avait aussi, les matraques à la main. Les témoins, toutefois, n’étaient pas nombreux. Car les journalistes étaient tenus à l'écart : victimes d’intimidations et même de violences physiques. Les images qui arrivaient dans les rédactions étaient fournies directement par la police. Alessio Genovese, encore lui, nous explique le fonctionnement de la censure ces jours-ci. L'un des rares photographes resté sur l'île avec les jeunes Tunisiens jusqu’aux violentes décharges de la police. Nous lui avons demandé de revenir sur ces faits. La gravité de ce qui s'est passé l'exige. Celui qui suit est son témoignage.

Hanno insabbiato tutto. Prove di regime a Lampedusa

un ragazzo al sit in del 21 settembre a Lampedusa prima del pestaggio, foto Alessio Genovese


Sapevate che alcuni agenti della Guardia di Finanza a Lampedusa andavano a caccia dei tunisini indossando maglietta con su scritto “G8 2001, IO C'ERO"? E che tra i poliziotti c'era chi sotto l'uniforme indossava la maglietta con l'aquila nera e la scritta “MERCENARI”? Qualcuno penserà che siano dettagli. Secondo me invece dà la misura di dove siamo arrivati. La frontiera è ormai fuori controllo. Senza legge e senza informazione. Affidata a squadre di picchiatori esaltati. Gli stessi torturatori responsabili del macello di Genova, delle continue morti sospette in carcere e nei commissariati (vedi Cucchi, Uva, Aldrovandi...), e dei sempre più frequenti pestaggi nei centri di identificazione e espulsione (Cie). Anche se poi va detto che nei giorni della reconquista lampedusana gli agenti non erano gli unici a picchiare. Perché con le spranghe in mano c'erano anche gli operatori della "Lampedusa accoglienza". I testimoni però sono pochi. Perché i giornalisti sono stati tenuti alla larga: intimiditi e addirittura malmenati. Tanto le immagini alle redazioni le forniva direttamente la questura. A spiegarci come ha funzionato la censura in quei giorni è di nuovo Alessio Genovese, uno dei pochi fotografi che era sull'isola e che è rimasto insieme ai ragazzi tunisini fino alle violentissime cariche della polizia. Gli abbiamo chiesto di ritornare su quei fatti. La gravità di quanto accaduto lo impone. Quella che segue è la sua testimonianza.

29 September 2011

Assolti i pescatori tunisini: il soccorso non e' reato

Il capitano Abdelbaset Zenzeri

La storia la ricorderete. Finirono in manette nel 2007 per aver salvato la vita a 44 naufraghi al largo di Lampedusa. L'accusa era di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e resistenza a nave da guerra. In primo grado furono condannati a tre anni e mezzo di carcere. Era il mese di novembre del 2009. Un mese dopo ricevettero una medaglia d'oro al valore civile dalla federazione tedesca per i diritti umani, che pero' non allevio' la ricaduta di quella sentenza. Sembrava un attacco a tutti i pescatori, compresi i tanti capitani coraggiosi, che soprattutto a Mazara del Vallo in questi anni si sono distinti con decine di importanti salvataggi effettuati in mare.

28 September 2011

L'Amore ai tempi della Frontiera. Anteprima italiana

l'amore ai tempi della frontiera, foto di Alessio Genovese

Facciamo sempre di tutto per frapporre distanze incolmabili tra noi e loro. Fuggono dalla fame, dalla guerra, dalla disperazione. Sono profughi, rifugiati, clandestini. E invece non pensiamo mai alle cose normali. Al desiderio, alla follia della gioventu', al gusto dell'avventura e perche' no all'amore. Chi l'avrebbe detto, per esempio, che dietro alla piu' violenta ribellione del centro di identificazione e espulsione di Chinisia, a Trapani, ci fosse una bellissima e commovente storia d'amore? Noi ci siamo arrivati un po' per caso. E abbiamo deciso di seguire la storia fino in fondo e di farci un film.
Insieme ad Alexandra D'Onofrio (regia e montaggio) e Alessio Genovese (foto). Con un microfono e una macchina fotografica. Il risultato e' un corto di 18 minuti, che sa piu' di visual antropology che di documentario classico. Fatto di audio, fotografie e filmati ripresi con il cellulare.
Sara' proiettato in anteprima italiana al festival di Internazionale a Ferrara. L'appuntamento e' alle 19,30 del 30 settembre a Palazzo Massari con la presenza degli autori. Presto metteremo online un trailer del film e sara' possibile organizzare proiezioni in tutta Italia.
Nei prossimi mesi arriveranno altri due film di Alexandra D'Onofrio prodotti anch'essi da Fortress Europe grazie al contributo della Open Society Foundation, sempre sul tema dei Cie e della frontiera.
Perche' siamo sempre piu' convinti che sia fondamentale ritrovare l'universale in quelle storie di frontiera troppo spesso schiacciate su un'eccessiva drammaticita'. Ci aiuta a sconfiggere il mostro dell'altro. E a identificarci con i destini dei tanti ragazzi che arrivano a Lampedusa. Perche' in fondo siamo la stessa generazione, e il mare di mezzo.

Ysmael ha perso l'aereo


Ricordate la storia di Ysmael e il presidio dei peruviani sotto il Cie di Torino? Ieri sulla pagina facebook del circolo José Carlos Mariátegui di Torino e' comparsa la locandina che vedete qua sopra "Lo hanno portato all'aeroporto di Milano come un pacco, ma il pacco ha alzato la voce ribelle e ora e' di nuovo recluso nelle celle del Cie di Torino". Gli amici, la sorella e i compagni di partito di Ysmael continuano a manifestargli la loro solidarieta'. Sono le uniche voci, al telefono, a tenergli compagnia nel reparto di isolamento dove e' ritornato l'altro ieri dopo aver perso l'aereo. Si' perche' doveva essere espulso lunedi' su un volo di linea da Milano a Lima. Ma appena l'hanno caricato sull'aereo ha iniziato a gridare e a dimenarsi nonostante il tentativo di immobilizzarlo degli agenti della scorta. La situazione e' degenerata al punto che il pilota dell'aereo e' dovuto intervenire personalmente. Ha chiesto a Ysmael se volesse partire o meno. E alla sua risposta negativa ha ordinato ai poliziotti, come in suo potere, di farlo scendere immediatamente. Adesso Ysmael e' di nuovo al Cie di Torino, in isolamento. Pronto a fare di tutto per non tornare in Peru'. Perche' a Torino ha una casa, una sorella e un lavoro onesto. Un lavoro da cui dipende il mantenimento del figlio di sette anni in Peru' e della ex moglie. Estamos contigo.

La nave-cie Moby Vincent trasferita a Agrigento

Ieri sera la nave Moby Vincent e' salpata dal porto di Palermo ed e' sbarcata a Porto Empedocle, Agrigento, con un centinaio di tunisini ancora illegalmente reclusi a bordo. L' altra nave cie invece, l'Audacia, si trova sempre ormeggiata nel porto di Palermo, vicino all'area di Fincantieri, con a bordo una cinquantina di ragazzi tunisini che nelle prossime ore saranno espulsi sui voli charter che dalla scorsa settimana hanno gia' riportato in Tunisia 841 persone. Gli ultimi 100 sono stati espulsi ieri su un volo della Mistral Air e uno della Dubrovnik Air.
Ancora non e' chiaro se i cento tunisini trasferiti a Porto Empedocle saranno smistati nei Cie, dove con le ultim fughe si sono liberati molti posti, o se invece la Moby Vincent funzionera' da Cie galleggiante a tutti gli effetti nei prossimi mesi, almeno fino alla fine di dicembre, quando scade il contratto d'affitto con il Ministero dell'Interno.
Con la dichiarazione di Lampedusa come porto non sicuro infatti, se ci saranno salvataggi in mare nelle prossime ore, i naufraghi saranno trasferiti proprio a Porto Empedocle, come gia' accaduto la settimana scorsa con i primi - e finora unici - 75 tunisini arrivati dopo la rivolta di Lampedusa. Staremo a vedere. Certo e' che l'esposto presentato alla magistratura di Palermo contro i Cie galleggianti si puo' replicare in qualsiasi momento anche presso la Procura di Agrigento.
Per quanto riguarda la terza nave Cie invece, la Moby Fantasy, si trova al porto di Cagliari dove nei giorni scorsi ha scaricato 221 tunisini in queste ore reclusi illegalmente nel centro di prima accoglienza di Cagliari Elmas.

27 September 2011

مراكز تحديد الهوية والترحيل العائمة : وصول الشكوى ، فتح تحقيق

شباب تونسي محتجز بشكل غير قانوني داخل مراكز تحديد الهوية والترحيل العائمة بميناء باليرمو ، تصوير دانيلا داميكو

قامت نيابة باليرمو بفتح تحقيق بشأن مراكز تحديد الهوية والترحيل العائمة ، أو بالأحرى بشأن السفينتين الراسيتين في ميناء باليرمو ، وعلى متنها حوالي 300 تونسيا ، منذ أسابيع وهم محتجزون داخلها بشكل غير قانوني. جاء قرار المدعي العام ليوناردو أجويتشي -- المتولي التحقيق -- عقب شكوى تقدم بها صباح اليوم بعض أعضاء إحدى الحركات المناهضة للعنصرية في باليرمو. من بين الموقعين على هذه الشكوى الدكتور فولفيو فاسالو باليولوجو (مستشار قانوني وعضو جمعية الدراسات القانونية حول الهجرة) جوديث جليتز (من الشريط الحدودي لصقلية ، والذي قام في الأشهر الأخيرة برصد مستمر للوضع في لامبيدوزا) ثم بيترو ميلاتسو (الاتحاد الإيطالي العام للعمل بصقلية ) وأنا بوكا (الرابطة الإيطالية الترفيهية الثقافية). تشير الشكوى إلى أن التونسيين المحتجزين داخل السفن في ميناء باليرمو سلبت منهم حريتهم بشكل غير قانوني ، دون إعطائهم الحق في الدفاع عن أنفسهم ، ودون أن يصدر قرار قضائي باحتجازهم بهذه الصورة. كما طالبت الشكوى بتوضيح سبب وجود ستة أطفال وامرأة حامل على متن السفن. هذا ما جاء في الشكوى التي تقدم بها عصر أمس نائبة الحزب الديمقراطي أليساندرا سيراجوسا ، والنائب الإقليمي للديمقراطيين بينو أبريندي ، وذلك بعد قيامهم بزيارة مراكز تحديد الهوية والترحيل العائمة ، على هامش المظاهرة التي قامت بها في الميناء حركات مناهضة للعنصرية في باليرمو. وفيما يلي مقتطف من الشكوى ، والتي يتم فيها المطالبة بإيضاح أسباب وقائع الضرب في لامبيدوزا ضد أحد النشطاء الكنديين ، ومحتجز تونسي لا يزال في غيبوبة في مستشفى باليرمو

Floating CIEs: the exposé comes, and the investigation begins

Young Tunisians illegally detained on the floating CIEs in the port of Palermo, Italy, photos by Danila D’Amico

The Palermo prosecutor opened an investigation into the floating CIEs, or rather, two ships still stationed in the port of Palermo, Sicily, with about three hundred Tunisians aboard, illegally detained for weeks. The decision of the prosecutor Agueci Leonardo, who is coordinating the investigation, came after the presentation of a petition presented this morning by some members of the anti-racist movement of Palermo. Among the signatories of the complaint are Professor Fulvio Vassallo Palaeologo (lawyer and member of the Association for Studies on Immigration Law- Asgi), Judith Gleitze (Borderline Sicilia, which in recent months has constantly monitored the situation in Lampedusa) and then Peter Milazzo (of the Sicilian branch of the Italian Trade Union CGIL) and Anna Bucca (of the Italian Cultural Association ARCI). The petition noted that the Tunisian prisoners on board the ships in the port of Palermo are being illegally deprived of their personal freedom, without the right to defence and without the validation from a judge. It calls for clarity regarding the presence of six minors on board and a pregnant woman, as reported yesterday by the Democratic Party MP Alessandra Siragusa and the regional member of the democratics Pino Apprendi after visiting the floating CIE, at the margins of demonstrations organised by Palermo’s anti-racist movement. What follows is an excerpt from the petition, asking clarification also regarding the beatings that took place in Lampedusa against a Canadian activist and a Tunisian prisoner still in a coma at the Palermo hospital.

Cie galleggianti: arriva l'esposto, aperta un'inchiesta

ragazzi tunisini illegalmente reclusi sui Cie galleggianti al porto di Palermo, foto di Danila D'Amico

La Procura di Palermo ha aperto un'indagine sui Cie galleggianti, ovvero le due navi che ancora stazionano nel porto di Palermo con circa trecento tunisini a bordo, da settimane illegalmente detenuti. La decisione del procuratore aggiunto Leonardo Agueci, che coordina l'indagine, e' arrivata dopo la presentazione di un esposto presentato questa mattina da alcuni esponenti del movimento antirazzista palermitano. Tra i nomi dei firmatari della denuncia ci sono quelli del professor Fulvio Vassallo Paleologo (giurista e membro dell'Asgi), Judith Gleitze (di Borderline Sicilia, che in questi mesi ha costantemente monitorato la situazione a Lampedusa) e poi Pietro Milazzo (Cgil Sicilia) e Anna Bucca (Arci). L'esposto segnala che i tunisini reclusi sulle navi nel porto di Palermo sono illegalmente privati della liberta' personale, senza diritto di difesa e senza la convalida di un giudice. E chiede di fare chiarezza sulla presenza dei sei minori a bordo e di una donna incinta, come denunciato ieri pomeriggio dalla parlamentare del Pd Alessandra Siragusa e dal deputato regionale dei democratici Pino Apprendi, dopo la visita sui Cie galleggianti, a margine della manifestazione al porto dei movimenti antirazzisti palermitani. Di seguito riportiamo uno stralcio dell'esposto, in cui si chiede di fare chiarezza anche sui pestaggi avvenuti a Lampedusa ai danni di un attivista canadese e di recluso tunisino ancora in coma all'ospedale di Palermo.

Altra maxi evasione dal Cie di Roma, liberi 60 tunisini


Quinta evasione in un mese dal centro di identificazione e espulsione (Cie) di Ponte Galeria a Roma. Sessanta reclusi, in maggior parte tunisini appena trasferiti da Lampedusa, sono riusciti a fuggire, mentre un'altra ventina sono stati rintracciati e riportati al Cie. Dal mese di agosto almeno 191 ragazzi senza carte sono riusciti a fuggire dal Cie di Roma. L'escalation delle rivolte e delle fughe sembra dovuta a due fattori. Da un lato la nuova legge approvata il 2 agosto al Senato che ha portato a 18 mesi il limite della detenzione nei Cie. E dall'altro il nuovo accordo sui rimpatri con la Tunisia, che prevede due voli charter da Palermo a Tunisi ogni giorno (effettuati dalla Mistral Air, Small Planet, Dubrovnik Air e altre compagnie) per un totale di 100 espulsi ogni giorno. E infatti i protagonisti dell'ultima sommossa di Ponte Galeria sono stati proprio i ragazzi tunisini trasferiti cinque giorni fa a Roma dall'isola di Lampedusa. Sapevano che con il nuovo accordo tra Italia e Tunisia sarebbero stati quasi sicuramente espulsi. E hanno deciso di giocarsi il tutto per tutto. Il pomeriggio di domenica scorsa, approfittando della presenza ridotta del personale di sorveglianza, hanno sfondato un cancello dal lato del cantiere dei lavori di ristrutturazione del Cie devastato dalle almeno quattro rivolte che si sono registrate tra agosto e settembre.

Cie flottants: la plainte et l’enquête

Des Tunisiens illégalement emprisonnés dans les Cie flottants au port de Palerme, photos de Danila D'Amico

Le Procureur de Palerme a ouvert une enquête sur les Cie flottants, les deux paquebots qui stationnent dans le port de Palerme avec environ trois cents Tunisiens à bord, détenus illégalement depuis des semaines. La décision du procureur Leonardo Agueci, qui coordonne l'enquête, et arrivée après qu’une pétition avait été présentée ce matin par des membres du mouvement antiraciste de Palerme. Parmi les signataires de la pétition il y a le professeur Fulvio Vassallo Paleologo (juriste et membre de l'Asgi), Judith Gleitze (de l’association Borderline Sicilia, qui ces derniers mois a constamment surveillé la situation à Lampedusa), puis Pietro Milazzo (sindicat CGIL Sicile) et Anna Bucca (Arci). Dans la plainte on fait remarquer que les prisonniers tunisiens enfermés dans les navires dans le port de Palerme sont illégalement privés de leur liberté personnelle, sans droit à la défense et sans la validation d'un juge. On demande des explications à propos de la présence à bord de six mineurs et d’une femme enceinte, comme rapporté hier par Alessandra Siragusa, parlementaire du parti démocratique, et par Pino Apprendi, membre régional du parti démocratique, après avoir visité le Cie flottant en marge de la manifestation des mouvements anti-racistes au port de Palerme. Voici un extrait de la dénonciation dans laquelle on demande aussi des explications à propos des violences qui ont eu lieu à Lampedusa contre un militant canadien et contre un prisonnier tunisien, toujours dans le coma à l'hôpital de Palerme.

Cie Modena: tentata evasione con incendio

Ancora tensione al centro di identificazione e espulsione (Cie) di Modena. L'ultimo tentativo di fuga risaliva a una decina di giorni fa. La scorsa notte i 57 reclusi ci hanno provato di nuovo. Il piano e' sempre lo stesso: raggiungere i tetti e da li' tentare di calarsi oltre il muro di cinta con delle corde realizzate con le lenzuola annodate. Cosi' nei mesi scorsi sono riusciti a fuggire una quarantina di reclusi. Ieri pero' qualcosa e' andato storto. E l'evasione e' stata bloccata. La protesta pero' non e' rientrata se non dopo che un gruppo di detenuti ha appiccato il fuoco ad alcuni materassi e a un po' di suppellettili. L'intervento dei pompieri ha spento sul nascere i focolai d'incendio. Mentre per uno dei reclusi, identificato dalle telecamere, sarebbe scattato l'arresto per l'incendio. Questo e' quanto riferito dalla questura alla stampa locale. In questo momento non siamo in grado di dire se vi siano stati dei pestaggi e se vi siano dei feriti tra i reclusi. Anche perche' ai detenuti - che lo ricordiamo si trovano da mesi in stato di privazione della liberta' perche' privi di documenti di identita' - e' privato utilizzare il telefono cellulare e dunque non possono comunicare con l'esterno. Cosiccome ai giornalisti e' vietato visitare i Cie dall'entrata in vigore lo scorso aprile della circolare 1305 del ministero dell'interno, che di fatto ha istituito di nuovo la censura in questo paese.

26 September 2011

مراكز تحديد الهوية والترحيل العائمة : الشرائط

تصوير دانيلا داميكو، damico_photo@libero.it، إذا كنت لا ترى معرض الصور، انقر هنا

مقيدين تماماً كالدجاج، هكذا حكوا لنا عدة مرات بمراكز تحديد الهوية والترحيل. لم نكن نعتقد أن هذا سيحدث أيضاً في مراكز تحديد الهوية والترحيل العائمة، ولكن ها هو الدليل على عكس توقعاتنا. تم التقاط الصور في الساعة 15:00 يوم السبت الماضي، في ميناء باليرمو، التقطتها المصورة الصحفية دانيلا داميكو. تظهر الصور شباب تونسيين، ومعاصمهم مقيدة بإحكام بقيود من البلاستيك، بعد أن تم شحنهم على متن حافلات، تقودهم على الأرجح إلى مطار باليرمو لترحيلهم. وفي صورة أخرى يظهر رجل شرطة يمسك في يده بحزمة من الشرائط السوداء، لأن تقييد الجميع هو إجراء معتاد. والسبب بسيط: فحبس هؤلاء تم بشكل غير قانوني، وبالتالي فليس من المسموح به تقييدهم بالأغلال، ولذا فهم يستخدمون مبدئياً الشرائط الكهربائية. ومما يثير الدهشة من جديد – وربما للسذاجة – هو كيف لرجال الأمن أن يكونوا في خدمة اللاشرعية. فالسفن – قانوناً - ليست مكاناً مجهزاً للاحتجاز. الـ 340 تونسي الموجودين على متن مركزي تحديد الهوية العائمين في باليرمو، هم محرومون من الحرية الشخصية منذ أسابيع، دون أن يلتقوا مطلقاً بمحامي، وبدون أن يمثلوا أمام قاضياً عادلاً للبت في أمر احتجازهم. ومن بينهم من هم قُصر. وفي اللغة الإيطالية يطلق على هذا الأمر: "قبض بأمر من الدولة". وهكذا يبدو أن كل شيء يسير حتى الآن على ما يُرام، خاصةً بعد زيارة عضو مجلس النواب عن الحزب الديمقراطي "تونينو روسو"، والذي أشاد بمعاملة السجناء على متن المركزين العائمين. كنا نقول بأنه قديماً كان الدستور مُفعلاً وبأن هناك غياب للاعتداء على الحرية الشخصية، لكن ربما يكفي اليوم ساندويتش من الدجاج وكرسي استرخاء ليعلنوا للصحافة أن الأوضاع "كريمة". ومن جديد يمثل ما نحن عليه "منطقة رمادية". لكن لحسن الحظ لا يفكر الجميع كما يفكر روسو. أيضاً لأن باليرمو ليست بجزيرة. وفي المدينة هناك بعض المقاومة للممارسات القمعية وغير القانونية. أمس كان هناك أول مظاهرة لرجال الأمن في الساعة 17:00، ومن المتوقع اليوم وفي نفس الساعة تنظيم مظاهرة أخرى أمام ميناء باليرمو. تجدون المزيد من المعلومات على صفحة الفيسبوك لمكافحة العنصرية في باليرمو. والطريقة الوحيدة للرد على تلك المظاهرات التي يقوم بها المحتجزون خلف نوافذ السفينتين اللتان تقلان مركزي تحديد الهوية والترحيل، والتي كُتب عليها "الحرية 

The straps

Photo by Danila D’Amico damico_photo@libero.it, if you can’t see the gallery click here

Tied like chickens. How many times had we been told of this from the identification and expulsion centres (CIEs) in Italy. We didn’t think it happened on the floating CIEs as well. But here's proof of the opposite. The images were taken at 3 pm of Saturday in the port of Palermo by the photojournalist Danila D'Amico. They show the young Tunisians with their wrists tied with plastic straps, after being loaded onto the buses that in all likelihood were taking them to the Palermo airport for deportation. In another picture a policeman is clutching a bouquet of black straps. Because it’s procedure to tie everyone up. The reason is simple: their imprisonment is illegal and the police are not authorised to use handcuffs, so the quickest way is to use an electrician’s tie-wraps.

Le fascette

Foto di Danila D'Amico, damico_photo@libero.it, se non vedi la gallery, clicca qui

Legati come i polli. Quante volte ce lo hanno raccontato dai centri di identificazione e espulsione (Cie). Non pensavamo accadesse anche sui Cie galleggianti. E invece ecco la prova del contrario. Le immagini sono state scattate sabato scorso alle 15:00 nel porto di Palermo dalla fotogiornalista Danila D'Amico. Mostrano i ragazzi tunisini con i polsi legati stretti con delle fascette di plastica, dopo essere stati caricati a bordo degli autobus che con molta probabilita' li stavano portando all'aeroporto di Palermo per l'espulsione. In un'altra immagine un carabiniere stringe in mano un mazzo di fascette nere. Perche' e' prassi legare tutti. Il motivo e' semplice: la detenzione e' illegale e i carabinieri non sono autorizzati a utilizzare le manette, dunque per fare prima usano le fascette da elettricista. E ancora una volta stupisce - ma forse soltanto per ingenuita' - come le forze dell'ordine si pieghino al servizio dell'illegalita'. Le navi infatti non sono luoghi giuridicamente adibiti alla detenzione. E i 340 tunisini a bordo dei due Cie galleggianti rimasti a Palermo, sono privati della liberta' personale da settimane, senza avere mai incontrato un avvocato ne' essere mai stati condotti davanti a un giudice di pace per la convalida del trattenimento. Tra loro ci sarebbero anche dei minori. In italiano si dice "sequestro di Stato". Eppure tutto sembra andare bene cosi'. Persino al deputato regionale del Pd Tonino Russo, che ha elogiato il trattamento dei reclusi a bordo dopo aver visitato i due Cie galleggianti. E dire che una volta c'era la Costituzione e l'inviolabilita' della liberta' personale. Ma forse oggi basta un panino al pollo e una poltrona reclinabile per dichiarare alla stampa che le condizioni sono "dignitose". Ancora una volta, la zona grigia siamo noi. Ma per fortuna che non tutti la pensano come Russo. Anche perche' Palermo non e' un'isola. E in citta' c'e' ancora un po' di resistenza a certe pratiche repressive e illegali. Ieri alle 17:00 c'e' stato il primo presidio e oggi alla stessa ora e' prevista un'altra manifestazione davanti al porto di Palermo. Trovate piu' informazioni sulla pagina facebook del forum antirazzista di Palermo. E' l'unico modo per rispondere a quei manifesti affissi dai reclusi alle finestre delle due navi CIE con su scritto "Liberta'".

Ps Anche oggi sono decollati da Palermo due aerei diretti a Tunisi, uno della Mistral Air e l'altro della Small Planet, che hanno rimpatriato un totale di 100 ragazzi tunisini dei 340 reclusi sulle navi al porto. Segno che la macchina delle espulsioni procede a pieno ritmo

Les bandes

Photo de Danila D'Amico, damico_photo@libero.it

Attachés comme des poulets. Combien de fois en nous en a parlé depuis les centres d'identification et d'expulsion italiens (Cie). Nous n'avons même pas pensé que cela se produisait aussi dans les Cie flottants. Mais voici ce qui prouve le contraire. Les images ont été prises à 15h00 samedi dernier dans le port de Palerme par la photojournaliste Danila D’Amico. Elles montrent des jeunes Tunisiens, les poignets attachés avec des bandes en plastique bien étroites, après avoir été chargés à bord des bus qui vont les conduire à l'aéroport de Palerme pour être expulsés. Dans une autre photo un policier tient dans sa main un bouquet de bandes noires. Car l’habitude est de tous les attacher. La raison est simple : la rétention est illégale et la police n’est pas autorisée à utiliser des menottes, alors pour faire plus vite elle utilise les bandes des électriciens. Et une fois de plus on est surpris - mais peut-être seulement pour naïveté - de voir la police se plier au service de l'illégalité. Les paquebots en effet ne sont pas des endroits légalement destinés à la détention. Et les 340 Tunisiens à bord des deux Cie flottants qui sont restés à Palerme sont privées de leur liberté personnel depuis des semaines, sans avoir jamais rencontré un avocat ni jamais avoir été traduits devant un juge de paix pour la validation de la détention. Parmi eux il y a certainement aussi des mineures.

25 September 2011

مراكز تحديد الهوية والترحيل العائمة

فيديو لـ إنريكو مونتالبانو

بعد المخيمات، تأتي السفن. يبدو أن خيال وزارة الداخلية فيما يتعلق بطرق القمع والاعتقال غير القانوني ليس له حدود. اليوم نعرض لكم الصور التي قام إنريكو مونتالبانو بالتقاطها أمام ميناء باليرمو. تظهر في الصور إحدى سفن موبي. انظروا إليها جيداً لأن الكثير منكم سيتعرف عليها. شخصياًّ، صعدتُ على متن هذه السفينة مرتين للذهاب إلى جزيرة إلبا. اليوم تحولت إلى سجن. أصبحت تستخدم – وياللمفارقة - لاحتجاز المسافرين. منذ ثلاثة أيام تستخدم كمركز لتحديد الهوية والترحيل. بشكل غير قانوني بالمرة. بالداخل هناك مئات الشباب المحتجزين. سلبت منهم حريتهم منذ أسابيع - دون صدور قرار قضائي بذلك – بصورة غير قانونية وغير دستورية أيضاً. هم متهمون بتجاوز الحدود بصورة غير شرعية، والسفر بدون حمل جواز سفر. يبلغ عددهم حوالي 600 شخص. هم نفس الأشخاص الذين قاموا في 21 أيلول/سبتمبر الماضي بحرق مركز الاستضافة في لامبيدوزا كنوع من الاحتجاج. وخلال الساعات القليلة الماضية، لحق بهم 98 تونسياًّ كانوا قد وصلوا إلى لينوزا، و75 آخرون تم اختطافهم منذ يومين في ميناء إمبيدوكليه الواقع في أجريجينتو، بدلاً من وصولهم إلى لامبيدوزا. جُرِح بعضهم لأنه أثناء عملية نقلهم قاموا بتكسير زجاج الحافلة لقطع شرايينهم إحتجاجاً على عملية ترحيلهم. يبدو أن مصيرهم هو كذلك. أعلنت وزارة الداخلية أنه خلال الأسبوع الماضي فقط تم ترحيل 604 تونسياًّ. هذا هو اتفاق جديد مع الحكومة الإنتقالية في تونس. رحلتين يومياًّ لنقل 100 شخص. آخر هذه الرحلات انطلقت صباح أمس من مطار باليرمو. طائرة طراز 747 تابعة لخطوط دوبروفنيك الجوية. بهذه الوتيرة، سيتم في غضون ما يقرب من عشرة أيام ترحيلهم جميعاً دون أن تتاح لهم الفرصة لتعيين محامٍ أو المثول أمام القضاء. عموماً في ظل دولة بوليسية برمتها. لإحباط مخططات الوزارة، لا يمكن القيام سوى باحتجاجات أو محاولات للهرب. ولكن للتقليل قدر الإمكان من مخاطر اندلاع انتفاضة أخرى بعد محرقة لامبيدوزا، أصدرت وزارة الداخلية أوامرها بالبدء في توزيع السجناء على مختلف مراكز تحديد الهوية والترحيل في إيطاليا في مجموعات صغيرة

Italy: floating CIEs

Video by Enrico Montalbano

After the tent cities, the ships. When it comes to repression and illegal detention, the imagination of the Italian Interior Minister knows no limits. Today we show you the pictures that Enrico Montalbano took in front of the port of Palermo. You can see one of the ships of the Italian ferry company Moby. Look closely because many of you will recognize it. I personally took it twice to get to the island of Elba. Today it is a prison. Used - think of the paradox - to detain travellers. For the past three days it’s been used as a centre for identification and expulsion. In a completely illegal manner. Inside hundreds of young people are locked up. Deprived of their liberty for weeks, without validation of the court, therefore in a totally illegal and unconstitutional fashion, to top it off.

Cie galleggianti

video di Enrico Montalbano

Dopo le tendopoli, le navi. La fantasia del ministero dell'interno in termini di repressione e detenzione illegale non sembra conoscere limiti. Oggi vi mostriamo le immagini che Enrico Montalbano ha registrato davanti al porto di Palermo. Si vede una delle navi della Moby. Guardatela bene perché molti di voi la riconosceranno. Personalmente l'ho presa due volte per andare all'isola d'Elba. Oggi è una prigione. Usata - pensate al paradosso - per detenere dei viaggiatori. Da tre giorni è utilizzata come centro di identificazione e espulsione. In modo assolutamente illegale. Dentro vi sono rinchiuse centinaia di ragazzi. Privati della libertà da settimane, senza convalida del giudice, dunque in modo totalmente illegale e anticostituzionale per di più. Sono accusati di aver bruciato la frontiera, ovvero di aver viaggiato senza un passaporto. Sono circa 600 persone. Gli stessi che lo scorso 21 settembre hanno incendiato il centro d'accoglienza di Lampedusa per protesta. A loro si sono aggiunti nelle ultime ore i 98 tunisini che erano sbarcati a Linosa e i 75 che due giorni fa erano stati dirottati a Porto Empedocle, Agrigento, anziché essere sbarcati a Lampedusa. Alcuni di loro sono feriti perché durante il trasferimento hanno rotto i vetri dell'autobus per tagliarsi le vene per protestare contro il rimpatrio. Perché il destino sembra proprio quello. Il Viminale ha annunciato che soltanto nell'ultima settimana sono stati rimpatriati 604 tunisini. Si tratta del nuovo accordo col governo transitorio di Tunisi. Due voli al giorno per 100 persone. L'ultimo è partito ieri mattina dall'aeroporto di Palermo. Un 747 della Dubrovnik Air. A questo ritmo nel giro di una decina di giorni potrebbero essere tutti espulsi senza avere avuto la possibilità di nominare un avvocato né di vedere un giudice di pace. Dunque in un completo e efficiente stato di polizia. A rovinare i piani del ministero potrebbero essere soltanto eclatanti proteste o prevedibili tentativi di fuga. Ma proprio per ridurre al minimo i rischi di un'ennesima rivolta dopo il rogo di Lampedusa, il Viminale ha dato l'ordine di iniziare a smistare i reclusi nei vari Cie d'Italia in piccoli gruppi.

Naufragio nello Ionio: 3 annegati al largo di Zakynthos

Ancora una strage su una delle rotte per l'Italia meno conosciute dal grande pubblico. Si tratta del tratto ionico del Mediterraneo. Qui transitano le barche in partenza dalla Grecia e dirette sulle coste calabresi. Venerdi' scorso, 23 settembre, un vecchio peschereccio con a bordo 65 persone tra curdi e afghani si e' rovesciato in mare 90 miglia a sud ovest dell'isola di Zakynthos. La guardia costiera greca e' riuscita a mettere in salvo 62 dei passeggeri. I corpi dei 3 dispesi sono stati ritrovati poche ore dopo da un elicottero che perlustrava quel tratto di mare. Quando avra' fine tutto questo?

Des centres d’identification et d’expulsion flottants

Vidéo de Enrico Montalbano

Après les villes de tentes, les bateaux. L'imagination du ministère de l’Intérieur en termes de répression et de détention illégale ne semble pas connaître de limites. Aujourd'hui nous vous montrons les images que Enrico Montalbano a enregistrées devant le port de Palerme. Vous y voyez l'un des navires de Moby. Regardez-le bien, car beaucoup d'entre vous le reconnaîtront bien. Personnellement, je l'ai pris deux fois pour me rendre à l'île d'Elbe. Aujourd'hui, c'est une prison. Une prison - pensez le paradoxe – pour la rétention de voyageurs. Depuis trois jours, il est utilisé comme un centre d'identification et d'expulsion. De manière complètement illégale. A l'intérieur il y a des centaines de jeunes personnes enfermées. Privées de leur liberté pendant des semaines, sans validation du juge, donc de façon totalement illégale et inconstitutionnelle. Ces personnes sont accusées d'avoir brûlé la frontière, voire d'avoir voyagé sans passeport. Il y a environ 600 personnes. Les mêmes personnes qui ont mis le feu au centre d'accueil à Lampedusa le 21 septembre en signe de protestation. En plus, dans les dernières heures ils ont été rejoint par les 98 Tunisiens qui ont débarqué à Linosa et les 75 personnes qui, il y a deux jours, avaient été détournées à Porto Empédocle, Agrigente, au lieu d'être débarquées à Lampedusa. Certains d'entre eux sont blessés parce que pendant le transfert ils ont brisé des vitres de l'autobus pour se couper les poignets en signe de protestation contre l’expulsion. Parce que c’est ainsi que le destin joue son tour. Le ministère de l'Intérieur italien a annoncé que seulement la semaine dernière 604 Tunisiens ont été rapatriés. Il s'agit d’une nouvelle entente avec le gouvernement de transition de Tunis. Deux vols par jour pour 100 personnes. Le dernier est parti hier matin, de l'aéroport de Palerme. Un 747 de la Dubrovnik Air. À ce rythme, dans les dix jours ils seront tous expulsés sans avoir eu la possibilité de désigner un avocat ni de voir un juge de paix. Ainsi, dans un état policier global et efficace. Pour faire tomber les plans du Ministère il ne reste plus qu’à espérer en une protestation sensationnelle ou en quelques prévisibles tentatives d’évasion. Mais pour minimiser le risque d'une énième révolte, après l'incendie de Lampedusa, le ministère de l'Intérieur a donné l'ordre de commencer à trier les détenus dans les différents Cie en Italie, par petits groupes.

24 September 2011

رسالة مارتا بلينجريري: لامبيدوزا كانت تحترق

شباب تونسيون أثناء المظاهرة في لامبيدوزا، تصوير أليسيو جينوفيزيه

تلقيت هذه الرسالة وأنشرها لمن يعرف لامبيدوزا جيداً. هي من باليرمو، وتُدعى مارتا بلينجريري. عملت بالجزيرة طوال الصيف وفقاً لخطة جمعية إنسانية. تقول أنها شاهدت ألسنة اللهب من أول يوم وطأت قدماها داخل مركز الاستقبال بالجزيرة. كان يوم 15 حزيران/يونيو 2011. وكانت النار مشتعلة بالفعل. أعمال الإذلال والتحرش والعنف والبغاء والصمت. لم يكن من الممكن أن تكون هناك نهاية مختلفة، باندلاع حريق حقيقي، وبحرب في الساحة معلَنة من قبل الشرطة وبعض أهالي لامبيدوزا. جذوة النار مع ذلك لا تزال مشتعلة: في ميناء باليرمو، وبمراكز تحديد الهوية والترحيل العائمة على سطح المياه، حيث تم نقل المتمردين من التونسيين إليها. حوالي 700 شاب، تحت مراقبة أكثر من 500 من رجال قوات الأمن. الميناء مدرع. أما بالنسبة للمدينة فقد حان الوقت لتقرر أي جانب تتخذ. أما مارتا بلينجريري فقد اختارت طريها منذ فترة طويلة. إقرأوا رسالتها، وربما تفهمون بشكلٍ أفضل كيف وصلنا إلى كل هذا.

Lampedusa was already burning. Letter from Marta Bellingreri

Young Tunisians during the demonstration in Lampedusa, photo by Alessio Genovese

I receive and publish this letter from one who knows Lampedusa well. She is from Palermo, Sicily, her name is Marta Bellingreri and on the Italian island she worked the entire summer with a humanitarian organization project. She says she saw the flames from the first day she set foot inside the reception centre of the island. It was June 15, 2011. And the fire was already blazing. Made of humiliation, harassment, violence, corruption, silence. It could not have had a different ending. With a real fire in the square and the war declared by the police and some of the inhabitants of Lampedusa. The embers of that fire, however, are still alight. They can be found in the port of Palermo on the new floating CIEs where the rebellious Tunisians have been transferred. About 700 young men, watched over by more than 500 law enforcement officers. The port is armored. And for the city it is time to decide whose side they are on. Marta Bellingreri made her choice long ago. Read her letter and perhaps you will better understand how we got to this point.

Lampedusa bruciava già. Lettera di Marta Bellingreri

ragazzi tunisini durante la manifestazione a Lampedusa, foto di Alessio Genovese

Ricevo e pubblico questa lettera da chi Lampedusa la conosce bene. Lei è di Palermo, si chiama Marta Bellingreri e sull'isola ha lavorato tutta l'estate con un progetto di un'associazione umanitaria. Dice che ha visto le fiamme dal primo giorno che ha messo piede dentro il centro di accoglienza dell'isola. Era il 15 giugno 2011. E il fuoco era già acceso. Fatto di umiliazioni, vessazioni, violenza, malaffare, silenzi. Non poteva esserci un finale diverso. Con un incendio reale e con la guerra in piazza dichiarata dalle forze di polizia e da alcuni lampedusani. Le braci di quell'incendio però sono ancora accese. Si trovano nel porto di Palermo sui nuovi Cie galleggianti dove sono stati trasferiti i tunisini ribelli. Circa 700 ragazzi, guardati a vista da più di 500 agenti delle forze dell'ordine. Il porto è blindato. E per la città è l'ora di decidere da che parte stare. Marta Bellingreri la sua scelta l'ha fatta da tempo. Leggete la sua lettera e forse capirete meglio come si è arrivati a tutto questo.

Lampedusa brûlait déjà. Lettre de Marta Bellingreri

Jeunes Tunisiens lors de la manifestation à Lampedusa, photos d'Alessio Genovese

Je reçois et je publie cette lettre de la part de quelqu’un qui connaît bien Lampedusa. Elle est de Palerme, elle s’appelle Marta Bellingreri et a travaillé tout l'été avec le projet d’une organisation humanitaire. Elle dit avoir vu les flammes depuis le premier jour où elle a mis pied à l'intérieur du centre d’accueil de l'île. C'était le 15 juin 2011. Et le feu était déjà là. Un feu fait d'humiliations, harcèlement, violences, prostitution, silences. Le final ne pouvait pas être tellement différent. Avec un véritable incendie et une guerre dans les rues déclarée par la police et par certains habitants de Lampedusa. Mais les braises de ce feu sont toujours chaudes. Elles sont dans le port de Palerme, dans les nouveaux Centre d’identification et d’expulsion où les Tunisiens rebelles ont été transférés. Environ 700 jeunes garçons, surveillés par plus de 500 agents. Le port est blindé. Et dans la ville il est temps de décider de quel côté se mettre. Marta Bellingreri a fait son choix il y a longtemps. Lisez sa lettre pour mieux comprendre comment nous en sommes arrivé là.

23 September 2011

Scusa Lampedusa

foto di Alessio Genovese, se usi Mac e non vedi la gallery clicca qui

Eccoli i volti del nemico. Sono i tunisini del centro di accoglienza di Lampedusa. Ragazzi come noi. Che violando la legge sull'immigrazione chiedono il diritto alla liberta' di circolazione negli anni della globalizzazione e della mobilita' internazionale. Lo avevano scritto anche sugli striscioni su cui hanno disegnato una catena spezzata: "Liberta' Freedom". E poi una richiesta di scuse, scritta in italiano: "Scusa Lampedusa". Perche' l'isola non si merita di tornare una colonia penale come all'epoca dei Borboni o come ai tempi del confino durante la dittatura fascista.
Quegli striscioni sono rimasti a terra dopo la violenta carica della polizia in tenuta antisommossa, di cui ieri vi abbiamo mostrato le immagini. Altro che liberta', altro che scusa Lampedusa. Solo violenza cieca di uomini in divisa e comuni cittadini.
Intanto il centro d'accoglienza dell'isola e' stato svuotato nel giro di 24 ore. Circa 700 tunisini per ora si trovano nel porto di Palermo, illegalmente detenuti su tre navi, la “Moby Fantasy” e la "Moby Vincent" della Moby e la “Audacia” di Grandi navi veloci, di fatto trasformate in centri illegali di detenzione galleggianti. A fargli compagnia potrebbero presto arrivare i 98 tunisini detenuti a Linosa, che oggi hanno bloccato per alcune ore il traghetto per Porto Empedocle chiedendo di poter salire a bordo per lasciare l'isola.
Intanto sulla frontiera sembra esserci stata una svolta. Stanotte infatti per la prima volta una imbarcazione con 75 tunisini, tra cui due donne, e' stata dirottata a Porto Empedocle, a Agrigento, anziche' essere sbarcata a Lampedusa. Segno che dal Viminale c'e' stato un ordine preciso di sospendere temporaneamente i trasferimenti sull'isola.

Turchia: naufragio sulla rotta per Samos, 4 morti

Naufragio al largo delle coste turche sulla rotta per la Grecia. Lo scorso 21 settembre, i corpi senza vita di quattro uomini sono affiorati dal mare lungo le coste di Izmir nella localita' di Seferihisar. Secondo le indagini si tratterebbe dei naufraghi di un'imbarcazione affondata mentre tentava di raggiungere la vicina isola greca di Samos. Al momento non si conosce il numero dei dispersi, il bilancio delle vittime potrebbe dunque essere maggiore. Di sequito, i dettagli della notizia sulla stampa turca.

Vol special


Dopo La Forteresse – leopardo d’oro al Festival internazionale del film di Locarno – Fernand Melgar torna a parlare di frontiera con questo documentario sui centri di identificazione e espulsione in Svizzera, girato nel corso di 9 mesi trascorsi nel CIE di Frambois, a Ginevra, uno dei 28 centri del paese.

22 September 2011

حرب لامبيدوزا يقصها أليسيو جينوفيزيه

عنف الشرطة ضد التونسيين في لامبيدوزا، أكتوالديد ر.ت

إنه واحد من أفضل المصورين الصحفيين الإيطاليين. اسمه أليسيو جينوفيزيه، وخلافاً لزملائه الآخرين، فإنه يتحدث اللغة العربية بطلاقة، مما سمح له بقضاء الـ 48 ساعة الماضية جنباً إلى جنب في جزيرة لامبيدوزا مع التونسيين، وأن يفهم أفضل من غيره حقيقة ما حدث في الجزيرة. ونحن في انتظار أن نرى الصور التي التقطها، طلبنا منه أن يحكي لنا كتابةً ما شاهده. هذه هي شهادته.

The war of Lampedusa told by Alessio Genovese

Police violence against Tunisians in Lampedusa, by Actualidad Rt

He is one of the best Italian photojournalists. His name is Alessio Genovese and unlike his colleagues he is fluent in Arabic, which has allowed him to spend the last 48 hours with the Tunisians on island of Lampedusa, Italy, and to understand better than others what really happened on the island. While awaiting his pictures, we asked him to tell us in writing what he saw. This is his testimony.

Fuga dal Cie di Torino. Scappano in 22, dieci arresti

Hurriyah, libertà, una scritta sulle mura esterne del Cie di Torino

Nuova evasione al centro di identificazione e espulsione di Torino. Dopo la fuga coi seghetti che lo scorso 10 settembre aveva portato alla liberazione di 12 reclusi, stanotte è stata la volta di altri 22 che sono riusciti a tornare in libertà dopo una rivolta che ha coinvolto tutte le sezioni del centro e che si è conclusa con dieci arresti e decine di feriti tra i militari e i reclusi. Si tratta probabilmente della più importante fuga dal Cie torinese. E arriva in un periodo non casuale. Due settimane fa i reclusi dell'area viola del Cie di Torino avevano dimostrato che unendo le forze di poteva fare qualcosa e erano riusciti addirittura a segare la gabbia di ferro e fuggire. La stessa lezione era arrivata dai Cie di Roma e di Brindisi teatro di riuscite maxi evasioni nelle settimane scorse, con centinaia di ragazzi senza visto che erano riusciti a tornare liberi. E infine Lampedusa, dove il centro d'accoglienza (di fatto usato come CIE da otto mesi) è stato ridotto in cenere dall'incendio appiccato dai 1.300 tunisini che vi erano illegalmente reclusi da settimane. Le immagini di Lampedusa sono finite sui telegiornali nazionali. E anche al Cie di Torino si guarda la televisione. Probabilmente è stata quella la scintilla che ha acceso gli animi. Secondo la ricostruzione fatta dal sito Macerie, la rivolta sarebbe iniziata intorno a mezzanotte, quando i reclusi di tutte le aree maschili hanno sfondato i cancelli e hanno iniziato a scavalcare le seconde recinzioni.

La guerra di Lampedusa raccontata da Alessio Genovese

Le violenze della polizia contro i tunisini a Lampedusa, di Actualidad Rt

Lui è uno dei migliori fotogiornalisti italiani. Si chiama Alessio Genovese e a differenza di altri colleghi parla correntemente arabo, il che gli ha permesso di passare le ultime 48 ore insieme ai tunisini di Lampedusa e di capire meglio di altri cosa è davvero accaduto sull'isola. In attesa di vedere le suo fotografie, gli abbiamo chiesto di raccontarci per scritto quello che ha visto. Questa è la sua testimonianza.

Esce in Germania la traduzione de "Il mare di mezzo"


"Das Meer zwischen uns". Con questo titolo, a distanza di poco più di un anno dall'edizione italiana, "Il mare di mezzo" arriva sugli scaffali delle librerie tedesche nell'edizione curata da Von Loeper Literaturverlag, la stessa casa editrice che nel 2008 aveva pubblicato in Germania "Mamadou Fahrt in den Tod" la versione tradotta del mio primo libro, "Mamadou va a morire". La traduzione è stata curata da Judith Gleitze. Qui trovate la scheda del libro. Se avete amici in Germania, passate parola! Che le cronache di questi anni di respingimenti e di stragi in mare raggiungano anche il pubblico del continente europeo, troppo lontano dalle nostre coste per credere che tutto ciò sia davvero accaduto e si continui a ripetere anno dopo anno. 

La guerre de Lampedusa racontée par Alessio Genovese

Les violences policières contre les Tunisiens à Lampedusa, de Actualidad Rt

Il est l'un des meilleurs photojournalistes italiens. Son nom est Alessio Genovese et, contrairement à d'autres collègues, il parle couramment l'arabe, ce qui lui a permis de passer les dernières 48 heures avec les Tunisiens de l'île de Lampedusa et de comprendre mieux que d'autres ce qui s'est réellement passé sur l'île. En attendant de voir ses photos, nous lui avons demandé de nous dire ce qu'il a vu. C'est son témoignage.

21 September 2011

سيدى بلال: ها من هنا يرحلون إلى لامبيدوزا


نشرنا أمس شريط فيديو يظهر لنا كيف يتم الرحيل إلى لامبيدوزا من ميناء طرابلس التجاري. اليوم سنغير الميناء، لكن سنبقى على الطرق المؤدية لإيطاليا. وسنكون في رفقة المصور التراباني أليسيو جينوفيزيه، الذي كان قبل أسبوعين في سيدي بلال، هكذا يطلق على المكان الذي يقع على بعد حوالي عشرين كيلومتر غرب طرابلس، أعلى "جنزور"، حيث يوجد الميناء. من هنا رحل على الأقل ثلث الـخمسة وعشرين ألف الذين وصلوا إلى إيطاليا من ليبيا في آذار/مارس وآب/أغسطس من هذا العام. حتى في سيدي بلال كان النظام المعمول به هو نفس النظام الذي يعملون به في مرفأي طرابلس وزوارة: أسعار منخفضة أو حتى مجاناً أو أعمال لوجستية تقوم بها ميليشيات النظام. وهم يقومون - في حالة عدم وجود ركاب - بتنظيم مداهمات على الأحياء التي يقطنها السود في طرابلس وغيرها من المدن التي يسيطر عليها النظام بالقوة، ويجبرون عائلات بأكملها على النزول إلى البحر. ولكن الآن الأمر قد انتهى. فالنظام قد سقط، طرابلس حرة. والرحلات على الأقل إلى لامبيدوزا ستتوقف. والدليل الأول هو أن يوم تحرير طرابلس 20 آب / أغسطس، لم تصل رحلات إلى لامبيدوزا من ليبيا، لكن لا تزال هناك رحلات تصل من تونس

Sidi Bilel : c’est de là que l’on partait à destination de Lampedusa


Hier, nous avons posté une vidéo montrant comment se déroulaient les départs pour Lampedusa depuis le port commercial de Tripoli. Aujourd'hui nous changeons de port, mais nous restons sur la route pou l'Italie. Et nous vous accompagnons à travers le regard d'un photographe de Trapani, Alessio Genovese, qui était à Sidi Bilel il y a deux semaines. Sidi Bilel : c’est le nom de la petite ville à une vingtaine de kilomètres à l'ouest de Tripoli, à la hauteur de Janzur, où se trouve le port dont on parle. De là est parti au moins un tiers des 25 000 barques qui sont arrivés en Italie depuis la Libye entre mars et août cette année. A Sidi Bilel, le système en place était le même que celui qui était en place dans les ports de Tripoli et Zuwara: des prix intéressants ou même gratuitement et une organisation confiée aux troupes du régime. Les mêmes qui, en cas de manque de passagers, procédaient à organiser des raids de Noirs dans les quartiers de Tripoli et dans d'autres villes contrôlées par le régime et contraignaient des familles entières à prendre la mer. Mais maintenant c'est fini. Le régime est tombé, Tripoli est libre. Et au moins pour un bout de temps nous ne verrons pas d’embarquements à destination de Lampedusa. La première preuve est dans le fait que depuis le jour de la libération de Tripoli, le 20 août, il n'y a pas eu de nouveaux débarquements à Lampedusa en provenance de la Libye, alors qu’ils continuent en provenance de Tunisie.

Sidi Bilel: ecco da dove partivano per Lampedusa


Ieri abbiamo pubblicato un video che mostrava come avvenivano le partenze per Lampedusa dal porto commerciale di Tripoli. Oggi cambiamo porto, ma restiamo sulla rotta per l'Italia. E vi ci accompagniamo con lo sguardo di un fotografo trapanese, Alessio Genovese, che due settimane fa era a Sidi Bilel. Si chiama così la località a una ventina di chilometri a ovest di Tripoli, all'altezza di Janzur, dove si trova il porto. Da qui sono partite almeno un terzo delle 25.000 persone arrivate in Italia dalla Libia tra marzo e agosto di quest'anno. Anche a Sidi Bilel il sistema in vigore era lo stesso ben rodato nei porti di Tripoli e di Zuwara: prezzi popolari o addirittura gratuiti e logistica affidata alle milizie del regime. Le stesse che in caso di mancanza di passeggeri, procedevano a organizzare retate nei quartieri neri di Tripoli e delle altre città controllate dal regime e costringevano con la forza intere famiglie a prendere il mare. Ma adesso è tutto finito. Il regime è caduto, Tripoli è libera. E almeno per un po' di imbarchi per Lampedusa non se ne vedranno. La prima prova sta nel fatto che dal giorno della liberazione di Tripoli, lo scorso 20 agosto, non ci sono più stati sbarchi dalla Libia a Lampedusa, mentre continuano invece gli arrivi dalla Tunisia.
La seconda prova sono le foto di Alessio Genovese. Ovvero i volti dei circa 700 tra nigeriani, ghanesi, togolesi, gambiani e chadiani bloccati da un mese al porto di Sidi Bilel. I biglietti sui pescherecci per Lampedusa sono esauriti da un pezzo. Da più di due mesi. Se è vero che loro a Sidi Bilel non ci sono venuti nemmeno per attraversare il mare, ma soltanto per restare uniti in un posto sicuro mentre in città imperversavano i combattimenti

20 September 2011

شريط فيديو يظهر دور القذافي في الرحلات البحرية


الآن لدينا الصور. منذ شهورٍ، نكتب على هذه المدونة أن وراء العبور من طرابلس إلى لامبيدوزا تكمن ميليشيات القذافي، وأن المسئولية السياسية وراء وفاة العديد (على الأقل 1674 شخصاً منذ بداية السنة) يتحملها العقيد، إضافةً إلى أمره الجنوني بغزو إيطاليا بالأفارقة على أمل أن تنسحب الحكومة الإيطالية المعادية للأجانب من المشاركة في المهمة العسكرية لقوات حلف شمال الأطلسي. بعد جمع شهادات من رحلوا بمساعدة الميليشيات والقوات البحرية وأولئك الذين اختطفوا وأجبروا على الرحيل، يمكننا للمرة الأولى أن نظهر لكم الصور الخاصة بكل هذا. هذا هو مقطع فيديو قام بتصويره ليبي بهاتف محمول مساء يوم 28 نيسان/أبريل، حيث كان قريباً بما يكفي من الميناء التجاري في طرابلس ليصبح شاهداً صعباً على عمليات الترحيل البحري التى لا حصر لها، والتي تحولت إلى مأساة. كان الظلام قد حل بالميناء عندما وصلت بعض الحافلات محملة عن آخرها بالأفارقة. هناك عائلات بأكملها، رجال ونساء وأطفال. يتم إنزالهم بسرعة على أيدي الميليشيات وإجبارهم على الصعود على متن إحدى قوارب الصيد القديمة الراسية. لكن عدد الركاب كبير للغاية والقارب في حالة سيئة، حتى أنه ربما يغرق قبل مغادرة الميناء. يموت العشرات من الناس. يتم انتشال جثثهم وحملها بعيداً. ومصور مقطع الفيديو نفسه كان أحد من شارك في إنقاذ هؤلاء. وبعد أربعة أشهر من المأساة يعود إلى المكان مع بعض الغواصين وطاقم من قناة الجزيرة. في قاع الماء يجدون بعض الملابس والكتب، وبطاقات هوية وأحذية ورفات الذين سقطوا في المياه في ذلك المساء. إنها مأساة ما كنا نعرف شيئاً عنها حتى الآن، وهو ما يجعلنا نعتقد أن عدد من لقوا مصرعهم على الطريق الليبي في الفترة من آذار/مارس حتى الآن قد يفوق الـ 1674 الذين أعلنا عنهم في الصحافة القومية. ولكن العدد الحقيقي ربما لا نعرفه أبداً. ما هو مؤكد هو أن الأمر قد انتهى. ولقليل من الوقت لن يضطر أحد للسفر في هذه الظروف. فالنظام قد سقط. والأجانب القليلون المتبقون في طرابلس يفركون أيديهم في انتظار عودة الازدهار الاقتصادي. لأن الجميع يعلم في طرابلس أنه بدون العمال الأفارقة لا يتحرك ساكن

ترجمة: محمد نجيب سالم

Brindisi: evasione riuscita dal Cie! In fuga 62 reclusi



La violenza fisica contro la violenza istituzionale. Ennesima rivolta nei centri di identificazione e espulsione italiani. Stavolta la sommossa è esplosa nel Cie di Restinco a Brindisi. Ed è finita con la riuscita evasione di 62 degli 80 detenuti, in gran parte tunisini, che finalmente sono ritornati in libertà. Secondo quanto riportato dalla stampa locale, i disordini sono scoppiati la notte scorsa. L'iniziale agitazione si è presto trasformata in una sassaiola contro gli agenti delle forze dell'ordine in tenuta antisommossa. Fino a quando, compatti, i reclusi hanno divelto una panchina di cemento armato e l'hanno usata come ariete per sfondare il cancello e fuggire passando dal cortile dell'adiacente centro di accoglienza per richiedenti asilo politico, da dove sarebbero riusciti a dileguarsi nelle campagne circostanti. Negli scontri, quattro militari del reggimento San Marco sono rimasti feriti. Mentre non si conosce il numero dei feriti tra i reclusi tunisini. Si tratta della terza evasione dal Cie di Brindisi nel corso dell'ultimo mese. Già il 29 agosto erano riusciti a far perdere le proprie tracce 6 reclusi. E il 4 settembre un altro tentativo di fuga era stato bloccato sul nascere dall'immediato intervento delle forze dell'ordine, che in quell'occasione arrestarono Nawake El Hossine, di 26 anni, per resistenza a pubblico ufficiale.

A video shows Gaddafi’s role in the landings in Lampedusa


And now we’ve got the pictures too. For months, we’ve been writing on this blog that Gaddafi’s militias were behind the crossings from Tripoli to Lampedusa and that the political responsibility of so many dead (at least 1,674 since the beginning of the year) was in fact the Colonel’s and his mad order to invade Italy with Africans in the hope that the xenophobic Italian government would withdraw its participation in the NATO military mission. After collecting the witness accounts of those who left with the help of the army and navy and those who were simply kidnapped and forced to embark, for the first time we can show you pictures of it all.

Sidi Bilel: this is where they use to leave for Lampedusa


Yesterday we posted a video showing how the departures for Lampedusa from the commercial port of Tripoli occurred. Today we change port, but we remain on the route to Italy. And we accompany you through the eyes of a photographer from Trapani, Alessio Genovese, who was in Sidi Bilel two weeks ago. This is the name of the town about twenty kilometres west of Tripoli, near Janzur, where the port is located. At least one third of the 25,000 people who arrived in Italy from Libya between March and August this year departed from here. Even in Sidi Bilel the system in place was the same system well established in the ports of Tripoli and Zuwara: low prices for the trip when not entirely free, the logistics assigned to the troops of the regime.

Incendio e tentata fuga al Cie di Gradisca

Dopo mesi di apparente calma, torna la tensione al centro di identificazione e espulsione (Cie) di Gradisca. Nella notte fra domenica e lunedì infatti un gruppo di sette reclusi tunisini ha tentato la fuga. Soltanto uno di loro e' riuscito a oltrepassare il muro del Cie, salvo poi ripresentarsi il giorno dopo alla porta sotto una pioggia battente, chiedendo di essere riammesso in sezione, secondo la versione diffusa dalla stampa locale. Poche ore prima, nel pomeriggio di domenica, un gruppo di reclusi aveva appiccato il fuoco a coperte e suppellettili nell'area rossa del Cie. Il fuoco e' stato prontamente spento dai vigili del fuoco. Ma la tensione resta alta. Dopo le rivolte di febbraio, il Cie friulano funziona a capienza ridotta perche' buona parte delle sezioni furono all'epoca devastate e incendiate durante due giorni di scontri. Cosi' dei 248 posti a disposizione ne sono utilizzati soltanto una cinquantina. Fino a poco tempo fa i reclusi erano divisi tra la zona verde e la mensa, in condizioni degradanti, come avevamo avuto modo di mostrarvi gia' a marzo con le immagini che gli stessi reclusi ci avevano spedito telefonicamente. Nel frattempo pero' i lavori di ristrutturazione sono andati avanti. E proprio pochi giorni fa la sezione rossa era stata riconsegnata con tanto di un nuovo sistema di allarme che, a detta della questura, porta da 7 a 15 secondi il tempo necessario alla fuga. Peccato che domenica notte l'allarme non sia proprio scattato.

Une vidéo montre le rôle de Kadhafi dans les débarquements


Et maintenant nous avons même des images. Depuis des mois, nous racontons sur ce blog que derrière les traversés au départ de Tripoli vers Lampedusa il y avait les milices de Kadhafi et que la responsabilité politique de tant de morts (au moins 1674 depuis le début de l'année) était juste du colonel et de son idée folle d’envahir l'Italie d’Africains en espérant que le gouvernement xénophobe italien retire ainsi sa participation à la mission militaire de l'OTAN. Après avoir recueilli les témoignages de ceux qui sont partis avec l'aide de l'armée et de la marine et de ceux qui ont été simplement kidnappés et forcés à s’embarquer, pour la première fois nous sommes en état de vous montrer des photos de tout cela. Il s’agit d’une vidéo filmée avec un téléphone portable par un Libyen qui, le soir du 28 avril, était assez proche du port commercial de Tripoli pour devenir un témoin gênant de la énième opération d'embarquements qui a tourné à la tragédie.

Un video mostra il ruolo di Gheddafi dietro gli sbarchi


E adesso abbiamo pure le immagini. Da mesi scriviamo su questo blog che dietro alle traversate da Tripoli a Lampedusa c'erano le milizie di Gheddafi e che la responsabilità politica di così tanti morti (almeno 1.674 dall'inizio dell'anno) era proprio del colonnello e di quel suo folle ordine di invadere l'Italia di africani sperando che il governo xenofobo italiano ritirasse così la sua partecipazione alla missione militare della Nato. Dopo aver raccolto le testimonianze di chi è partito con l'aiuto delle milizie e della marina e di chi invece è stato semplicemente sequestrato e costretto a imbarcarsi, per la prima volta siamo in grado di mostrarvi le immagini di tutto questo. Si tratta di un video girato con un telefonino da un libico che la sera del 28 aprile scorso si trovava abbastanza vicino al porto commerciale di Tripoli per diventare un testimone scomodo dell'ennesima operazione di imbarco trasformata in tragedia. Fa buio quando al porto arrivano alcuni autobus carichi all'inverosimile di africani. Ci sono intere famiglie, uomini, donne e bambini. Vengono fatti scendere in fretta dalle milizie e costretti a salire su un vecchio peschereccio ormeggiato al molo. Ma i passeggeri sono troppi e la barca troppo malridotta, cosicché affonda prima ancora di partire, ancora nel porto. Muoiono decine di persone. I loro corpi vengono ripescati e portati via. Lo stesso autore del video partecipa ai soccorsi. E a distanza di quattro mesi dalla tragedia, ritorna sul posto con alcuni sommozzatori e una troupe di Al Jazeera. Sul fondale trovano dei vestiti, libri, documenti d'identità e scarpe. I resti di chi quella sera cadde in acqua. Una tragedia di cui non sapevamo niente fino ad oggi e che ci fa pensare che i morti sulla rotta libica da marzo a oggi siano molti di più dei 1.674 che abbiamo censito sulla stampa internazionale. Ma forse il dato reale non lo verremo mai a sapere. Quel che è certo che finalmente è finita. Per un po' nessuno sarà costretto a partire in quelle condizione. Il regime è crollato. E i pochi stranieri rimasti a Tripoli si sfregano le mani in attesa che riparta l'economia. Perché a Tripoli tutti lo sanno. Senza gli operai africani non si muove una foglia. 

19 September 2011

Metal detector

I detenuti dell'area viola al Cie di Torino durante una preghiera notturna

É arrivato anche il metal detector al centro di identificazione e espulsione (Cie) di Torino. Servirà a ispezionare i pacchi alimentari e i vestiti che amici e familiari portano quasi quotidianamente ai reclusi. La decisione è stata presa dopo la riuscita evasione di sabato 10 settembre. Pare infatti che alla base del piano di fuga escogitato dai reclusi dell'area viola ci fossero delle lime di ferro, che secondo la polizia sarebbero entrate di nascosto proprio con dei pacchi di generi alimentari. Sarebbe stato con quelle lime che i reclusi dell'area viola sono riusciti a segare addirittura 13 sbarre di ferro, una alla volta, per un mese intero di lavoro, senza che nessuno dei militari di guardia se ne accorgesse. Ma in effetti i reclusi avevano studiato il piano nei minimi dettagli.

18 September 2011

Tensione al Cie di Modena. Tentativo di fuga al policlinico

Ancora tensione al centro di identificazione e espulsione (Cie) di Modena. E due tentativi di fuga sventati nel giro di poche ore. Stavolta pero' la questura ha mandato i rinforzi, per evitare il ripetersi delle rivolte che tra giugno e agosto hanno permesso l'evasione di una quarantina di reclusi, in gran parte ragazzi tunisini arrivati a Lampedusa senza passaporto. L'allarme e' scattato intorno alle 18,30 di ieri, quando due ragazzi tunisini sono riusciti a salire sui tetti del Cie. Poco dopo il centro e' stato circondato dai mezzi delle forze dell'ordine. Dieci vetture della polizia, un'automobile della Municipale, gli uomini dell’esercito, Carabinieri e Guardia di Finanza. C’erano tutti. A controllare i movimenti dei due ragazzi sul tetto, che aspettavano il momento opportuno per calarsi all’esterno con una corda di lenzuola, una tecnica gia' utilizzata in passato. Quando hanno visto il concentramento di forze dell'ordine pero' hanno desistito e la protesta e' rientrata senza incidenti. Almeno secondo la versione della stampa locale. Ad ogni modo, che al Cie che ci fosse aria di rivolta lo si era capito fin dal mattino.

17 September 2011

Ismael libero! Il presidio dei peruviani al Cie di Torino


Quella bianca e rossa che sventola davanti al Cie di Torino, è la bandiera peruviana. E i quaranta bagnati fradici che continuano a gridare “Libertà!” sotto la pioggia sono gli amici di Ismael, l'ultimo arrivato al centro di identificazione e espulsione torinese. Lui in città è un volto noto tra la comunità peruviana. E quella di oggi potrebbe essere la prima di una lunga serie di manifestazioni per chiedere la sua liberazione. Fuori dalle mura del Cie c'è sua sorella Angy, gli amici del circolo culturale José Carlos Mariatégui e i compagni del suo partito, il Partito Nazionalista Peruviano dell'attuale presidente Ollanta Humala. A dargli manforte ci sono un po' di ragazzi italiani del movimento No Cie. Nemmeno la pioggia torrenziale li ha fermati. Ci tenevano troppo a fargli sentire la loro presenza. E in qualche modo a risvegliare la comunità peruviana - e non solo - dal torpore sulla questione espulsioni.

إسماعيل حراًّ! القسم الذي يضم مواطني البيرو داخل مركز تورينو لتحديد الهوية والترحيل


هذان اللونان الأحمر والأبيض اللذان يرفرفان أمام مركز تورينو لتحديد الهوية والترحيل هما لونا علم بيرو. والأربعون شخص المبتلون تماماً والذين لاينفكون يصرخون "الحرية!" تحت الأمطار هم أصدقاء إسماعيل، آخر من وصل إلى مركز تورينو لتحديد الهوية والترحيل. في المدينة، وجهه مألوف بين جالية بيرو. ومظاهرة اليوم قد تكون الأولى ضمن سلسلة طويلة من المظاهرات المطالبة بالإفراج عنه. خارج أسوار المركز، هناك أخته إنجي، أصدقاء الدائرة الثقافية ورفاق خوسيه كارلوس مارياتيغي ورفقاء حزبه، الحزب الوطني في بيرو برئيسه الحالي أولانتا هومالا. يدعمه أيضاً شباب إيطالي من حركة لا لمراكز تحديد الهوية والترحيل. لم توقفهم حتى الأمطار الغزيرة. كانوا حريصين بشدة على أن يشعروه بوجودهم. وبطريقة أو بأخرى إيقاظ مجتمع بيرو من سباته العميق تجاه مسألة عمليات الطرد

Free Ismael! The sit-in of the Peruvian group outside the Cie in Turin


That red and white flag waving in front of the CIE in Turin is the Peruvian flag. And the forty soaking-wet people who continue to shout ‘Freedom!’ under the rain are the friends of Ismael, the latest detainee to arrive at the identification and expulsion centre of Turin, Italy. In the city he is a familiar face among the Peruvian community. And today's demonstration could be the first of a long series of demonstrations asking for his release. Outside the walls of the CIE are his sister Angy, his friends from the cultural circle Jose Carlos Mariategui, and fellow members of his party, the Peruvian Nationalist Party of current President Ollanta Humala. Offering added support are a few Italian young people from the No-CIE movement. Not even the torrential rain was able to stop them. It was that important for them to make sure he felt their presence. And in some way to awaken the Peruvian community - and not only -from the numbness regarding the issue of expulsions.

Libérez Ismaël! La manifestation des Péruviens au centre d’expulsion de Turin


C'est le drapeau péruvien en rouge et blanc qui s’agite devant le Cie de Turin, en Italie. Et les 40 personnes qui continuent à crier « Liberté! », sous la pluie, ce sont les amis d'Ismaël, le dernier arrivé au centre d'identification et d'expulsion de Turin. Son visage est connu au sein de la communauté péruvienne de la ville de Turin. Et aujourd'hui cela pourrait être la première d'une longue série de manifestations pour demander sa libération. A l’extérieur des murs du Cie il y a sa sœur Angy, les amis du centre culturel José Carlos Mariategui et les camarades de son parti, le Parti Nationaliste Péruvien de l’actuel président Ollanta Humala. Pour le soutenir il y a aussi des jeunes Italiens du mouvement No Cie. Pas même la pluie torrentielle les a arrêtés. Ils voulaient vraiment lui faire sentir leur présence. Et d'une certaine manière ils tenaient à éveiller la communauté péruvienne – et non seulement celle-ci – de l'engourdissement sur la question de l'expulsion.

16 September 2011

ثوار وعنصريون؟ مَن ينجو ومَن لا

أربعة مرتزقة من النيجر ومالي، ألقي القبض عليهم في زليتن، يشرحون لنا أين تم تدريبهم، وكيف وصلوا إلى الحدود

لا تزال طرابلس تعيش حالة من الصدمة من جراء الدماء التي سالت خلال أعمال القتال الجارية من أجل تحريرها. لا يتوقف البحث داخل المدينة عن مرتزقة القذافي. أكثر العوامل المساعدة على تحديد هؤلاء المرتزقة هي بشرتهم السمراء. ولكن لم ترتكب في المدينة المجزرة التي كان قد تم الإعلان عنها. لم تتم أية تصفية لحسابات، كما لم تنفذ عمليات إعدام جماعية للأجانب. وعلى عكس المتوقع، تستطيع أن تقابل في الطريق أصحاب بشرة سمراء، سواء أكانوا ليبيين أو أجانب، يتجولون في الشوارع وكأن شيئاً لم يكن، يستمرون في عملهم، أو حتى يرتدون الزي العسكري للمتمردين. آخرون يتجمعون للصلاة في الكنائس الخاصة بهم، ولكن الطريق ليس مفروشاً بالورود. فالعلاقات الإجتماعية هي من تخلق التمييز هنا. بعبارةٍ أخرى، الأجانب الذين يعيشون في طرابلس منذ سنوات – والذين يتحدثون العربية، والذين استطاعوا أن ينسجوا لأنفسهم شبكة من العلاقات الهامة – هم من يشعرون بالأمان. أما المعرضين لإلقاء القبض عليهم والتعرض لأعمال عنف فهم الوافدون الجدد، الذين يعيشون في ليبيا منذ أشهرٍ قليلة، ولا يجيدون اللغة، ولا يعرفون أي شخص يمكن أن يساعدهم في حالة توجيه اتهامات كاذبة لهم. في هذه الأثناء، شهدت المدينة بعض أعمال العنف - ولحسن الحظ لم تسجَّل سوى بعض الحالات الفردية – بينما وجد مئات الأفارقة ملاذاً في ميناء جنزور، وهو نفس الميناء الذي كانت تنطلق منه مراكب الصيد متجهةً إلى لامبيدوزا. سيظلوا هناك إلى أن تعود الأمور في المدينة إلى طبيعتها. نفس الشيء يقوم به العديد من الأفارقة الذين – منذ أيامٍ – يختبئون داخل منازلهم، بناءً على نصيحة من المتمردين أنفسهم، في انتظار عودة الهدوء إلى المدينة. إنها مسألة وقت: بضعة أيام، أو على أقصى تقدير بضعة أسابيع. عادت إلى المدينة جميع الأسر الليبية التي كانت قد فرت خلال عمليات القتال إلى تونس ومصر. بادرةٌ جيدةٌ من أجل السلام. قريباً ستدور عجلة الاقتصاد من جديد، فكل الليبيين يعرفون جيداً أنه بدون العمالة الأجنبية في طرابلس، لا تتحرك ورقة

Revolutionaries and racists? Who is saved and who is not

Four African mercenaries captured in Zliten, explain where they were trained and how they got to the front

Tripoli is still in shock after the blood shed during the fighting for its liberation. In the city the search for Gaddafi’s mercenaries continues. And black skin continues to be seen as a first indication of guilt. Yet in the city the announced massacre has not take place. No settling of scores, no summary executions of foreign nationals. On the contrary, on the streets one already comes across many black people, Libyans and foreigners, strolling around as if nothing has happened, continuing to work or even wear the rebels’ uniform. Others gather to pray in their churches, but the picture is not all rosy. The impression is that acting as discriminator are social ties. In other words, foreigners living in Tripoli, who speak Arabic and have woven a web of meaningful relationships here, feel protected. At risk of arrest and assaults are the most recent arrivals, those who have been living in Libya for a few months, who do not speak the language and do not know anyone who can clear them in case of false accusations. In the meantime in the city there have been some assaults - fortunately only isolated cases - while hundreds of Africans have sought refuge in a port of Janzur, the same one where up to two months ago boats were leaving for Lampedusa. They will remain there until the capital returns to normality. After all, that’s what many Africans are doing, staying locked up in their homes on the advice of the rebels themselves, waiting until calm returns. It now looks like it’s just a matter of days, at most a few weeks. Nearly all the families of Libyans who fled to Tunisia and Egypt during the war have already returned to the city. A good sign for peace. Soon the economy will start again, and every Libyan knows that not even a leaf moves without foreign labour in Tripoli.

Révolutionnaires et racistes? Africains en Libye après la chute du régime

Quatre mercenaires africains capturés à Zliten, expliquent où ils ont été formés et comment ils sont arrivés sur le front

Tripoli est encore sous le choc du sang versé pendant les combats pour sa libération. Dans la ville on continue à chercher les mercenaires de Kadhafi. Et la peau noir continue d'être considérée comme une première indication de culpabilité. Pourtant, dans la ville il n’y a pas eu le massacre que l’on avait annoncé. Pas de règlement de comptes, pas d'exécutions sommaires de ressortissants étrangers. Au contraire dans les rues on rencontre déjà de nombreux Noirs, Libyens et étrangers, qui se baladent comme si de rien n'était, ils continuent à travailler ou même ils portent l'uniforme des rebelles. D'autres se rassemblent pour prier dans leurs églises, mais tout n’est pas rose. L'impression est que les discriminations se produisent à travers les liens sociaux. En d'autres termes, les étrangers vivant à Tripoli, qui parlent l'arabe et qui sont à l’intérieur d’un réseau de relations, se sentent protégés. Ceux qui risquent d’être agressés ou arrêtés ce sont les derniers arrivés, ceux qui vivent en Libye depuis quelques mois seulement, et qui ne connaissent personne qui puissent les défendre en cas de fausses accusations. Dans la ville il y a eu quelques agressions - heureusement seulement des cas isolés - tandis que des centaines d'Africains ont cherché refuge dans un port de Janzur, le même d’où jusqu'à il y a deux mois partaient les bateaux de pêche vers Lampedusa. Ils y resteront jusqu'à ce que la capitale ne retourne à la normale. Après tout, de nombreux Africains sont en train de faire la même chose restant enfermés dans leurs maisons, suivant les conseils des rebelles, en attendant le retour au calme. Cela semble maintenant une question de quelques jours seulement, tout au plus quelques semaines. Presque toutes les familles de Libyens qui avaient fui pendant la guerre en Tunisie et en Egypte sont déjà retournées en ville. Un bon signe. Bientôt l'économie repartira, et tout Libyen sait qu’à Tripoli, sans main-d'œuvre étrangère on ne peut rien faire.