29 May 2009

Libya: Amnesty International completes first fact-finding visit in over five years


29 May 2009

LIBYA: AMNESTY INTERNATIONAL COMPLETES FIRST FACT-FINDING VISIT IN OVER FIVE YEARS

A human rights fact-finding team from Amnesty International visited the Great Socialist People’s Libyan Arab Jamahiriya from 15-23 May 2009, the first such visit to the country by the organization that the Libyan authorities have permitted since 2004.

Gheddafi: al dittatore una laurea honoris causa in diritto

ROMA, 29 maggio 2009 - L’Università di Sassari conferirà la laurea honoris causa in diritto al Colonnello Gheddafi. Uno che meriterebbe anni di carcere per le centinaia di omicidi politici di cui si è macchiato il regime in Libia. A dirlo sono i rapporti sulla Libia firmati Amnesty International e Human Rights Watch, che parlano di prigionieri politici, di reati di opinione, di torture e di una diffusa impunità. La notizia ha fatto talmente scandalo che sta girando un appello tra i docenti contro la decisione dell'ateneo di Sassari. Per aderire all'iniziativa, promossa dai Radicali, che sulla questione hanno anche presentato una interrogazione parlamentare, basta scrivere a info@radicali.it. Questa scheda fa parte del kit informativo per la campagna "IO NON RESPINGO": la potete scaricare online, stampare e distribuire durante le vostre iniziative

Gheddafi è al potere dal 1969, dopo un colpo di stato, anche se dal 1979 non riveste alcuna carica ufficiale. Dal febbraio 2009 è anche presidente dell’Unione africana. I suoi 40 anni di regime sono macchiati di sangue e gravi restrizioni delle libertà dei 6,3 milioni di cittadini libici. La situazione è in miglioramento, grazie alla spinta riformatrice del figlio primogenito di Gheddafi, Sayf el Islam, che ha fatto rilasciare centinaia di prigionieri politici. Tuttavia la situazione è ancora critica.

PRIGIONIERI POLITICI
Fathi el-Jahmi, attivista politico, arrestato nel 2004 per aver chiesto riforme democratiche e criticato Gheddafi durante alcune interviste televisive. Nel 2005 venne condannato per “tentativo di rovesciare il governo, insulti al colonnello Gheddafi e contatti con le autorità estere”. E nel 2006 venne giudicato mentalmente inabile e trasferito in un manicomio. È morto il 21 maggio 2009, dopo essere caduto in coma.

Idriss Boufayed e altri 11 attivisti sono stati condannati a pene dai 6 ai 25 anni di carcere per “tentativo di rovesciare il sistema politico”, “diffusione di false notizie sul regime libico” e “comunicazione con le potenze nemiche”. Erano stati arrestati nel febbraio 2007 per aver organizzato la commemorazione dell’uccisione di 12 persone a Benghazi, durante una manifestazione nel febbraio 2006. La sentenza è stata emanata dalla Corte di Stato della Sicurezza, istituita nel 2007 per casi di attività politiche non autorizzate. Tra ottobre e novembre 2008, nove degli 11 prigionieri sono stati rimessi in libertà.

Mohammed Adel Abu Ali, aveva chiesto asilo politico in Svezia nel 2003. Rimpatriato in Libia il 6 maggio 2008, è morto sotto la custodia della polizia. Human Rights Watch sostiene che a ucciderlo sarebbero state le torture a cui venne sottoposto

TORTURA
La tortura è proibita dalla legge in Libia, tuttavia è praticata. Di 32 detenuti libici intervistati da Human Rights Watch nel 2005, 15 erano stati torturati per estorcere confessioni poi utilizzate nei processi. Sarebbe pratica comune incatenare i detenuti per ore al muro, picchiarli con bastonate sulla pianta del piede, e sottoporli a scariche elettriche. Altre sevizie sarebbero le ferite inferte con i cavatappi sulla schiena, la rottura delle articolazioni delle dita, il versamento di succo di limone sulle ferite aperte, il tentato soffocamento con sacchetti di plastica, la privazione del sonno e del cibo, lo spegnimento di sigarette sulla pelle e la minaccia ravvicinata di cani ringhiosi.

IMPUNITÀ
Nel 1996 centinaia di detenuti vennero uccisi dalla polizia durante una rivolta nel carcere di Abu Salim, a Tripoli. A 13 anni di distanza non è mai stata fatta chiarezza sulla vicenda. Né alcuno dei responsabili è stato individuato. E nessuna chiarezza è stata fatta sulle centinaia di oppositori e critici del regime, arrestati e scomparsi negli anni Settanta, Ottanta e Novanta. Il sito www.stopqaddafi.org fa addirittura una lista di 343 civili uccisi dai servizi segreti libici dal 1969 al 1994

Per maggiori informazioni scaricate il rapporto di Human Rights Watch

Immigrazione in Libia: rapporto dell'Oim sul contesto giuridico

TRIPOLI, 29 maggio 2009 - Un rapporto dell'Organizzazione mondiale delle migrazioni fa chiarezza sul contesto legislativo che regola l'immigrazione in Libia. Un testo tecnico e dettagliato, utile per i ricercatori e operatori in Libia, per capire l'evoluzione del fenomeno migratorio nel paese negli ultimi anni. Potete scaricarlo cliccando sulla copertina.

Grande successo al Nuovo Sacher. "Io non respingo" parte bene

ROMA, 29 maggio 2009 - Ieri sera 400 persone hanno assistito a Roma alla proiezione di Come un uomo sulla terra nel cinema di Nanni Moretti. C'erano anche le ong del Tavolo Asilo. Un bellissimo segnale per una rete che continua a crescere. Soprattutto perché arriva due giorni dopo il lancio della campagna "Io non respingo", a cui stanno aderendo decine di realtà da tutta Italia. Pubblichiamo la lettera degli autori del documentario. Nei prossimi giorni metteremo online l'elenco provvisorio delle realtà che hanno aderito alla campagna con sit-in e manifestazioni in vista dell'arrivo di Gheddafi. Nel frattempo continuate a firmare la PETIZIONE on line, soltanto nelle ultime 24 ore l'hanno fatto in 200 persone!!


tratto da Come un uomo sulla terra

"Anche Nanni Moretti non se l'aspettava: 400 persone hanno partecipato alla proiezione speciale ieri sera al Nuovo Sacher di Roma. La sala era strapiena e molte persone non sono potute entrare. Vanno sicuramente ringraziate la Sacher Film e le organizzazioni del Tavolo Asilo per questo successo, ma non abbiamo dubbi che questa non sia che un'altra prova della grandissima capacità di mobilitazione che la rete spontanea di diffusione del film sta dimostrando. A volte non ce ne rendiamo conto nemmeno noi autori (del film e dell'osservatorio Fortress Eusope, al quale il film da sempre è legato), ma quello che sta accadendo è davvero un grande esempio di democrazia partecipata.

Oltre 250 proiezioni in tutt'Italia. Decine di richieste nelle ultime tre settimane. Migliaia di visite nel sito. Decine di richieste dall'estero. Oltre 7.000 firme per la petizione. Oltre 40.000 visitatori dei nostri due blog in pochi giorni. Centinaia di presentazioni del libro "Mamadou va a morire" in tutta Europa.

Non sono solo dati, ma sono risposte concrete ed attive ad una grande esigenza di informazione e di giustizia. In un'Italia governata dalla demagogia populista e orfana di un'opposizione politica realmente democratica e solidale, migliaia di persone stanno esprimendo attraverso il nostro film e le nostre inchieste la loro voce di dissenso e il loro bisogno di incontro rispetto alle intollerabili scelte e parole del governo più xenofobo nella storia della Repubblica.


Una realtà del tutto spontanea, di cui noi non siamo nient'altro che un luogo di convergenza, uno strumento che tutti voi avete deciso di utilizzare come spazio di libera espressione e occasione di vibrante protesta.


Una realtà che è stata ieri sera riconosciuta e apprezzata anche dalle organizzazioni non governative del Tavolo Asilo, MSF, Amnesty International e Caritas in primis. Oltre a confermare la forte condanna nei confronti dei respingimenti in Libia e delle modalità di gestione della cooperazione con la Libia, i rappresentanti delle tre organizzazioni hanno espresso l'interesse a concretizzare a breve un loro supporto attivo alla richiesta di azione comune che viene sempre più forte dalla rete che ha accompagnato in questi mesi il film e l'osservatorio.

Ci incontreremo presto con loro per capire come poter
unire le forze, per proporre a tutti voi al più presto un momento di forte azione sociale comune, che potrebbe coincidere proprio con l'arrivo di Gheddafi in Italia e l'avvio della campagna nazionale IO NON RESPINGO".

Lampedusa: ascolta le voci dei testimoni dei pestaggi

MODICA, 29 maggio 2009 - Ricordate la nostra inchiesta sui detenuti tunisini pestati a sangue dagli agenti di polizia nel centro di identificazione e espulsione di Lampedusa, lo scorso 18 febbraio? Ne avevamo scritto in un articolo del 15 aprile 2009, a cui era seguita una interrogazione parlamentare dei Radicali, ancora senza risposta. Oggi, che il centro di identificazione e espulsione dell'isola è vuoto, possiamo farvi ascoltare le voci dei testimoni della nostra inchiesta. Sperando la giustizia faccia presto il suo corso.

28 May 2009

Partiti i pattugliamenti a Zuwarah. Ma i ricorsi sono già alla Corte Europea

RAGUSA, 28 maggio 2009 – “Sono lieto di annunciare che il centro di Lampedusa è sostanzialmente vuoto”. Così il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha annunciato la fine degli sbarchi, o quasi. Dall’inizio di maggio sono soltanto poche centinaia le persone intercettate nelle acque italiane: una trentina tra tunisini e algerini sulle coste cagliaritane, dove è stato ripescato anche un cadavere; una settantina di kurdi arrivati a bordo di due imbarcazioni sulle coste di Lecce e Crotone; e poi oltre un centinaio di migranti tunisini e sub-sahariani giunti a Lampedusa e nella Sicilia orientale. Davvero siamo alla fine della stagione degli sbarchi? Così in anticipo sulla bella stagione?

A Zuwarah sono partiti i pattugliamenti delle tre motovedette italiane, affidate al comando libico. Soltanto la scorsa settimana sono stati arrestati altri 400 viaggiatori. Ma la vera notizia è un’altra. Ed è relativa all’arresto di alcuni organizzatori delle traversate. Tutti libici, secondo quanto dichiarato dal ministero degli Interni libico. È il segnale che la Libia fa sul serio. Lo si direbbe anche dall’accordo per il pattugliamento della frontiera sud appena siglato con il Niger. Oltre che dalla disponibilità a firmare un accordo di sede con l’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Acnur) a Tripoli. Ma siamo sicuri che vada tutto bene?

Di certo non ne è sicuro l’avvocato Anton Giulio Lana, membro del Direttivo dell'Unione forense per la tutela dei diritti dell'uomo, che proprio oggi ha inoltrato ufficialmente la lettera di denuncia di violazione della Convenzione europea dei diritti umani alla Corte di Strasburgo, per conto dei suoi 24 assistiti, potenziali rifugiati respinti a inizio maggio e attualmente detenuti in Libia. “Tredici di loro - spiega l’avvocato - provenivano dall'Eritrea e undici dalla Somalia, quindi avevano tutti diritto a chiedere l'asilo politico”. L’articolo 4 del IV protocollo della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, vieta i respingimenti collettivi senza preventivo accertamento dell'identità. E l'articolo 3 della stessa Carta vieta il respingimento di persone verso paesi di transito dove possono essere soggetti a trattamenti disumani, come la Libia, o verso i paesi d'origine da cui i profughi sono fuggiti. E questo è il punto.

Certo, la creazione di un sistema d’asilo in Libia può essere salutato soltanto in modo positivo, come pure la sperimentazione di progetti di reinsediamento, che permettano ai rifugiati di viaggiare in aereo verso l’Europa, anziché rischiando la vita in mare. E tuttavia l’Italia e l’Europa non possono scaricarsi dagli obblighi del diritto internazionale, che impone la protezione dei rifugiati politici, a prescindere dalle leggi sull’immigrazione.

Maroni però sembra non vedere il problema. Lunedì scorso, riferendo in Senato, ha garantito che “l’iniziativa di riconsegna alla Libia dei clandestini è stata effettuata in conformità al vigente quadro normativo interno e internazionale”. Dopotutto, ha ricordato lo stesso trattato di amicizia italo libico, all’articolo 6, prevede il rispetto dei diritti umani. Chiacchiere. Basterebbe fare un giro nei campi di detenzione nel deserto, a Kufrah piuttosto che a Qatrun, per capire che la realtà è ben diversa. Basterebbe incontrare i 600 eritrei da tre anni in carcere a Misratah, per capire quanto valgono le dichiarazioni di apertura al diritto d’asilo fatte da Tripoli. Basterebbe parlare con le donne incinte sbarcate lo scorso anno sull’isola, e scoprire che molte sono state violate proprio nelle carceri libiche.

E invece no, prevale il silenzio. Proprio perché adesso il lavoro è d’immagine, e serve a ritrarre la Libia come un paese terzo sicuro. Per poter così esternalizzare anche l’asilo politico. Con appositi centri di identificazione oltremare. E commissioni ad hoc per il riconoscimento dei rifugiati. Ne parleranno il 9 giugno a Roma i ministri degli esteri maltese e libico insieme a Frattini.

Nel grande, si tenterà di fare quello che Malta già fa nel suo piccolo. Un gruppo di 80 rifugiati lascerà presto La Valletta per la Francia. Fanno parte di un progetto di reinsediamento. Pochi giorni fa era stata la volta di 13 eritrei, partiti per gli Stati Uniti, paese che dal maggio dello scorso anno ha accolto ben 250 dei rifugiati intrappolati – nel vero senso del termine – sull’isola. Nessuno critica la bontà di questi progetti. Tutt’altro. E tuttavia il rischio è quello di legittimare le politiche repressive di Malta, pensate ai 18 mesi di detenzione che si fanno i richiedenti asilo sull’isola, nascondendole dietro la foglia di fico dei reinsediamenti.

Un simile discorso lo potremo applicare alla Libia. Ben vengano i reinsediamenti, se riescono ad aprire un corridoio umanitario. Ma non salviamone uno per condannarne altri cento a anni di detenzione e abusi, commessi in nome della difesa dei nostri confini.

Se davvero l'Italia e la Libia vogliono dare un segnale di apertura ai rifugiati, perchè non iniziano con la liberazione dei 600 eritrei di Misratah e con il loro trasferimento in Europa?

Archivio aggiornato: altre 868 vittime documentate in Egitto

MODICA, 28 maggio 2009 - Pubblichiamo oggi una versione aggiornata del nostro archivio delle vittime dell'immigrazione alle frontiere dell'Europa. Confrontando i nostri dati con la ricerca del Land Center for Human Rights del Cairo, basato sulla stampa egiziana del 2008, abbiamo potuto documentare la scomparsa di almeno 868 persone, in maggioranza cittadini egiziani, nel solo periodo del 2008. Di questi, 632 sono annegati sulle rotte per l'Italia, partendo sia dall'Egitto (392 casi), sia dalla Libia (240). Gli altri 236 invece risultano dispersi sulla rotta per la Grecia, nel Mediterraneo orientale. Tutte queste notizie, nonostante la consistenza dei numeri, ci erano sfuggite. Eppure sono reali, tanto che spesso sono basate sulle denunce di scomparsa presentate alle autorità locali dai familiari delle vittime. Sono dati che fanno riflettere su quanto poco si sappia delle tragedie dell'emigrazione che avvengono in prossimità delle coste meridionali di questo mare, poco dopo la partenza, oppure in alto mare, lontano dai mezzi di pattugliamento e di soccorso.

Tutto questo per dire, che i nostri dati complessivi sono soltanto una approssimazione per difetto di questa immane tragedia. Per chi fosse interessato a approfondire, qua trovate la rassegna completa e aggiornata.

Lampedusa: how the Tunisians were beaten by the Italian police

ROMA, 28 maggio 2009 - Lampedusa, immigrants identification and expulsion centre. February 18th 2009. A riot broke out leaded by the Tunisians detainees after one month of detention in inhuman conditions. The Italian police answered beating tens of inmates. Some witnesses told us what they saw that day. An parliamentary interrogation has been presented in order to understand better what really happened that day and who was responsible. Today we are able to make you listen directly the voices of our witnesses.

Lampedusa: tunisiens frappés "sans pitié" par la police

LAMPEDUSA, 28 mai 2009 - Exclusive témoignage des tunisiens détenus dans le centre d’identification et expulsion de Lampedusa le 18 février passé, où à l’époque se trouvaient plus de 1.000 ressortissants pour la plus parts tunisiens. Sur ces violences, a été présenté une interrogation parlementaire


27 May 2009

Io non respingo. Partecipa alla campagna nazionale!

ROMA, 27 maggio 2009 - Il leader libico Muammar Gheddafi visiterà l’Italia dal 10 al 12 giugno. Una tappa storica, che segna il riallineamento di Roma e Tripoli. Gheddafi parlerà di affari, ma anche e soprattutto di immigrazione, e di respingimenti in mare. Chi conosce quale destino attende gli emigranti e i rifugiati respinti al largo di Lampedusa e imprigionati nelle carceri libiche, non può rimanere indifferente e complice. Per questo invitiamo tutti a manifestare il proprio dissenso, per non rimanere indifferenti, e per essere migliori di chi ci rappresenta. Siamo tanti. Siamo molti di più di quanto possiate immaginare.

Siamo decine di migliaia di persone. Siamo una rete i cui nodi non si conoscono ancora, ma che in due anni ha sostenuto più di 350 iniziative e eventi in tutta Italia, quali la presentazione del libro “Mamadou va a morire” di Gabriele Del Grande (Fortress Europe), il film documentario “Come un uomo sulla terra” di Asinitas e Zalab, la commemorazione civile dei morti in mare alla Scuola di Italiano di Asinitas, l'esposizione dei manifesti 'luoghi comuni' nella rete di trasporti a Milano e tra breve a Roma, gli incontri formativi e di condivisione di iniziative da Torino a Trieste, da Milano a Napoli, da Trento a Palermo. Grazie a voi, sono state raccolte 7.000 firme in pochi mesi per chiedere una commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni dei migranti in Libia. Grazie a voi, negli ultimi 20 giorni più di 30.000 persone hanno scaricato da Fortress Europe i reportage sulla Libia. Ma informarsi non basta. È arrivato il momento di fare di più.

Vi chiediamo di organizzare un evento nel periodo compreso tra il 10 giugno, data di arrivo di Gheddafi in Italia, e il 20 giugno, giornata mondiale del rifugiato. Scendete nelle strade, davanti alle Prefetture, raccogliete firme per la nostra petizione, distribuite il kit informativo che trovate sui nostri siti, organizzate proiezioni del documentario e dibattiti, coinvolgete gli emigrati e i rifugiati del vostro territorio. Per essere visibili, abbiamo bisogno di decine di iniziative, in tutta Italia, accomunate da un unico slogan: “IO NON RESPINGO”.

Penseremo noi a fare da ufficio stampa nazionale, voi comunicateci le adesioni e spediteci foto e video. Fare una grossa manifestazione a Roma è difficile. Farne cento in tutta Italia è più facile e può avere maggiore visibilità. Il governo italiano e quello libico devono sapere che esiste una massa critica, consapevole di quanto accade nei campi libici, che manifesta il proprio dissenso e chiede il rispetto del diritto internazionale, come già hanno fatto le Nazioni Unite, il Consiglio d'Europa, il Tavolo Asilo, la Cei.

Segnalate le adesioni a gabriele_delgrande@yahoo.it
Abbiamo già 108 eventi in programma in tutta Italia!! Guarda la mappa!
Per le modalità di proiezione del film scrivete a: comeunuomosullaterra@zalab.org

VI PROPONIAMO UN KIT INFORMATIVO DA STAMPARE E DISTRIBUIRE
SCHEDA SBARCHI: LE SEI MENZOGNE DEL GOVERNO
SCHEDA LIBIA: I LATI OSCURI DEL PATTO CON LA LIBIA
SCHEDA GHEDDAFI: I CRIMINI DEL REGIME LIBICO
PETIZIONE PER UNA INCHIESTA PARLAMENTARE SULLA LIBIA
MODULO RACCOLTA FIRME PER LA PETIZIONE



QUI INVECE TROVATE TUTTO
IL MATERIALE SULLA LIBIA
I nostri reportage
Guantanamo Libia. I nuovi gendarmi dell'Italia
Pattuglie nel deserto libicoLa porta di ferro è chiusa a doppia mandata. Dalla piccola feritoia si affacciano i volti di due ragazzi africani e un di egiziano. L’odore acre che esce dalla cella mi brucia le narici. Chiedo ai tre di spostarsi. La vista si apre su due stanze di tre metri per quattro. Vedo 30 persone. Sul muro hanno scritto Guantanamo. Ma non siamo nella base americana. Siamo a Zlitan, in Libia. E i detenuti non sono presunti terroristi, ma immigrati arrestati a sud di Lampedusa

Frontiera Sahara. I campi di detenzione nel deserto libico
Stipati come animali, dentro container di ferro. Così gli immigrati arrestati in Libia vengono smistati nei centri di detenzione nel deserto libico, in attesa di essere deportati. Siamo i primi giornalisti autorizzati a vederli. Le condizioni dei centri sono inumane. I funzionari italiani e europei lo sanno bene, visto che li hanno visitati. Ma si astengono da ogni critica, alla vigilia dell'avvio dei pattugliamenti congiunti

Reportage dalla Libia: siamo entrati a Misratah
Vista del cortile del campo di MisratahDi notte, quando cessano il vociare dei prigionieri e gli strilli della polizia, dal cortile del carcere si sente il rumore del mare. Sono le onde del Mediterraneo, che schiumano sulla spiaggia, a un centinaio di metri dal muro di cinta del campo di detenzione. Siamo a Misratah, 210 km a est di Tripoli, in Libia. E i detenuti sono 600 richiedenti asilo politico eritrei, arrestati al largo di Lampedusa o nei quartieri degli immigrati a Tripoli

E poi le nostre inchieste:
Libia: arrestati i superstiti del naufragio, sono a Tuaisha
“Così le navi di Frontex ci respinsero in Libia”
Dall'Unione europea 20 milioni alla Libia contro l'immigrazione
Libia: ecco le foto dei campi di detenzione
La Libia cerca immigrati in Asia, mentre l’Oim pensa ai rimpatri
Libia: ecco il testo dell'accordo segreto con l´Italia
Italia-Libia: Berlusconi firma l'accordo. Presto i pattugliamenti
Italia - Libia: Prodi firma l'accordo per il pattugliamento congiunto
Marocco: le testimonianze degli harragas arrestati in Libia

Per testimonianze audio potete scaricare il documentario di Roman Herzog "Guerra nel Mediterraneo" oppure la nostra intervista telefonica con i rifugiati detenuti a Zawiyah

Per testimonianze video c'è il documentario Come un uomo sulla terra, di Segre, Biadene e Yimer

E poi c'è il nostro rapporto FUGA DA TRIPOLI, del 2007, ricco di materiale e testimonianze dirette dei rifugiati

E la nostra esclusiva MAPPA dei campi di detenzione in Libia

26 May 2009

Lampedusa raccontata da Erri De Luca

RAGUSA - 26 maggio 2009 - Lampedusa raccontata dalla voce di uno dei più sensibili scrittori italiani. Erri De Luca, che sulle traversate del Mediterraneo aveva già scritto il poema "Solo andata", racconta a "Che tempo che fa" la "sfilata della mala sorte" lungo una frontiera che "brulica di sbarre", alle porte della cinica Italia - dimentica del passato dei propri emigranti - che gli stranieri lascia "annegare per negare". Un discorso tagliente e insieme commovente. Un taglio diverso dai reportage che di solito pubblichiamo. Eppure ricco di spunti di riflessione.

video

IMMIGRATION: LYBIA, 400 TRAFFICKERS AND ILLEGALS ARRESTED

TRIPOLI - MAY 26, 2009 - During the night between last Friday and Saturday (the news was reported today) the Libyan Interior Ministry arrested about 400 people in an operation to fight illegal immigration. The operation involved the arrest of human traffickers, almost all of whom were Libyan, and illegal immigrants. The latter were found in a makeshift tent in an area that was not reported, where they were waiting to depart. In addition to ground-based activities, sea-based activities were employed beginning yesterday morning, including three motorboats from the Guardia di Finanza that were given to Libya May 14, and that are now based in Zuwarah, the port of departure for most of the small boats headed for Europe. The report for the first day of patrols, according to local sources, spoke of "normal service". "The 3 vessels patrolled the coast off of Zuwarah," the source confirmed, "and are ready to intervene whenever necessary when notified by other units." (ANSAmed).

21 May 2009

Dai Radicali esposto contro Maroni. Arriva Gheddafi in Italia

Guardia costiera a Tripoli, foto Cir OnlusMODICA, 21 maggio 2009 - Presentato alla Procura di Roma un esposto contro il ministero dell'Interno ed il Governo. Servirà a verificare la legittimità giuridica del respingimento in Libia dei 227 profughi soccorsi in acque internazionali due settimane fa. L'iniziativa è dei parlamentari dei Radicali eletti nelle liste del PD Rita Bernardini, Elisabetta Zamparutti, Donatella Poretti e Marco Perduca assieme agli avvocati Alessandro Gerardi e Giuseppe Rossodivita, membri dirigenti di Radicali italiani. L'esposto denuncia la violazione del principio di non respingimento dei rifugiati politici, atteso che tra i respinti vi erano persone in possesso dei requisiti per avanzare richiesta di asilo politico una volta giunti in Italia, come certificato anche dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati e dal Consiglio Italiano dei Rifugiati (Cir) che sta lavorando a un ricorso alla Corte europea proprio per un gruppo di 24 eritrei e somali respinti in alto mare.

Ieri intanto sono arrivate nel porto di Zuwarah le tre motovedette italiane affidate alla Marina libica. In questi giorni Amnesty International e Human Rights Watch hanno potuto visitare alcuni dei centri di detenzione degli immigrati in Libia, secondo quanto dichiarato ieri alla stampa dal segretario generale per la Sicurezza pubblica della Libia, il generale Younis Al-Obeidi, che ha respinto al mittente le critiche sulle condizioni dei campi: "le condizioni non sono peggiori di quelle dei centri di detenzione italiani" ha detto. Peccato però che la stampa e le organizzazioni umanitarie possano visitare soltanto i campi migliori, quelli del nord, appena costruiti con i fondi europei. E non invece quelli del sud, da Kufrah a Ghat, dove le condizioni sono semplicemente indegne, come denunciato dal film "Come un uomo sulla terra" che in questi giorni sta girando quotidianamente l'Italia. Ormai sono più di 200 le presentazioni organizzate in più di 100 città italiane, e sono più di 6.500 le firme raccolte per chiedere un'indagine parlamentare sul trattamento dei migranti in Libia. Ma la politica è girata dall'altra parte. E mentre decine di migliaia di italiani si indignano e si commuovono di fronte alle storie raccontate dal film, le nostre autorità preparano il comitato di benvenuto al colonnello Gheddafi - che sarà in Italia dal 10 al 12 giugno - e addirittura, una laurea honoris causa all'università di Sassari, pensate un po', in Diritto...

Leggi anche:
Libia: esternalizzare le frontiere per esternalizzare l'asilo?
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I nostri reportage sulla Libia
Guantanamo Libia. I nuovi gendarmi dell'Italia
Frontiera Sahara. I campi di detenzione nel deserto libico
Reportage dalla Libia: siamo entrati a Misratah

E poi le nostre inchieste:
Libia: arrestati i superstiti del naufragio, sono a Tuaisha
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Italia-Libia: Berlusconi firma l'accordo. Presto i pattugliamenti
Italia - Libia: Prodi firma l'accordo per il pattugliamento congiunto
Marocco: le testimonianze degli harragas arrestati in Libia

Per testimonianze audio potete scaricare questo file
Libia: esclusiva intervista con i rifugiati detenuti a Zawiyah

Per testimonianze video c'è il documentario Come un uomo sulla terra, di Segre, Biadene e Yimer

E poi c'è il nostro rapporto FUGA DA TRIPOLI, del 2007, ricco di materiale e testimonianze dirette dei rifugiati

E la nostra esclusiva MAPPA dei campi di detenzione in Libia

20 May 2009

Arresti spot e finanziamenti assistenzialisti. Che succede a Rosarno?

Baracche nella cartiera di San FerdinandoROSARNO, 20 maggio 2009 - E' notizia di questi giorni l'arresto a Rosarno, in provincia di Reggio Calabria, di tre imprenditori agricoli calabresi, accusati di far parte di una associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e alla riduzione in schiavitù per la raccolta delle arance negli agrumeti rosarnesi. Altri arresti c'erano stati a febbraio. Intanto da Roma arrivano promesse di ingenti finanziamenti. Il Ministero dell'Interno ha promesso 200.000 euro. Mentre la Regione Calabria ne ha già stanziati 50.000 e la Protezione Civile ha dato la propria disponibilità a intervenire. Il lavoro della magistratura e l'impegno delle autorità non possono che fare piacere. Ma il nodo della questione è un altro e non possono essere i giudici a risolverlo. Vogliamo arrestare tutti gli imprenditori agricoli di Rosarno? Siamo consapevoli che nessuno di loro è in grado di assumere uno straniero senza documenti? Per il semplice fatto che la legge lo proibisce!!! E siamo consapevoli che ormai la maggior parte dei braccianti negli agrumeti calabresi sono stranieri senza documenti? E per quanto riguarda i finanziamenti: che fine faranno questi soldi? Serviranno a costruire una tendopoli? Un campo di accoglienza per i lavoratori stagionali in regola con i documenti? E tutti gli altri?


Si finse immigrato a Lampedusa. Rinviato a giudizio Fabrizio Gatti

AGRIGENTO, 20 maggio 2009 - In un paese privato del diritto di cronaca, quando i centri di accoglienza degli immigrati erano vietati alla stampa, Fabrizio Gatti si travestì da immigrato per denunciare che cosa vi accadesse. Era il luglio del 2005. L'inviato dell'Espresso si tuffò in mare da uno scoglio dell'isola e dopo alcune ore iniziò a chiedere aiuto fingendosi un naufrago kurdo iracheno. Uno stratagemma che gli consentì di rimanere otto giorni dentro il centro. E di denunciare le indegne condizioni a cui erano sottoposti i trattenuti. Fingersi kurdo era l'unico modo per entrare. E per denunciare. Ma proprio per aver fornito false generalità, adesso è stato rinviato a giudizio. Gatti comparirà davanti al giudice monocratico del tribunale di Agrigento il prossimo primo luglio. E c'è da aspettarsi una condanna. Dopotutto non sarebbe la prima volta.

Nel maggio del 2004, Gatti venne condannato a 20 giorni di reclusione per "falsa dichiarazione d'identità". Quattro anni prima, il 17 gennaio del 2000, il giornalista - che all'epoca scriveva per il Corriere della Sera, si era finto un immigrato rumeno senza documenti per entrare nel centro di permanenza temporanea (cpt) di Via Corelli, a Milano.

In un paese dove a essere condannati sono i giornalisti che fanno il proprio mestiere, c'è davvero di che preoccuparsi. Per questo, oltre ad esprimere la nostra solidarietà a Fabrizio, vi invitiamo a rileggere le due inchieste in questione, su Lampedusa e via Corelli. Ecco i link

Io, clandestino a Lampedusa, L'Espresso, 7 ottobre 2005
Io, clandestino per un giorno rinchiuso nel centro di via Corelli, Corriere della Sera, 19 gennaio 2000

Lecce: pg chiede conferma della condanna per Lodeserto

LECCE, 20 maggio 2009 - Abuso di mezzi di correzione, lesioni personali e minaccia. Il sostituto procuratore generale di Lecce - Giuseppe Vignola - ha chiesto la conferma della condanna a 16 mesi inflitta in primo grado il 22 luglio 2005 a don Cesare Lodeserto, ex responsabile del Centro di permanenza temporanea (Cpt) "Regina Pacis" di San Foca, a Lecce. Un posto dove gli “ospiti” potevano essere picchiati «per i più futili motivi, anche se solo si lamentavano per il caldo o se arrivavano tardi a colazione» come ha raccontato in aula Montassar Souden, uno dei testimoni al processo. I fatti risalgono alla notte tra il 21 e il 22 novembre del 2002, quando nel centro di accoglienza si verificò un fallito tentativo di fuga di un nutrito gruppo di detenuti in attesa di espulsione. Un tentativo di fuga, denunciarono in seguito 17 di loro, per il quale furono sottoposti a punizioni corporali e a violenze psicologiche, come quella - secondo l'accusa - di essere costretti a mangiare carne di maiale servita in punta di manganello. L'udienza è stata rinviata all'8 giugno 2009 per le arringhe dei difensori Luigi Rella e Federico Massa.

Nel giudizio in primo grado, oltre al sacerdote, erano stati condannati a un anno e 4 mesi anche i due carabinieri Vito Ottomani e Francesco D'Ambrosio. Per altri cinque carabinieri, in servizio al tempo dei fatti, la pena è di un anno di reclusione. Condannati a un anno e due mesi Giuseppe Lodeserto (nipote di Don Cesare) e la sua compagna Natalia Vieru e infine nove mesi a 4 operatori e medici colpevoli di aver falsificato i referti medici relativi alle violenze. Per tutti l'aggravante confermata in giudizio era di aver agito con crudeltà.

Nel 2005 Lodeserto era stato già arrestato con l’accusa di sequestro di persona e di abuso dei mezzi di correzione. Con i suoi più stretti collaboratori, aveva privato della libertà alcune ragazze ospiti in progetti di recupero dalla prostituzione. E le aveva costrette a lavorare a nero in un mobilificio di Carmiano, minacciando di incastrarle con testimoni processuali scomodi. Nell'ambito di questa inchiesta il 26 settembre 2007 venne condannato con rito abbreviato a 5 anni e 4 mesi e all'interdizione perpetua dai pubblici uffici per sequestro di persona, estorsione, calunnia ai danni degli ospiti del cpt. Il sacerdote, tuttavia, non ha scontato la pena, poiché a dicembre dello stesso anno l'arcivescovo di Lecce monsignor Ruppi lo ha inviato in missione in Moldavia.


Delle violenze nel cpt di Lecce "Regina Pacis" parlava già nel 2003 anche il documentario "Mare Nostrum" di Stefano Mencherini. Diffuso su Arcoiris.tv, lo potete scaricare comodamente dai seguenti link. Dura sessanta minuti.

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18 May 2009

Libia: 5.171 richieste d’asilo presentate all’Acnur di Tripoli

ROMA, 18 maggio 2009 - La Libia ha firmato la Convenzione dell’Unione Africana del 1969 sui rifugiati, ma non ha mai sottoscritto la Convenzione dell’Onu sui rifugiati, del 1951. Pertanto, vista la mancanza di un sistema d’asilo, il riconoscimento dei rifugiati politici è affidato all’ufficio dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur) presente a Tripoli. Un ufficio che conta su uno staff di 27 persone (25 libici e due internazionali) e che nel 2008 ha potuto beneficiare di un budget di 1.593.478 dollari americani. Ma cosa fa di concreto l’Acnur in Libia? Il numero dei rifugiati riconosciuti dall’Acnur a Tripoli è di 6.688. In maggior parte sono palestinesi (2.861) e iracheni (2.205), seguiti a lunga distanza da somali (563), sudanesi (358) ed eritrei (329). Eppure sono transitati dalla Libia gli oltre 6.000 eritrei sbarcati dal 2005 a oggi in Sicilia per chiedere asilo politico. Perché non si sono presentati all’Acnur a Tripoli? Traumatizzati dalle violenze subite nei campi di detenzione libici, in particolare al sud, gli eritrei vogliono soltanto fuggire da quel paese: “Una volta in Libia non puoi tornare indietro – dice Yacob, un rifugiato in Italia – Restare a Tripoli è un inferno, la via del ritorno passa da Kufrah e dal deserto. Se proprio devi morire, meglio continuare il viaggio”. E una guardia armata di mitra all'ingresso dell'Acnur (vedi foto) non è il segnale più incoraggiante...

Eppure qualcosa sta cambiando. Lo dicono i dati sulle richieste d’asilo più recenti, ancora in attesa di giudizio. In totale sono 5.171, i dati sono dell’Acnur. Al primo posto c’è il Sudan (1.777 richieste), seguito da Iraq (1.132), Eritrea (617), Chad (595), Etiopia (218) e Somalia (191). Il dato in aumento degli eritrei si spiega con l’attività svolta dall’Acnur nel 2008 nel campo di Misratah, dove sono detenuti da tre anni circa 600 eritrei. Da un paio d’anni infatti, le autorità libiche autorizzano l’Acnur a visitare alcuni campi di detenzione. Grazie soprattutto all’intermediazione di ong locali quali International Organization of Peace, Care and Relief (IOPCR), Al-Wafaa Charity Association, World Islamic Call Society (WICS), Watasemo Association e la Ghaddafi International Foundation for Charity and Associations (GIFCA). Grazie alla collaborazione con le ong l’Ancur ha potuto inoltre sostenere a Tripoli corsi di formazione professionale, assistenza sanitaria, ed esenzione dalle tasse universitarie per i rifugiati.

Tuttavia i problemi permangono. Le forze dell’ordine non riconoscono la validità dei documenti rilasciati ai rifugiati dall’Acnur. Così durante le retate anche i rifugiati vengono arrestati e finiscono in carcere, come abbiamo personalmente verificato a Sebha. Difficilmente l’Acnur riesce a farli rilasciare. Inoltre l’Acnur non ha nessun accesso al più famigerato dei campi di detenzione, quello che si trova a Kufrah, al confine con il Sudan, dove eritrei e somali raccontano di subire violenze e abusi, per poi essere rivenduti dalla polizia agli stessi autisti che li hanno portati clandestinamente in Libia.


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La Libia prepara una nuova legge sull’asilo politico

ROMA, 18 maggio 2009 – La Libia sta preparando una nuova legge sull’asilo. E da Roma, l'ambasciatore libico Hafid Gaddur fa sapere che il suo paese è pronto a firmare la Convenzione di Ginevra sui rifugiati. Due primi passi formali per fare della Libia un paese terzo sicuro. E quindi per togliere credibilità a chi oggi come ieri critica i respingimenti in mare perché contrari al divieto di refoulement dei rifugiati, che rappresentano il 30% circa di chi oggi è intercettato in Sicilia. Insomma quello che è un importantissimo processo per la creazione di un sistema d'asilo in Libia, rischia di trasformarsi nella foglia di fico dietro la quale nascondere la vergogna dell'Unione europea sempre meno disposta a farsi carico dei propri obblighi internazionali di protezione verso i rifugiati. Ma vediamo nel dettaglio che cosa sta accadendo oltremare.

Alla stesura della nuova legge sull'asilo, sta collaborando la missione a Tripoli dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur). L’accordo con l’apposita commissione istituita presso il Ministero della Giustizia libico, risale al 2006, e ora il testo sembrerebbe in dirittura d’arrivo. Sarebbe il primo passo verso l’esternalizzazione delle richieste d’asilo nei paesi del Nord Africa. Di come gestire la presenza di rifugiati nei flussi di immigrati che attraversano il Canale di Sicilia hanno parlato il ministro dell’Interno Roberto Maroni e la rappresentante dell’Acnur in Italia – Laurence Jolles – lo scorso venerdì. Lo stesso presidente della Camera Gianfranco Fini aveva proposto di istituire in Libia centri dove gestire le domande di asilo. E l’Acnur aveva chiesto all’Italia di riprendersi i rifugiati respinti in mare, sotto forma di reinsediamento.

Ma i progetti di reinsediamento dei rifugiati in Libia sono già iniziati da un anno. E 60 rifugiati eritrei sono stati accolti dall’Italia, tra il 2007 e il 2008, proprio dopo l’avvenuto riconoscimento del loro status da parte dell’Acnur di Tripoli. Si trattava di 60 persone – in maggior parte donne e bambini – detenuti dal 2006 nel centro di detenzione di Misratah, una città a 210 km a est di Tripoli. Intervistati dalla commissione dell’Acnur a Tripoli, sono poi stati trasferiti a Roma in aereo, con un regolare visto, e accolti in apposite strutture, finanziate con fondi europei, nella provincia di Rieti, a Cantalice. L’Italia non è la sola ad aver accolto parte degli eritrei detenuti a Misratah. Hanno fatto lo stesso anche Romania, Svezia, Canada, Norvegia e Svizzera, permettendo a un totale di 139 persone di lasciare il carcere libico senza avventurarsi nelle acque del Canale di Sicilia. Mentre altri 100 detenuti sono stati rilasciati dal centro di detenzione a dicembre 2008, dopo un accordo raggiunto tra le autorità libiche e l’Acnur.


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15 May 2009

L'odissea di 72 indiani, bloccati dal 2006 alle porte dell'Europa

ROMA - Tredici mesi accampati in un bosco per evitare il rimpatrio. E più di 8.000 firme per chiedere al governo spagnolo di accoglierli. È l'odissea di 72 indiani, bloccati dal novembre del 2006 alle porte dell"Europa, a Ceuta. Partiti dall’India nel 2005, hanno raggiunto l’enclave spagnola in Marocco nascosti in un camion, dopo un periplo attraverso il Burkina Faso, il Mali, l’Algeria e il Marocco, costato 17.000 euro e durato quattro anni. Al loro fianco si è schierata l’associazione spagnola Elín, un collettivo di Ceuta di sostegno ai migranti. E la piattaforma internazionale Migreurop ha rilanciato l’appello al governo spagnolo. Della vicenda si è interessata anche la stampa spagnola (El Pais, Abc, El Mundo). Già in passato 32 bangladeshi avevano ottenuto un permesso di soggiorno per motivi umanitari dopo aver passato tre mesi sulle montagne di Ceuta, in seguito al nubifragio che colpì il loro paese.

"C’è bisogno che muoiano delle persone in India perché la Spagna ci accetti? Abbiamo passato quattro anni senza vedere le nostre famiglie. Se ci rimpatriano non saremo più niente, non abbiamo più niente, saremo morti”, scrive Gurpreet Singh, il portavoce del gruppo, in un appello pubblicato sul sito dell’associazione Elín. Dopo il loro ingresso a Ceuta, i 72 indiani trascorsero diciotto mesi nel centro di accoglienza temporanea (Ceti) di Ceuta, finché il governatore della città annunciò che sarebbero stati rimpatriati. Fu allora, il 7 aprile del 2008, che i 72 scelsero di nascondersi nei boschi sulla montagna per evitare la deportazione.

“Consideriamo un’ingiustizia – scrive l’associazione Elín – che attenta all’integrità di queste persone l’aver passato più di due anni in una situazione di limbo, senza lavoro, e senza sapere che sarà delle loro vite, con l’incertezza che ogni mattina, all’alba, possano essere catturati e espulsi”. La situazione nell’accampamento abusivo, secondo l’associazione, è molto precaria: “freddo, fame, pioggia e nessuna condizione di igiene e sanità, già ci sono alcuni malati per il freddo, altri con depressioni e crisi d’ansia”. Le condizioni sono documentate anche da un documentario video realizzato da Alberto Garcia. Sembra difficile però che il Governo spagnolo ceda su questo fronte, in un momento in cui – nel contesto della crisi economica – i controlli sui documenti dei cittadini non comunitari e le espulsioni sono sensibilmente incrementati.


FIRMA ANCHE TU LA PETIZIONE

Per approfondimenti, leggi il reportage "El limbo es la patria" pubblicato su El Mundo

14 May 2009

Libyen: Auslagerung der Grenze für die Auslagerung des Asyls?

Immigrati respinti al porto di TripoliROME, 14/05/09 - Macchi, Smalto und Buoncore. Merkt Euch diese drei Namen. So heißen die Schiffe der Guardia di Finanza, die diesen Morgen aus dem Hafen von Gaeta Richtung Tripolis ausgelaufen sind. Es gab 2 Wochen Übungen mit libyschen Militärs an Bord. Die Schiffe haben 90 Bruttoregistertonnen und sind 27 Meter lang, erreichen eine Geschwindigkeit von 43 Knoten und sind hochseetauglich. Bald werden weitere folgen. Sie sind der libyschen Marine übergeben worden und dienen zum Rücktransport aller auf See aufgehaltenen MigrantInnen und Flüchtlinge nach Tripolis. Die Mission, für 3 Jahre ausgelegt, hat ihren Sitz in Zuwarah. Dorthin wurden 10 italienische Offiziere entsandt, um die Schiffe in Ordnung zu halten. Cosimo D'Arrigo, Kommandant der Guardia di Finanza, versichert, dass die Einsätze immer "im vollen Respekt der Gesetze und des europäischen und internationalen Rechts" durchgeführt werden. Schade nur, dass gerade im Namen des internationalen Rechts die kollektiven Abschiebungen nach Libyen aus dem Jahr 2005 vom Europäischen Parlament und vom Europäischen Menschenrechtsgerichtshof verurteilt wurden. Die Abschiebungen verletzen das Asylrecht und das Verbot der kollektiven Abschiebung in Ländern, in denen die Gefahr der Folter besteht, hieß es damals. Und im Namen dieses internationalen Rechts haben sich viele gegen die Zurückweisungen positioniert: der UNCHR, der Menschenrechtskommissar des Europarats, Nichtregierungsorganisationen, und auch der Vatikan. Leider ohne die Unterstützung der Europäischen Union. Der Vizepräsident der Europäischen Kommission, Jacques Barrot, hat sogar behauptet, dass die Praxis der Zurückweisung auf See in Europa üblich sei. Das Europäische Parlament scheint sich schon voll dem Wahlkampf hingegeben zu haben und ging nicht über eine dringende Anfrage von Gerard Deprez, Präsident des Ausschusses für die Grundfreiheiten, an Barrot. Auch von einer Demokratischen Partei ist wenig zu erwarten, Fassino spricht von der Legitimität der Abschiebungen. Was den Europäischen Menschenrechtsgerichtshof betrifft bleibt abzuwarten was passiert. Die Antragsteller , die nach Libyen zurückgewiesen wurden, sind dort im Gefängnis und haben keinen Zugang zu Anwälten. Trotzdem hat es Anwalt Anton Giulio Lana, Mitglied einer italienischen Vereinigung mit Namen Unità Forense und Gründungmitglied des Italienischen Flüchtlingsrat bekannt gegeben, dass er 24 Fälle der Zurückgeschobenen vertritt, und dass er Klage vorm Europäischen Gerichtshof in Straßburg einreichen wird.

Guido Ruotolo, Il centro di detenzione di TuaishaInzwischen sind aber schon 557 MigrantInnen zwischen dem 7. und dem 10. Mai nach Libyen geschafft worden. Nach der ersten Zurückweisung von 227 Personnen am 7. Mai wurden weitere 77 von einem Schlepper einer Ölplattform der italienischen Firma ENI am 8. Mai nach Tripolis gebracht, weitere 213 wurden am Sonntag, den 10. Mai zurückgebracht. Die meisten von ihnen kommen aus Mali, der Elfenbeinküste, Ghana, Bangladesh, Marokko und Tunesien. Darunter sind 89 Frauen, drei von ihnen schwanger, und 2 Kinder. Mindestens 20 sind politische Flüchtlinge aus Eritrea und Somalia.

Die Frauen wurden ins Frauenlager nach Zawiyah, im Osten von Tripolis, gebracht, gemeinsam mit ihren Ehemännern, so wie es die IOM von den libyschen Behörden gefordert hat. Eine Frau wurde in Tripolis ins Krankenhaus gebracht. Die Männer hingegen wurden zum Teil nach El Qwaa und zum Teil nach Tuaisha südlich von Tripolis gebracht. Guido Ruotolo, Korrespondent der Zeitung "La Stampa" durfte das Lager Tuaisha besuchen, das sich noch im Bau befindet. Es soll das alte und berüchtigte Gefängnis Fellah ersetzen, das abgerissen wurde, um Tripolis einen neuen architektonischen Style zu geben. Die Forografien (siehe www.fortresseurope.blogspot.com ) zeigen die gute Seite . Aber sie lassen die unwürdige Situation, in der die MigrantInnen in anderen Lagern leben müssen, nicht erkennen, denn deren Tore werden nicht für die ausländische Presse geöffnet.

Immigrati respinti al porto di TripoliAber nicht nur der Putz in Tuaisha scheint neu. Das Innere des Lagers entwickelt sich ebenso. Libyen hat italienische und europäische Mittel für die neuen Lager und für die Abschiebungsflüge akzeptiert. Und nicht nur das. Zum ersten Mal haben es libysche Behörden. Zugelassen, dass die Vertreter von IOM und UNHCR, die seit einigen Jahren in Libyen arbeiten, und des Italienischen Flüchtlingsrats CIR bei Ankunft auf der Mole zugegen waren. Der CIR wird Ende Mai mit einem Rechercheprojekt in Libyen beginnen. Dazu könnte sich bald noch der Libysche rote Halbmond (wie Rotes Kreuz) gesellen, um eine gesundheitliche Versorgung an der Mole zu garantieren. Die Auslagerung der Grenzkontrollen ist längst Realität. Und der nächste Schritt wird die Auslagerung des Asylrechts sein.

Der libysche Botschafter in Italien, Hafed Gaddur, hat es klar geagt: Libyen überlegt, ob es die Genfer Flüchtlingskonvention unterzeichnet, das wäre der erste Schritt. Vor einigen Tagen hat der UNCHR Italien angefragt, zurückgewiesene Flüchtlinge aus Libyen aufzunehmen. Der Vorsitzende der Kammer Gianfranco Fini schlug daraufhin vor, die Identifizierung doch in libyschen Lagern vorzunehmen. Die Idee scheint auch Innenminister Maroni nicht zu missfallen, der das Ganze jedoch auf europäischen Niveau hebt: "Ich möchte die Mechanismen genau festlegen, nicht dass man in Libyen das Asyl anerkennt und ganz Europa muss sich dann darum kümmern." Oder die ganze Europäische Union nimmt an einem Resettlement-Programm teil, also der Aufnahme von in Libyen anerkannten Flüchtlingen, wie schon einmal in 2008 mit Flüchtlingen aus Misratha praktiziert. Darüber wird man am 14. Mai in Rom mit der UNCHR-Vertreterin in Italien, Laurence Jolles, diskutieren. Ein wichtiges, aber nicht ausreichendes Ergebnis. Ein gefährliches.

Einerseits öffnet es einen humanitären Weg für die Flüchtlinge, die bis heute gezwungen sind, ihr Leben auf dem Meer zu riskieren, um in Europa Asyl zu beantragen. Andererseits ist es nicht zu akzeptieren, dass die Wartezeit bis zur Anerkennung Jahre dauern könnte und man diese in Haftzentren unter unwürdigen Bedingungen verbringt. Und sicher mit einem niedrigeren Schutzstandard als in Europa.

Detenuti a MisratahAus Misratha erreicht uns aber eine wirklich wichtige Neuigkeit: Im März 2009 wurden ca. 200 der 700 dort inhaftierten EritreerInnen freigelassen, nachdem sie vom UNCHR Tripolis als Flüchtlinge anerkannt wurden. Das ist ein wichtiges Zeichen! Aber auch ein nicht ausreichendes, denn jedeR von ihnen riskiert nun erneut, bei einer Razzia in Tripolis oder vielleicht auf See verhaftet zu werden. Der Hohe Flüchtlingskommissa Guterres hat klar gesagt: Das Asylrecht gilt auch in iternationalen Gewässern. Die Vereinigung der juristischen Studien zur Immigration ASGI meint dazu, dass die Kommandanten der patrouillenboote also nun gewzungen sein müssten, Asylanträge auf See entgegen zu nehmen und die Flüchtlinge nach Italien zu bringen.

Dass die Frage der Auslagerung des Flüchtlingsschutzes keine Marginalfrage ist belegen die Zahlen: 75% von den 36.952 in 2008 über See Angelandeten haben einen Asylantrag gestellt. 50% haben einen Schutz erhalten.

Gabriele Del Grande, aus dem Italienischen von Judith Gleitze

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Januar 2009
Zlitan camp
Guantanamo Libyen. Der neue Gendarm der italienischen Grenzen. Das Eisentor ist doppelt verriegelt. Aus der kleinen Luke blicken die Gesichter zweier junger afrikanischer Männer und eines Ägypters. Der herbe Geruch, der aus der Zelle schlägt, brennt in meinen Nasenhöhlen. Ich bitte die drei, zur Seite zu gehen. Der Blick öffnet sich auf zwei Räume von drei mal vier Metern. Ich begegne den Blicken von etwa dreißig Personen. Übereinander gepfercht

Dezember 2008
"Unter uns war ein vier Jahre altes Kind mit seiner Mutter. Die ganze Fahrt über habe ich mich gefragt: Wie kann man eine Mutter mit einem vierjährigen Kind mit anderen hundert Personen in einem Lastwagen". Menghistu ist nicht der Einzige, der in einen Container gesperrt und deportiert wurde. In Libyen ist das die übliche Vorgehensweise. Die Container dienen dazu, die Migranten, die auf dem Weg nach Lampedusa festgenommen wurden, den verschiedenen Haftlagern zuzuteilen

November 2008
Nachts, wenn die Stimmen der Häftlinge und das Geschrei der Polizei verstummen, hört man vom Hof des Gefängnisses das Meer. Die Wellen des Mittelmeers branden auf den Strand, etwa hundert Meter von der Mauer des Häftlingslagers entfernt. Wir sind in Misratah, 210 km östlich von Tripolis, in Libyen. Und die Häftlinge sind alle politische Asylbewerber aus Eritrea, die im Meer vor Lampedusa oder in den Wohnvierteln der Einwanderer in Tripolis verhaftet wurden

Libia: esternalizzare le frontiere per esternalizzare l'asilo?

Immigrati respinti al porto di TripoliTERNI, 14 maggio 2009 – Macchi, Smalto e Buonocore. Segnatevi questi tre nomi. Sono i nomi delle tre motovedette della Guardia di Finanza partite questa mattina alla volta di Tripoli dal porto di Gaeta, dopo due settimane di esercitazioni con 41 ufficiali della Marina militare libica a bordo. Si tratta di navi di 90 tonnellate e 27 metri di lunghezza, capaci di raggiungere i 43 nodi di velocità e di navigare in alto mare. Presto saranno affiancate da altre tre unità. Consegnate alla Marina libica, serviranno a riportare a Tripoli tutti gli emigranti e i rifugiati intercettati in mare. La missione, di durata triennale, farà base a Zuwarah, dove sono già stati inviati dieci ufficiali italiani per la manutenzione dei mezzi, mentre alcuni ufficiali libici saranno distaccati presso la Sala operativa della Guardia di Finanza a Lampedusa. Il comandante della Gdf, Cosimo D'Arrigo, assicura che le operazioni saranno svolte sempre “nel pieno rispetto delle leggi e del diritto comunitario e internazionale”. Peccato che proprio in nome del diritto internazionale le espulsioni collettive in Libia vennero condannate nel 2005 dal Parlamento Europeo e dalla Corte Europea per i diritti umani. Le espulsioni, si sosteneva, violavano il diritto d'asilo, e il divieto di respingimenti collettivi e verso paesi a rischio tortura. Ed è in nome di quelle norme internazionali che l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Acnur), il Commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa Hammarberg, la società civile (Asgi, Cir, Arci, Save the Children, Centro Astalli, Caritas, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Medici Senza Frontiere, Amnesty International, Migreurop, Remdh e molti altri...), e addirittura il Vaticano, si sono schierati contro i respingimenti. Purtroppo però senza sostegno alcuno da parte dell'Unione europea. Il vice presidente della Commissione europea, Jacques Barrot ha infatti fatto sapere che i respingimenti in mare sono una prassi “usuale” dell'Europa. Il Parlamento europeo sembra già in campagna elettorale, e non è riuscito ad andare oltre la richiesta di spiegazioni "urgenti" inviata a Barrot dal presidente della commissione Libertà pubbliche, Gerard Deprez. E comunque, c'è poco da aspettarsi da un Partito Democratico che – per bocca di Fassino – sostiene la legittimità dei respingimenti. Per quanto riguarda la Corte Europea staremo a vedere. I potenziali ricorrenti – ovvero i respinti in Libia – sono chiusi in carcere senza nessun accesso a un avvocato. Tuttavia l'avvocato Anton Giulio Lana, membro del Direttivo dell'Unione forense per la tutela dei diritti dell'uomo, organizzazione che è tra i fondatori del Cir, ha annunciato di aver raccolto 24 procure proprio tra i respinti, e che presenterà presto ricorso alla Corte di Strasburgo.

Guido Ruotolo, Il centro di detenzione di TuaishaIntanto sono già 557 gli emigranti riportati in Libia tra il 7 e il 10 maggio scorsi. Dopo il primo gruppo di 227 respinti il 7 maggio, altri 77 sono stati ricondotti a Tripoli da un rimorchiatore della piattaforma dell'Eni l'otto maggio, e altri 213 sono stati respinti domenica scorsa. La maggior parte sono cittadini della Nigeria, e in misura minore del Mali, Costa d'Avorio, Ghana, Bangladesh, Marocco e Tunisia. Le donne sarebbero 89, di cui tre incinte, e i bambini due. Almeno una ventina sarebbero i potenziali rifugiati politici di nazionalità somala ed eritrea. Le donne sono state portate nella sezione femminile del campo di detenzione di Zawiyah, a ovest di Tripoli, seguite dai rispettivi mariti, come richiesto esplicitamente alle autorità libiche dall'Oim. Mentre una signora è stata ricoverata all'ospedale di Tripoli. Gli uomini invece sono detenuti in parte a El Qwaa e in parte a Tuaisha, a sud di Tripoli. L'inviato de La Stampa, Guido Ruotolo, ha potuto visitare il centro a Tuaisha, ancora in costruzione. Sostituisce il vecchio e famigerato carcere di Fellah, demolito per fare spazio a uno dei cantieri edilizi del restyling di Tripoli. Le fotografie mostrano la bontà delle strutture. Ma allo stesso tempo nascondono le condizioni indegne in cui gli emigranti sono rinchiusi negli altri campi di detenzione, le cui porte non vengono aperte alla stampa straniera.

Immigrati respinti al porto di TripoliMa non sono soltanto gli intonaci di Tuaisha ad essere nuovi. L'intero sistema è in rapida evoluzione. La Libia ha accettato i fondi italiani e europei per i nuovi campi e per i voli di rimpatrio. Non solo. Per la prima volta, le autorità libiche hanno autorizzato la presenza sul molo dell'Oim (Organizzazione internazionale delle migrazioni) e dell'Acnur – che in Libia sono presenti da diversi anni - e del Cir (Consiglio italiano rifugiati) che a fine maggio avvierà a Tripoli un progetto di ricerca. A questi soggetti, potrebbe presto aggiungersi la Mezza Luna Rossa Libica (l'equivalente della nostra Croce Rossa) per prestare assistenza medica sul molo. L'esternalizzazione del controllo della frontiere è già reale. E il prossimo passo sembra essere l'esternalizzazione del diritto d'asilo.

L'ambasciatore libico in Italia Hafed Gaddur l'ha detto chiaramente: la Libia sta valutando se firmare la Convenzione di Ginevra sui rifugiati. Sarebbe il primo passo verso l'esternalizzazione. Giorni fa l'Acnur aveva chiesto all'Italia di riprendersi i rifugiati respinti in Libia. E il presidente della Camera Gianfranco Fini aveva sostenuto l'idea di identificare i rifugiati in appositi centri in Libia. Un'idea che non sembra dispiacere nemmeno a Maroni, che però rilancia a livello europeo: “voglio definire i meccanismi – ha detto - perché si riconosca direttamente in Libia il diritto d'asilo e che poi sia tutta l'Unione europea a farsene carico”. Ovvero che sia tutta l'Unione europea a partecipare a progetti di resettlement, cioè di accoglienza in Europa dei rifugiati riconosciuti in Libia, un po' come sperimentato nel 2008 a Misratah. Una proposta di cui discuterà venerdì 14 maggio a Roma con la rappresentante in Italia dell'Acnur, Laurence Jolles. Un risultato importante ma insufficiente. E pericoloso.

Detenuti a MisratahDa un lato è apprezzabile l'apertura di un corridoio umanitario per i rifugiati, che fino ad oggi sono costretti a rischiare la vita in mare per poter chiedere asilo in Europa. Dall'altro è deprecabile l'ipotesi che l'attesa del riconoscimento della domanda d'asilo debba protrarsi per anni, in centri di detenzione, in condizioni indegne. E con uno standard di protezione più basso di quello europeo. Intanto proprio da Misratah arriva una importante notizia. Nel mese di marzo, circa 200 dei 700 eritrei detenuti da tre anni, sono stati rimessi in libertà dopo essere stati riconosciuti rifugiati dall'Acnur di Tripoli. Un risultato importante, perché segna un precedente. Eppure insufficiente, perché ognuno di loro adesso rischia di essere di nuovo arrestato nelle retate a Tripoli, oppure in mare, magari durante i respingimenti. Eppure, l'Alto commissario Guterres era stato chiaro: il diritto d'asilo vale anche in acque internazionali. Al punto che l'Asgi sostiene che i comandanti delle nostre motovedette sarebbero obbligati ad accettare in mare le richieste d'asilo e a portare i profughi sul territorio italiano. Del resto, che la questione dell'esternalizzazione dell'asilo non sia una questione marginale, lo dicono i dati del Viminale: il 75% dei 36.952 arrivati via mare in Italia nel 2008 ha chiesto asilo politico. E il 50% ha ottenuto un permesso di asilo o di protezione internazionale. Basterà accogliere in Italia e nell'Unione europea un centinaio di quei rifugiati attraverso i progetti di resettlement, per avere la coscienza a posto?

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I nostri reportage sulla Libia
Guantanamo Libia. I nuovi gendarmi dell'Italia
Pattuglie nel deserto libicoLa porta di ferro è chiusa a doppia mandata. Dalla piccola feritoia si affacciano i volti di due ragazzi africani e un di egiziano. L’odore acre che esce dalla cella mi brucia le narici. Chiedo ai tre di spostarsi. La vista si apre su due stanze di tre metri per quattro. Vedo 30 persone. Sul muro hanno scritto Guantanamo. Ma non siamo nella base americana. Siamo a Zlitan, in Libia. E i detenuti non sono presunti terroristi, ma immigrati arrestati a sud di Lampedusa

Frontiera Sahara. I campi di detenzione nel deserto libico
Stipati come animali, dentro container di ferro. Così gli immigrati arrestati in Libia vengono smistati nei centri di detenzione nel deserto libico, in attesa di essere deportati. Siamo i primi giornalisti autorizzati a vederli. Le condizioni dei centri sono inumane. I funzionari italiani e europei lo sanno bene, visto che li hanno visitati. Ma si astengono da ogni critica, alla vigilia dell'avvio dei pattugliamenti congiunti

Reportage dalla Libia: siamo entrati a Misratah
Vista del cortile del campo di MisratahDi notte, quando cessano il vociare dei prigionieri e gli strilli della polizia, dal cortile del carcere si sente il rumore del mare. Sono le onde del Mediterraneo, che schiumano sulla spiaggia, a un centinaio di metri dal muro di cinta del campo di detenzione. Siamo a Misratah, 210 km a est di Tripoli, in Libia. E i detenuti sono 600 richiedenti asilo politico eritrei, arrestati al largo di Lampedusa o nei quartieri degli immigrati a Tripoli

E poi le nostre inchieste:
Libia: arrestati i superstiti del naufragio, sono a Tuaisha
“Così le navi di Frontex ci respinsero in Libia”
Dall'Unione europea 20 milioni alla Libia contro l'immigrazione
Libia: ecco le foto dei campi di detenzione
La Libia cerca immigrati in Asia, mentre l’Oim pensa ai rimpatri
Libia: ecco il testo dell'accordo segreto con l´Italia
Italia-Libia: Berlusconi firma l'accordo. Presto i pattugliamenti
Italia - Libia: Prodi firma l'accordo per il pattugliamento congiunto
Marocco: le testimonianze degli harragas arrestati in Libia

Per testimonianze audio potete scaricare questo file
Libia: esclusiva intervista con i rifugiati detenuti a Zawiyah

Per testimonianze video c'è il documentario Come un uomo sulla terra, di Segre, Biadene e Yimer

E poi c'è il nostro rapporto FUGA DA TRIPOLI, del 2007, ricco di materiale e testimonianze dirette dei rifugiati

E la nostra esclusiva MAPPA dei campi di detenzione in Libia

12 May 2009

Asinitas

Asinitas onlus è tante cose, ma soprattutto una scuola di italiano per stranieri. La giornata tipo della scuola inizia con la colazione, intorno alle dieci del mattino. Caffè, tè e biscotti. Poi un gioco in cerchio, per rompere il ghiaccio. Al corso di base siedono una cinquantina di studenti, la metà sono donne. Dietro la cucina, dove si prepara il pranzo, una classe di una cinquantina di studenti con un livello di italiano più avanzato lavora sull'auto-narrazione, a partire dai testi delle fiabe. E dopo pranzo, una volta a settimana, un gruppo di studenti somali partecipa al cerchio narrativo. Anche questo è un modo di stare a scuola. Ogni cerchio ha un suo tema, è un modo per condividere ricordi, emozioni, speranze e delusioni. Qui nel corso del 2008 è stato ideato e girato il documentario “Come un uomo sulla terra” e più recentemente – il 16 aprile 2009 – è stata celebrata una commemorazione civile in memoria delle vittime dell'emigrazione nel Mediterraneo, tre settimane dopo il naufragio che costò la vita ad oltre 230 persone davanti alle coste libiche di Tripoli. Con Asinitas, Fortress Europe ha collaborato al Progetto Confini

10 May 2009

Immigrati, in Libia un altro barcone. Bossi: "La nostra linea fa proseliti"R

tratto da "IL GIORNALE"

PALERMO, 10 maggio 2009 - Un pattugliatore della Marina militare ha attraccato alla banchina del Porto di Tripoli gestito dalla Polizia doganale riportando in Libia 213 immigrati, mentre potrebbero arrivare altri migranti di un barcone soccorso nel canale di Sicilia. Gli immigrati sbarcati stamattina a Tripoli sono 163 uomini, 48 donne e due bambini, quasi tutti di origine nigeriana. La politica italiana dei respingimenti negli ultimi giorni ha riportato a Tripoli già 557 immigrati. Erano 227 quelli ricondotti da due motovedette italiane e da un'imbarcazione della Guardia di Finanza, nella giornata di giovedì, 77 venerdì, grazie al soccorso di una imbarcazione per l'assistenza alla piattaforma Eni e 213 questa mattina. Il nuovo respingimento di immigrati clandestini bloccati in mare fra Libia e Sicilia riaccende di nuovo la polemica e lo scontro fra governo, maggioranza e opposizione.

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