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08 March 2011

Hanno espulso il papà di Tareq

CIAO SN MIRIAM... APENA CIANO KIAMATO. CIANO DT KE KABBOUR L'ANNO MANDATO AL MAROCCO. Hanno espulso il papà di Tareq, di cui avevo scritto ieri. La notizia me l'ha data sua sorella con questo sms. A lei l'hanno riferito i compagni di sezione di Kabbour al centro di identificazione e espulsione di Modena. L'hanno chiamata oggi pomeriggio, quando la polizia l'ha portato via. Gli agenti sono entrati dopo pranzo, senza nessun preavviso, gli hanno detto di prendere la sua roba e l'hanno scortato all'aeroporto, probabilmente a Bologna. Ad aspettarlo a Casablanca non ci sarà nessuno. Perché tutta la sua famiglia vive in Italia. I genitori, le sorelle, la moglie, l'ex compagna e suo figlio. Il ricorso che aveva tentato per lui l'avvocato Calisto Terra, di Gioia dei Marsi, è stato completamente inutile. Kabbour viveva in Italia da vent'anni, in un altro paese europeo avrebbe già avuto la cittadinanza. In Italia la legge gli vieta di vivere con la propria famiglia. Ma dove stiamo andando a finire?

07 March 2011

Il compleanno di Tareq

Il 15 marzo Tareq compie cinque anni. E spera tanto che per il suo compleanno papà torni a casa. Ormai non lo vede più da due mesi. “Ma dov’è andato papà, Tareq?”, gli chiedo. “A Avezzano”, mi risponde timidamente, per poi correre a nascondersi dietro le scale, inseguito dalla cuginetta Sara che lo corregge con il tono di una che la sa lunga: “Non è vero! È andato in Marocco!”. Dopo le iniziali risate, nel salotto della famiglia Abaziad scende un attimo di imbarazzo. Nessuno ha ancora spiegato ai bambini cosa è successo davvero. È che certe cose è difficile spiegarle ai più piccoli. Come si fa per esempio a dire a un bambino che nel 2011 esiste una legge in Italia che impedisce a un padre di vivere accanto al proprio figlio se non ha un foglio di carta che si chiama “permesso di soggiorno”. E che senza quel foglio di carta, i carabinieri vengono a casa, bussano forte alla porta, gridano e ti caricano sulla macchina come nei film per portarti in una specie di prigione lontano dalla tua famiglia e dalla tua città. No, meglio non far preoccupare i bambini, e lasciarli giocare come se niente fosse, nei prati di questo paesino abruzzese.

30 March 2010

Espulsi con i figli in Italia: due storie dal Cie di Milano

MILANO – Espulsi anche con i figli in Italia. Redattore Sociale ha raccolto la storia di due emigrati detenuti nel centro di identificazione e espulsione di via Corelli, a Milano. K. è in Italia dal 2000, A. dal 2001. Entrambi in Italia hanno una bambina. Ed entrambi saranno espulsi, perché – come ribadito dalla sentenza dell'11 marzo scorso della Corte di Cassazione, la tutela delle frontiere prevale sulle esigenze di tutela dei minori.

11 March 2010

Marcia indietro della Cassazione: espulsi anche con i figli in Italia

tratto dall'Ansa

ROMA - Marcia indietro della Cassazione in tema di immigrazione: gli immigrati irregolari, con figli minori che studiano in Italia, non possono chiedere di restare nel nostro Paese sostenendo che la loro espulsione provocherebbe un trauma "sentimentale" e un calo nel rendimento scolastico dei figli. Infatti, secondo il nuovo orientamento della suprema corte che smentisce una recente sentenza, l'esigenza di garantire la tutela alla legalità delle frontiere prevale sulle esigenze di tutela del diritto allo studio dei minori.

01 February 2010

Il tempo sospeso

Dopo il nostro speciale sugli "italiani" detenuti nei centri di identificazione e espulsione, arriva uno speciale della Rai, realizzato da Marzia Marzolla e Fabio Trappolini per il programma Crash. Le telecamere sono entrate nel centro di identificazione e espulsione di Ponte Galeria, a Roma. Ecco gli effetti perversi del giro di vite voluto contro gli emigranti senza documenti di soggiorno. Famiglie spezzate per chi vive in Italia da una vita, e una inutile pena accessoria per chi esce dal carcere. Parlano gli emigrati detenuti, gli operatori di polizia e il garante dei detenuti del Lazio.


21 January 2010

Cassazione: no alle espulsioni di chi ha i figli in Italia

ROMA, 20 GEN - La Cassazione dice 'nò ai giudici che negano agli immigrati irregolari presenti in Italia, e genitori di figli minori, l'autorizzazione a prolungare la loro permanenza nel nostro paese per stare a fianco ai bambini. In particolare la Suprema Corte ha accolto il ricorso di un immigrato irregolare africano, padre di due bambini, al quale la Procura del tribunale per i minorenni di Milano aveva revocato l'autorizzazione temporanea a prolungare di due anni la sua permanenza in Italia per restare stare accanto ai figli. Per la Cassazione non c'è dubbio che «per un minore, specie se in tenerissima età, subire l'allontanamento di un genitore, con conseguente impossibilità di avere rapporti con lui e di poterlo anche soltanto vedere, costituisca un sicuro danno che può porre in serio pericolo uno sviluppo psicofisico armonico e compiuto».

24 October 2009

Cie di Torino: un militare gli spezza un dente, lui lo denuncia

TORINO – Mimì dorme sul letto, nell'ultima camerata della sezione blu del centro identificazioni e espulsioni (Cie) di Torino. Ha 25 anni, ma parla con un filo di voce: “Non sono un animale, siamo clandestini è vero, ma siamo persone, io non ho fatto niente di male, non dovevano massacrarmi”. È in sciopero della fame da 13 giorni. È recluso da quattro mesi. Chiede di essere liberato. E chiede giustizia. Il 13 settembre 2009 infatti è stato pestato da due alpini di guardia al Cie di Torino. Prima di iniziare il suo racconto mi mostra i denti. Gli manca un premolare. Gliel'hanno spaccato con un pugno in bocca quella sera. Sul caso sta indagando la Procura di Torino. Perché Mimì ha avuto il coraggio di denunciarli.

A Torino ha una figlia di otto mesi e la moglie. Ma rischia il rimpatrio

TORINO – Alla fine la vittima sarà lei. Una splendida bambina di otto mesi. Si chiama Mlek, che in arabo significa Angela. È nata a Torino, dove fino al 30 settembre viveva felice con la mamma e il papà. Poi però è successo che hanno portato via il padre. È successo a un posto di blocco all'uscita dell'autostrada a Torino. Il papà non ha il permesso di soggiorno e allora l'hanno portato al centro identificazioni e espulsioni (Cie) di Torino, da dove sarà presto rimpatriato. Lui si chiama Raffa, viene da Khouribga, la capitale dell'emigrazione marocchina in Italia. Ha 35 anni, e in Italia vive qui da quando era un ragazzo. È arrivato a Torino nel 1997, dodici anni fa. Nel 2007 si è sposato con J.I., una ragazza di Casablanca (che ci ha chiesto l'anonimato). E poi è arrivata Angela, Mlek. Una bambina innocente che adesso rischia di essere separata dal padre.

Due minorenni marocchini rinchiusi al Cie di Torino

TORINO - La legge italiana sull'immigrazione vieta le espulsioni di minori. Eppure nei centri di identificazione e espulsione (Cie) i minori continuano a finirci. Anche al Cie di Torino. Nell'ultimo mese è successo due volte, a due ragazzini marocchini. Entrambi arrestati in flagranza di reato e trasferiti a Corso Brunelleschi con una denuncia a piede libero. Il primo si chiama Mahdi, 17 anni e una denuncia per false generalità. Il secondo è Yosief, 15 anni, una denuncia per spaccio e un'altra per furto. A difenderli è l'avvocato Pier Franco Bottacini. Che è riuscito a far uscire Mahdi e ci sta provando con Yosief. Sono entrambi ragazzi soli, arrivati in Italia da adolescenti e finiti in giri di microcriminalità più grandi di loro.

Cie Torino: parlano gli immigrati che tentarono la fuga il 28 settembre

TORINO – Fuga, pestaggio e denuncia per resistenza a pubblico ufficiale. Si potrebbe sintetizzare così la vicenda dell'ultimo importante tentativo di evasione dal centro di identificazione e espulsione (Cie) di Torino. È il 28 settembre 2009. Sono da poco passate le 23.00, e durante il trasferimento dalle sezioni all'infermeria per la distribuzione degli psicofarmaci, un gruppo di una ventina di reclusi riesce a scappare dai cancelli delle sezioni. Solo quattro di loro però riescono a avvicinarsi al muro di cinta, dal lato di via Monginevro. E di loro soltanto uno riesce a scavalcare. Gli altri vengono presi dagli alpini di guardia al Cie, tratti in arresto e denunciati per resistenza a pubblico ufficiale. Fin qui la versione ufficiale. A tre settimane di distanza dai fatti però, Fortress Europe è riuscito a parlare con i tre protagonisti della fuga, che nel frattempo sono stati scarcerati e riportati al Cie di Torino. Quella sera – raccontano – furono ammanettati e pestati dai militari di guardia al Cie. Loro sono un ragazzo tunisino, Adel, un algerino, Amin e un senegalese nato in Francia, Mustafa.

23 October 2009

Cie di Torino: algerino ingoia cinque pile per tornare in libertà

TORINO - Hammami non è uno stinco di santo. Vive in Italia da 10 anni, tre dei quali li ha passati al carcere di Pavia con una dura condanna per spaccio. Dieci anni in cui non ha mai avuto un permesso di soggiorno. Al centro di identificazione e espulsione di Torino l'hanno portato il 22 agosto scorso, all'uscita dal carcere di Pavia, a fine pena. Dice di essere algerino, di Annaba. E sa che le probabilità di essere rimpatriato sono molto scarse, a causa della mancata collaborazione del consolato algerino. Delle due una: “O mi rimpatriano, e non ho niente in contrario, oppure mi rilasciano, io qua dentro sei mesi non resisto, ho già fatto tre anni di galera, ho diritto alla libertà”. E ingoia una pila. La mette sulla lingua per lungo. Poi chiude la bocca e la butta giù. Poi ne ingoia un'altra. “Guarda giornalista, guarda”. E poi una terza. Se non avessi appena visto le lastre in infermeria penserei a un gioco di prestigio. Il medico gli ha fatto fare una radiografia dello stomaco. Sotto le costole, si vedono le sagome di una vite autofilettante di cinque centimetri, due pile, di quelle di 1,5 V e un accendino, di cui però si vede solo la parte metallica. Ma le radiografie sono di ieri. E nel frattempo Hammami si è mangiato altre cinque pile, un tassello di plastica e un pezzo del cellulare. Davanti ai miei occhi. É iniziato tutto ieri. Con la notifica della proroga del trattenimento di altri 60 giorni.

19 October 2009

Algerino sì o no? Alì, rimbalzato tra Algeri e Milano e da 9 mesi nei Cie

BARI – Avete mai spedito un pacco postale? Se l'indirizzo del destinario è sbagliato o se per qualche motivo il destinatario non è presente e nessuno ritira il pacco, dopo un po' il pacco viene rispedito al mittente. E se il mittente non lo ritira entro un tempo prestabilito, dopo un po' viene mandato al macero. Alì è uno di quei pacchi. L'Italia lo ha rispedito in Algeria, ma l'Algeria lo ha rimandato al mittente, in Italia. Intanto però sono passati nove mesi, nove mesi che Alì ha passato in stato di detenzione. In questo momento si trova al centro di identificazione e espulsione di Bari. E ci ha raccontato telefonicamente la sua vicenda.


15 October 2009

Apolide croato cancellato dalle anagrafi, l'Italia si ostina a rimpatriarlo

cie bari paleseBARI - Secondo il censimento del 2001, la Croazia ha una popolazione pari a 4.437.460 abitanti, 9.811 dei quali sono apolidi. Già perché dopo la firma degli accordi di pace di Dayton nel 1995, che posero fine alla guerra scoppiata nel 1991, molti cittadini della dissolta Jugoslavia si ritrovarono cancellati dalle anagrafi dei nuovi Stati indipendenti. All’epoca Boris viveva in Italia da un pezzo. A Milano era arrivato nel 1989, prima della guerra, quando era ancora un ventenne cittadino jugoslavo. L’amara sorpresa arrivò nel 2002.


09 October 2009

La paura fa 90, gocce di Valium. Compleanno coi denti rotti al cie di Torino

cie torinoLUCCA - Durante il liceo lavoravo come magazziniere in un consorzio agrario, a Porcari, in provincia di Lucca. Ci andavo quasi ogni pomeriggio. Con un ciclomotore Grillo. E spesso mi fermavo a fare miscela dall’unico benzinaio di strada, davanti allo stadio comunale, prima del ponte sul Leccio. Sono passati dieci anni. E confesso che mi ero persino dimenticato dell’esistenza di quel benzinaio. Ma poi stamani ho ricevuto una telefonata da un ragazzo di Agadir. Si chiama H., mi chiamava dal centro di identificazione e espulsione (Cie) di Torino, dove è rinchiuso da quattro mesi. Parlava lento, con la bocca impastata di quando in infermeria abbondano con gli psicofarmaci. Gliel’ho chiesto quasi svogliatamente, in quel momento avevo altre cose urgenti da fare. Dov’è che ti hanno preso? A Porcari ha risposto. Allora ho messo da parte le carte su cui stavo lavorando e gli ho chiesto qualche dettaglio in più.

08 October 2009

Quelli che pagano il conto due volte. Dopo il carcere il Cie

ROMA – Un terzo dei detenuti nelle carceri italiane è costituito da cittadini stranieri, molti dei quali in attesa di giudizio. I reati più frequenti sono quelli legati allo spaccio di droghe illegali, ai furti e all'inottemperanza del decreto di espulsione. La legge prevede il rimpatrio a fine pena. E una direttiva del 2007 del governo Prodi prevede che l'identificazione avvenga in carcere. Quella circolare però è rimasta lettera morta. E così, i detenuti stranieri, una volta pagato il conto con la giustizia per i reati commessi, devono scontare altri sei mesi di detenzione nei centri di identificazione e espulsione. Anche al Cie di Ponte Galeria, dove quasi metà dei trattenuti sono arrivati dal carcere.

07 October 2009

Curdo a Ponte Galeria. Chiede asilo, ma rischia rimpatrio

ROMA – Di solito ai richiedenti asilo politico kurdi viene garantita una protezione internazionale. Anche in Italia. Ma non sempre. Così capita di trovare potenziali rifugiati politici dietro le sbarre dei centri di identificazione e espulsione. Anche al Cie di Roma. Tra il 1980 e il 1999 l'esercito turco cacciò oltre due milioni di kurdi da tremila villaggi nel Kurdistan turco. Budak Dogan era uno di loro. Con la sua famiglia lasciò il villaggio nel 1989, trovando rifugio nella città di Mersin. Da lì, nel 1997 si spostò a Izmir, la terza città turca, sul mar Egeo. Dopo l’arresto del leader della resistenza kurda, Abdullah Öcalan, avvenuto a Nairobi il 15 febbraio del 1999, dopo che l'Italia gli aveva negato l'asilo politico, a Izmir venne organizzata una grossa manifestazione. Anche Budak scese in piazza. Ma dopo che le sue foto finirono sulla stampa, la polizia turca gli rese la vita impossibile. E dopo qualche anno decise di partire.

06 October 2009

Rimpatriato in Italia. Edward e la partita di ping pong tra Italia e Ghana

cie romaROMA - Uno a uno. È una strana partita di ping pong quella che si gioca in questi mesi tra il Ghana e l'Italia. Perché a rimbalzare da un campo all'altro è un uomo. Un certo A. Edward, espulso prima dall'Italia verso il Ghana. E poi dal Ghana verso l'Italia, in attesa della prossima mossa. A. Edward, residente a Valle Martella, una frazione del Comune di Zagarolo, in provincia di Roma è stato fermato il 18 giugno scorso. La polizia è andata a prenderlo a casa sua, e trovandolo senza documenti l'ha portato al Cie di Ponte Galeria, a Roma. Sta dentro da 110 giorni. Lavorava in un caseificio a Monterotondo, che è stato chiuso dai Nas il 3 agosto per frode commerciale e carenze igienico sanitarie. Vive in Italia da 18 anni. Il permesso di soggiorno lo ha avuto con una sanatoria quando stava a Caserta. Dice di essere cittadino ghanese, anche se la polizia sostiene che in realtà abbia la doppia nazionalità, ghanese e nigeriano. Fatto sta che lo scorso 17 settembre, quando è salito sull’aereo di linea diretto a Accra, in Ghana, scortato da due poliziotti italiani, la polizia di frontiera all’aeroporto ghanese lo ha rispedito al mittente, in Italia, sull'aereo successivo. E questo sebbene fosse stato identificato come cittadino ghanese dall’ambasciata ghanese a Roma.

04 October 2009

L'immigrato "regolare". La storia di J.Mohamed, che entrò coi flussi e oggi è al Cie

ROMA – Tutti vogliono gli immigrati "regolari". Quelli che viaggiano con il passaporto, che hanno i documenti in regola e che lavorano. Nessuno però ricorda il concetto di fondo. Che l'immigrato "regolare" è come i piatti di plastica. Usa e getta. Prendete la storia di J. Mohamed, un ragazzo marocchino poco più che venticinquenne. Anche lui si trova detenuto al centro di identificazione e espulsione di Ponte Galeria, a Roma, in attesa del rimpatrio. Eppure in Italia ci è arrivato con un contratto di lavoro e tutti i documenti in regola. È l'emblema dell'immigrazione regolare. E della sua precarietà. Era il 2005, quando lo zio, che ha una ditta edile a Albenga, in provincia di Savona, gli mandò un contratto di assunzione, con il quale, attraverso il decreto flussi, riuscì a ottenere un regolare visto d'ingresso presso l'Ambasciata italiana in Marocco e quindi un permesso di soggiorno per motivi di lavoro una volta arrivato nel nostro paese.

03 October 2009

In Italia da 29 anni, a Roma ha moglie e figlio. E ora rischia il rimpatrio

ROMA – Quando gli azzurri di Bearzot vinsero i mondiali di calcio del 1982 in Spagna, Z. Jacob viveva in Italia già da due anni. Era arrivato all'età di 19 anni, nel 1980, dal Camerun. Negli ultimi tempi a Roma lavorava al locale Jogodo, in via di Torre spaccata 127. Tutto in nero perché non aveva il permesso di soggiorno. Gli era scaduto durante la lunga convalescenza seguita a un grave incidente stradale di cui porta ancora le cicatrici sul cranio. A Roma aveva anche un magazzino di strumenti musicali. Li affittava per serate e concerti per guadagnarsi la vita. E aveva addirittura una associazione culturale, registrata a nome della moglie, l’associazione “Black and White”. La moglie già. Perché dopo 29 anni in Italia uno ha tutta la vita nel nostro paese. Jacob oltre alla moglie ha un figlio. Un bambino di 10 anni, a cui ancora la madre non ha spiegato dove sia finito il papà da quando lo ha fermato la polizia, lo scorso 31 agosto, per un banale controllo dei documenti. Rinchiuso da 29 giorni al centro di identificazione e espulsione di Ponte Galeria, a Roma, Jacob adesso teme il rimpatrio. Soprattutto per la sorte della sua famiglia e del figlio.

02 October 2009

Festa di compleanno al Cie di Roma. Ma la ragazza ha 16 anni!

ROMA – I suoi genitori sono croati, ma lei è nata a Venezia. Nel 1993. Ha sedici anni. Li ha compiuti lo scorso 12 settembre con una festicciola a sorpresa improvvisata dalle detenute più grandi, nel centro di identificazione e espulsione di Ponte Galeria, a Roma. La legge proibisce la detenzione di minori nei centri di espulsione. Ma Elvira, così chiameremo la ragazza senza rivelare il suo vero nome per motivi di privacy, non ha documenti che provino la sua minore età. E la radiografia del polso – obbligatoria in questi casi - ha dato un responso negativo. Secondo la medicina Elvira ha 25 anni. Elvira parla perfettamente l’italiano, perché è cresciuta nel nostro paese. I suoi genitori erano scappati dalla guerra scoppiata in Croazia nel 1991. Ed erano tornati soltanto alcuni anni dopo la fine del conflitto. Elvira non ricorda le date, ma dice che era ancora bambina. A casa sua però hanno sempre guardato la tv italiana e i suoi genitori hanno insegnato l’italiano a lei e a suo fratello maggiore. È stato con il fratello di 26 anni che Elvira era partita per la sua vacanza estiva in Italia, tre mesi fa. Sono entrati regolarmente, con un timbro sul passaporto alla dogana. Il problema è sorto a Messina.