Ricordate il naufragio dello scorso 6 aprile? Quando un vecchio peschereccio libico si rovesciò in mare durante i soccorsi al largo di Lampedusa a causa del mare agitato, provocando la morte di almeno 250 persone? Oggi il corpo senza vita di una delle vittime, finite tutte disperse in mare, è stato rinvenuto sugli scogli dell'isola di Linosa. A ricordarci quello che è accaduto dall'inizio dell'anno. All'appello mancano almeno 800 persone su circa 8.000 arrivate dalla Libia a Lampedusa dall'inizio dell'anno. Praticamente metà della comunità eritrea e somala di Tripoli potrebbe essere finita dispersa in mare. Di seguito i dettagli della notizia.
Il blog di Gabriele Del Grande. Sei anni di viaggi nel Mediterraneo lungo i confini dell'Europa. Alla ricerca delle storie che fanno la storia. La storia che studieranno i nostri figli, quando nei testi di scuola si leggerà che negli anni duemila morirono a migliaia nei mari d'Italia e a migliaia vennero arrestati e deportati dalle nostre città. Mentre tutti fingevano di non vedere.
30 April 2011
29 April 2011
L'Ue boccia il reato di inottemperanza. Il commento di Paleologo
Finalmente una buona notizia. Buona davvero questa volta. La Corte di giustizia Ue ha sancito con una sentenza del 28 aprile 2011 che l'Italia deve sospendere il ricorso alla detenzione in carcere come sanzione di chi si trova sul nostro territorio con i documenti di soggiorno scaduti e un pregresso ordine di espulsione non ottemperato. In parole povere, fino a oggi se ti scadeva il permesso di soggiorno, al primo controllo ti beccavi un foglio di via e al secondo finivi dritto in carcere per non avere rispettato l'ordine del questore a lasciare l'Italia. Le pene erano da sei mesi a quattro anni. Roba della legge Bossi Fini del 2002, articolo 14 comma 5 ter. Insomma ben prima dell'ultimo pacchetto sicurezza. Un obbrobrio giudiziario che ha scritto la storia delle carceri italiane e delle politiche di creazione del disagio e della marginalità nel nostro paese. E sì perché per 10 anni, dal 2002 a oggi, migliaia e migliaia di persone sono state arrestate senza aver commesso reati e condannate perché prive di un documento di soggiorno e colpevoli di non aver lasciato l'Italia. Migliaia di processi celebrati sulla loro pelle hanno intasato le aule dei tribunali italiani, alla faccia di chi oggi propone il processo breve. Senza poi calcolare l'effetto devastante che tutto ciò può avere avuto sulle vite di moltissimi di loro, costretti in carcere per mesi e anni nelle condizioni disastrose di sovraffollamento in cui si trovano le carceri italiane da prima e dopo l'indulto del 2006. Adesso però toccherà applicare la direttiva europea sui rimpatri. La Corte di giustizia non lascia margine di dubbio. Una direttiva europea prevale sul diritto interno. E allora, secondo quella direttiva, gli Stati membri possono fare limitare la libertà di uno straniero solo come strumento atto all'identificazione e all'espulsione dello stesso, e non come pena aggiuntiva. Che poi era la stessa tesi sostenuta dalle procure di Roma, Brescia e Firenze, che già dal gennaio scorso avevano smesso di contestare il reato di inottemperanza.
Anche se poi questa direttiva rimpatri non è tutta rose e fiori. E non è un caso che tre anni fa, quando venne approvata, era soprannominata la direttiva vergogna. Se da un lato infatti vieta il ricorso al carcere come strumento delle politiche migratorie di un paese, dall'altro invece sostiene di fatto il ricorso ai centri di identificazione e espulsione, autorizzando addirittura la detenzione negli stessi centri fino a 18 mesi, sempre con la condizione che ciò sia propedeutico all'espulsione. Insomma un colpo al cerchio e uno alla botte. Ma per ora prendiamo il lato straordinariamente positivo di questa sentenza. Ovvero l'azzeramento di dieci anni di politiche di criminalizzazione delle migliaia di persone che vivono in questo paese senza i documenti o con i documenti scaduti.
Per capire meglio di cosa si tratta, vi proponiamo di seguito una analisi del professor Fulvio Vassallo Paleologo, giurista dell'università di Palermo, e il testo della sentenza della Corte di giustizia.
Anche se poi questa direttiva rimpatri non è tutta rose e fiori. E non è un caso che tre anni fa, quando venne approvata, era soprannominata la direttiva vergogna. Se da un lato infatti vieta il ricorso al carcere come strumento delle politiche migratorie di un paese, dall'altro invece sostiene di fatto il ricorso ai centri di identificazione e espulsione, autorizzando addirittura la detenzione negli stessi centri fino a 18 mesi, sempre con la condizione che ciò sia propedeutico all'espulsione. Insomma un colpo al cerchio e uno alla botte. Ma per ora prendiamo il lato straordinariamente positivo di questa sentenza. Ovvero l'azzeramento di dieci anni di politiche di criminalizzazione delle migliaia di persone che vivono in questo paese senza i documenti o con i documenti scaduti.
Per capire meglio di cosa si tratta, vi proponiamo di seguito una analisi del professor Fulvio Vassallo Paleologo, giurista dell'università di Palermo, e il testo della sentenza della Corte di giustizia.
27 April 2011
Cie Torino: espulsi in Tunisia con l'inganno
Prima hanno detto a tutti che li portavano in questura per il fotosegnalamento e di stare tranquilli che era la procedura per il rilascio dei permessi di soggiorno umanitari. Poi invece li hanno caricati di forza su un aereo diretto in Tunisia. Succede anche questo in Italia. La questura è quella di Torino, e il centro di identificazione e espulsione dove erano detenuti i 40 tunisini in questione è quello di corso Brunelleschi a Torino. Il rimpatrio collettivo è avvenuto lunedì ed è stato seguito, il giorno dopo, dalla protesta di un gruppo di 15 tunisini detenuti che hanno rifiutato di essere accompagnati in questura.
21 April 2011
Bologna: in 15 riescono a fuggire dal Cie
Sono riusciti a tornare in libertà 13 tunisini e 2 marocchini detenuti nel centro di identificazione e espulsione di Bologna, grazie a dei seghetti artigianali con cui erano riusciti a segare una sbarra di ferro e a darsela a gambe levate scavalcando le due recinzioni prima che la polizia se ne accorgesse e fermasse altri sette in procinto di fuggire. I dettagli della notizia sulla stampa locale.
19 April 2011
Libres comme le vent. On écrit Vintimille, on lit modernité
Miloud a les mains coupées. Il tourne son café assis à la table du bistrot de la gare et n’arrête pas de rire en racontant ses mésaventures de la veille avec la Gendarmerie française qui l'a arrêté et trouvé sans papiers sur un train pour Nice, mais qui a été incapable de lui empêcher de s’enfuir et de retourner à Vintimille en marchant le long des railles. C’est dans les deux tunnels qu’il s’est blessé. Il avançait à tâtons dans l'obscurité, il trébuchait à chaque pas et tombait par terre, en plus en risquant d'être percuté par un train. Pour lui, comme pour tout le monde, c'est aujourd'hui le dernier jour pour présenter la demande pour le permis de séjour temporaire de six mois prévu pour tous les Tunisiens qui sont arrivés à Lampedusa entre le 1er janvier et le 5 avril. Mais Miloud n’y aura certainement pas droit. La police de Vintimille lui a dit d'aller au poste de police de Savone. Mais Miloud n'a pas la moindre idée d'où se trouve Savone, ni l'argent dans ses poches pour acheter un billet. Contrairement aux autres, en France il n'a personne qui puisse l’aider. Mais tout cela ne semble pas l’inquiéter. Peut-être que ses 18 ans ne sont pas suffisants pour réaliser complètement qu’une dure réalité l'attend. Mais certainement ils suffisent pour se sentir enfin libre, pour avoir fait ce que toute une génération en Tunisie rêve depuis des années: voyager vers l'Europe.
طليقاً كطيف النسيم. ما تُسَطِّرُه فنتيميليا نقرأه في عصر الحداثة
ميلود يداه مقطوعتان، يدير القهوة وهو جالس على مقهى المحطة، دون أن يتوقف عن الضحك وهو يسرد مغامرات الليلة الماضية مع قوات الدرك الفرنسي، حين أوقفته دون وثائق على متن قطار متجه إلى نيس، لكنها فشلت في منعه من الهرب، والعودة إلى فنتيميليا مشياً بموازاة القضبان. ولكن الضرر كان قد لحق به في النفقين. كان يتلمس طريقه في الظلام، وكل بضع خطوات كان يتعثر ثم يسقط على الأرض، مع تعرضه لخطر أن يصدمه قطار. وميلود مثله مثل الآخرين، اليوم هو آخر يوم له لتقديم طلب الحصول على تصريح إقامة مؤقتة لمدة ستة أشهر، التي يوفرونها للتونسيين القادمين من لامبيدوزا بين 1 يناير و 5 أبريل. لكن ميلود سيبقى على الأرجح خارج الحسبان، حيث قالوا له في مركز الشرطة في فنتيميليا أن يذهب إلى مركز شرطة سافونا. لكنه ليس لديه أدنى فكرة عن مكان سافونا ولا يملك المال في جيبه لشراء التذاكر. وعلى عكس الآخرين، في فرنسا لا يساعده أحد. وبالرغم من ذلك لا يبدو أن هذا يقلقه. ربما لصغر سنه (18 عاماً) فهو لا يدرك الواقع القاسي الذي ينتظره. لكن هذا العمر يعد بالتأكيد كافياً لأن يشعر بالحرية التي يحلم بها جيل بأكمله في تونس لسنوات: السفر إلى أوروبا
Liberi come il vento. Si scrive Ventimiglia si legge modernità
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| Con Nizar durante la manifestazione a Ventimiglia |
Free like the wind. The borders of modernity called Ventimiglia
Milud’s hands are wounded. Sitting at a table at the bar next to the railway station, he stirs his coffee and can’t stop laughing. He tells us about last night’s misadventures with the French Gendarmerie, who caught him without documents on a train to Nice, but didn’t manage to prevent him from escaping and returning to Ventimiglia on foot along the train tracks. He hurt himself while he was passing through the two tunnels. Fumbling in the pitch darkness, he kept on tumbling and falling on every other step, whilst at the same time risking to be run over by a train. For him as for all the others, today is the deadline for submitting the request for the temporary permits of stay, which last 6 months. These are provided for all the Tunisians who have arrived at Lampedusa between the 1st January and 5th April. But most probably Milud will be excluded by this process. At the police station in Ventimiglia they told him to go to the police headquarters of Savona. But he has no idea where Savona is and no money in his pocket for the ticket to get there. Unlike the others, he has no one in France to help him out. Nevertheless this doesn’t seem to worry him. Perhaps his 18 years of age aren’t enough to make him fully aware of the crude reality that is awaiting him. But they surely suffice to make him feel free, for having achieved what a whole generation in Tunisia has been dreaming of doing for years: travelling in Europe.
Pantelleria: ripescato un terzo cadavere in mare
Mentre sull'isola di Pantelleria si celebravano i funerali di Leonie e Cinie, le due donne annegate durante il naufragio dello scorso 13 aprile, con la partecipazione del marito e dei cinque figli di Leonie e del fidanzato di Cinie, dal mare é arrivata la triste conferma del terzo decesso. Il corpo dell'uomo che ancora mancava all'appello é stato ritrovato non lontano dalla costa. Di seguito, i dettagli della notizia. Qui invece le statistiche sulle oltre quattromila vittime del Canale di Sicilia in dieci anni di sbarchi
Tunisino investito e ucciso sulla tangenziale di Bari
Aveva 34 anni ed era sopravvissuto alla dittatura, alla rivoluzione e alla traversata del Mediterraneo. Ironia della sorte, a ucciderlo e' stato un incidente stradale. Si tratta di un tunisino sbarcato a Lampedusa nelle settimane scorse e morto investito sulla tangenziale di Bari mentre rientrava a piedi nel centro di accoglienza di Bari Palese. Di seguito i dettagli della notizia
14 April 2011
Pantelleria: due morte, un disperso e le accuse di un pescatore
Ancora tre morti alle porte d'Europa. Una barca proveniente dalla Libia si è arenata a Pantelleria, sugli scogli di contrada Arenella, nei pressi del paese. Presi dal panico, i passeggeri si sono lanciati in acqua, cercando di raggiungere a nuoto la riva. Nella ressa due donne sono annegate e un uomo è finito disperso. A ben vedere però, ancora una volta a rubargli la vita prima ancora del mare è stata l'omissione di soccorso. La denuncia è di un pescatore, il comandante Antonio Grimaudo, del peschereccio Cosimo Aiello, di Mazara del Vallo, che alla stampa ha dichiarato di avere dato l'allarme 15 ore prima dell'arrivo dei soccorsi. Grimaudo si chiede, e noi con lui, perché non siano state inviate con la massima urgenza due motovedette veloci per effettuare il trasbordo prima che fosse troppo tardi? Nel momento in cui i pescatori hanno dato l'allarme, il mare era ancora buono, e il peschereccio si trovava a sole 22 miglia da Pantelleria. Quelle tre vite si potevano salvare. Ma forse ancora una volta ha prevalso lo spirito securitario. L'indizio sta nel fatto che alcune ore dopo il primo sos sul posto è arrivata, insieme alla nave da guerra Minerva della marina italiana, una motovedetta tunisina. Che secondo il resoconto dei pescatori ha acceso i fari e ha invertito la rotta non appena ha visto che i passeggeri erano neri. Forse l'ordine era di ritardare i soccorsi per favorire il respingimento in Tunisia? Salvo poi scoprire che i passeggeri non erano tunisini, ma africani partiti da Tripoli, e che quindi le autorità tunisine rifiutavano di prendere a bordo? Per ora sono solo domande, ma ci auguriamo ne terrà conto la procura di Marsala, che sull'incidente ha aperto un'inchiesta per omicidio colposo.Di seguito i dettagli della notizia. Intanto continuiamo a non avere notizie di due imbarcazioni partite dalla Libia a fine marzo. Una con 335 passeggeri a bordo e l'altra con 160. I passeggeri eritrei avevano dato l'allarme con una telefonata dal satellitare alla diaspora eritrea a Roma due settimane fa. Da allora però non ci sono più stati contatti. Né sono mai arrivati a destinazione. Potrebbero essere tornati in Libia sospinti dalle correnti oppure più probabilmente essere naufragati. Ovviamente ci auguriamo tutti il contrario, ma se così fosse, questa tragedia davvero mostrerebbe l'omissione di soccorso praticata sistematicamente da parte dei mezzi navali della Nato. Che pattugliando quel tratto di costa impegnati nella guerra in Libia, non potrebbero non avere visto quelle imbarcazioni.
13 April 2011
Un'altra strage: morti 65 eritrei, i superstiti accusano la Nato
Abbandonati in mare per settimane. E lasciati morire di stenti al largo di Tripoli. Come nell'agosto del 2009, è successo di nuovo. Sono ancora eritrei. Stavolta i morti sono 65 e tra le navi accusate di omissione di soccorso ci sono pure i mezzi militari della Nato che incrociano al largo di Tripoli. Nessuno ha fatto niente. La denuncia è di quelle che fanno rabbrividire e arriva direttamente dagli unici superstiti dell'ultimo naufragio avvenuto di fronte alle coste libiche. Sette eritrei, che dal centro di detenzione di Twaisha a Tripoli hanno contattato la diaspora eritrea di Roma e hanno dato l'allarme tramite l'agenzia Habeshia. Il gommone era partito da Tripoli il 25 marzo con 72 passeggeri a bordo, in gran parte eritrei. L'ultima richiesta d'aiuto tramite una chiamata dal telefono satellitare risaliva al 26 marzo nel tardo pomeriggio. In quella occasione l'agenzia Habeshia girò l'allarme alla Guardia costiera di Roma che riuscì a localizzare il segnale del satellitare a circa 60 miglia a nord di Tripoli. Poi il nulla. Per giorni gli eritrei di Roma hanno sollecitato un intervento ma non è stato fatto niente. Fino al pomeriggio del 12 aprile, quando dalla Libia è arrivata la telefonata dei 7 superstiti. Raccontano della morte per stenti di 65 dei 72 passeggeri, comprese donne e bambini. Uno dopo l'altro, dopo due settimane alla deriva. E raccontano di essere stati abbandonati in mare da diverse navi militari, probabilmente quelle della Nato impegnate nelle missioni militari in Libia. E di un elicottero che - raccontano - li ha sorvolati e ha gettato loro delle bottiglie d'acqua, senza però dare l'allarme. Visto che si sono salvati soltanto raggiungendo la costa libica trasportati dalle correnti marine, per poi essere arrestati.
Per l'ennesima volta non è il mare ad uccidere. Ma le omissioni di soccorso dei mezzi militari di fronte alle coste libiche. E adesso la Nato faccia chiarezza. Noi quando abbiamo percorso la rotta Malta Misratah due settimane fa su un peschereccio libico carico di aiuti umanitari, siamo stati fermati tre volte dalle navi della coalizione militare. Possibile che le barche dirette a Lampedusa siano divenute trasparenti ai loro radar?
Per l'ennesima volta non è il mare ad uccidere. Ma le omissioni di soccorso dei mezzi militari di fronte alle coste libiche. E adesso la Nato faccia chiarezza. Noi quando abbiamo percorso la rotta Malta Misratah due settimane fa su un peschereccio libico carico di aiuti umanitari, siamo stati fermati tre volte dalle navi della coalizione militare. Possibile che le barche dirette a Lampedusa siano divenute trasparenti ai loro radar?
12 April 2011
Diritti a orologeria
Ricordate il primo gruppo di 30 tunisini rimpatriati con un volo da Lampedusa lo scorso 8 aprile? Quel giorno girava la notizia che i loro 72 compagni di viaggio sarebbero stati i prossimi a essere rispediti in Tunisia. Poi non se ne è più parlato. Perché non sono mai stati rimpatriati, e oggi sono al sicuro nel centro di accoglienza di Crotone, in attesa anche loro del permesso di soggiorno di sei mesi per motivi umanitari, con cui molti prenderanno la via per la Francia. A evitargli l'espulsione non è stato un brillante avvocato o un comma sconosciuto del diritto internazionale. Bensì le lancette dell'orologio. Hanno cioè dimostrato di essere sbarcati pochi minuti dopo la mezzanotte del 5 aprile essendo stati trattenuti al largo dalle nostre motovedette per ore, altrimenti sarebbero arrivati pure prima... Non è uno scherzo. E' l'Italia. Dove ormai l'accesso ai diritti assomiglia più a una lotteria o a una corsa al fotofinish. Si basa tutto sul decreto del presidente del consiglio dei ministri del 5 aprile scorso, che assegna un permesso umanitario a chi è entrato prima della mezzanotte del 5 aprile e rimanda a casa tutti gli altri. Di seguito il comunicato dell'associazione Borderline Sicilia.
Haram: l'ira della folla sul cadavere di un presunto mercenario
AVVERTENZA
I VIDEO CONTENGONO IMMAGINI CHE POSSONO URTARE LA SENSIBILITÀ DEL PUBBLICO. HANNO UN IMPORTANTE VALORE DOCUMENTALE, MA SONO MOLTO PESANTI DA VEDERE. PERTANTO PRIMA DI SCEGLIERE SE VISUALIZZARLI, LEGGETE LA DIDASCALIA IN MODO DA SAPERE DI CHE TIPO DI IMMAGINI SI TRATTA.La folla festeggia la liberazione della città issando per le gambe alle grate di una finestra il cadavere di un nero, probabilmente un soldato delle forze armate di Gheddafi. Contro il cadavere appeso a testa in giù si accaniscono in molti. Alcuni lo sbattono con dei ferri. Altri lo infilzano con dei coltelli. Nella folla alcuni protestano inutilmente dicendo che è haram, ovvero che sono azioni categoricamente proibite dalla religione. Altri invece gridano dio è grande.
Durata 02:56 Caricato il 12 aprile 2011
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Il soldato carbonizzato
La folla festeggia agitando per aria i resti del cadavere bruciato di un soldato delle forze armate di Gheddafi. Dal video non si capisce come sia stato bruciato, se durante gli scontri o successivamente. Alcuni brandiscono in aria pezzi del cadavere per festeggiare, forse il cuore.
Durata 7:22Caricato il 12 aprile
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Soldati di Gheddafi interrogati e uccisi dai ribelli
Soldati delle forze armate di Gheddafi interrogati in una casa dei ribelli dove sono tenuti prigionieri. Gli stessi vengono poi portati in un piazzale e giustiziati con un colpo alla testa sparato a sangue freddo. Immagini della tv libica.
Durata 4:27Caricato il 12 aprile 2011
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Il massacro. Soldati di Gheddafi giustiziati dai ribelli
Il video mostra un gruppo di soldati delle divisioni di Gheddafi uccisi a sangue freddo dai ribelli in un immobile in cui si erano rifugiati dopo essere stati circondati. Dal tipo di ferite si capisce che sono stati giustiziati sul posto con degli spari alla testa. Non è chiaro in che città sia stato girato.
Durata 1:22Caricato il 12 aprile 2011
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Sbarco a Malta: muore una ragazza di 29 anni
Pare che a un certo punto ieri sera, per attirare l'attenzione abbiano bruciato uno straccio. A vederli è stato un peschereccio siciliano, che alle 21:15 ha lanciato l'sos. A bordo erano in 116 passeggeri. Somali e ciadiani, partiti dalla Libia e finiti alla deriva senza carburante a 45 miglia da Malta. La Valletta ha mandato le sue motovedette in soccorso dopo aver ricevuto dall'Italia la comunicazione che Roma non sarebbe intervenuta perché fuori dalle sue acque di competenza. Sei dei passeggeri sono stati ricoverati d'urgenza all'ospedale Mater Dei di Malta. Una ragazza invece non ce l'ha fatta. Aveva 29 anni, l'hanno ritrovata senza vita a bordo. Non era l'unica ragazza. A bordo c'erano 18 donne, un bimbo di tre anni e tre neonati. Tutti i passeggeri, compresi i 98 uomini, erano in brutte condizioni di disidratazione. Il che fa pensare che fossero in mare da una settimana. E allora viene da chiedersi ancora una volta come sia stato possibile che nessun radar li abbia visti prima. Nemmeno quelli delle navi militari della Nato, che ho personalmente incrociato in quel tratto più volte quando due settimane fa sono andato in Libia proprio da un peschereccio partito da Malta, con un carico di aiuti per la città di Misratah. Di seguito i dettagli della notizia sulla stampa maltese.
Lampedusa: verso lo stato di polizia?
C'era una volta il diritto. Poi diventò un bastone fra le ruote e si decise di farne a meno per fare prima. Ecco che cosa insegnano le pratiche lungo le frontiere europee e italiane in particolare. I respingimenti in Libia prima e le espulsioni di massa in Tunisia adesso. Eppure per capire cosa sta davvero succedendo sull'isola basterebbe porsi alcuni domande semplici semplici. Per esempio: su quali basi giuridiche i tunisini a Lampedusa sono privati della libertà? Su quali basi giuridiche non hanno accesso a un avvocato sull'isola? Su quali basi giuridiche sono rimpatriati collettivamente? Su quali basi giuridiche chi è arrivato prima del 5 aprile avrà un permesso umanitario, e chi è arrivato dal giorno dopo non lo avrà? Esistono leggi a scadenza? Parliamo di diritti o di marmellata? Chiederselo ci aiuta a vedere meglio le cose. Ci aiuta a ricordare che c'è una legge sull'immigrazione, ovvero uno stato di diritto, per quanto quella legge possa non piacerci, e poi ci sono delle pratiche in deroga a quella legge, e quindi a quello stato di diritto. Come dire che per l'ennesima volta, a Lampedusa si sperimenta lo stato di polizia. Un centro d'accoglienza diventa un centro d'espulsione come se niente fosse. Centinaia di cittadini vengono privati della libertà senza la convalida di un giudice e senza la possibilità di nominare un avvocato e presentare un ricorso. E infine decine di loro vengono rimpatriati in modo collettivo come proibito dalle direttive europee. Chiariamoci: loro in caso di rimpatrio non rischiano niente, se non di aver buttato via un sacco di soldi nella traversata. La Tunisia di oggi non è più la Tunisia di Ben Ali. A rischiare siamo noi cittadini di un paese che ormai agisce in deroga alle sue stesse leggi mentre nessuno si rende conto di come avanzino le pratiche di stato di polizia e di come facciano cultura.
10 April 2011
المذبحة المُنكرة: مصرع 16.265 على أبواب الاتحاد الأوروبي
يتسابق الجميع في حساب عدد النازحين إلى الاتحاد الأوروبي، مستعدين للصراخ في وجه الغزاة، تاركين وراء ظهوروهم هذه الأعداد ممن لم يصلوا بعد. يموتون يوماً بعد يوم، وعاماً بعد عام، تختفي أجسادهم في ظل غياب الضمير، وتدفن في قاع مقبرة البحر المتوسط. تأكلهم الأسماك وتتكدس أشلائهم فوق أنابيب الغاز التي أصبحت الجسر الوحيد الذي يربط بين ضفتي البحر. وتحاول منذ سنوات "فورترس أوروبا" إثبات هذه المذبحة بالمستندات. والأرقام تتحدث؛ فاستناداً فقط إلى الأخبار الموثقة يبلغ عدد من لقوا حتفهم منذ علم 1988 على حدود أوروبا 16.265 شخصاً على الأقل. و منذ بداية عام 2011 بلغ عدد ضحايا الحدود 458 شخصا
07 April 2011
Tentato suicidio al Cie di Milano
Tentato suicidio al centro di identificazione e espulsione di via Corelli, a Milano. Un detenuto tunisino si è impiccato con la cintura di un accappatoio. Fortunatamente è stato soccorso in tempo e non è morto. Secondo i medici dell'ospedale San Raffaele, dove l'uomo è stato trasportato per accertamenti, le sue condizioni non sarebbero gravi. I dettagli sulla cronaca locale milanese.
Strage a Lampedusa: almeno 213 annegati in mare
Erano in gran parte eritrei e somali, scappati da Tripoli prima che la guerra arrivasse anche lì. E imbarcati a Zuwarah sulla rodata rotta libica per Lampedusa, che ormai da un paio di settimane sembra essersi definitivamente riaperta, evidentemente con il consenso di Gheddafi e delle sue milizie. Poi però è successo che la barca su cui viaggiavano è finita alla deriva col mare in tempesta, e proprio quando sono arrivati i soccorsi, a 39 miglia al largo di Lampedusa, si è rovesciata in mare, stanotte alle quattro. Per 51 persone salvate dalla Guardia costiera e dal peschereccio "Cartagine", ne mancano altre 250 secondo la stampa, (213 secondo le Nazioni Unite). Tutti annegati in una delle più gravi stragi della storia del Canale di Sicilia, che dagli anni Novanta ormai si è preso la vita di almeno 4.500 persone. Personalmente incrocio le dita perché tra la lista dei dispersi non ci siano i miei amici eritrei di Tripoli. Un mese fa, prima che Gheddafi tagliasse la connessione internet, mi avevano scritto che si sarebbero imbarcati non appena possibile. E adesso non c'è modo di sapere che fine abbiano fatto. Quel che è certo, e vorrei che fosse chiaro per l'ennesima volta, è che a uccidere questi ragazzi non è stato soltanto il mare. In Libia c'è una guerra di liberazione da un mese e mezzo. Perché le Nazioni Unite non hanno organizzato prima un'evacuazione umanitaria dei rifugiati eritrei e somali bloccati a Tripoli? E più in generale, perché quegli stessi ragazzi non hanno potuto evacuare via terra in Tunisia e da lì prendere un aereo per Roma o per dove altro volevano? Di seguito, i dettagli della notizia.
05 April 2011
“Partir Loin”. Musique, c’est parti!
Et si une chanson pouvait nous aider à comprendre ce qui se passe à Lampedusa encore mieux qu’une analyse politique? Quel est le potentiel d’un pays où les grands succès de la chanson rap encouragent les jeunes à voyager? Lorsque la culture de masse dit qu’il faut partir loin, s’en aller, s’évader comme d’une prison, pour voir le monde. Des chansons comme ça, il y en a des dizaines. Du Maroc à l'Egypte. Mais par dessus toutes, il y en a une qui est un grand succès, "Partir loin", une chanson du rappeur algérien Reda Taliani et 113. Le premier enregistrement remonte à 2005, mais encore aujourd’hui il vaut la peine de l’écouter. D'abord parce qu'elle a un rythme irrésistible. Ensuite parce qu'elle nous aide à comprendre ce qui se passe à Lampedusa.
"Partir Loin". Music, let’s go!
What if a song helped us more than a political analysis to understand what’s going on at Lampedusa? What are the potentials of a country in which the big rap hits encourage young people to travel? Where mass culture says that it’s necessary to travel far away, leave, evade, as if from a prison, in order to see the world. There are dozens of songs like this. From Morocco to Egypt. But the one that tops the charts is “Partir Loin”, an Algerian song interpreted by rap artists Reda Taliani and 113. We translated it for you.
04 April 2011
Entre deux feux. Les étrangers en Libye à l’époque de la révolution
Nashat n'a pas eu le temps de faire ses valises avant de s'échapper. Il n’a pris que la photo de ses enfants sur lui. Il me demande de la montrer à la télévision pour que sa famille à Banisuif en Egypte sache qu’il est encore en vie. Autour de lui, un grand nombre de personnes vient se regrouper. Ils sont tous Egyptiens et ils sont des milliers. L'étendue de tentes grises mises en place par la Croix-Rouge libyenne pour les accueillir se perd à l'horizon tout le long de la route qui mène de l'aciérie au port industriel de Misratah.
Tra due fuochi. Gli stranieri in Libia al tempo della rivoluzione
Viaggio a Misratah, 2 aprile 2011
Nashat non ha fatto in tempo a fare le valigie quando è scappato. E dietro si è portato soltanto la foto dei figli. Mi chiede di farla vedere in televisione perché la famiglia a Banisuif in Egitto sappia che è ancora vivo. Accanto a lui si crea una calca di gente. Sono tutti egiziani e sono migliaia. La distesa delle tende grige allestite dalla croce rossa libica per accoglierli si perde all'orizzonte lungo tutto il viale che dall'acciaieria conduce fino al porto industriale di Misratah. Vogliono tutti che mi segni il loro nome e gli faccia una foto. Sono il primo giornalista che incontrano da quando tre settimane fa hanno abbandonato le loro case in città per rifugiarsi qui in attesa che il governo egiziano mandi loro una nave a portarli via dalla guerra. Le truppe di Gheddafi hanno tagliato le linee telefoniche della città. E da allora non hanno più contatti telefonici con i parenti in Egitto, che seguono con ansia su Al Jazeera le notizie dei bombardamenti sui civili sperando che i propri cari siano ancora vivi.
03 April 2011
Libia: naufragio a Tripoli, almeno 68 vittime
La notizia viene dalla diaspora eritrea ed è stata confermata dai gesuiti di Malta. Nelle acque di Tripoli sono stati rinvenuti i corpi senza vita di 68 persone. Potrebbero essere i passeggeri dell'imbarcazione che aveva lanciato un sos e che era dispersa nel Canale di Sicilia dallo scorso 25 marzo. Intanto invece si continua a non avere notizie degli oltre 300 tra eritrei e etiopi che si trovavano a bordo di una seconda imbarcazione di cui non si hanno notizie da oltre una settimana. Di seguito i dettagli della notizia.
Un marinaio contro l'embargo di Misratah
Viaggio a Misratah, 1 aprile 2011
Tareq non è riuscito a rivedere la famiglia nemmeno questa volta. E continua a chiedersi che fine abbiano fatto la moglie e i cinque bambini piccoli. Abitano nella zona più pericolosa di Misratah. Impossibile raggiungerli, per via dei cecchini sui tetti e dei carri armati per strada. Avvicinarsi significherebbe farsi ammazzare. Non resta che sperare che siano ancora vivi. Che i carri armati non abbiano sparato sulla loro casa e che i cecchini non siano ancora entrati per prendersi l'appartamento come postazione di tiro. E c'è da sperare che abbiano abbastanza cibo e soprattutto che abbiano da bere, visto che da tre settimane Misratah è senza acqua corrente. Ormai non li sente nemmeno al telefono, da quando tre settimane fa le truppe di Gheddafi hanno staccato la linea. Dei satellitari neanche a parlarne, in città sono pochi e sono tutti in mano agli insorti per coordinare la difesa e comunicare con la stampa internazionale. A Tareq non resta che affidare la loro sorte a Allah. Li ricorda in ogni preghiera, quando stende il tappetino sul ponte del peschereccio e si inginocchia, con lo sguardo teso verso l'orizzonte dove ogni mattina il sole sorge sulle acque blu del Mediterraneo. Tareq è in viaggio da un mese. Fa la spola tra Malta e Misratah. Questo è il suo terzo viaggio. Guida un peschereccio d'altura di quaranta metri, ma non trasporta pesce. In stiva ha 150 tonnellate di latte, farina, zucchero, pomodoro in scatola, tonno, fagioli, pannolini e acqua potabile. Per rompere l'embargo nella città sotto assedio che da 40 giorni resiste coraggiosamente alle truppe di Gheddafi e ai loro bombardamenti a tappeto che hanno già ucciso almeno 200 civili. Il primo viaggio è stato il nove marzo. Questa è la sua terza traversata e per noi viaggiare con lui è l'unico modo per raggiungere la città di Misratah.
02 April 2011
Caught in the crossfire. Foreigners in Libya during the revolution
Nashat didn’t have the time to pack his luggage when he escaped. He only managed to take the photograph of his children. He asks me to show it on television so that his family in Banisuif, in Egypt, may know that he’s still alive. A crowd forms around him. They are all Egyptians and they are thousands. The grey tents set up by the Libyan Red Cross stretch out to the horizon, along the whole avenue that leads from the steelworks to the industrial harbour of Misratah. They all want me to make a note of their names and to take their picture. I’m the first journalist they have met since they left their houses in the city three weeks ago. They sought refuge here, whilst waiting for the Egyptian government to send a ship to save them from the war. The troops of Gheddafi have cut the phone lines of the city. And, since then, they haven’t had any contacts with their relatives in Egypt, who have been anxiously following the news on Al Jazeera of the bombardments against civilians, and hoping that their dear ones may still be alive.
Modica: ritrovato un altro cadavere in mare
C'è un'altra vittima nello sbarco di Marina di Modica, nel ragusano. Si tratta di un altro ragazzo di vent'anni. Di nuovo mi chiedo: chi l'ha ucciso? Il mare o le leggi di inospitalità che abbiamo deciso ci governino? Pensiamo la prossima volta che andiamo a Djerba in vacanza..
Ancona: un morto su un traghetto giunto dalla Grecia
Italia 2011. Di frontiera si continua a morire. Ma fa sempre particolare impressione quando a perdere la vita sono ragazzi nascosti nelle stive dei traghetti dei turisti che collegano la Grecia ai porti italiani dell'Adriatico. L'ultima volta è successo oggi ad Ancona. Sul ponte migliaia di viaggiatori in vacanza. Nella stiva un ragazzo che per fare quello stesso viaggio ha perso la vita soffocato dentro il furgone dove si era nascosto per non essere respinto alla frontiera.
Nelle stive di cargo e traghetti
Il mare si attraversa anche sui mercantili, nascosti nella stiva o dentro i container sul ponte del cargo. Succede sia sulle brevi tratte - tra la Grecia e l'Italia, tra la Francia e la Gran Bretagna, e tra il Marocco e la Spagna -, sia sulle rotte a lunga percorrenza, dall'Asia e dall'Africa verso le Canarie nell'Atlantico, verso la Francia, il Belgio e i porti del Baltico, oppure attraverso il canale di Suez alla volta della Turchia. Le condizioni di sicurezza restano bassissime: almeno 154 le vittime documentate, morte per soffocamento o annegamento. Leggi anche i dati sui morti nascosti nei tir.
Los extranjeros en Libia en tiempos de revolución
Traducido para Rebelión por Ana Martínez Huerta
Nashat no tuvo tiempo de hacer las maletas cuando escapó. Lleva consigo solo la foto de sus hijos. Me pide que la saque por televisión para que su familia en Benisuef, Egipto, sepa que todavía está vivo. Junto a él se crea un grupo de gente. Son todos egipcios y son miles.La extensión de tiendas grises preparadas por la cruz roja libia para acogerlos se pierde en el horizonte a lo largo de todo el camino que de la acería llega hasta el puerto industrial de Misratah.Todos quieren que apunte su nombre y les haga una foto. Somos los primeros periodistas que encuentran desde que hace tres semanas abandornaron sus casas de la ciudad para refugiarse aquí en espera de que el gobierno egipcio envie un barco que los saque de la guerra. Las tropas de Gadafi cortaron las líneas teléfonicas de la ciudad. Y desde entonces no han podido contactar con sus parientes en Egipto, que siguen con ansia en Al Jazeera las noticias de los bombardeos a civiles esperando que sus seres queridos estén vivos aún.
Nashat no tuvo tiempo de hacer las maletas cuando escapó. Lleva consigo solo la foto de sus hijos. Me pide que la saque por televisión para que su familia en Benisuef, Egipto, sepa que todavía está vivo. Junto a él se crea un grupo de gente. Son todos egipcios y son miles.La extensión de tiendas grises preparadas por la cruz roja libia para acogerlos se pierde en el horizonte a lo largo de todo el camino que de la acería llega hasta el puerto industrial de Misratah.Todos quieren que apunte su nombre y les haga una foto. Somos los primeros periodistas que encuentran desde que hace tres semanas abandornaron sus casas de la ciudad para refugiarse aquí en espera de que el gobierno egipcio envie un barco que los saque de la guerra. Las tropas de Gadafi cortaron las líneas teléfonicas de la ciudad. Y desde entonces no han podido contactar con sus parientes en Egipto, que siguen con ansia en Al Jazeera las noticias de los bombardeos a civiles esperando que sus seres queridos estén vivos aún.
L'altalena senza bambini
C'è un altalena senza bambini che dondola e cigola spinta dal vento davanti a quello che resta di una casa ridotta in macerie. E poi ci sono due bambini senza altalena e senza più voglia di giocare. Sono fratelli. Mohamed ha undici anni e Ali ne ha quattordici. Il missile è caduto nel cortile di casa mentre erano fuori a divertirsi. Quando sono arrivati al pronto soccorso, era già troppo tardi. A Mohamed hanno asportato l'occhio e amputato una mano. È sdraiato su un letto di ospedale, con la gamba rotta avvitata a un tutore di ferro e il resto del corpo coperto di bende e di cicatrici. Piange e dice che gli fa male. Ma il fratello più grande, Ali, non ha parole di conforto, perché anche lui è steso su un letto dello stesso ospedale. La loro infanzia è finita in un attimo. Il tempo dell'esplosione di un missile lanciato a caso su un quartiere della città con l'unico obiettivo di colpire i civili. Benvenuti a Misratah. La città ribelle della Tripolitania che da 40 giorni resiste eroicamente all'assedio delle milizie di Gheddafi e che da ormai tre settimane è completamente isolata dal resto del paese. Le linee telefoniche sono fuori uso, metà delle case è senza corrente elettrica e l'unica acqua rimasta a disposizione è quella dei pozzi, perché le condutture dell'acquedotto sono state chiuse dagli uomini di Gheddafi, che ormai circondano la città. L'unica via libera rimasta è quella del mare, ed è quella che abbiamo scelto per rompere l'altro isolamento: quello con la stampa internazionale. Perché finora nessun inviato dei grandi giornali è riuscito a spingersi fin qua.
01 April 2011
Modica: un morto annegato a Punta Regilione
Dopo lo sbarco la brutta notizia. L'ha avvistato un passante a metà mattinata. Si tratta di un ragazzo poco più che ventenne, che poi si è scoperto essere eritreo. Annegato dopo essere finito in acqua durante lo sbarco. Di seguito il dettaglio della cronaca.
فلنرحل عبر الموسيقى : Partir Loin
إذا أردنا أن نفهم ما يجري في لامبيدوزا، هل من الممكن أن تساعدنا في هذا مجرد أغنية أكثر من تقرير سياسي؟ ما هي تلك القدرة التي يمتلكها بلد ما تشجع فيها موسيقى الراب شبابها على السفر، وتؤكد فيها الثقافة العامة على ضرورة الرحيل بعيداً، المغادرة، الفرار، كما لو كان من سجن، من أجل رؤية العالم؟
Un marinero contra el embargo de Misratah
Traducido para Rebelion por Ana Martínez Huerta

Tampoco esta vez Tarek ha podido ver a su familia. Y todavía se pregunta qué les habrá ocurrido a su mujer y a sus cinco hijos pequeños. Viven en la zona más peligrosa de Misratah. Es imposible reunirse con ellos a causa de los francotiradores en los techos y los carros armados por las calles. Acercarse significaría hacerse matar. Solo queda esperar que sigan con vida aún. Que los carros armados no hayan disparado sobre su casa. Y que los francotiradores no hayan entrado aún en su casa para utilizarla como puesto de tiro. Y es de esperar que tengan bastante comida y sobre todo que puedan beber ya que desde hace tres semanas Misrahta no tiene agua corriente. Ya no puede ni siquiera hablar por teléfono con ellos desde que hace tres semanas las tropas de Gadafi cortaron la línea. De móviles vía satélite ni hablar de ellos, en la ciudad hay pocos y están todos en manos de los insurgentes para coordinar la defensa y comunicarse con la prensa internacional. A Tarek solo le queda poner su destino en manos de Ala. Se los encomienda en cada plegaria, cuando extiende la alfombrilla sobre el puente del barco y se arrodilla, con la mirada fija en el horizonte donde cada mañana el sol sale sobre las aguas azules del Mediterráneo. Tarek viaja desde hace un mes. Hace el trayecto entre Malta y Misratah. Este es su tercer viaje. Capitanea un barco de pesca de altura de cuarenta metros de eslora, pero no carga pescado. En la bodega hay 150 tn. de leche, harina, azúcar, conservas de tomate, atún, alubias, pañales y agua potable. Para romper el embargo de la ciudad asediada que desde hace 40 días resiste valerosamente a las tropas de Gadafi y a sus bombardeos en alfombra que han costado la vida al menos a 200 civiles. El primer viaje fue el 9 de marzo. Esta es su tercera travesía y para nosotros viajar con él es el único modo de llegar a la ciudad de Misratah.

Tampoco esta vez Tarek ha podido ver a su familia. Y todavía se pregunta qué les habrá ocurrido a su mujer y a sus cinco hijos pequeños. Viven en la zona más peligrosa de Misratah. Es imposible reunirse con ellos a causa de los francotiradores en los techos y los carros armados por las calles. Acercarse significaría hacerse matar. Solo queda esperar que sigan con vida aún. Que los carros armados no hayan disparado sobre su casa. Y que los francotiradores no hayan entrado aún en su casa para utilizarla como puesto de tiro. Y es de esperar que tengan bastante comida y sobre todo que puedan beber ya que desde hace tres semanas Misrahta no tiene agua corriente. Ya no puede ni siquiera hablar por teléfono con ellos desde que hace tres semanas las tropas de Gadafi cortaron la línea. De móviles vía satélite ni hablar de ellos, en la ciudad hay pocos y están todos en manos de los insurgentes para coordinar la defensa y comunicarse con la prensa internacional. A Tarek solo le queda poner su destino en manos de Ala. Se los encomienda en cada plegaria, cuando extiende la alfombrilla sobre el puente del barco y se arrodilla, con la mirada fija en el horizonte donde cada mañana el sol sale sobre las aguas azules del Mediterráneo. Tarek viaja desde hace un mes. Hace el trayecto entre Malta y Misratah. Este es su tercer viaje. Capitanea un barco de pesca de altura de cuarenta metros de eslora, pero no carga pescado. En la bodega hay 150 tn. de leche, harina, azúcar, conservas de tomate, atún, alubias, pañales y agua potable. Para romper el embargo de la ciudad asediada que desde hace 40 días resiste valerosamente a las tropas de Gadafi y a sus bombardeos en alfombra que han costado la vida al menos a 200 civiles. El primer viaje fue el 9 de marzo. Esta es su tercera travesía y para nosotros viajar con él es el único modo de llegar a la ciudad de Misratah.
Tunisia: 27 morti sulla rotta per Lampedusa
Altri 27 nomi strappati alla vita. Morti nel tratto di mare che divide la Tunisia da Lampedusa. I giornalisti continuano a riprodurre il paradigma dei disperati, dei barconi, della fuga e dell'invasione. Ma noi che siamo due generazioni più giovani dei vecchi fuori tempo massimo che scrivono sui giornali, riusciamo a capire la differenza. Che non sono ragazzi in fuga. Sono ragazzi in viaggio. E sono ragazzi ribelli. Perché le leggi ingiuste vanno violate. Ed è ingiusto oltre che assurdo, che nel 2011 sia ancora un crimine spostarsi da una parte all'altra di questo mare. I ventenni di Zarzis e di Sfax diretti a Parigi e Milano hanno diritto di viaggiare liberamente nel villaggio globale tanto quanto i loro coetanei di Roma e di Bologna diretti a Sharm El Shaykh. Il viaggio non è un'esclusiva della disperazione o della fuga. Ma una dimensione imprescindibile della vita comune di ogni ragazzo della nostra prima generazione globale. Un giorno, quando questi concetti saranno chiari, si griderà allo scandalo, alle stragi negate e ai martiri. Ma quanti morti dovremo ancora contare prima che si capisca che la soluzione non sono le tendopoli a Manduria ma la libertà di circolazione? Di seguito i dettagli del naufragio, in un lancio dell'Ansa.
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