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18 July 2011

Cie Milano: tenta il suicidio dopo proroga dei 6 mesi


È successo di notte, martedì scorso, 12 luglio. In cella dormivano tutti. Lui si è alzato senza fare rumore ed è andato in bagno a impiccarsi. Fortunatamente qualcuno se ne è accorto e l'ha salvato. Protagonista dell'ennesimo tentativo di suicidio al centro di identificazione e espulsione (Cie) di Milano è un cittadino marocchino di Brescia, che in Italia ha moglie e figli. Il giudice di pace gli aveva appena convalidato la proroga del trattenimento per altri due mesi, dopo che aveva già scontato 6 mesi di detenzione nel Cie di via Corelli. Si tratta della prima proroga oltre i sei mesi di cui abbiamo notizia. Lo stesso giorno a Milano un altro recluso, un argentino, ha avuto la proroga per il settimo e l'ottavo mese di reclusione. Si tratta dell'applicazione del decreto legge sui rimpatri, che prevede l'allungamento del periodo massimo di reclusione nei Cie da 6 a 18 mesi. Il decreto, varato dal Consiglio dei Ministri del 17 giugno scorso, ha una validità di 60 giorni, in attesa che il Parlamento lo converta in legge. La Camera lo ha già approvato, adesso si attende il verdetto del Senato. Nei prossimi giorni scadono i sei mesi di trattenimento di molti reclusi in vari Cie d'Italia. E c'è da aspettarsi rivolte e disperati gesti di autolesionismo se dovessero vedersi prorogare la detenzione, avendo atteso per sei mesi il giorno della propria liberazione.

Un giudice contro il governo: sequestri a Lampedusa


La libertà personale è un diritto inviolabile. A volte qualcuno se lo ricorda. Di sicuro non se l'è mai scordato il giudice di pace di Palermo Giuseppe Alioto, che in una sentenza della scorso 4 luglio ha espressamente condannato come illegali e addirittura incostituzionali le pratiche di detenzione arbitraria dei tunisini nel centro di accoglienza di Lampedusa. Si tratta della prima sentenza del genere da quando il centro di accoglienza dell'isola è stato trasformato, nell'aprile scorso, in un carcere a tutti gli effetti. Ed è un bel colpo per il governo, che sullo stato di eccezione ha costruito tutta la politica sui rimpatri in Tunisia. Ma stavolta le violazioni erano troppo grosse per far finta di niente. Hicham Boughanmi, il ricorrente, difeso dall'avvocato Barbara Cattelan del foro di Torino, era stato recluso 10 giorni, dal 6 maggio al 16 maggio, nel centro d'accoglienza dell'isola, per poi essere trasferito al centro di identificazione e espulsione (Cie) di Torino con un provvedimento di "respingimento differito". Il ricorso nasce da lì. Da quei 10 giorni di reclusione sull'isola, che nessun giudice ha mai convalidato. Secondo la difesa quella fu ingiusta detenzione, e fu una palese violazione dell'articolo 13 della costituzione italiana e dell'articolo 5 della Convenzione europea sui diritti dell'uomo.

16 July 2011

Cronache di ordinaria disumanità dal Cie di Roma


L'ultima volta sono entrati una settimana fa. Alle sei del mattino. Una ventina di agenti in tutto, tra quelli in divisa coi manganelli in mano e i civili. Ridha dormiva ancora, sotto gli effetti degli psicofarmaci che prendeva ogni sera per scacciare i cattivi pensieri. Era arrivato a Lampedusa un paio di mesi prima. E dell'Italia aveva visto soltanto le gabbie. Prima quella del centro di accoglienza di Lampedusa, poi quella di Ponte Galeria, il centro di identificazione e espulsione (Cie) di Roma. Ha aperto gli occhi soltanto dopo che lo hanno alzato di peso dal materasso, tirandolo su per le braccia. E allora ha cominciato a sbraitare. Nella camerata si sono svegliati tutti, tranne il libanese ustionato. Ma prima che qualcuno dicesse niente la polizia ha ordinato di rimanersene a letto. Venti contro sei, manganelli contro mani nude, nessuno se l'è sentita di dire niente. E sono rimasti a guardare, con gli agenti che portavano via il povero Ridha così come lo avevano trovano a letto: in pantaloncini corti e a torso nudo. Senza lasciarlo nemmeno andare in bagno per sciacquarsi il viso e fare i suoi bisogni. Il resto della scena i suoi compagni di cella l'hanno vista dalle finestre, nel cortile. “L'hanno legato come un pollo”, racconta oggi Brahim. Con una corda: alle gambe e una ai polsi, le braccia piegate dietro la schiena. E per non farlo gridare, gli hanno stretto una fascia sulla bocca e l'hanno portato via. Funziona così al Cie di Roma, e non solo. La destinazione è a pochi chilometri. Aeroporto di Fiumicino. I voli sono quelli di linea, prima fanno salire i passeggeri e poi all'ultimo minuto monta la polizia con i reclusi da espellere. Quel giorno erano in 20. Tutti tunisini. Destinazione Palermo, per le operazioni di identificazione che svolge abitualmente il Consolato tunisino, direttamente in aeroporto. E da lì il volo per Tunisi. Brahim la scena la ricorda bene. E di quando in quando se la sogna pure la notte.

15 July 2011

Lettera aperta di cinque detenuti del Cie di Roma


"Vogliamo che tutti i cittadini italiani sentano la nostra voce, che vicino a Roma ci sono 250 persone che soffrono di brutto, tutti giovani, donne e uomini, gente che è venuta qua in Italia perchè sogna la libertà, la democrazia. Perchè non abbiamo vissuto la democrazia, abbiamo sentito quella parola ma non l’abbiamo mai vissuta. Noi chiediamo l’aiuto della gente fuori, aiutateci e dovete capire che qua c’è gente che non ha fatto male a nessuno e che sta soffrendo. Noi soffriamo già 6 mesi, figurati 18 mesi. Se passa la legge qui c’è gente che fa la corda perchè già così, con i sei mesi, c’è gente che si è tagliata le mani, figurati con diciotto mesi, la gente si ammazza, la gente esce fuori di testa. Chiediamo che la gente là fuori, tutti, anche i partiti politici, faccia di tutto per non far passare quella legge. Chiediamo che la gente fuori, ogni giovedì mattina, vada a vedere a Fiumicino le persone portate via con la forza, che vada a fermare il massacro".

Sono cinque detenuti del centro di identificazione e espulsione (Cie) di Roma, a Ponte Galeria. Hanno scritto una lettera aperta agli italiani, perché si conoscano le condizioni in cui sono detenuti. Rainews24 ha dedicato alla loro iniziativa il servizio televisivo che vedete qua sopra. Il testo integrale della lettera si può leggere sul sito di Radio Onda Rossa. Il prossimo 25 luglio, una delegazione di parlamentari visiterà il Cie romano, che come tutti gli altri Cie, dal primo aprile è vietato alla stampa.

14 July 2011

Passa il dl rimpatri alla Camera. Ora tocca al Senato

Con 273 voti favorevoli e 257 contrari, la Camera dei deputati ha approvato oggi il decreto legge che recepisce la direttiva europea sui rimpatri e che estende da 6 a 18 mesi il limite della detenzione nei centri di identificazione e espulsione (Cie). La parola adesso passa al Senato che dovrà approvare la legge entro il 17 agosto, data di scadenza del decreto legge varato dal governo il 17 giugno scorso. Nel frattempo però il decreto ha valore di legge e pare che stiano iniziando ad applicarlo. Al Cie di Milano infatti sarebbero state convalidate nei giorni scorsi due proroghe di ulteriori due mesi di detenzione a due reclusi che avevano già scontato sei mesi nel Cie di via Corelli. Il grosso però, deve ancora arrivare. Nei prossimi giorni infatti scadranno i sei mesi di trattenimento per molti tunisini reclusi nei Cie ai tempi degli sbarchi di gennaio e febbraio. E c'è da aspettarsi ulteriori momenti di tensione e di proteste, qualora dovessero vedersi prorogare la detenzione di altri due mesi. Come se i tre mesi appena trascorsi nei Cie fossero stati tranquilli... L'altra notizia è che oggi la Camera ha bocciato un ordine del giorno dell'opposizione che chiedeva di ristabilire l'accesso della stampa nei Cie. Pertanto è confermata per il 25 luglio la giornata nazionale di mobilitazione di parlamentari e giornalisti per ristabilire il diritto di cronaca nei Cie, vietati alla stampa ormai dal primo aprile, come denunciamo da mesi online con il nostro appello Lasciateci entrare!

13 July 2011

Frontex quanto mi costi? 10 milioni per 2.000 rimpatri

Destinazione charter Frontex
OperazioneJoint Return 2010
Numero rimpatriatiSpesa in euro
Nigeria-Camerun-Gambia
777
4.111.175 
Kosovo-Albania
530
588.865
Georgia-Armenia
225
986.171
Colombia-Ecuador
215
1.010.329
Iraq
154
945.529
Ucraina
116
210.777
Burundi
21
273.206
Totale
2.038
8.525.782
Trecentomila euro per rimpatriare 21 burundesi. Quattrocentomila per 56 iraqeni e addirittura mezzo milione per 60 nigeriani. La macchina delle espulsioni in Europa non sembra conoscere crisi. Almeno a giudicare dall'ultimo rapporto annuale di Frontex, l'agenzia per il pattugliamento delle frontiere esterne dell'Unione europea, che in un anno è riuscita a spendere la bellezza di 8.525.782 euro per rimpatriare 2.038 persone. E la cifra include soltanto le spese di viaggio, non le spese di detenzione nei centri di identificazione né le spese giudiziarie per i processi di convalida del trattenimento. Insomma col senno di poi le tanto sbandierate joint return operations sono un fiasco anche dal punto di vista economico. E dire che l'idea era nata proprio per risparmiare tempo e denaro. Anziché usare i voli di linea, Frontex affitta degli aerei da compagnie private e gli fa fare scalo in vari paesi europei fino a riempirli di soli passeggeri da espellere e della relativa scorta di polizia. Sull'esistenza di queste operazioni, ormai nessuno ne fa più un mistero, collaborano tutti gli Stati membri, Italia compresa. E se ne fanno vanto. Nessuno però fino ad oggi ci aveva detto quanto costassero.

11 July 2011

Richiedenti asilo nei Cie. L'Acnur prende posizione

Dopo l'inchiesta di Fortress Europe sulla reclusione dei richiedenti asilo politico tunisini, marocchini, egiziani e libici nei centri di identificazione e espulsione (Cie) di Chinisia e Torino, finalmente l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur) ha preso posizione. La sua portavoce in Italia, Laura Boldrini, che ha infatti dichiarato oggi: "L'Acnur esprime preoccupazione per alcuni trasferimenti di gruppi di richiedenti asilo dal Centro di accoglienza di Lampedusa verso i vari Cie anzichè nei Centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) come previsto dalla legge". La richiesta arriva nel giorno in cui alla Camera è iniziata la discussione sulla conversione in legge del decreto che recepisce la direttiva europea sui rimpatri e che estende a 18 mesi la reclusione nei Cie. «Abbiamo chiesto alle autorità chiarimenti e fatto anche una raccomandazione affinchè questa prassi venga interrotta, ma non abbiamo ancor ricevuto riscontri", conclude Boldrini. E dalla Sicilia arriva la conferma che il problema sarebbe nato da una sperimentazione - adesso sospesa - che incaricava le guardie di frontiera di raccogliere le richieste d'asilo a Lampedusa, al posto del personale Acnur. I risultati si sono visti. Ovvero il sistematico trattenimento nei Cie degli arabi che chiedevano asilo. Ci auguriamo quindi che l'Acnur torni a essere responsabile della raccolta delle richieste d'asilo in frontiera e che chi aveva chiesto asilo sia immediatamente rilasciato dai Cie, come prevede la legge.

Pozzallo: rivolta e arresti dopo sbarco egiziani

Una raffica di arresti e l'ennesima storia poco chiara. Succede a Pozzallo, in provincia di Ragusa, dove oggi sono finiti in manette in 17 tra egiziani e libici. Dieci di loro, tra cui tre minorenni, sono accusati di associazione a delinquere perché costituirebbero l'equipaggio del vecchio peschereccio che lo scorso 7 luglio tentava di sbarcare nel ragusano 105 egiziani. Su di loro pende anche l'accusa di speronamento della motovedetta della Guardia di Finanza. Difficile immaginare come un peschereccio pericolante, lento e sovraccarico possa mettere in pericolo una motovedetta agile e veloce come quelle in dotazione alla Guardia di Finanza, oltretutto in un tratto di mare dove la Finanza ha più volte aperto il fuoco sparando sui pescherecci egiziani per imporre loro l'alt. Ad ogni modo questo è il frutto delle indagini della squadra mobile della polizia di Ragusa. Che a Pozzallo ha voluto strafare, portando in carcere altre 7 persone, anche loro egiziani e libici, accusati di devastazione, resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali per aver partecipato alla rivolta dell'8 luglio dentro il centro d'accoglienza di Pozzallo, un vecchio capannone trasformato per l'occasione in centro di identificazione e espulsione, dove le persone - come a Porto Empedocle, a Lampedusa e a Pantelleria - sono private della libertà in modo del tutto illegale, senza la convalida del giudice. La rivolta è scoppiata al momento dell'identificazione dei 105 passeggeri. Al momento non è chiara la dinamica dei fatti. Quello che è certo è che durante gli scontri con le forze dell'ordine, un gruppo dei reclusi avrebbe sfasciato alcune suppellettili del centro per poi lanciarle contro gli agenti. Difficile saperne di più, anche perché sia l'Acnur che Save the Children quando la situazione è così tesa, difficilmente vengono autorizzate a visitare il centro di Pozzallo. Per i 17 arrestati scatterà adesso il processo per direttissima. Per tutti gli altri, le operazioni propedeutiche al rimpatrio sono in corso, con la solita celerità che contraddistingue l'ambasciata egiziana in Italia.

Cie Torino: come ogni lunedì, 5 rimpatri in Tunisia

Da diverse settimane, ogni lunedì 5 tunisini reclusi nel centro di identificazione e espulsione di Torino vengono espulsi. Lo stesso copione si è ripetuto anche questa mattina. Gli agenti delle forze dell'ordine sono entrati nella gabbia di primo mattino e senza preavviso. L'unico a opporre resistenza non ha trovato di meglio da fare che chiudersi in bagno e cospargersi di feci. A singolare protesta, singolare soluzione. Gli agenti l'hanno passato sotto la pompa dell'acqua e l'hanno poi portato via ammanettato come gli altri quattro. Il volo ha fatto scalo a Palermo, dove il console tunisino è incaricato di identificare i suoi concittadini prima del rimpatrio in Tunisia. Intanto al cie di Torino anche oggi ci sono stati momenti di tensione, dopo i colloqui con il Console del Marocco, che ha identificato una ventina di reclusi. Due persone si sarebbero tagliate le vene nella sezione rossa del centro, per protestare contro la loro detenzione e la loro espulsione.

Trapani: inaugura il Cie di Milo, svuotata Chinisia

Cie di Milo, Trapani
Ormai è ufficiale. Nei giorni scorsi il centro di identificazione di Milo, a Trapani, è entrato in funzione. Si tratta dell'ulimo Cie d'Italia. Appositamente progettato e costruito. In grado di contenere fino a 200 detenuti in una struttura di massima sicurezza, almeno a giudicare dall'altezza del muro di cinta e delle gabbie di ferro che vedete nella foto. Per ora al suo interno sono stati trasferiti i circa cinquanta tunisini che si trovavano reclusi nell'altro Cie di Trapani, quello di Chinisia, di cui avevamo scritto recentemente. Chinisia adesso è stato svuotato e non sappiamo come sarà utilizzato nei prossimi mesi. A Milo sono stati trasferiti anche almeno quattro richiedenti asilo politico che si trovavano illegittimamente reclusi a Chinisia. La gestione del nuovo Cie è temporaneamente affidata alla cooperativa Insieme, del consorzio Connecting People.
Con la chiusura di Chinisia, si chiude la vicenda delle tre tendopoli trasformate ad aprile in altrettanti centri di identificazione e espulsione, con l'ordinanza 3935 del 21 aprile. A Palazzo San Gervasio la tendopoli/cie è stata chiusa dopo un'inchiesta di Repubblica, ufficialmente per lavori di ristrutturazione. La tendopoli/cie di Santa Maria Capua Vetere è stata sequestrata dalla magistratura dopo l'incendio che l'ha distrutta. E Chinisia è stata chiusa temporaneamente, con l'apertura del nuovo Cie di Milo, e tra le proteste delle forze di polizia trapanesi, sotto organico per gestire tre Cie nella stessa città, perchè in tutto questo a Trapani c'è ancora il vecchio cie del Vulpitta.
In tutto questo, se le tre tendopoli/cie sono state chiuse, non si capisce dove finiranno i 10 milioni di euro che l'ordinanza 3935 aveva stanziato per la loro gestione e ristrutturazione fino al 31 dicembre.

10 July 2011

LasciateCIEntrare. Il 25 luglio contro la censura

Da Gradisca a Lampedusa. Visite parlamentari a tappeto nei centri di identificazione e espulsione (Cie) di tutta Italia per dire no alla censura imposta dal ministro dell'Interno Roberto Maroni, che dal primo aprile vieta l'ingresso nei Cie alla stampa e alle associazioni. L'appuntamento è per lunedì 25 luglio alle 11,00. Davanti ai Cie di Roma, Modena, Gradisca, Torino, Milano, Bari e Trapani. Lo stesso giorno altre delegazioni visiteranno il centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara) di Mineo (Ct) e i centri di prima accoglienza di Lampedusa, Porto Empedocle (Ag) e Cagliari, dove pure dal primo aprile la stampa non può più entrare. La visita al Cie di Bologna invece è anticipata a venerdì 22 luglio. L'iniziativa è stata promossa da sindacato e ordine dei giornalisti insieme a un gruppo di parlamentari, dopo il primo appello pubblicato due mesi fa proprio su Fortress Europe. Consultate il programma delle visite con orari e referenti.

08 July 2011

Cie: cronologia di tre mesi di rivolte e censura

In Italia ormai è censura. Dal primo aprile è vietato alla stampa entrare nei centri di identificazione e espulsione. Non che prima ci andassero molti giornalisti. Al contrario, quasi nessuno. Ma almeno qualcosa si riusciva a sapere. Fortress Europe ha continuamente monitorato la situazione dal 2009 al 2011. E per dire no alla censura, oggi pubblichiamo una cronologia dei fatti più importanti degli ultimi tre mesi di rivolte e tentativi di fuga. E uno speciale con alcuni video sui Cie disponibili in rete. Per ulteriori approfondimenti visitate la sezione CIE.

Cie: Maroni non risponde alla Fnsi, nuove iniziative

Sono passate tre settimane dal quando lo scorso 14 giugno la Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi) e l'Ordine dei giornalisti inviarono al ministro dell'Interno Roberto Maroni una lettera in cui chiedevano di autorizzare di nuovo i giornalisti a visitare i centri di identificazione e espulsione e i centri di accoglienza per richiedenti asilo politico. Ed è passato più di un mese dal nostro appello Lasciateci entrare nei Cie! e dall'interrogazione scritta del primo giugno 2011 presentata dai senatori Marco Perduca e Daniela Poretti (Radicali), che chiedevano ragione a Maroni della ormai famosa circolare ministeriale 1305 che dal primo aprile vieta alla stampa l'accesso nei Cie e nei Cara.
A questo punto è chiaro che il Viminale non è interessato né a ritornare sui suoi passi, né tantomeno ad aprire un dialogo. E dal momento che in gioco c'è la libertà d'informazione in questo paese, come previsto dall'articolo 21 della Costituzione italiana, alcuni tra giornalisti e parlamentari hanno deciso di passare al contrattacco. In verità sono pochi, pochissimi. E dalle idee piuttosto confuse, visto che si va dall'Italia dei Valori al Pd e a Futuro e libertà... Ma da qui si parte. Una sorta di santa alleanza con il minimo comun denominatore della libertà di stampa.
La data per una mobilitazione nazionale c'è già: il prossimo 25 luglio. Quel giorno, parlamentari e giornalisti tenteranno di visitare diversi Cie di tutta Italia. Vi terremo aggiornati in modo che sul territorio ognuno possa poi attivarsi per partecipare alle iniziativa. Online potete scaricare il video della conferenza stampa di questa mattina a Roma, con le voci di giornalisti e parlamentari che vi hanno preso parte.

07 July 2011

Richiedenti asilo nei Cie. L'Acnur da che parte sta?

Il centro d'identificazione e espulsione di Chinisia (Tr)
Rispetto alla maggioranza dei ragazzi partiti semplicemente per il gusto dell'avventura, sono pochi, pochissimi in verità, ma ci sono anche loro. Parlo dei tunisini che chiedono asilo politico all'Italia. Evidentemente non sono più i perseguitati dalla dittatura, perché per fortuna il regime di Ben Ali, per anni sostenuto dall'Italia, è caduto. Sono invece alcuni ex poliziotti, gente che aveva lavorato con l'Rcd, il vecchio partito del dittatore, o in altri casi attivisti che hanno fatto la rivoluzione e poi si sono dovuti confrontare con i poteri mafiosi cittadini, che a livello locale fanno più paura della polizia di Stato. In teoria hanno diritto a chiedere asilo e ad essere ospitati in un centro d'accoglienza dove poi una speciale commissione esaminerà la veridicità delle loro storie. In pratica però finiscono tutti nei centri di identificazione e espulsione per essere poi rimpatriati. Per aggirare la legge, basta che l'ufficio immigrazione della Questura di Agrigento, sotto cui ricade la competenza di Lampedusa, faccia sparire la lista dei nominativi di chi ha chiesto asilo. Una vera e propria truffa, di cui è perfettamente a conoscenza l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur), che però sul tema ha deciso di non esporsi in alcun modo, come abbiamo avuto modo di verificare personalmente a Trapani.

06 July 2011

Svuotate Lampedusa, la Jolie non deve vedere


Sono passate due settimane dalla visita di Angelina Jolie, attrice e ambasciatrice dell'Onu, al centro di accoglienza di Lampedusa, lo scorso 19 giugno. Ma torniamo sul tema. Perché nel frattempo siamo riusciti a acquisire le immagini di ciò che Angelina Jolie non doveva vedere e di cui comunque non doveva parlare. Si tratta di due video girati di nascosto con i telefonini dentro il centro di accoglienza di Lampedusa. Li avevamo da giorni, ma li pubblichiamo solo adesso che gli autori sono riusciti a scappare dal centro di espulsione di Chinisia dove erano reclusi. Mostrano le condizioni del centro di Lampedusa nel mese di maggio, quando lo Stato italiano vi teneva sotto sequestro circa 200 tunisini.

05 July 2011

Cie: se la parola “lager” finisce in parlamento


Non più “ospiti dei centri di identificazione e espulsione” ma addirittura “reclusi nei lager”! Testuali parole. Messe a verbale durante il question time dello scorso 29 giugno alla Camera dei deputati durante la replica della parlamentare Rosa Villecco Calipari (Pd) al ministro per i rapporti con il parlamento Elio Vito, dopo che Salvatore Margiotta (Pd) aveva definito i cie "centri di reclusione, carceri" dove sono "recluse" persone che "non hanno commesso nessun reato" . Fortunatamente il parlamento era letteralmente vuoto. Altrimenti Calipari e Margiotta avrebbero rischiato di essere segnalati alla Digos dai loro stessi colleghi di partito. Gente come il sindaco di Torino, Piero Fassino, tanto per non fare un esempio. Lo scorso 30 giugno era l'invitato d'onore a un dibattito sui Cie organizzato da Amnesty International al Museo della Resistenza di Torino. Bene il sindaco non l'ha visto nessuno neanche da lontano, perché ha disdetto all'ultimo minuto come pure ha fatto la prefettura. Abbiamo visto invece, con incredulità, due camionette dei carabinieri parcheggiate davanti all'ingresso del Museo della Resistenza e una squadra di agenti della Digos in borghese particolarmente interessati al dibattito e soprattutto alle facce dei presenti in sala. Cosa mai vista in quattro anni di dibattiti su Cie e dintorni.

04 July 2011

Trapani: tutto pronto a Milo per il terzo cie della città

Il nuovo centro di identificazione e espulsione di Milo, Trapani
Ci risiamo. Dopo Chinisia, Palazzo e Santa Maria, un altro nuovo centro di identificazione e espulsione è in arrivo. E toccherà di nuovo a Trapani. Per la città siciliana è il terzo cie, dopo il Serraino Vulpitta, aperto dal 1999, e il campo di Chinisia inaugurato un mese e mezzo fa. A differenza delle improvvisate tendopoli però, stavolta si tratta di una struttura appositamente progettata e costruita per la detenzione. E infatti visto da fuori ha l'aspetto di un carcere di massima sicurezza. Un muro di cinta in cemento armato corre lungo tutto il perimetro e lascia intravedere le sbarre gialle delle gabbie di ferro che dividono gli spazi interni. Dentro c'è posto per almeno 200 prigionieri. Alla sua costruzione si è lavorato per anni. La struttura è pronta da mesi, ma pare ci fosse un problema di allacciamento alla rete fognaria. Improvvisamente però deve essere stato risolto tutto, visto l'annuncio dato dalla Prefettura di Trapani lunedì scorso, 27 giugno, in occasione della visita del deputato Jean Leonard Touadi al cie di Chinisia. Milo aprirà a giorni, ancora non c'è stata nessuna gara d'appalto, ma con la scusa dell'emergenza, c'è da immaginarsi che la gestione sarà data provvisoriamente alla cooperativa Insieme, che a Trapani gestisce tutto quello che riguarda detenzione e accoglienza degli stranieri (il Cie Vulpitta, il Cie Chinisia, il Cara di Salina Grande e una serie di progetti Sprar) e che a livello nazionale è una delle colonne portanti di Connecting People, il consorzio più accreditato nella gestione di centri dei espulsione, insieme a Croce Rossa e Misericordie.

Guantanamo Trapani. Siamo entrati al cie di Chinisia

Il centro di identificazione e espulsione di Chinisia
Gialli, rossi, blu. Della Tarros, della Ttl. Chissà da quali navi mercantili sono stati sbarcati, e chissà quali rotte marine hanno percorso tutti quei container prima di incagliarsi nelle campagne di Trapani, montati uno sull'altro in quella che vista da lontano sembra un'installazione della Lego, ma che da vicino altro non è che l'improvvisato muro di cinta dell'ennesima gabbia, forse la peggiore nel panorama di inizio secolo di questa Italia inospitale e feroce con i più mal voluti dei viaggiatori: i harraga. Ci troviamo di fronte al nuovo centro di identificazione e espulsione di Chinisia. Nessun giornalista ha il diritto di entrare. La circolare 1305 del primo aprile lo vieta. Ma abbiamo deciso di provare lo stesso. Parcheggiamo la macchina nel piazzale e approfittando del via vai del cambio turno degli operatori ci avviciniamo con estrema disinvoltura verso la gabbia, come se fosse la cosa più normale da fare. Nessun agente ci chiede di identificarci e in pochi passi siamo sotto la gabbia di ferro.

01 July 2011

Cie: le immagini che nessuno deve vedere


Altro che tutelare la privacy dei reclusi o la sicurezza dei cittadini. Altro che evitare di intralciare la gestione dei centri. Ecco perché la stampa non deve entrare nei centri di identificazione e espulsione. Per non mostrare agli italiani queste immagini. E per non raccontare loro queste storie. Quelle che vedete sono foto che ho scattato durante le mie visite ai centri di identificazione e espulsione di Torino, Crotone, Roma, Modena, Trapani, Gradisca e Caltanissetta nel corso del 2009. Quando ancora la stampa poteva entrare. Le storie le trovate nella pagina del sito dedicata ai cie. Vogliamo continuare a poter monitorare la situazione. Vogliamo che ogni giorno gli italiani vedano quelle immagini di uomini in gabbia senza un motivo, come se fossero animali. Vogliamo che gli italiani sappiano davvero quali sono le conseguenze di certe scelte politiche sulle vite degli altri. Lasciateci entrare nei Cie! Lo ripetiamo da un mese sulla rete con il nostro appello, sostenuti per la prima volta anche dall'ordine e dal sindacato dei giornalisti, da quando Maroni ha vietato alla stampa l'ingresso nei centri di espulsione con la ormai famosa circolare 1305 del primo aprile.

27 June 2011

Modena: altra fuga dal Cie, liberi 30 tunisini

Un gruppo di trenta reclusi in rivolta è riuscito a fuggire dal centro di identificazione ed espulsione di Modena poco prima delle 15,00 di quest'oggi. Negli scontri sono rimasti feriti cinque militari della Guardia di Finanza e un'operatrice della Misericordia, l'ente che gestisce il centro. In buona parte si trattava di ragazzi tunisini rinchiusi nei Cie dopo il loro arrivo a Lampedusa nei mesi scorsi. Dopo pranzo nel centro è scoppiata una rivolta nella quale i reclusi hanno divelto diverse porte e portoni, poi hanno scavalcato le recinzioni e sopraffatto le forze di vigilanza. Alcuni di loro sarebbero stati rintracciati dopo la fuga e riportati nella struttura. A detta dello stesso ente gestore la tensione nella struttura resta molto alta.

Aggiornamento 29 giugno 2011
Il bilancio finale e' di 23 evasi e 20mila euro di danni. I dettagli sulla stampa locale