30 November 2011

Cie: nuovo governo, vecchia censura

Le gabbie del Cie di Torino
Cambia il governo, ma sulla questione dei centri di identificazione e espulsione (Cie) è ancora censura. La circolare 1305 del primo aprile 2011, con cui l'ex ministro dell'Interno Roberto Maroni vietò otto mesi fa l'ingresso della stampa nei Cie, continua infatti a essere valida. La prova è il diniego che ho ricevuto due settimane fa alla mia richiesta di visitare il Cie di Roma. Motivo per cui sindacato e ordine dei giornalisti hanno inviato una lettera al nuovo ministro dell'Interno Anna Maria Cancellieri, chiedendo di abrogare la circolare della censura e di ristabilire il diritto di cronaca in questo paese. Che poi è il primo passo per fare uscire da quei centri le storie di violenza istituzionale che subisce chi vi è detenuto. Ovvero il primo passo per creare un discorso critico sulla criminalizzazione della mobilità. E sulla repressione della povertà. Di seguito potete leggere la lettera inviata al ministro. Se volete farvi sentire anche voi, magari inoltrando la stessa lettera, scrivete a questo indirizzo liberta.civiliimmigrazione@interno.it


29 November 2011

Ceuta: tenta di aggirare la frontiera a nuoto, ragazzo annegato

Morire di confine a vent'anni. Succede alle porte d'Europa. Ceuta. Avamposto spagnolo in Marocco. Il corpo senza vita dell'ultimo ragazzo annegato al confine l'hanno ripescato ieri all'imbocco del porto di Ceuta. I medici dicono che il corpo sia rimasto in acqua per diverse settimane. E che la causa della morte sarebbe stata l'annegamento. Sempre più ragazzi infatti, da un anno a questa parte, tentano di raggiungere l'enclave spagnola di Ceuta a nuoto, aggirando il posto di frontiera sulla costa marocchina. A poche centinaia di metri dal posto di frontiera dal quale ogni giorno migliaia di turisti spagnoli entrano in Marocco per le vacanze a Tangeri e Marrakesh. Di seguito il dettaglio della notizia sulla stampa spagnola.

28 November 2011

La libertà è partecipazione

Elettori in fila davanti a un seggio di Zamalek, Cairo
Sette minuti a passo svelto. È il tempo che serve per percorrere la fila che c'era a mezzogiorno davanti a uno dei seggi elettorali di Zamalek, un quartiere borghese del Cairo. Sono soprattutto donne. Stanno in coda da questa mattina alle sei. E non se ne andranno prima di avere intinto il dito nella boccetta d'inchiostro blu e aver scelto il nome dei loro futuri rappresentanti in parlamento. Ieri in piazza, oggi al seggio. Il messaggio è sempre lo stesso. Ed è quello di un popolo che si riappropria del proprio destino attraverso la partecipazione alla vita politica. Certo, fuori dal seggio accadono cose surreali. Ci sono i militanti dei partiti che continuano a distribuire volantini agli indecisi dell'ultima ora. Candidati che si fermano a stringere mani e rilasciare interviste. E volontari del partito dei Fratelli Musulmani, con tanto di tessera identificativa, che aiutano la polizia a gestire il flusso degli elettori in entrata e in uscita dal seggio. Eppure, tutto intorno, l'emozione che si respira è quella delle grandi occasioni.

27 November 2011

Ammutinamento a Tahrir. Domani si vota?

Il capitano che ha disertato oggi a Tahrir
Le stelle cucite sulle spalline dell'uniforme sono tre. Significa che è un capitano. Quando spunta tra la folla di Tahrir sono da poco passate le cinque di pomeriggio. I ragazzi dei quartieri popolari appollaiati sulle ringhiere lo aiutano a salire in piedi sopra quel che rimane di una vecchia insegna pubblicitaria. Prima ancora che qualcuno gli passi il microfono, la folla gli regala un applauso scrosciante. Il fatto che sia disarmato è un indizio sufficiente. Quando poi inizia a portare ripetutamente la mano sul capo, in segno di rispetto per il popolo, 3ala rasi come si dice in arabo, sulla mia testa, è chiaro a tutti la scelta che ha fatto. Finalmente, con gli occhi lucidi, ma con la voce ferma, esplode in un: “Ashsha3ab yurid is9at al mushir!”. Il popolo vuole le dimissioni del generale. Ovvero di Tantawi, il capo delle forze armate, a cui è affidata la gestione di questa fase transitoria verso le elezioni. Il resto è una ola di mani e bandiere e canti patriottici che coprono la sua uscita di scena. Come si chiama il capitano ribelle non lo sapremo mai, perché dopo aver disertato pubblicamente, è scappato correndo tra la folla, accompagnato soltanto da chi adesso lo aiuterà a nascondersi, per non fargli fare la fine degli altri 23 ufficiali già arrestati per aver disatteso gli ordini del consiglio supremo delle forze armate dall'inizio della rivoluzione. Le loro foto sono stampate su uno dei più grandi manifesti appesi in piazza Tahrir. Il movimento ne chiede la liberazione. Segno che il sentimento tra il popolo egiziano e l'esercito è ancora positivo. Segno che, come ha detto il capitano ribelle prima di scappare: “Se cade il consiglio militare, non cade l'esercito”.
Come interpretare allora l'ennesimo ammutinamento alla vigilia delle elezioni in un paese guidato da una giunta militare? Oltretutto nel giorno in cui Tantawi ha detto che l'esercito non tollererà pressioni esterne. Il giorno in cui la piazza simbolo della rivoluzione egiziana è tornata a riempirsi. Chiedendo di nuovo il passaggio del potere dai militari ai civili, con una grande manifestazione alla vigilia delle più attese elezioni della storia egiziana.

Brindisi: recuperato un terzo corpo in mare

Sale il bilancio dei morti del naufragio di Brindisi, dopo il ritrovamento in mare di un terzo corpo senza vita.

BRINDISI: RECUPERATO TERZO CORPO
tratto da Ansa
CAROVIGNO (BRINDISI), 27 NOV - È stato recuperato dai sommozzatori dei vigili del fuoco il corpo della terza vittima del naufragio della barca a vela su cui sono giunti ieri a Carovigno decine di immigrati. Il corpo è stato imbragato e viene ora portato a terra. Si tratta di un giovane uomo.(ANSA)

26 November 2011

Tahrir: l'agorà, i siriani in piazza e i 3 italiani arrestati

Piazza Tahrir
Presente un paese dove il sabato sera non si sa ancora se il lunedì si andrà a votare? Dove i servizi segreti siriani approfittano del caos per sequestrare la moglie di un loro oppositore in esilio? E dove quattro free lance finiti al momento sbagliato nel posto sbagliato finiscono per essere arrestati con l'imbarazzante accusa di aver bruciato una palma? Benvenuti in Egitto. Secondo giorno di viaggio nella più bella agorà del Mediterraneo, piazza Tahrir.

Ahmad Sayyed Sorour. Classe 1990. È la vittima numero 42. L'ultima di questa settimana di proteste al Cairo. E la più inaspettata. Sì perché la tregua tra manifestanti e polizia dura ormai da tre giorni e da ieri il clima di piazza Tahrir è decisamente disteso. Il maidan è di nuovo colorato dagli striscioni e dalle tende di chi la notte si accampa per non lasciare il presidio. In mezzo alla fiumana della gente, si formano e si sciolgono i soliti capannelli dove si dibatte animatamente di politica, interrotti soltanto dal ritmo dei tamburelli e dagli slogan in rima contro il governo dei militari e il generale Tantawi. Alla colonna sonora della piazza si aggiungono anche i fuochi d'artificio. Sì perché in fondo il clima è di festa. Tra la folla si aggirano i carretti di chi, approfittando dell'occasione, arrotonda vendendo patate dolci, pop corn e frutta secca tostata. Chi ha rimediato pennello e vernice invece, dipinge la bandiera egiziana sul volto dei bambini e dei ragazzi per un'offerta libera. I giovani del movimento continuano instancabilmente a distribuire i volantini e tengono pulita la piazza con scopa e paletta, come se fosse un salotto. Parte dei presenti però, sono semplici curiosi. Ahmed è uno di loro.

Brindisi: 2 morti in mare e 30 dispersi

Una barca a vela con circa 80 passeggeri a bordo è naufragata lungo le coste brindisine dopo essersi incagliata contro gli scogli. Finora sono stati recuperati 2 cadaveri, mentre i superstiti accertati sono per il momento 39. Non si esclude che altri sopravvissuti possano essersi allontanati a piedi dal luogo del naufragio. Tuttavia il numero dei dispersi in mare potrebbe essere di decine di persone. Una trentina secondo il racconto dei superstiti. Sono solo le ultime vittime di una lunga e impunita strage. Dal 1988 sono morte lungo le frontiere dell'Europa almeno 17.856 persone. Di cui 2.049 soltanto dall'inizio del 2011. Di seguito i dettagli della notizia sul naufragio di Brindisi.

25 November 2011

Piazza Tahrir. La rivoluzione, atto secondo

Mahieddine, ferito all'occhio, torna a manifestare a piazza Tahrir

Oggi è il 25 novembre 2011. Sono passati esattamente dieci mesi, da quel 25 gennaio che segnò l'inizio della rivoluzione egiziana. Una rivoluzione incompiuta. Almeno a giudicare dal numero di persone che oggi sono scese di nuovo a protestare in piazza Tahrir chiedendo le dimissioni dei generali dopo i 41 morti nelle manifestazioni dei giorni scorsi. Tutto questo all'indomani della nomina di un vecchio ministro di Mubarak , Ganzouri, a capo del governo transitorio. Ma soprattutto a tre giorni dalle prime elezioni libere del paese. Insomma di tempo per cambiare le cose non ne rimane molto. E forse è per questo che il comitato promotore ha chiamato quello di oggi Gum3a al fursa al a5ira. Ovvero “il venerdì dell'ultima occasione”. Ad ogni modo, Fortress Europe oggi era in piazza Tahrir. Perché è anche e soprattutto da qui che si capisce che svolta prenderà il Mediterraneo e la sua gioventù. E questo è il mio racconto, che sono ben felice di regalare alla rete. Buona lettura.

La Spoon River di Lampedusa


Sono tornato da Tunisi con una trentina di fotografie. Foto di ragazzi. Alcune a colori, altre in bianco e nero. Le tengo custodite in una busta dentro un quaderno. Avvolte da un foglio di carta con su scritto a penna un elenco di nomi e date di nascita, in arabo. Ogni volta guardarle mi fa un po' impressione. Come se temessi di incrociare il loro sguardo vivo che adesso non c'è più. Sì perché quei trenta ragazzi sono alcuni degli almeno 187 tunisini dispersi in mare nel 2011 lungo la rotta per Lampedusa. Me le hanno consegnate i loro familiari. E mi hanno chiesto di pubblicarle e di chiedere se qualcuno li ha mai visti in Italia, nei Cie o nelle carceri o in qualsiasi altro posto. L'esperienza di questi anni mi aiuta a pensare che non ci siano speranze di ritrovarli ancora in vita. Ma ho deciso di pubblicarle lo stesso. E chiedo ai lettori del blog di fare uno sforzo. Ne pubblicherò una al giorno, per due settimane. Cercate di incrociare il loro sguardo che non c'è più. E imparate a pronunciare i loro nomi. E a celebrarli. Perché alla fine dei conti non saranno ricordati soltanto come vittime. Bensì come martiri. Caduti in questa sporca guerra delle frontiere. Eroi ribelli di uno spontaneo movimento di disobbedienza civile contro le leggi ingiuste delle frontiere e contro la criminalizzazione della libera circolazione. Ragazzi uccisi dalle nostre ambasciate prima ancora che dalle onde del mare. Ragazzi che violando deliberatamente le leggi europee sull'immigrazione ci spingono a interrogarci sull'istituzionalizzazione del razzismo, sul divieto di circolazione e sulla detenzione amministrativa di chi è senza documenti. Questi volti faranno parte delle collezioni del museo dell'emigrazione che un giorno aprirà a Lampedusa, come oggi a Ellis Island negli Stati Uniti d'America. Ma allora sarà troppo tardi per battersi il petto e riempirsi la bocca di retorica. Facciamo in modo fino da oggi che questi giovani non siano morti per niente.

Ascolta l'approfondimento radio di Passpartù sui dispersi tunisini

Sul sito di Storie Migranti  è possibile firmare una petizione per chiedere al governo italiano un maggiore impegno per la ricerca dei dispersi in frontiera

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Ahmed, Akram, Mohammed, Makram e Walid
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I fratelli Boulila e i ragazzi di Hay Nur e Mallasin
Il naufragio di Sfax e i 4 martiri della famiglia Cherni

L'orologio di Riad e i ragazzi di Ouardiya

Tunisi, le madri dei ragazzi dispersi sulla rotta per Lampedusa
È stata l'acqua del mare a bloccare gli ingranaggi. Le lancette si sono fermate lo scorso 13 marzo. Segnano mezzanotte e zero tre. Salah non ha più voluto aggiustare il vecchio orologio da polso. Lo custodisce in un cassetto, insieme a qualche ritaglio di giornale. Lo tira fuori soltanto nei momenti più difficili quando le lacrime salgono agli occhi. L'orologio era di suo figlio Riad. E il 13 marzo era la data della sua partenza per Lampedusa. Era accaduto tutto così in fretta in quei giorni. Quella improvvisa idea di vendere il computer nuovo. E poi la partenza per Sfax con Mohammed e Mustafa. Neanche il tempo per salutarsi e dirsi le cose che contano, che Riad giaceva senza vita in una cella frigorifero dell'ospedale di Sfax. Annegato davanti all'isola di Kerkennah assieme a 39 dei 45 passeggeri di un vecchio peschereccio di 9 metri diretto a Lampedusa.

24 November 2011

Ahmed, Akram, Mohammed, Makram e Walid

Ahmed Neqashi
Mohammed Jebali
Outhman Hamraoui
Walid Khalfallah

Akram Manai
Outhman Hamraoui avrebbe compiuto 26 anni il 7 aprile 2011. Dalla Tunisia è partito tre settimane prima del compleanno. Era il 14 marzo. A Sfax c'era arrivato con un louage, i taxi collettivi che partono dalla stazione di Moncef Bey. Nel suo quartiere, a Hay Nur, nella capitale Tunisi, lo ricordano come un meccanico. In Italia lo aspettavano due cugini e uno zio. Un altro zio viveva in Francia. Dal 14 marzo Outhman è disperso insieme agli altri 47 passeggeri naufragati con lui sulla rotta per Lampedusa. Queste sono le foto di alcuni di loro: Mohammed Jebali, Ahmed Neqashi, Akram Manai, Walid Khalfallah.

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23 November 2011

I cugini Nasri e i la famiglia Aayari

Yassin Nasri
Aggiungi didascalia
Ayman el Aayari
Hater el Aayari

Redouan el Aayari

Due famiglie, un naufragio. Quello di Sidi Mansour, a Sfax, il 14 marzo 2011. I passeggeri dispersi quella notte sono 48. Cinque di loro appartenevano a due famiglie di Tunisi. Tutti parenti. Tre cugini della famiglia Aayari: Ayman el Aayari, Redouane el Aayari e Hatem el Aayari. E due della famiglia Nasri: Yassin Nasri e Sami Nasri. Non abbiamo al momento altre informazioni a parte le foto che vi mostriamo. Guardatele bene, perché questi ragazzi non torneranno più in vita. Inghiottiti per sempre dalla frontiera della fortezza. 

22 November 2011

Walid, un padovano tra i dispersi di Sidi Mansour

Walid Bouani
Walid Bouani era un po' italiano. Aveva vissuto per nove anni a Padova. Dal 2001 al 2010. E dall'Italia era stato espulso un anno fa. Una volta tornato nella casa della famiglia a Hay Nur, un quartiere di Tunisi, aveva inutilmente cercato un nuovo lavoro. E non appena aveva visto con quanta facilità i ragazzi riuscivano a attraversare il mare subito dopo la rivoluzione, aveva decisa di fare lo stesso. Quando la loro barca è salpata dalla costa di Sidi Mansour (Sfax) per Lampedusa, era la sera del 14 marzo 2011. Sul vecchio peschereccio c'era scritto un nome: "Zuhair". E a bordo viaggiavano 48 persone. Le ultime comunicazioni telefoniche con i parenti a terra a Tunisi, risalgono alle 21,30 di quella sera. In quella chiamata Walid Bouani, classe 1981, disse a suo fratello che il mare era calmo. Da allora nessuno ha più avuto suo notizie. Nemmeno i due fratelli che lo stavano aspettando a Padova dove vivono da anni e dove tutto era pronto per ospitarlo.

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21 November 2011

Il naufragio di Zarzis e i ragazzi di Jebal Ahmer

Nadar Naffati
Omar Ben Khadar
Hasan Zitouni
Zied Khemiri


Jebal Ahmer, la montagna rossa, è uno dei quartieri popolari più poveri di Tunisi. Da qui negli ultimi dieci anni centinaia di ragazzi hanno attraversato il mare diretti in Italia. E a decine non sono mai tornati. L'ultimo naufragio risale allo scorso 29 marzo 2011. La barca, secondo i nostri testimoni, non è partita da Sfax, come per i 74 dispersi di quella stessa notte. Bensì da Zarzis, molto più a sud, e con soli 46 passeggeri a bordo. Almeno sette di loro erano originari del quartiere di Jebal Ahmer. Hanno tra i 18 e i 32 anni.Si chiamano Khaled Ben Saber (27 anni), Forat Garchi (18 anni, 21 febbraio 1993), Hasan Zitouni (25 anni), Zied Khemiri (21 anni), Omar Ben Khadar (25 anni), Nader Neffati (25 anni), Nabil Boughanmi (23 anni), Moncef Lembarki (32 anni). E queste sono le foto di alcuni di loro.

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Rivolte al Cie di Bologna, rimpatri collettivi a Bari

Apprendiamo dall'Ansa di due nuovi tentativi di fuga dal centro di identificazione e espulsione di Bologna, dove ieri notte e quest'oggi si sono registrate due rivolte a cui hanno partecipato sia i detenuti che le detenute. Nessuno dei reclusi è però riuscito a guadagnarsi la libertà. Di seguito il dettaglio della notizia secondo la versione della Questura. Intanto da Bari continuano i respingimenti collettivi. In serata sono stati rimpatriati al Cairo 106 degli ultimi 170 egiziani sbarcati ieri lungo le coste pugliesi. Ancora una volta senza che le Nazioni Unite e gli avvocati abbiano avuto modo di incontrarli.

DUE TENTATIVI FUGA IN UN GIORNO DA CIE BOLOGNA
(ANSA) - BOLOGNA, 20 NOV - Due tentativi di fuga in meno di ventiquattro ore al Centro di identificazione ed espulsione di Bologna. Nel primo, un gruppo di detenuti ha scardinato una porta e ha tentato con questa di forzare le sbarre. Dopo dieci minuti di tentativi, militari e forze dell'ordine sono riusciti a fermarli. Ieri notte il secondo tentativo, organizzato in modo più scientifico: mentre un gruppo (composto sia da uomini che da donne) distraeva gli agenti colpendoli con un fitto lancio di oggetti, un altro tentava con una corda composta da lenzuola di arrampicarsi fuori dalla struttura. Nonostante il lancio che rendeva complesso avvicinarsi ai fuggitivi, anche in questo caso nessuno è riuscito a scappare. Nel settore femminile sono stati anche accesi piccoli incendi subito spenti. La polizia ha spiegato che nessuno è rimasto ferito.(ANSA

20 November 2011

Cie Bologna: in un giorno 2 rivolte con tentata fuga

Apprendiamo dall'Ansa di due nuovi tentativi di fuga dal centro di identificazione e espulsione di Bologna, dove ieri notte e quest'oggi si sono registrate due rivolte a cui hanno partecipato sia i detenuti che le detenute. Nessuno dei reclusi è però riuscito a guadagnarsi la libertà. Di seguito il dettaglio della notizia secondo la versione della Questura. Al momento non sappiamo se ci siano feriti tra i reclusi.

19 November 2011

I fratelli Boulila e i ragazzi di Hay Nur e Mallasin

Hamza Ferchichi
Wissem Rhimi
Ashraf Boulila
Mohammed Ali Boulila
Mallasin e Hay Nur. Si chiamano così i due quartieri di Tunisi da dove erano partiti buona parte dei 74 passeggeri a bordo dell'imbarcazione salpata il 29 marzo 2011 da Sfax e dispersa in mare sulla rotta per Lampedusa. La stessa su cui viaggiavano i quattro cugini Cherni, di cui abbiamo parlato ieri. Chi conosce la capitale tunisina, sa bene che si tratta di due dei quartieri più popolari della città. Da Hay Nur veniva Wissem Rhimi, che a bordo era il più piccolo. Vent'anni, compiuti tre settimane prima di partire: l'11 febbraio. A Padova lo aspettava il fratello maggiore. Ma Wissem non è mai arrivato. E con lui si è perso nel mare anche Hamza Ferchichi. Un altro ragazzo di Hay Nur. Classe 1988, ventitré anni, di professione meccanico. Anche lui in Italia aveva qualcuno: uno zio e due cugini. Tutti e tre senza documenti però, motivo per cui non hanno potuto rivolgersi alle autorità italiane a Roma per chiedere notizie di Hamza. Per paura di essere espulsi. Ironia della sorte, per Hamza quello era il terzo tentativo di raggiungere Lampedusa. I primi due erano andati a monte proprio a causa del maltempo che aveva costretto la barca a invertire la rotta. Un eccesso di prudenza di cui non ha invece tenuto conto il comandante della terza traversata, quella che ha portato Hamza e Wissem in fondo al mare. Insieme ai fratelli Boulila. A bordo c'erano anche loro. Achraf e Mohammed Ali. Erano partiti dal quartiere di Mallasin insieme ad altri 27 dei 74 passeggeri scomparsi. Per Achraf l'Italia aveva il sapore di un viaggio di ritorno. Perché lui in Italia c'era nato, a Roma, prima che il papà morisse e la madre lo riportasse in Tunisia. E invece è stato soltanto un viaggio verso la morte.

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18 November 2011

Il naufragio di Sfax e i 4 martiri della famiglia Cherni

Bilel Cherni
Mohamed Naceur Cherni
Mohammed Dieb Cherni
Mahieddin Cherni

Quelli che vedete nelle foto sono tutti ragazzi di una stessa famiglia. La famiglia Cherni, della città di Kef. Hanno tra 25 e 30 anni. Bilel, quello con la maglietta azzurra, è il fratello di Najiba, la ragazza che mi ha consegnato le quattro foto in un caffè di Ouardiya, a Tunisi. Gli altri tre sono i loro cugini: Mohammed Naceur, Mohammed Dieb e Mahieddin. Mahieddin è il più grande. Classe 1980. Avrebbe dovuto compiere 32 anni il prossimo 7 febbraio. Ma quest'anno la moglie Suhayla e le due bimbe di quattro e due anni non avranno un bel niente da festeggiare. Perché Mahieddin è scomparso. E con lui sono scomparsi Mohammed Naceur, Mohammed Dieb e Bilel. L'ultima volta che i familiari li hanno sentiti al telefono, era il 29 marzo 2011. Tutti e quattro avevano raggiunto Sfax e da lì si stavano imbarcando per Lampedusa. Da quella sera più nessun contatto. E nessuna notizia. Nemmeno i familiari che li aspettavano in Francia, li hanno mai visti arrivare. Tutto fa pensare che siano morti in mare durante la traversata. Insieme agli altri 70 passeggeri che erano a bordo oltre a loro quattro.

Se qualcuno avesse loro notizie ci contatti per mail.
Sul sito di Storie Migranti  è possibile firmare una petizione per chiedere al governo italiano un maggiore impegno per la ricerca dei dispersi in frontiera

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16 November 2011

Promesse da mercante. Nei Cie è ancora censura

Era il due agosto del 2011. Il Senato approvava in via definitiva la legge sui rimpatri, portando a 18 mesi il limite della detenzione nei centri di identificazione e espulsione (Cie). Quello stesso giorno passava un ordine del giorno che impegnava il governo a rimuovere la circolare 1305. Ovvero la circolare che dal primo aprile 2011 ha reistituito la censura in Italia, vietando alla stampa l'accesso nei Cie. Da agosto sono passati tre mesi, e nel frattempo il governo si è dimesso. Ma la circolare 1305 è ancora in piedi. L'unica modifica è stata approvata l'8 novembre 2011, attraverso un'altra circolare, la 1305(4), che autorizza ufficialmente parlamentari e consiglieri regionali a visitare le strutture. A darcene notizia è la Prefettura di Roma, a cui avevo chiesto l'autorizzazione per visitare il Cie di Ponte Galeria. Di seguito riporto la mail di risposta che ho ricevuto.


11 November 2011

I nostri anni migliori

Cosa resta di una rivoluzione nelle vite delle persone che l’hanno attraversata? Nel racconto di cinque ragazzi tunisini, incontrati a Manduria, Mineo e Palazzo San Gervasio, un’intera vita soffocata sotto il regime di Ben Ali, la rivoluzione inaspettata e dirompente che l’ha messo in fuga. Poi la possibilità di partire, per alcuni a lungo sognata e per altri solo improvvisata. Gli anni migliori sono i loro: quelli di una generazione di giovani cui per troppo tempo è stata negata la libertà, e che hanno deciso di provare a prendersela fino in fondo.


Un film realizzato da Matteo Calore e Stefano Collizzolli per Zalab. Con Adel ben Gaied, Fehti Ouesleti, Mehrez Houihoui, Nader Lihwel, Mouez Bouarida. Per saperne di più e organizzare una proiezione, visitate il blog del film

10 November 2011

L'Italia sono anch'io


Cittadinanza a tutti i bambini nati in Italia e diritto di voto per tutti i residenti in questo paese. Fortress Europe aderisce alla campagna nazionale "L'Italia sono anch'io!". Per saperne di più e organizzare banchetti per la raccolta firme, visitate il sito ufficiale della campagna.

Verso Spagna e Canarie

Lungo le rotte che vanno dal Marocco e dall'Algeria alle coste andaluse e alle Baleari, e dalle coste atlantiche dell'Africa alle isole Canarie sono morte almeno 4.658 persone, di cui almeno 2.423 dispersi: 2.614 le vittime sulle rotte per le Canarie e 2.044 quelle dello stretto di Gibilterra, navigando verso la costa andalusa tra Cadice e Almeria, ma anche verso le spiagge di Ceuta e Melilla, e verso le isole Baleari.

09 November 2011

Tunisia: il limbo dei rimpatriati

tunisini a Lampedusa, foto di Alessio Genovese

un reportage di Alessio Genovese, tratto da Borderline Sicilia

A Tunisi è il 20 ottobre, il paese si sta preparando alle prime elezioni libere con gioia e preoccupazione. Alle 7 del mattino le strade sono già piene di pendolari e lavoratori. La stazione dei micro-bus di Mansuf Bay è piena di gente che viene e va da ogni parte del paese. Sono pendolari e commercianti che portano le merci più improbabili in giro per il il paese. Dalla folla mi sento chiamare, "Abu Ali, Abu Ali il giornalista". E' Karim, uno dei 1300 tunisini che erano a Lampedusa il 20 settembre, quando il centro di contrada Imbriacola prese fuoco. Ha ancora addosso i pantaloni e le scarpe che gli hanno dato al suo arrivo sull'isola. Ha il sorriso stampato sul volto e mi chiede se mi ricordo di lui. Erano tanti, troppi per ricordarmi di tutti, ma Karim è uno di quelli che non ha ancora la barba sul volto. Me lo ricordo, era tra i 300 che hanno passato la notte alla stazione di benzina dell'isola, tra quelli che sono stati pestati e aggrediti brutalmente dai lampedusani. Era con Ali Aiadi, il suo amico di sempre, un ragazzino di appena 18 anni partito ad agosto con lui da Ben Arous uno dei quartieri più popolari di Tunisi. Mi abbraccia come se fossimo amici da anni. "Come stai? Da quanto tempo sei in Tunisia?" mi chiede stringendomi la mano "vieni con me io sto partendo adesso". Non capisco, "vieni e fai il viaggio con noi, così riprendi tutto".

06 November 2011

Nel mar Adriatico e nello Ionio

Mappa delle coste pugliesi e albanesiNel Mare Adriatico, tra l'Albania, il Montenegro, la Grecia e le coste della Puglia, in Italia, sono morte 696 persone, delle quali 307 sono disperse, la maggior parte negli anni tra il 1991 e il 2004 ai tempi degli sbarghi dall'Albania. La più grave tragedia quella della Kater I Rades, affondata dopo uno speronamento della nave militare Sibilla. Durante gli ultimi anni queste rotte sono state di fatto abbandonate. Gli unici sbarchi registrati sono quelli di piccoli natanti provenienti da navi madre, spesso mercantili, da cui si separano al largo dalle coste italiane. A partire dal 2010 però si registra un'inversione di tendenza, con l'arrivo di 822 persone nel Salento nei primi sette mesi dell'anno, in maggior parte kurdi e afgani imbarcati in Turchia e in Grecia, anche a bordo di barche a vela utilizzate per non insospettire le guardie costiere.
Dati anno per anno

03 November 2011

Generazione revolution. La storia di Jihad


"La rivoluzione ci ha insegnato delle cose, tra cui il coraggio di venire qui e di attraversare il mare su una piccola barca. Siamo arrivati in 400 circa, il nostro coraggio, la nostra non paura, ci sono stati insegnati da quella rivoluzione"

Jihad è uno studente tunisino di 19 anni. Per venire in Italia ha lasciato gli studi. L'Europa era il suo sogno. Se l'è preso con coraggio sfidando il mare su una barca diretta a Lampedusa, lo stesso coraggio che aveva portato in strada i ragazzi durante la rivoluzione. CrossingTV lo ha intervistato al TPO di Bologna, un centro sociale che dà una mano ai tanti tunisini arrivati in città. Da ascoltare e condividere. Perché per capire quello che succede sulla frontiera, non ci sono migliori parole di quelle dei protagonisti. Soprattutto quando ci aiutano a decostruire il mito della disperazione. Jihad non parla di fame, di guerra e di oppressione. Parla del viaggio senza documenti come una seconda rivoluzione, come una ribellione contro un confine ritenuto ingiusto. E parla della ricerca della felicità. Attraverso l'accesso al consumo dei beni materiali e al diritto al movimento. Ascoltarlo ci dovrebbe ricordare che viaggiare non è una prerogativa dei disperati. E che i trentamila ragazzi che come Jihan sono partiti all'avventura dall'inizio dell'anno, parlano la stessa lingua della nostra generazione. E meritano una vita libera, anziché la frontiera cucita addosso nei rapporti con la gente e con le istituzioni, con il continuo rischio di essere arrestati senza documenti e detenuti per 18 mesi nei centri di identificazione e espulsione.

02 November 2011

Che cosa rimane del sogno francese


La rivoluzione, l'avventura e poi? Che fine hanno fatto migliaia di tunisini sbarcati a Lampedusa nei mesi scorsi? Molti sono andati a Parigi. France 24 ha incontrato tre di loro. E ci racconta che cosa rimane del sogno francese. Un reportage di Cyril Vanier, Julien Sauvaget e Zakaria Drias. In inglese.

01 November 2011

Espulsi 3.592 tunisini, nei Cie tornerà la calma?

La settimana scorsa è decollato da Palermo l'ultimo charter per Tunisi. A bordo c'erano i soliti 60 tunisini raccolti nei vari centri di identificazione e espulsione (Cie) di tutta Italia e la scorta di 120 poliziotti. Nelle stesse ore da Bari partivano i charter con i 99 egiziani sbarcati poche ore prima sulle coste calabresi e espulsi in tempo record. Dall'inizio dell'anno sono 3.592 i rimpatri coatti verso la Tunisia e 965 quelli verso l'Egitto. Fanno 4.557 persone espulse in deroga alle leggi nazionali sull'immigrazione. Ovvero dopo un periodo di detenzione spesso non convalidato dal giudice di pace, senza aver potuto incontrare un avvocato, e senza aver potuto parlare con i funzionari di Unhcr, Oim e Save the Children, che lavorano in frontiera proprio per garantire i diritti di chi arriva in Italia senza passaporto. Lo stato d'eccezione è diventato la norma. In nome della maggiore efficienza degli accordi bilaterali in vigore con Tunisia e Egitto. E per il ministero dell'Interno il risultato è doppio. Da un lato un numero di espulsioni fino a un anno fa inimmaginabile. Dall'altro una modifica sostanziale della popolazione dei Cie (centri di identificazione e espulsione), dove con la scomparsa dei tunisini inizia una sorta di tregua tra detenuti e forze dell'ordine dopo otto caldissimi mesi di rivolte, sommosse e fughe rocambolesche.