08 August 2011

L'invasione che non c'è. Dalla Libia 23.890 profughi


Lo avevamo già scritto a febbraio. Che le cifre degli sbarchi dalla Libia non sarebbero state quelle degli annunciati esodi biblici, tanto cari al ministro dell'Interno Roberto Maroni e a buona parte della stampa italiana. E che nella peggiore delle ipotesi c'era da aspettarsi l'arrivo di un numero di profughi di guerra pari a quello delle persone che si erano imbarcate per Lampedusa nel 2008, l'anno prima dei respingimenti, quando Gheddafi incoraggiava le partenze verso l'Italia per alzare la posta del negoziato con Roma. Quell'anno arrivarono 36.900 persone. Fu un record, che ad oggi, nonostante i bombardamenti della Nato su Tripoli, è ancora lontano dall'essere superato. La conferma si trova negli ultimi dati forniti dal ministero dell'Interno nell'informativa alla Camera dei deputati del 3 agosto scorso. Dall'inizio dell'anno sono sbarcate a Lampedusa e in Sicilia 23.890 persone provenienti dalla Libia, ovvero il 65% di quanti ne arrivarono nell'intero 2008. E il ritmo degli arrivi è in forte diminuzione. Nella seconda metà di luglio ad esempio, non ci sono stati sbarchi per più di due settimane. Eppure il mare era buono. Il che è un vero mistero. Perché ora come ora, di ragioni per rimanere in Libia in mezzo alla guerra proprio non ce ne sono.

Ogni giorno il fronte si avvicina alla capitale, dove nell'ultima settimana sono stati arrestati molti giovani libici sospettati di essere vicini agli insorti di Benghazi. La tensione sale sempre di più. E quando le armate dei thuwwar (rivoluzionari) entreranno a Tripoli, c'è da aspettarsi un bagno di sangue che mieterà vittime soprattutto tra gli africani, accusati dalla propaganda dei ribelli di essere mercenari al soldo di Gheddafi. Motivo per cui negli ultimi mesi la città si è svuotata. Se ne sono andati persino molti libici fuggiti in Tunisia, piuttosto che a Roma o a Dubai. E tra i lavoratori stranieri residenti in Libia, più di 630.000 hanno attraversato il confine con Tunisia, Egitto, Algeria, Niger, Chad e Sudan, compresi circa 200.000 cittadini sub-sahariani che hanno fatto rientro nei loro paesi. Le statistiche sono fornite dall'Oim che monitora continuamente la situazione su una apposita pagina web. Se si considera che la presenza di stranieri in Libia era stimata in un milione di persone e che moltissimi hanno lasciato il paese senza lasciare traccia nelle dogane in frontiera, soprattutto per chi è fuggito attraverso il deserto, possiamo stimare che ormai siano partiti praticamente tutti gli stranieri che erano presenti in Libia. E quasi tutti via terra o in aereo.

Sì perché sei mesi fa, quando iniziarono le ostilità a Benghazi il 17 febbraio, l'aeroporto di Tripoli era ancora in funzione e le strade erano transitabili. E ciò ha permesso a centinaia di migliaia di persone di mettersi in salvo raggiungendo i paesi confinanti o rientrando direttamente in patria con i propri soldi o con l'aiuto dell'Oim e delle proprie ambasciate. Ma oggi è tutta un'altra storia.

Dall'inizio della No Fly Zone non ci sono collegamenti aerei. E andarsene via terra da Tripoli significa attraversare il fronte e passare nei territori controllati dai ribelli, dove i neri rischiano la vita, perché ritenuti fuoriusciti delle file dei mercenari africani di Gheddafi. E allora per lasciarsi alle spalle la guerra non è rimasto che il mare .

Il viaggio è rischioso, ma le partenze frequenti e gratuite. Organizza il regime. Le barche partono dai porti di Zuwara e Janzur e dal porto commerciale di Tripoli, a Medina. Vecchi pescherecci requisiti dall'esercito e stipati all'inverosimile. Per partire basta presentarsi ai porti. Di solito dopo qualche giorno di attesa negli hangar, l'imbarco è assicurato. E se i passeggeri non sono abbastanza, ci pensano le milizie del regime a recuperarne altri, con le stesse brutali modalità che fino a un anno fa venivano applicate in nome degli accordi con l'Italia quando si trattava di espellere qualcuno. Ovvero con le retate, strada per strada, casa per casa, a portare via gli africani di Tripoli e a caricarli con la forza sulle barche dirette a nord. Come è successo alla famiglia di Kingsley, deportata dalla città di Misratah prima del ritiro delle truppe governative, alla famiglia di Lazhar, deportata dal quartiere di Shara Ashara a Tripoli, e al piccolo Said Islam, deportato da Sebha.

La prima conseguenza della gestione militare degli sbarchi, è il numero folle di passeggeri che vengono costretti a salire su ogni imbarcazione. Immaginate che i 23.890 profughi arrivati tra marzo e luglio dalla Libia hanno viaggiato su soli 84 pescherecci, che vuol dire una media di 284 passeggeri a imbarcazione, su mezzi di 10 o 15 metri di lunghezza. Un dato folle, da comparare con i 62 passeggeri per imbarcazione di quando la rotta era gestita dai contrabbandieri privati (dallala come li chiamano in amarico, o samsara, come dicono gli arabi) che fino al 2009 gestivano la tratta.

Un dato che da un lato ci dà la misura della volontà del regime libico di espellere in Italia il maggior numero di persone, come ritorsione contro i bombardamenti su Tripoli. Dall'altro ci aiuta a capire come sia stata possibile quella vera e propria carneficina che si è consumata da marzo in poi nelle nostre acque, dove hanno perso la vita almeno 1.674 persone, che fanno 239 morti al mese, 8 al giorno: un'ecatombe.

Per concludere il quadro statistico, agli sbarchi dalla Libia si devono aggiungere gli sbarchi dalla Tunisia e gli sbarchi in Puglia e Calabria.

Per quanto riguarda la Tunisia, sono 24.854 i tunisini arrivati dall'inizio dell'anno, soprattutto tra gennaio e aprile. Circa 14.000 hanno avuto un permesso di soggiorno di sei mesi per motivi umanitari, rilasciato per decreto dal governo italiano a tutti i tunisini arrivati prima del 5 aprile. Degli altri, un migliaio sono stati rimpatriati e più o meno altrettanti sono rientrati di propria volontà dopo aver visto che in Europa non avevano possibilità di lavoro. Mentre alcune centinaia sono ancora detenuti nei centri di identificazione e espulsione e tutti gli altri stanno in giro tra Francia, Germania ed Italia, senza documenti di soggiorno, chi per la prima volta, chi di ritorno dopo essere stato espulso negli anni passati.

Per quanto riguarda invece le altre rotte, sono 3.047 le persone sbarcate lungo le coste pugliesi, calabresi e siciliane su barche provenienti da Egitto, Turchia e Grecia.

Sommando i dati delle varie rotte si ottiene il numero di 51.881 sbarcati nei primi sette mesi dell'anno in corso. E questo sì è un record, che riporta la mente ai 50.000 arrivati in Puglia nel 1999 ai tempi del Kosovo. E che segna un altro record.

Quello degli arrivi sull'isola di Lampedusa, dove dall'inizio dell'anno sono passate 44.639 persone contro le 31.000 circa del 2008 e le sole 205 dello scorso anno, quando la rotta libica venne definitivamente chiusa dai respingimenti dell'Italia e dalle retate oltremare della polizia di Gheddafi.

Tutto questo ragionare sui numeri aiuta a chiarire due punti.

Il primo è che stiamo parlando di cifre più che gestibili rispetto a un piano nazionale di accoglienza, oltretutto considerato lo stato di eccezionalità che la guerra in Libia comporta in termini di dovere di ospitalità e protezione internazionale verso chi è fuggito dalla guerra, sia la Libia il suo paese natio o meno.

Il secondo punto è che rispetto al numero totale di profughi causato dalla guerra di Libia, soltanto il 3,6% ha scelto l'Europa come via di fuga. Se si lamentano i nostri ricchi paesi, cosa dovrebbero allora dire paesi come Tunisia, Egitto, Chad, Niger, Algeria e Sudan, dove sono arrivate più di 600mila persone?

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