31 January 2009

Libia: il 3 febbraio si vota. Scrivete ai capigruppo al Senato

PESCIA, 31 gennaio 2009 - Martedì 3 febbraio in Senato si aprirà la discussione sul Trattato Italia-Libia, la cui ratifica darà il via libera ai pattugliamenti congiunti e ai respingimenti nelle carceri libiche di migranti e rifugiati intercettati nel Canale di Sicilia. Fate sentire la vostra voce. Insieme agli autori di "Come un uomo sulla terra", abbiamo lanciato un appello ai senatori. Lo hanno già firmato Dario Fo, Marco Paolini, Ascanio Celestini, Franca Rame, Marco Baliani, Gad Lerner, Emanuele Crialese, Erri De Luca, Felice Laudadio, Fausto Paravidino, Francesco Munzi, Goffredo Fofi, Francesca Comencini, Giuseppe Cederna, Luca Bigazzi, Maddalena Bolognini, Giorgio Gosetti, Gianfranco Pannone, Giovanni Piperno, Giovanna Taviani, Alessandro Rizzo, Andrea Segre, Dagmawi Yimer, Riccardo Biadene, Stefano Liberti, Marco Carsetti, Alessandro Triulzi, Gabriele Del Grande, Igiaba Sciego. E poi ci sono gli oltre 2.500 firmatari della petizione on line da Italia, Francia, Germania, Spagna, Inghilterra, Tunisia, Marocco, Senegal, Mali e altri paesi.

Copiate il testo dell'appello, di sotto, e speditelo per mail al Presidente del Senato schifani_r@posta.senato.it e ai capigruppo finocchiaro_a@posta.senato.it, dalia_g@posta.senato.it, gasparri@tin.it , bricolo_f@posta.senato.it, belisario_f@posta.senato.it e ai senatori che avete eletto, qui trovate l'elenco

Grazie a tutti
Autori e produzione COME UN UOMO SULLA TERRA

TRATTATO ITALIA-LIBIA
APPELLO AI SENATORI ITALIANI CONTRO LE DEPORTAZIONI E LE VIOLENZE A DANNO DEI MIGRANTI AFRICANI IN LIBIA

Il 3 febbraio si apre al Senato la discussione per l’approvazione del Trattato Italia-Libia.
Con questo appello vogliamo rilanciare la petizione contro le deportazioni dei migranti in Libia, promossa dagli autori del film COME UN UOMO SULLA TERRA e dall’osservatorio FORTRESS EUROPE ed oggi firmata già da oltre 2500 persone.

Nel Trattato Italia-Libia non è previsto per il governo di Gheddafi alcun obbligo concreto e verificabile di accoglienza, di tutela del diritto d’asilo, di rispetto della dignità umana: la Libia semplicemente li deve “fermare”, non importa come. Questa direzione non fa altro che confermare la riduzione dei migranti a “strumento politico” di cui poter liberamente predisporre. Gheddafi potrà continuare ad utilizzare i flussi di migranti come strumento di pressione per accrescere il suo potere contrattuale con l’Italia e l’Europa. I migranti, tra i quali vi sono anche molte donne e minori, continueranno a rischiare la vita, tanto nelle carceri, nei container e nei centri della polizia libica, quanto nel deserto e nel mare, che saranno spinti ancor più ad attraversare proprio a causa delle violenze da parte della polizia libica stessa.

In Libia si compiono continue violazioni dei diritti umani fondamentali: arresti indiscriminati, violenze, deportazioni di massa, torture, connivenze tra polizia e trafficanti. Ai migranti, molti dei quali in fuga da paesi in guerra o dittatoriali come Etiopia, Sudan, Eritrea, Somalia, non è garantito alcun diritto, a partire proprio da quelli di asilo e di protezione umanitaria, perché la Libia semplicemente non ha mai aderito alla Convenzione di Ginevra. Per questo alla Libia non può essere affidato con tanta noncuranza e superficialità il compito di “fermare i migranti”. Chiediamo pertanto che nella discussione al Senato sul Trattato si tenga presente quanto richiesto nella petizione, dove le centinaia di firmatari chiedono che Parlamento Italiano ed Europeo, insieme a Governo Italiano, CE e a UNHCR promuovano:

1. Una commissione di inchiesta internazionale e indipendente sulle modalità di controllo dei flussi migratori in Libia anche in seguito agli accordi bilaterali con il Governo Italiano.

2. L’avvio rapido, vista l’emergenza della situazione, di una missione internazionale umanitaria in Libia per verificare la condizione delle persone detenute nelle carceri e nei centri di detenzione per stranieri.

Invitiamo tutti gli italiani ed in particolare senatori e deputati, a vedere lunedì 2 febbraio alle 21.00, martedì 3 febbraio alle ore 9.30, 14.30 e 21.00 il film COME UN UOMO SULLA TERRA, che in questa delicata fase autori e produzione hanno deciso di mettere in onda via web sul sito del film:
http://comeunuomosullaterra.blogspot.com/

Firmatari dell’appello:
Dario Fo, Marco Paolini, Ascanio Celestini, Franca Rame, Marco Baliani, Gad Lerner, Emanuele Crialese, Erri De Luca, Felice Laudadio, Fausto Paravidino, Francesco Munzi, Goffredo Fofi, Francesca Comencini, Giuseppe Cederna, Luca Bigazzi, Maddalena Bolognini, Giorgio Gosetti, Gianfranco Pannone, Giovanni Piperno, Giovanna Taviani, Alessandro Rizzo, Andrea Segre, Dagmawi Yimer, Riccardo Biadene, Stefano Liberti, Marco Carsetti, Alessandro Triulzi, Gabriele Del Grande, Igiaba Sciego ed altri 2500 firmatari da Italia, Francia, Germania, Spagna, Inghilterra, Tunisia, Marocco, Senegal, Mali e altri paesi.

Per informazioni e per firmare la petizione: http://comeunuomosullaterra.blogspot.com

30 January 2009

Come un uomo sulla terra: in streaming l'intero documentario

PESCIA, 30 gennaio 2009 - Dopo l'approvazione alla Camera, il tre febbraio si vota al Senato la ratifica del trattato di amicizia tra Italia e Libia, che darà il via libera ai pattugliamenti congiunti e al respingimento in Libia di migranti e rifugiati intercettati a sud di Lampedusa. In Parlamento non esistono voci critiche. Anche perché fu lo stesso Pd, durante il governo Prodi, a firmare l'accordo di pattugliamento congiunto. Noi continuiamo la nostra campagna di informazione. Insieme agli autori del documentario "Come un uomo sulla terra". Che hanno deciso di mostrare on line l'intero documentario -eccezionalmente - in occasione della discussione al Senato. Lo potete scaricare in streaming il 2 febbraio alle ore 21.00, oppure il 3 febbraio alle ore 9.30, alle 14.30 e alle 21.00, dal sito http://comeunuomosullaterra.blogspot.com/

Ne raccomandiamo la visione a tutti quelli che ancora non lo hanno fatto. Per ascoltare dal vivo la voce dei rifugiati detenuti nelle carceri libiche e le vacue parole ipocrite di Frattini e Laitinen.

27 January 2009

All'alba sulle vie di Rosarno, con gli immigrati in attesa dei caporali

ROSARNO - Quando esco dall'hotel Vittoria, sono le 5 e 42. La reception è vuota. Meglio così, non dovrò dare spiegazioni su questa passeggiata notturna. Fuori è ancora buio. La statale 18 è illuminata dai lampioni. Dopo un quarto d'ora a piedi raggiungo la Rognetta, la vecchia fabbrica occupata dai braccianti immigrati. La strada è deserta. Non ci sono marciapiedi. Si cammina tra le macchine parcheggiate e le serrande dei negozi chiusi, sfiorati dai camion in corsa. Un gruppetto di ragazzi allungare il passo sulla strada. Decido di seguirli. All'incrocio, davanti al supermercato, svoltano a destra, in una strada buia. Non ci sono lampioni. E' buio pesto. Decido lo stesso di inoltrarmi, oltre quella cortina nera, dopo un attimo di esitazione.

Emergenza alla cartiera: 400 braccianti immigrati vivono in un capannone abbandonato

ROSARNO - Dagli squarci del tetto entrano abbaglianti fasci di luce. E illuminano il labirinto di cartoni immerso nella penombra del capannone. Vecchi pacchi di biscotti Oro Saiwa e manifesti del circo Orfei costituiscono le pareti delle baracche dei braccianti immigrati, che come ogni inverno raggiungono la piana di Gioia Tauro per la raccolta degli agrumi. Solo in questa fabbrica fantasma vivono 400 uomini, la maggior parte ghanesi. Si tratta della ex “Modul System Sud”, siamo nel comune di San Ferdinando, uno dei tanti capannoni fantasma di queste campagne, costruiti con fondi pubblici negli anni Novanta e poi abbandonati per fallimento. Gli immigrati la chiamano semplicemente Cartiera. Oppure Ghetto Ghanéen. Il ghetto dei ghanesi. Che qui sono la maggior parte. I cartoni sono tenuti insieme da canne di bambù, spago e nastro adesivo. In ogni baracca, di tre metri per tre, dormono tra cinque e dieci persone. Sui cartoni, o su vecchi materassi. I più fortunati hanno anche le reti. Altri hanno montato delle tende da campeggio. Orientarsi è difficile. Il pavimento è di cemento. In alcuni punti è allagato. Piove dal tetto. La sensazione più forte è l'odore. Di fumo. Non si respira. Ci sono fuochi accesi un po' dappertutto. I muri sono anneriti. Servono a cucinare e a riscaldare l'ambiente.

Don Pino Varra, il parroco rosarnese che a Natale mise un Gesù nero nel presepe

ROSARNO – All'inizio del ventesimo secolo, suo nonno emigrò in America. Quando tornò comprò della terra, ci piantò degli aranci e la lasciò in eredità ai fratelli. Anche la famiglia di don Pino, parroco della chiesa di San Giovanni Battista, a Rosarno, è proprietaria di un giardino di aranci. Il sacerdote ha fatto discutere in paese, quando a Natale, in segno di solidarietà con gli immigrati della Cartiera, ha messo un Gesù nero nel presepe. La Caritas, di cui è responsabile, da una decina d'anni offre una mensa agli immigrati, tre sere a settimana. “I primi arrivarono alla fine degli anni Ottanta, erano tutti maghrebini”, racconta don Pino nel suo studio, sotto il ritratto di una Madonna della Romania. Lui è parroco a Rosarno dal 1972. E di braccianti stranieri ne ha visti passare migliaia. Ogni anno. All'inizio erano marocchini, tunisini e algerini. Poi arrivarono gli africani, negli anni Novanta. E ultimi gli est europei. Prima ukraini e polacchi, poi bulgari e rumeni, oggi preferiti perché in quanto neocomunitari fanno passare meno rischi nel caso di controlli dell'ispettorato del lavoro.


La storia di Pino: l'unico rosarnese al corteo degli africani

ROSARNO – La mattina del dicembre 2008, Rosarno fu svegliata dal chiasso degli immigrati. Erano in centinaia sulla via nazionale, come ogni mattina d'inverno. Ma non per cercare lavoro, bensì per protestare. La sera prima infatti due ragazzi ivoriani di 20 e 21 anni erano stati feriti a colpi di pistola da due giovani rosarnesi, mentre rientravano alle baracche della Cartiera dal lavoro negli aranceti. Marciavano diretti alla piazza del municipio con un cartello “Africani no criminali” e rovesciando i cassonetti. In mezzo a loro c'era un unico rosarnese. Pino. Un signore sulla cinquantina. Stava accompagnando la nipote a scuola. Chiese cosa fosse successo, non sapeva nulla della sparatoria. E allora decise di accompagnarli fino al municipio, “per capire cosa stava succedendo” e per calmare gli animi dei pochi che cercavano di divergere i cartelli della segnaletica stradale. In paese c'era una psicosi generale. Non si era mai visto nulla di simile. La gente guardava dalle finestre. Pino ricorda l'odore. L'odore forte. L'odore della miseria.


Cento immigrati vivono nelle baracche della vecchia fabbrica alla Rognetta

ROSARNO - Era una vecchia fabbrica per la lavorazione delle arance. La Rognetta. Poi venne chiusa. Portarono via le porte, si arrugginirono gli infissi, cadde il tetto, crebbero le erbacce. E divenne la casa di un centinaio degli almeno 2.000 braccianti immigrati che ogni inverno si concentrano a Rosarno per la raccolta degli agrumi. Tra di loro la chiamano Fabrica Anciènne. Si trova a pochi passi dal centro di Rosarno. Vicino a una scuola elementare, sulla via Nazionale. La stessa strada che all'alba si affolla di uomini in cerca di lavoro. Da fuori si vede un cortile ancora sporco dei cumuli di immondizia rimossi poche settimane fa dal Comune. Sotto lo scheletro dei travi arrugginiti, le baracche sono state costruite ad arte, con teli di plastica, cartoni e cavi. Quando piove si allaga tutto. La fabbrica è divisa in due settori. Nel primo abitano i maghrebini.

Rosarno ha una storia: le lotte del bracciantato nel dopoguerra

ROSARNO - Rosarno ha una storia. Ed è una storia di lotte contadine. Che con le occupazioni delle terre del demanio fecero di questo poverissimo borgo una ridente cittadina nell'immediato dopoguerra. Quella storia è disegnata su un affresco sul muro della posta centrale, in piazza Valarioti. Un uomo e una donna con un neonato in braccio, seguiti da un gruppo di contadini, marciano a testa alta in mezzo a oliveti e aranceti. Due generazioni dopo, a sfruttare il lavoro nero dei braccianti stranieri, sono i figli di quegli stessi contadini. La maggior parte dei terreni infatti è di piccoli proprietari, spesso eredi dei braccianti a cui vennero redistribuite le terre nel dopoguerra.


Arance amare: reportage da Rosarno, tra i braccianti immigrati

ROSARNO – Costretti a vivere in capannoni abbandonati, senza luce né acqua. Impiegati in nero, alla giornata, per una paga che raramente supera i 25 euro. Sono i raccoglitori delle arance della campagna tra Rosarno, San Ferdinando e Rizziconi, in provincia di Reggio Calabria. Sono almeno 2.000. Sono tutti immigrati: ghanesi, marocchini, ivoriani, maliani, sudanesi. E quasi tutti senza documenti. È una storia che dura da vent'anni. Arrivano a dicembre, per l'inizio della raccolta dei mandarini. E vanno via a marzo, dopo la raccolta delle arance. Quest'anno però la stampa nazionale si è accorta di loro. È successo lo scorso 13 dicembre, quando alcune centinaia di immigrati africani hanno marciato verso il centro di Rosarno, sfasciando qualche cassonetto per protesta. Il giorno prima, due ragazzi ivoriani di 20 e 21 anni erano stati feriti dagli spari di una pistola. Una ritorsione, secondo gli inquirenti, dopo una rapina andata male. A un mese dai fatti, siamo tornati a Rosarno. Abbiamo visitato le baraccopoli. Siamo usciti all'alba sulle piazze dove si cerca lavoro. E abbiamo scoperto una situazione molto complessa. Dove i proprietari degli aranceti sono i figli dei braccianti che fecero le lotte per le occupazioni delle terre dopo il fascismo. Dove ogni domenica una signora di 85 anni prepara da mangiare agli immigrati che vivono nella vecchia fabbrica in città. E dove un gruppo di avvocati sta cercando di aiutare gli immigrati senza documenti, che qua sono praticamente tutti.

Maroni a Tunisi, ecco la faccia nascosta del regime di Ben Ali

ROMA – Sindacalisti arrestati e torturati. Manifestanti uccisi dalla polizia. Giornalisti in carcere. E una potente macchina di censura per evitare il dilagare della protesta. È la faccia nascosta della Tunisia dove oggi Maroni è volato per strappare al ministro dell'interno Rafik Belhaj Kacem una maggiore collaborazione per l'identificazione e il rimpatrio delle centinaia di cittadini tunisini trattenuti nel centro di prima accoglienza di Lampedusa. Molti di loro vengono dalla regione di Gafsa. Una delle piu' povere della Tunisia. Proprio qui, tra gennaio e luglio del 2008, sono esplosi moti di protesta per la rivendicazione del diritto al lavoro e alla redistribuzione della ricchezza prodotta dai bacini minerari di Redeyef, dove si trovano alcune tra le piu' grandi miniere di fosfato al mondo. Si tratta di uno dei movimenti sociali piu' maturi e duraturi del ventennio di Ben Ali, represso manu militari. Tra il maggio e il giugno del 2008 centinaia di militanti sono stati arrestati. Il 6 giugno 2008 la polizia ha aperto il fuoco su una manifestazione, uccidendo due ragazzi e ferendone altri 27. Un mese dopo una giornalista tunisina, Zakiyah Dhifaoui è finita in carcere per essersi recata a Redeyef e aver tentato di scrivere un articolo per il giornale Muatinun.

Un mese fa, l'11 dicembre 2008, si è concluso il giudizio in primo grado di 33 cittadini tunisini, tra cui una decina di sindacalisti, accusati di “associazione a delinquere” per aver organizzato la protesta degli abitanti di Redeyef. Pesanti le pene: 10 anni al leader della protesta Adnane Hajji e agli altri 32 imputati, molti dei quali sindacalisti. Dodici anni in contumacia invece al giornalista Fahem Boulkaddos, della televisione El Hiwar, condannato per aver trasmesso le immagini delle proteste, attraverso il canale italiano Arcoiris. Il 3 febbraio inizia il processo d'appello. “Ancora una volta, i giudici agiscono come la mano pesante del potere”, commenta l’associazione tunisina Ftcr, il cui presidente Mohieddine Cherbib è stato condannato a due anni per aver creato in Francia un comitato di solidarietà al movimento. Sui moti di Redeyef, si puo' leggere il nostro reportage “Speciale Tunisia: la dittatura a sud di Lampedusa

10 January 2009

Tradotto in spagnolo "Mamadou va a morire"

Esce in spagnolo il mio libro sulle stragi dei migranti nel Mediterraneo, "Mamadou va a morire". Uno speciale ringraziamento alla casa editrice Oriente y Mediterraneo che ha creduto e investito nel progetto. La traduzione arriva dopo quella in tedesco, pubblicata nel gennaio del 2008. La prossima settimana sarò in Spagna a presentarlo. Il 20 gennaio a Siviglia, al Centro Cívico Las Sirenas (Alameda de Hércules, 30) con la APDHA, alle 19:00, il 21 a Madrid, alle 12:00 all'universita' della UCM e poi, alle 19:30 al Círculo de Bellas Artes (Marqués de Casa Riera, 2), con Belén Gopegui. Il 22 tappa a Oviedo, alle 12:15 all'Universita' e nel pomeriggio alla associazione Cambalache (Martín Vigil, 30), con Eduardo Romero. Infine il 23 a Bilbao, alla Universidad del País Vasco (Banco de España, 2), con David Maroto di Lib-litteraemundi.

«Gabriele del Grande tiene el mínimo de decencia humana para localizar una noticia y el coraje profesional, cada vez más raro, para contarla. A lo que antes se llamaba sencillamente “periodismo” hoy lo llamamos “periodismo comprometido”. Comprometido con su trabajo, comprometido con la decencia humana, del Grande sabe que el lugar de los acontecimientos no es una patera aislada cerca de Malta, sino todo el mar Mediterráneo y parte del Atlántico y África entera y todo el tercer Mundo y la Europa candada y arrogante y el capitalismo globalizador que determina una severa cartografía del sufrimiento humano. Y sabe que el verdadero acontecimiento no es la muerte de 15 eritreos y el encarcelamiento de 12 en los lager de Malta, sino la masacre de al menos 1581 seres humanos solo en el año 2007 y la reclusión, tortura y abandono de cientos de miles de ellos en campos de concentración y desiertos en Europa y en el norte de África: eso, pues, que sin ninguna exageración el teólogo Franz Hinkelammert ha definido como un “genocidio estructural”».
De la Presentación de Santiago Alba

Mamadú va a morir: el exterminio de inmigrantes en el Mediterráneo

Un gran reportaje sobre las víctimas de la inmigración clandestina, de la temida e inexistente invasión de africanos a Europa y de los nuevos guardianes de un cementerio llamado Mediterráneo. Desde 1988 no menos de 13239 personas murieron llamando a las puertas de la fortificada UE, víctimas de los naufragios, pero también del calor y el frío extremos del Sáhara, de los campos minados, de los disparos de la policía, de los propios traficantes de seres humanos... Y un número infinitamente superior de personas que, tras el primer fracaso, lo intentan de nuevo, todas las veces que se presente la oportunidad, pues la vergüenza del fracaso y las deudas contraídas les impiden regresar al punto de partida. Hombres y mujeres jóvenes, desarraigados y expuestos a todas las explotaciones y violencias.

09 January 2009

Ucraina: la frontiera dell'est. On line il nuovo rapporto Ecre

Foto Mahug, KievROMA, 9 gennaio 2009 – Non c’è soltanto la frontiera Mediterraneo. La fortezza Europa guarda sempre più a est. Il 21 dicembre 2007 il muro di Schengen si è spostato ad oriente, inglobando Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria. Ovvero la cintura che separa l’Unione europea da Russia, Bielorussa, Ucraina e Moldavia, paesi da dove transitano sempre più migranti e rifugiati, provenienti dalle ex Repubbliche Sovietiche, dall’Asia e dal Medio Oriente. Recentemente lo European Council on Refugees and Exiles ha pubblicato un rapporto aggiornato ai dati del 2007 proprio su questi quattro Paesi. Paesi a cui guardare con attenzione, perchè a est come a sud le politiche sono quelle dei muri e dell’esternalizzazione.

La frontiera tra Slovacchia e Ucraina è di 97,8 km. L’ingresso nell’area Schengen ha significato la costruzione di un muro virtuale tra i due Paesi. 250 telecamere mobili, visori notturni, Gps, rilevatori di calore, infrarossi, raggi x, e mezzi di pattugliamento fuoristrada. Un sistema costato la bellezza di 50 milioni di euro, finanziati con fondi comunitari, e che ha visto quadruplicare il personale della polizia di frontiera, da 240 unità nel 2004, a 886. Su questa frontiera sono stati fermati 25.539 migranti nel 2004 e 32.756 nel 2005. Il loro destino è la riammissione in Ucraina.

Human Rights Watch ha criticato gli accordi di riammissione tra i Paesi dell’Est Europa e l’Ucraina, esprimendo particolare preoccupazione per i rimpatri dei rifugiati della Cecenia e dell'Uzbekistan. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Acnur) ha espresso preoccupazione dopo il rimpatrio di un gruppo di potenziali rifugiati srilankesi nel 2008. Dall'Ucraina sono stati espulsi 5.000 migranti nel 2004 e 2.346 nella prima metà del 2005, la metà verso ex Repubbliche sovietiche, gli altri verso Cina, India, Pakistan e Bangladesh. Bruxelles conosce questi rapporti, ma con Kiev ha già stretto un accordo di riammissione. E i risultati si vedono già. Il tasso di riconoscimento dei rifugiati in Ucraina è passato dal 47% del 2002 al 1,45% del 2007, sebbene il 19% delle richieste d’asilo siano presentate da afgani e iraqeni.

Scarica il rapporto ECRE Country Report 2007 Belarus, Moldova, Russia, Ukraine, in inglese

REPORTAGE

Egitto: continuano le deportazioni dei rifugiati eritrei

CAIRO, 9 gennaio 2009 – L’Egitto continua le deportazioni dei richiedenti asilo eritrei. L’ultimo volo per Asmara è partito mercoledì scorso con 32 profughi a bordo. Altri 25 erano stati rimpatriati lo scorso 19 dicembre 2007. Inascoltate le critiche dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur). Si tratta in maggior parte di disertori dell’esercito eritreo e di membri della Chiesa Pentecostale perseguitati. In caso di rimpatrio è alto il rischio di tortura, come ben documentato dal video “Eritrea – Voices of Torture”. L’Egitto è da un paio d’anni un importante punto di transito della diaspora eritrea verso Israele. Nel 2008 circa 1.200 potenziali rifugiati politici eritrei sono stati rimpatriati dal Cairo. Ed erano eritrei buona parte dei 28 africani abbattuti sotto il fuoco della polizia di frontiera egiziana, lungo la frontiera del Sinai con Israele.

Per saperne di più vi invitiamo a scaricare il rapporto sul Sinai di Human Rights Watch

REPORTAGE
Israele: la nuova meta dei rifugiati eritrei e sudanesi

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Melilla: migrante ucciso dalla polizia marocchina. Amnesty chiede indagine

Foto El PaisROMA, 9 gennaio 2009 – Una settimana dopo l’uccisione di un migrante da parte delle forze ausiliarie dell’esercito marocchino, che presidiano la frontiera dell’enclave spagnola di Melilla, Amnesty International ha ufficialmente chiesto a Rabat di aprire un’indagine per fare luce su quanto accaduto. La notte di capodanno, un gruppo di una cinquantina di migranti sub-sahariani ha tentato di saltare la doppia recinzione alta sei metri che corre lungo il confine di Melilla. Per fermarli, le forze militari marocchine hanno sparato una serie di colpi. Uno dei migranti è stato ferito gravemente ed è morto poco dopo all’ospedale El Hassani, a Nador. Si tratta di un giovane camerunese di 29 anni, noto come Alino. Altri 14 uomini sono stati arrestati e deportati arbitrariamente alla frontiera algerina, in prossimità di Oujda.

Alino non è il primo migrante sub-sahariano ucciso dalle forze ausiliarie marocchine. Tra il 2005 e il 2006, almeno 15 migranti furono abbattuti a colpi di arma da fuoco lungo la frontiera di Ceuta e Melilla. L’ultima omicidio di cui si ha notizia risale al 24 dicembre 2006. E il 31 luglio 2007, due migranti furono abbattuti nel Sahara occidentale, nei pressi di El ‘Ayun, mentre si imbarcavano per le Canarie. Per non parlare del gommone affondato all'alba del 28 aprile 2008 da agenti della marina reale marocchina, al largo di al-Hoceima, sulla rotta per la Spagna. Un incidente che costò la vita ad almeno 28 emigranti.

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Aden: 949 morti nel 2008 sulla rotta yemenita della diaspora somala

ROMA, 9 gennaio 2009 – Sono oltre 50.000 i profughi somali sbarcati nel corso del 2008 sulle coste yemenite. Un dato in aumento del 70% rispetto al 2007, segno del deterioramento della situazione in Somalia. La guerra civile non accenna a trovare una soluzione, e ogni anno decine di migliaia di persone abbandonano il paese, dirette nei paesi confinanti o al di là del golfo di Aden. Ne parliamo perchè di somali quest’anno se ne sono visti davvero tanti sulle barche intercettate a sud di Lampedusa. Nel 2008 la loro è stata la prima nazionalità tra i migranti intercettati in mare. E probabilmente anche tra le almeno 642 vittime documentate nelle acque del Canale di Sicilia.


06 January 2009

حصن أوروبا: 1.502 مهاجر و لاجئ لاقوا حتفهم عام 2008


شاهده صياد في ظهيرة يوم 26 ديسمبر الماضي. كانت الجثة تطوف بين صخور شاطئ مليلا, الارض الاسبانية في المغرب. إنها الضحية رقم 1.502 لعام 2008. أي أقل بـ 23% نسبة لعام 2007, حيث أن عدد الوفيات على حدود أوروبا كان قد بلغ 1.942 , أقل بقليل من نسبة الوفيات اللتي سُجلت سنة 2006 واللتي بلغت 2.088. تصعُب مقارنة المعلومات كونها تمثل فقط الأخبار اللتي تنقلها الصحافة. فلا أحد يستطيع معرفة عدد الغرقى " الأشباح” اللذين لم تراهم الصحافة خلافاً على الصيادين في قناة صقلية, اللذين ما زالوا يصطادون بقايا بشرية في شباكهم وخاصة بالقرب من الشواطئ الليبية.
حتى في فصل الشتاء, في شهر ديسمبر, وصل عدد الضحايا على طول الحدود الأوروبية الى 15. في بحر إيجا بين تركيا و اليونان بلغ عدد هم 12 و إثنين لاقوا حتفهم قرب جزر الكاناري في إسبانيا. في إيطاليا, دهست شاحنة ولد أفغاني كان قد اختبأ تحتا على متن عبارة يونانية كانت متوجهة الى مدينة البندقية.


02 January 2009

Frontière Sahara: les camps de détention dans le désert libyen

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Polizia all'esterno della feritoia di un camionSEBHA - «Avec nous, dans le camion, il y avait une enfant âgé de quatre ans, avec sa mère. Nous étions entassés comme des animaux à l'intérieur du conteneur, sans air ni espace. Je me demandais comment un enfant pouvait être mis dans ces conditions. À l'intérieur du conteneur il faisait très chaud. Le voyage dura 21 heures. De 16 h à 13 h le lendemain. On n’avait rien à manger. Les gens étaient obligés d’uriner l’un devant les autres. Lorsque les chauffeurs s’arrêtaient pour manger ou pour prier, nous mettions l'enfant au près de la petite fenêtre du conteneur. Il s’appelait Adam. Enfin nous arrivâmes à Kufrah. Quand je sortis je volai du pain qui était accroché à l'extérieur du conteneur. Nous n'avions rien mangé depuis la veille. Nous étions 110 personnes. Y compris Adam âgé de quatre ans et sa maman »[1].

Frontiera Sahara. I campi di detenzione nel deserto libico

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Polizia all'esterno della feritoia di un camionSEBHA - “Con noi c’era un bambino di quattro anni con la madre, durante tutto il viaggio mi sono domandato: come si può mandare una madre con un bambino di quattro anni insieme ad altre cento persone stipate come animali in un camion come quelli per la frutta, dove non c’è aria e dove stavamo stretti stretti, senza spazio per muoversi, per 21 ore di viaggio, dove le persone urinavano e defecavano davanti a tutti perché non c’era altra possibilità? Abbiamo viaggiato dalle 16:00 alle 13:00 del giorno dopo. Durante il giorno ogni volta che l’autista faceva una sosta per mangiare noi rimanevamo chiusi dentro il rimorchio sotto il sole. Mancava l’aria e tutti si alzavano in preda al panico perché non si respirava e volevamo scendere. Guardare il bambino ci faceva coraggio. Quando il camion si fermava lo prendevamo e lo mettevamo vicino al finestrino. Si chiamava Adam. Il camion si è fermato almeno tre volte nel deserto per far mangiare gli autisti e per la preghiera... Verso l’una siamo arrivati a Kufrah… Quando sono sceso ho rubato il burro con il pane che tenevano appeso fuori dal container. Non avevamo mangiato per tutto il viaggio, eravamo 110 persone, compreso Adam di quattro anni e sua madre”. [1]

Camion dall'internoMenghistu non è l’unico a essere stato chiuso dentro un container e deportato. In Libia è la prassi. I container servono a smistare nei vari campi di detenzione i migranti arrestati sulle rotte per Lampedusa. Ne esistono di tre tipi. Il più piccolo è un pick-up furgonato. Quello medio è l’equivalente di un camioncino. E quello più grande è un vero e proprio container, blu, con tre feritoie per lato, trainato da un auto rimorchio. Quando un rifugiato eritreo, nella primavera del 2006, me ne parlò per la prima volta, stentai a crederlo. L’immagine di centinaia di uomini, donne e bambini rinchiusi dentro una scatola di ferro per essere concentrati in dei campi di detenzione e da lì deportati, mi rievocava i fantasmi della seconda guerra mondiale. Mi sembrava troppo. Ma la figura del container ritornava, come un marchio di autenticità, in tutte le storie di rifugiati transitati dalla Libia che avevo intervistato dopo di lui. Finché quei camion ho avuto modo di vederli con i miei occhi.

Camion dall'esternoA Sebha ce n’è uno per ogni tipo. Siamo alle porte del grande deserto libico, nella capitale della storica regione del Fezzan. Da qui, fino al secolo scorso passavano le carovane che attraversavano il Sahara. Oggi alle carovane si sono sostituiti gli immigrati. Il colonnello Zarruq è il direttore del nuovo centro di detenzione della città. È stato inaugurato lo scorso 20 agosto. I tre capannoni si intravedono oltre il muro di cinta. Ognuno ha quattro camerate, in tutto il centro possono essere detenute fino a 1.000 persone. Nel parcheggio sterrato, è parcheggiato un camion con uno dei container utilizzati per lo smistamento degli immigrati detenuti. Con una pacca sulle spalle, il direttore mi invita a salire sulla motrice. Un Iveco Trakker 420, a sei ruote. Mi indica il tachimetro: 41.377 km. Nuovo di pacca. È rientrato ieri sera da Qatrun, a quattro ore di deserto da qui. A bordo c’erano 100 prigionieri, arrestati alla frontiera con il Niger. Entriamo nel container, dalle scale posteriori. L’ambiente è claustrofobico anche senza nessuno. Difficile immaginarsi cosa possa diventare con 100 o 200 persone ammassate una sull’altra in questa scatola di ferro. I raggi del sole filtrati dalla polvere illuminano le taniche di plastica vuote, a terra, sotto le panche di ferro. Su una c’è scritto Gambia.

Pattuglie nel desertoL’acqua è il bagaglio essenziale per i migranti che attraversano il deserto. Ognuno prima di partire si porta dietro una o due taniche. Le riveste di juta per proteggerle dal sole e ci scrive su il proprio nome per riconoscerle una volta appese ai lati dei camion. Nelle traversate del Sahara la vita è appesa a un filo. Se il motore va in panne, se il camion si insabbia, o l’autista decide di abbandonare i passeggeri, è finita. Nel raggio di centinaia di chilometri non c’è altro che sabbia. Muoiono a decine ogni mese, ma le notizie filtrano difficilmente. Sulla stampa internazionale abbiamo censito almeno 1.621 vittime in tutto il Sahara. Ma stando alle testimonianze dei sopravvissuti, ogni viaggio conta i suoi morti. E ogni viaggio conta i suoi attacchi da parte di bande armate in Niger e Algeria.

Scala di ingresso nel containerTra i cento migranti arrivati a Sebha nel container di ieri c’è anche una famiglia di Sikasso, in Mali. Padre, madre e bambino. Arrestati tre giorni prima, a Ghat, alla frontiera con l’Algeria. Li incontriamo nell’ufficio del direttore. Il piccolino ha otto anni, faceva la terza elementare. Il padre lo stringe affettuosamente tra le forti braccia, mentre racconta in arabo, al nostro interprete, che lui in Europa non ci voleva andare. Che era venuto a Sebha perché aveva già lavorato qui nel 2002, con una compagnia tedesca. Hanno con sé i passaporti, ma senza il visto libico. Nel campo sono chiusi in celle separate. Il bimbo sta con la madre. I loro nomi compaiono sulle liste dei prossimi aerei pronti a partire. Nei primi undici mesi dell’anno, soltanto da Sebha, hanno deportato più di 9.000 persone, soprattutto nigeriani, maliani, nigerini, ghanesi, senegalesi e burkinabé. Solo a novembre i rimpatri sono stati 1.120. Zarruq mi mostra l’elenco dei voli: 467 nigeriani deportati il 2 settembre, 420 maliani a metà novembre. Le ambasciate mandano qui i loro funzionari per identificare i propri cittadini, e poi si provvede al rimpatrio. Kabbiun e Ajouas hanno già incontrato l’ambasciata nigeriana. I piedi di Kabbiun sono scalzi. Lo hanno arrestato a Ghat, le scarpe le ha lasciate in mezzo al deserto. Ajouas invece viveva a Tripoli da sei anni. Nessuno di loro ha visto un giudice o un avvocato. Avviene tutto senza convalida e senza nessuna possibilità di presentare ricorso e tantomeno di chiedere asilo politico.

Cella immigrati detenuti a SebhaÈ il caso di Patrick. Viene dalla Repubblica democratica del Congo, recentemente tornata alle cronache per la crisi nella regione del Kivu. È stato arrestato un mese fa a Tripoli, mentre cercava lavoro alla giornata sotto i cavalcavia di Suq Thalatha. Possiamo parlare liberamente in francese, perché l’interprete non lo conosce. Mi porge un foglio spiegazzato dalla tasca. È il suo certificato di richiedente asilo politico. Rilasciato dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Acnur) a Tripoli, il nove ottobre 2007. Qua dentro è carta straccia. Come gli altri detenuti, Patrick non ha diritto di telefonare a nessuno, nemmeno all’Acnur. Se non trova prima i soldi per corrompere qualche poliziotto, anche lui, prima o poi, sarà deportato. E come lui i suoi compagni di cella. Sono camerate di otto metri per otto. I detenuti sono buttati per terra su stuoini e cartoni. La luce entra dalle vetrate in cima alle alte pareti. Ogni camerata è riempita con 60-70 persone. Stanno chiusi tutto il giorno, escono solo per i pasti, in un locale adibito a mensa, accanto a un piccolo chiosco dove i detenuti possono comprare bibite, dolci o medicine, sempre all’interno del muro di cinta.

Mezzi di pattugliamento nel parcheggio del centro di detenzione di SebhaLe compagnie aeree che si occupano delle deportazioni sono libiche: Ifriqiya e Buraq Air. I soldi pure, garantisce il direttore. Ma è difficile credergli. Dopotutto il rapporto della Commissione europea del dicembre 2004 parlava già allora di 47 voli di rimpatrio finanziati dall’Italia. Zarruq scuote il capo. Dice che da Roma hanno avuto soltanto due fuoristrada per il pattugliamento, con il progetto Across Sahara. E il nuovo centro di detenzione? Ha finanziato tutto la Libia, insiste. Ammette però che l’Italia si era impegnata a costruire un nuovo centro, e che la a sha‘abiyah, la municipalità, aveva anche predisposto un terreno. Ma poi non se ne è fatto niente. Intanto però il vecchio campo è stato restaurato e ampliato, grazie anche ai lavori forzati degli immigrati detenuti. Questo Zarruq non me lo può dire, ma sono voci che corrono tra i rimpatriati, dall’altro lato della frontiera, a Agadez, in Niger. Ad ogni modo, insiste, oggi tutti i rimpatri avvengono in aereo, anche quelli verso il Niger: Sono passati i tempi dei cosiddetti “rimpatri volontari”, quando, nel 2004, oltre 18.000 nigerini e non solo vennero caricati sui camion e abbandonati alla frontiera in pieno deserto, con le decine di vittime che ne seguirono a causa degli incidenti.

GhreraMa Zarruq non ha intenzione di parlare di questo. E nemmeno il luogo tenente Ghrera. È lui il responsabile delle pattuglie nel Sahara. L’Italia e l’Europa si sono impegnate a finanziare alla Libia un sistema di controllo elettronico delle frontiere terrestri, firmato FinMeccanica. Lui alla sola idea sorride. Lavora nel deserto da 35 anni. Conosce bene il terreno. Per darci un’idea ci accompagna a Zellaf, 20 km a sud di Sebha. Ancora non siamo nel grande Sahara. Eppure davanti a noi non si vede che sabbia. I due fuoristrada, dopo una corsa a cento km all’ora sulle dune, fermano i motori. Ghrera e l’altro autista, ‘Ali, si lavano le mani nella sabbia. E si inginocchiano verso est. Dopo la preghiera, si riavvicinano. Controllare le rotte nel Sahara è impossibile, dice. Sono 5.000 km di deserto. Un’area troppo vasta e un terreno troppo accidentato Gli 89 autisti – quasi tutti libici – arrestati nei primi undici mesi del 2008 sono un’inezia rispetto alle migliaia di persone che attraversano il Sahara ogni anno. Alle missioni di pattugliamento partecipano gruppi di 10 fuoristrada. Stanno fuori per cinque giorni, ci spiega. Poi sorride. Ha trovato una bottiglia vuota di Gin, per terra. L’alcol in Libia è illegale. E infatti sulla bottiglia c’è scritto fabriqué au Niger, prodotto in Niger. Ghrera lancia la bottiglia nella sabbia, poco lontano. Non dice niente. I traffici non riguardano solo gli immigrati. Ci sono l’alcol, le sigarette, la droga, le armi. Prima di riaccendere il motore ribadisce il concetto: anche con il doppio delle pattuglie, il deserto rimane una porta aperta.

Il centro di detenzione di Sebha non è l’unico campo di detenzione al sud. Ce ne sono almeno altri cinque. Quelli di Shati, Qatrun, Ghat e Brak, nel sud ovest del paese, fanno capo a Sebha, nel senso che gli immigrati arrestati in queste località vengono poi smistati a Sebha dentro i container. L’altro campo si trova 800 km a sud est, a Kufrah, e lì vengono detenuti i rifugiati eritrei e etiopi in arrivo dal Sudan. È il carcere che gode della peggiore fama, tra gli stessi libici.

Grattacieli a TripoliMohamed Tarnish è il presidente dell’Organizzazione per i diritti umani, una ong libica finanziata dalla Fondazione di Saif al Islam Gheddafi, il primogenito del colonnello. Ci incontriamo al Caffè Sarayah, a due passi dalla Piazza Verde, a Tripoli. La sua organizzazione, sotto la guida del suo predecessore, Jum‘a Atigha, ha ottenuto il rilascio di circa 1.000 prigionieri politici e si è battuta per il miglioramento delle condizioni delle carceri libiche. Da un paio d’anni hanno accesso anche ai centri di detenzione degli immigrati. Ne hanno visitati sette. Ha la bocca cucita, davanti a noi c’è un funzionario dell’agenzia per la stampa estera del governo libico. Ma riesce comunque a farci capire che il centro di Kufrah è il peggiore. Le condizioni del vecchio fabbricato, il sovraffollamento, la scadenza del cibo e l’assenza di assistenza sanitaria.

Cella immigrati detenuti a SebhaPer capire il significato delle allusioni di Tarnish, rileggo le interviste fatte ai rifugiati eritrei ed etiopi nel 2007.“Dormivamo in 78 in una cella di sei metri per otto” - “Dormivamo per terra, la testa accanto ai piedi dei vicini” - “Ci tenevano alla fame. Un piatto di riso lo potevamo dividere anche in otto persone” - “Di notte mi portavano in cortile. Mi chiedevano di fare le flessioni. Quando non ce la facevo più mi riempivano di calci e maledivano me e la mia religione cristiana” – “Usavamo un solo bagno in 60, nella cella c’era un odore perenne di scarico. Era impossibile lavarsi” - “C’erano pidocchi e pulci dappertutto, nel materasso, nei vestiti, nei capelli” - “I poliziotti entravano nella stanza, prendevano una donna e la violentavano in gruppo davanti a tutti”. È il ritratto di un girone infernale. Ma anche di un luogo di affari. Sì perché da un paio d’anni la polizia è solita vendere i detenuti agli stessi intermediari che poi li porteranno sul Mediterraneo. Il prezzo di un uomo si aggira sui 30 dinari, circa 18 euro.

Non sono stato autorizzato a visitare il centro di Kufrah e non ho potuto verificare di persona. Tuttavia il fatto che le versioni dei tanti rifugiati con cui ho parlato coincidano nel disegnare un luogo di abusi, violenze e torture, mi fa pensare che sia tutto vero. Nel 2004 la Commissione europea riferiva che l’Italia stava finanziando il centro di detenzione di Kufrah. Nel 2007 il governo Prodi smentiva la notizia, dicendo che si trattava di un centro di assistenza sanitaria. Poco importa. Dal 2003, Italia e Unione Europea finanziano operazioni di contrasto dell’immigrazione in Libia. La domanda è la seguente: perché fingono tutti di non sapere?

Poliziotti all'ingresso del centro di detenzione di SebhaNel 2005, il prefetto Mario Mori, ex direttore del Sisde, informava il Copaco: “I clandestini [in Libia, ndr.] vengono accalappiati come cani... e liberati in centri... dove i sorveglianti per entrare devono mettere i fazzoletti intorno alla bocca per gli odori nauseabondi”. Ma i funzionari della polizia italiana sapevano già tutto. Già perché dal 2004 alcuni agenti fanno attività di formazione in Libia. E alcuni funzionari del ministero dell’Interno, hanno visitato in più occasioni i centri di detenzione libici, Kufrah compreso, limitandosi a non rilasciare dichiarazioni. E l’ipocrita Unione Europea? Il rapporto della Commissione europea del 2004, definisce le condizioni dei campi di detenzione libici “difficili” ma in fin dei conti “accettabili alla luce del contesto generale”. Tre anni dopo, nel maggio 2007, una delegazione di Frontex visitò il sud della Libia, compreso il carcere di Kufrah, per gettare le basi di una futura cooperazione. Indovinate cosa scrisse? “Abbiamo apprezzato tanto la diversità quanto la vastità del deserto”. Sulle condizioni del centro di detenzione però preferì sorvolare. Una dimenticanza?

[1] Testimonianza raccolta dalla scuola di italiano Asinitas, Roma, 2007


Per approfondimenti:
Guarda il documentario “Come un uomo sulla terra”
Leggi Reportage dalla Libia: siamo entrati a Misratah
Leggi La Libia cerca immigrati in Asia, mentre l’Oim pensa ai rimpatri
Scarica Fuga da Tripoli. Reportage sulla Libia, Fortress Europe, 2007

(Gabriele Del Grande, 7 gennaio 2009)

Fortezza Europa: 1.502 migranti e rifugiati morti nel 2008

ROMA – Ad avvistarlo è stato un pescatore, nel pomeriggio dello scorso 26 dicembre. Il cadavere galleggiava tra gli scogli di Melilla, l’enclave spagnola in Marocco. È la vittima numero 1.502 del 2008. Un dato che segna un meno 23% rispetto al 2007, quando le morti documentate alle frontiere Ue furono 1.942, poco meno delle 2.088 registrate nel 2006. Difficile comparare i dati, dato che si tratta delle sole notizie riportate dalla stampa. Nessuno infatti è in grado di conoscere il numero di naufragi “fantasma” sfuggiti alla cronaca ma non ai pescatori del Canale di Sicilia, che continuano a pescare resti umani nelle reti, specialmente in prossimità delle coste libiche.

In linea con la crescita del numero degli arrivi, aumentano le vittime nel Canale di Sicilia. Le vittime documentate tra Libia, Tunisia, Malta e Sicilia sono passate dalle 302 nel 2006 alle 556 nel 2007 alle 642 nel 2008. Negli stessi anni, il numero di migranti intercettati nel Canale di Sicilia è passato da 19.000 a 20.450 per poi balzare a 36.900 nel 2008. Un aumento significativo, ma comunque di gran lunga inferiore al fabbisogno di manodopera straniera, dato che il governo Berlusconi ha da poco chiesto l’ingresso di 150.000 lavoratori immigrati per il 2008. Ancora maggiore – per quanto contenuto in termini assoluti - è stato invece l’aumento dei migranti intercettati in acque maltesi, passati dai 311 del 2006 ai 613 del 2007 e ai 1.266 nei primi nove mesi del 2008. Somalia e Nigeria sono le prime nazionalità di chi attraversa il Canale di Sicilia. E parallela alla rotta siciliana, continua a essere battuta la rotta che dalle coste algerine di Annaba porta in Sardegna. Circa 1.500 algerini erano stati intercettati nel 2007. Le vittime continuano a susseguirsi. Dopo i 65 morti del 2007, l’anno appena trascorso ha registrato la scomparsa di 60 persone, tra annegati e dispersi in mare.

Fortress Europe, vittime dell'immigrazione alle frontiere europee dal 2006 al 2008

Isole CanarieStretto di GibilterraCanale di SiciliaSardegnaMar EgeoAltroTotale
2008136216642601812671502
2007745142556652571771.942
200610352153020734632.088
Totale191657315001255119075532

Nello stretto di Gibilterra invece l’andamento è opposto: gli sbarchi continuano a diminuire, e le vittime ad aumentare. Il numero di migranti intercettati al largo delle coste andaluse sono passati dai 5.579 nel 2006 ai 3.748 nel 2007 e ai 3.017 nel 2008. Negli stessi anni le vittime sono prima scese dalle 215 del 2006 alle 142 del 2007, per poi risalire alle 216 dell’anno appena passato. Ma non c’è solo il mare a uccidere i migranti. C’è il caldo del deserto del Sahara, gli spari della polizia in Egitto, le mine alla frontiera turco-greca, i camion dentro i quali ci si nasconde in Turchia, come in Grecia e in Francia. E allora ai 1.235 morti del Mediterraneo nel 2008 se ne aggiungono altri 267: 27 al largo dell’isola francese di Mayotte, nell’Oceano Indiano; 4 al porto di Calais, alla frontiera tra Francia e Inghilterra, 32 sotto gli spari della polizia, di cui 25 in Egitto, 4 sui campi minati di Evros, in Grecia, 8 nei porti italiani dell’Adriatico nascosti sotto i tir in arrivo dalla Grecia, altri 75 sotto i camion, 27 annegati nei fiumi di frontiera e addirittura 90 morti disidratati nel deserto del Sahara tentando di raggiungere la costa mediterranea per poi imbarcarsi.

Fortress Europe, migranti intercettati nel Canale di Sicilia e migranti respinti in Libia

200320042005200620072008
Migranti intercettati
nel Canale di Sicilia*
14.00013.00017.50019.00020.45536.900
Migranti arrestati in
Libia e rimpatriati
43.00054.00047.99153.84230.490**
*escluso imigranti intercettati a Malta, dato trascurabile
**dato non pervenuto
Oltre alla Sicilia gli sbarchi aumentano anche in Grecia, sulle rotte che dalla Turchia attraversano l’Egeo. Dai 4.000 arrivi registrati nel 2006 si è passati agli oltre 10.000 del 2007 e il dato è in aumento anche per il 2008. Diminuiscono invece le vittime. Dopo l’anno nero del 2007, quando al largo delle isole greche persero la vita almeno 257 persone, perlopiù rifugiati afgani e iraqeni, nel 2008 le vittime registrate sono 181. Continuano a diminuire invece gli arrivi in Spagna e alle isole Canarie, complici i pattugliamenti di Frontex e gli accordi di riammissione firmati dalla Spagna con i paesi di origine dei migranti. Il numero dei migranti intercettati al largo delle isole Canarie, nell’oceano Atlantico, è passato dai 32.000 del 2006 ai 12.624 del 2007 e ai 9.089 del 2008. Calano di pari passo le vittime. Passate dalle 1.035 del 2006 alle 745 del 2007 e alle 136 del 2008. Tuttavia rimane alta l’incertezza sul numero di naufragi fantasma, dato che i pattugliamenti europei hanno causato un allungamento delle rotte: ormai si parte da Gambia e Guinea, per viaggi di due settimane in mare. E di una imbarcazione che affonda in pieno oceano al largo delle coste africane non rimane nessuna traccia.
Fortress Europe, migranti intercettati nel Mediterraneo e nell'Atlantico dal 2006 al 2008

Isole CanarieAndaluciaCanale di SiciliaMaltaMar Egeototale
20089.0893.01736.9002.70015.315
67.021
200712.6243.74820.4506139.24046.675
200632.0005.57919.0003114.00060.890
Anche in pieno inverno, a dicembre, le vittime lungo le frontiere europee sono state almeno 15, di cui 12 nel mar Egeo, tra Turchia e Grecia, 2 alle isole Canarie, in Spagna, e una in Italia.


Leggi anche:

Grenze Sahara. Die Inhaftierungslager in der libyschen Wüste

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Polizia all'esterno della feritoia di un camionSEBHA - “Unter uns war ein vier Jahre altes Kind mit seiner Mutter. Die ganze Fahrt über habe ich mich gefragt: Wie kann man eine Mutter mit einem vierjährigen Kind mit anderen hundert Personen in einem Lastwagen wie die der Obsttransporter zusammenpferchen als wären es Tiere, in dem es keine Luft gibt, in dem wir so eng zusammengedrückt waren, ohne Raum um sich zu bewegen, 21 Fahrtstunden lang, wo die Menschen vor allen anderen ihre Bedürfnisse verrichteten, weil es keine andere Möglichkeit gab? Wir waren von 16:00 Uhr bis 13:00 Uhr des folgenden Tages auf der Fahrt. Untertags blieben wir bei jeder Rast, die der Fahrer zum Essen einlegte, unter der Sonne im Anhänger eingesperrt. Es gab keine Luft und alle standen von Panik befallen auf, weil man nicht atmen konnte und weil wir aussteigen wollten. Das Kind anzuschauen machte uns Mut. Wenn der Lastwagen anhielt, nahmen wir es und hielten es ans Fensterchen. Es hieß Adam. Der Laster hat mindestens drei Mal in der Wüste angehalten, damit die Fahrer essen und ihr Gebet sprechen konnten… Gegen Ein Uhr haben wir Kufrah erreicht… Als ich ausstieg, habe ich die Butter und das Brot geklaut, die sie an die Außenseite des Containers gehängt hatten. Wir hatten während der ganzen Fahrt nichts gegessen, wir waren 110 Personen, darunter Adam mit vier Jahren und seine Mutter”.

Camion dall'internoMenghistu ist nicht der Einzige, der in einen Container gesperrt und deportiert wurde. In Libyen ist das die übliche Vorgehensweise. Die Container dienen dazu, die Migranten, die auf dem Weg nach Lampedusa festgenommen wurden, den verschiedenen Haftlagern zuzuteilen. Es gibt drei Typen davon. Der kleinste ist ein Transporter-Pickup. Der mittlere entspricht einem Lieferwagen. Und der größte ist ein regelrechter Container, blau mit drei Schlitzen auf jeder Seite, der von einem Schleppwagen gezogen wird. Als ein eritreischer Flüchtling mir im Frühjahr 2006 zum ersten Mal davon erzählte, konnte ich es kaum glauben. Die Vorstellung von hunderten Männern, Frauen und Kindern, eingesperrt in eine Eisenschachtel, um in Haftlagern zusammengeführt und von dort aus deportiert zu werden, ließ in mir Gespenster des zweiten Weltkrieges wieder wach werden. Es schien mir zuviel. Aber das Bild des Containers kehrte wie ein Authentizitätssiegel in allen Geschichten von Flüchtlingen wieder, die auf ihrer Flucht durch Libyen gekommen waren und die ich nach ihm interviewt hatte. Bis ich die Gelegenheit bekam, jene Lastwägen mit eigenen Augen zu sehen.

Camion dall'esternoIn Sebha gibt es von jedem Typ einen. Wir befinden uns vor den Toren der großen libyschen Wüste, in der Hauptstadt der historischen Region des Fezzan. Hier zogen bis zum vergangenen Jahrhundert die Karawanen vorbei, die die Sahara durchquerten. Heute haben die Immigranten die Karawanen ersetzt. Oberst Zarruq ist der Leiter des neuen Inhaftierungslagers der Stadt. Es wurde am vergangenen 20. August eingeweiht. Die drei Hallen sind auch jenseits der Umfassungsmauer erkennbar. Jede hat vier Schlafsäle, im gesamten Lager können bis zu 1.000 Personen interniert werden. Auf dem ausgehobenen Parkplatz steht ein Lastwagen mit einem der Container, die für die Aussortierung der inhaftierten Immigranten benutzt werden. Mit einem Schulterklopfen lädt mich der Leiter ein, in den Triebwagen zu steigen. Ein Iveco Trakker 420, mit sechs Rädern. Er zeigt auf das Tachometer: 41.377 km. Nagelneu. Er ist gestern Abend von Qatrun zurückgekommen, vier Stunden Wüste von hier. An Bord befanden sich 100 Häftlinge, die man an der Grenze zu Niger festgenommen hatte. Über die Hinterleiter steigen wir in den Container. Der Raum ist klaustrophobisch auch ohne Menschen. Man kann sich schwer vorstellen, was aus 100 oder 200 Personen werden kann, die übereinander in diese Eisenschachtel gepfercht sind. Von Staub gefilterte Sonnenstrahlen beleuchten die leeren Plastikkanister am Boden, unter den Eisenbänken. Auf einem steht Gambia.

Pattuglie nel desertoWasser ist das lebensnotwendige Gepäckstück der Migranten, die die Wüste durchqueren. Jeder nimmt vor dem Aufbruch einen oder zwei Kanister an sich. Er verkleidet sie mit Jute, um sie vor der Sonne zu schützen, und schreibt seinen Namen darauf, um sie wiederzuerkennen, sobald sie an den Seiten der Lastwägen aufgehängt werden. Während der Saharadurchquerung hängt das Leben an einem Faden. Wenn der Motor eine Panne hat, wenn der Lastwagen versandet, oder wenn der Fahrer beschliesst, die Passagiere zurückzulassen, ist es vorbei. Im Umkreis von hunderten Kilometern gibt es nichts als Sand. Sie sterben zu Dutzenden jedes Monat, aber die Nachrichten sickern nur mühselig durch. In den internationalen Presseberichten haben wir mindestens 1.621 Opfer in der gesamten Saharawüste gezählt. Aber den Schilderungen der Überlebenden zufolge zählt jede einzelne Fahrt ihre Opfer. Und auf jeder Fahrt kommt es zu Angriffen der bewaffneten Banden in Niger und in Algerien.

Scala di ingresso nel containerMit den hundert Migranten ist im Container von gestern auch eine Familie aus Sikasso in Mali nach Sebha gekommen. Vater, Mutter und Kind. Drei Tage zuvor in Ghat festgenommen, an der Grenze zu Algerien. Wir treffen sie im Büro des Direktors. Der Kleine ist acht Jahre alt, er besuchte die dritte Volksschulklasse. Der Vater drückt ihn liebevoll mit seinen kräftigen Armen an sich, während er unserem Übersetzer in Arabisch erzählt, nach Europa habe er nicht gehen wollen. Dass er nach Sebha gekommen sei, weil er bereits 2002 hier gearbeitet hatte, mit einer deutschen Gesellschaft. Sie haben Reisepässe mit sich, aber ohne libysches Visum. Im Lager sind sie in getrennte Zellen gesperrt. Der Junge ist bei seiner Mutter. Ihre Namen scheinen auf den Listen der nächsten startbereiten Flugzeuge auf. Während der ersten elf Monate des Jahres wurden nur von Sebha aus mehr als 9.000 Personen deportiert, vor allem Nigerianer, Malier, Nigrer, Ghanaer, Senegalesen und Burkinabé. Allein im November waren es 1.120 Abschiebungen. Zarruq zeigt mir die Liste der Flüge: 467 Nigerianer wurden am 2. September ausgewiesen, 420 Malier Mitte November. Die Botschaften schicken ihre Beamten zur Identifizierung der eigenen Staatsbürger hierher, dann wird die Abschiebung in das Heimatland organisiert. Kabbiun und Ajouas hat die nigerianische Botschaft bereits getroffen. Kabbiuns Füße sind barfuss. Sie haben ihn in Ghat verhaftet, die Schuhe hat er mitten in der Wüste zurückgelassen. Ajouas hingegen lebte seit sechs Jahren in Tripolis. Keiner von beiden hat einen Richter oder Anwalt zu Gesicht bekommen. Alles geschieht ohne Beglaubigung und ohne jegliche Möglichkeit, Einspruch zu erheben, geschweige denn, um politisches Asyl anzusuchen.

Cella immigrati detenuti a SebhaDas ist Patrick's Fall. Er stammt aus der Demokratischen Republik Kongo, die in letzter Zeit aufgrund der Krise in der Region Kivu wieder in die Schlagzeilen gekommen ist. Er wurde vor einem Monat in Tripolis verhaftet, während er eine Arbeit als Tagelöhner unter den Straßenüberführungen von Suq Thalatha suchte. Wir können frei in Französisch sprechen, weil der Übersetzer es nicht versteht. Er reicht mir einen zerknitterten Zettel aus seiner Tasche. Es ist sein Zertifikat als Antragsteller um politisches Asyl. Ausgestellt vom Hohen Kommissariat der Vereinten Nationen für Flüchtlinge (UNHCR) in Tripolis, am neunten Oktober 2007. Hier drinnen ist es ein wertloser Papierfetzen. Wie die anderen Häftlinge hat Patrick nicht das Recht, jemanden anzurufen, nicht einmal das UNHCR. Wenn er nicht vorher das Geld auftreibt, um einen der Polizisten zu bestechen, wird auch er früher oder später deportiert werden. Und so wie er auch seine Zellkameraden. Es sind Schlafräume von acht mal acht Metern. Die Inhaftierten liegen am Boden auf Matten oder Kartonen. Das Licht dringt durch die Glasscheiben am oberen Ende der hohen Wände ein. In jedem Schlafsaal befinden sich 60-70 Personen. Sie sind den ganzen Tag über eingesperrt, nur zu den Mahlzeiten gehen sie hinaus, in einen als Mensa fungierenden Raum neben einem kleinen Kiosk, an dem die Insassen Getränke, Süßigkeiten oder Medizinen kaufen können, immer innerhalb der Umfassungsmauer.

Mezzi di pattugliamento nel parcheggio del centro di detenzione di SebhaDie Fluglinien, die sich um die Abschiebungen kümmern, sind libysch: Ifriqiya und Buraq Air. Die Gelder ebenfalls, versichert der Direktor. Aber es fällt schwer, ihm zu glauben. Schließlich sprach der Bericht der europäischen Kommission vom Dezember 2004 bereits damals von 47 Flügen zur Rückführung in die Heimat, die von Italien finanziert wurden. Zarruq schüttelt den Kopf. Er sagt dass sie von Rom nur zwei Geländewagen für die Patrouillen erhalten haben, durch das Projekt Across Sahara. Und das neue Haftlager? Alles von Libyen finanziert, beharrt er. Er gibt jedoch zu, dass Italien sich zur Errichtung eines neuen Lagers verpflichtet hatte, und dass die sha‘abiyah, der Gemeinderat, auch ein Stück Land zur Verfügung gestellt hatte. Aber dann ist nichts daraus geworden. In der Zwischenzeit aber wurde das alte Lager restauriert und erweitert, auch dank der Zwangsarbeit der festgehaltenen Immigranten. Dieser Zarruq kann es mir nicht sagen, aber unter den Abgeschobenen auf der anderen Seite der Grenze gehen Gerüchte um, in Agadez, in Niger. Jedenfalls, so bekräftigt er, werden heute alle Abschiebungen über Flugzeug ausgeführt, auch jene in Richtung Niger: die Zeiten der "freiwilligen Repatriierungen" sind vorbei, als 2004 über 18.000 Nigrer, und nicht nur, auf Lastwagen geladen und an der Grenze mitten in der Wüste zurückgelassen wurden, mit den Dutzenden von Opfern, die dabei in der Folge umkamen.

GhreraAber Zarruq hat nicht vor, darüber zu sprechen. Und genauso wenig der Stellvertreter Ghrera. Er ist der Verantwortliche der Patrouillen in der Sahara. Italien und Europa haben sich zur Finanzierung eines elektronischen Kontrollsystems der Landgrenzen in Libyen verpflichtet, das die Unterschrift von FinMeccanica trägt. Er lacht beim bloßen Gedanken daran. Seit 35 Jahren arbeitet er in der Wüste. Er kennt das Gelände gut. Um uns ein Bild davon zu vermitteln, begleitet er uns nach Zellaf, 20 km südlich von Sebha. Noch sind wir nicht in der großen Sahara. Und dennoch sehen wir vor uns nichts als Sand. Nach einer Fahrt mit 100 Stundenkilometern über die Dünen schalten die beiden Geländewagen ihre Motoren ab. Ghrera und der andere Fahrer, ‘Ali, waschen sich die Hände im Sand und knien sich in Richtung Osten nieder. Nach dem Gebet nähern sie sich wieder. Die Routen in der Sahara zu kontrollieren ist unmöglich, sagt er. Es sind 5.000 km Wüste. Das Gebiet ist zu ausgedehnt und das Gelände zu uneben. Die 89 Fahrer - beinahe alle Libyer - die während der ersten elf Monate des 2008 verhaftet wurden, sind eine Lappalie im Vergleich zu den tausenden Personen, die die Sahara alljährlich durchqueren. An den Patrouillemissionen nehmen Gruppen von 10 Geländewagen teil. Sie sind fünf Tage lang unterwegs, erklärt er uns. Dann lächelt er. Er hat eine leere Gin-Flasche auf dem Boden gefunden. Alkohol ist in Libyen illegal. Und tatsächlich steht auf der Flasche fabriqué au Niger, hergestellt in Niger. Ghrera wirft die Flasche in den Sand, nicht weit entfernt. Er sagt nichts. Der Schwarzhandel betrifft nicht nur die Immigranten. Da sind Alkohol, Zigaretten, Drogen, Waffen. Bevor er den Motor wieder anlässt, bekräftigt er das Konzept: auch bei verdoppelten Patrouillen ist und bleibt die Wüste ein offenes Tor.

Das Haftlager von Sebha ist nicht das einzige Zentrum dieser Art im Süden. Es gibt mindestens fünf weitere davon. Jene von Shati, Qatrun, Ghat und Brak im Südwesten des Landes gehören zu Sebha, insofern die Einwanderer, die in diesen Ortschaften verhaftet werden, anschliessend in den Containern nach Sebha geschickt werden. Das andere Lager befindet sich 800 km in Richtung Südosten, in Kufrah. Hier werden die eritreischen und äthiopischen Flüchtlinge inhaftiert, die von Sudan her einreisen. Es ist das Gefängnis mit dem schlechtesten Ruf unter den Libyern selbst.

Grattacieli a TripoliMohamed Tarnish ist der Präsident der Organisation für Menschenrechte, eine libysche nichtstaatliche Organisation, die von der Stiftung von Saif al Islam Gheddafi, dem zweitältesten Sohn des Revolutionsführers, finanziert wird. Wir treffen uns im Café Sarayah, wenige Schritte vom Grünen Platz in Tripolis entfernt. Seine Organisation hat unter der Führung seines Vorgängers, Jum‘a Atigha, die Freilassung von zirka 1.000 politischen Häftlingen erlangt, und hat für die Verbesserung der Bedingungen in den libyschen Gefängnissen gekämpft. Seit zwei Jahren hat sie auch Zugang zu den Haftlagern der Immigranten. Sie haben sieben davon besucht. Er kann nicht reden, vor uns steht ein Funktionär der Agentur für Auslandspresse der libyschen Regierung. Er gibt uns trotzdem zu verstehen, dass das Lager von Kufrah das schlimmste von allen ist. Der Zustand des alten Baus, die Überfüllung, das schlechte Essen und der Mangel an gesundheitlicher Betreuung.

Cella immigrati detenuti a SebhaUm die Bedeutung der Anspielungen von Tarnish zu verstehen, lese ich noch einmal die Interviews der eritreischen und äthiopischen Flüchtlinge von 2007. "Wir schliefen zu 78 in einer Zelle von sechs mal acht Metern" - "Wir schliefen auf dem Boden, den Kopf neben den Füssen der Nachbarn" - "Sie ließen uns hungern. Ein Teller Reis konnten wir auch unter acht Personen aufteilen" - "Nachts brachten sie mich in den Hof. Sie befahlen mir, Liegestützen zu machen. Wenn ich nicht mehr weiterkonnte, überhäuften sie mich mit Stößen und verfluchten mich und meine christliche Religion" - "60 Personen benutzten ein einziges Bad, in der Zelle stank es ununterbrochen nach Abfluss. Sich zu waschen war unmöglich" - "Überall gab es Läuse und Flöhe, in den Matratzen, den Kleidern, den Haaren" - "Die Polizisten betraten den Raum, nahmen eine Frau und vergewaltigten sie nacheinander vor allen". Es ist das Abbild eines Höllenkreises. Aber auch das eines Geschäftsplatzes. Denn seit ein paar Jahren pflegt die Polizei, die Häftlinge an dieselben Mittelmänner zu verkaufen, die sie anschliessend ins Mittelmeer schicken. Der Preis eines Mannes beläuft sich auf etwa 30 Dinar, zirka 18 Euro.

Ich habe keine Erlaubnis zur Besichtigung des Lagers von Kufrah erhalten und konnte mich nicht persönlich vergewissern. Doch die Tatsache, dass die Versionen der vielen Flüchtlinge, mit denen ich gesprochen habe, alle in der Beschreibung eines Orts des Missbrauchs, der Gewalt und Folterungen übereinstimmen, lässt mich glauben, dass alles wahr ist. 2004 hat die Europäische Kommission berichtet, dass Italien das Inhaftierungslager von Kufrah finanziere. 2007 dementierte die Regierung Prodi die Nachricht und erklärte, es handle sich um ein Zentrum für medizinische Betreuung. Es ist unwichtig. Seit 2003 finanzieren Italien und die Europäische Union Operationen zur Bekämpfung der Immigration in Libyen. Die Frage lautet: warum geben alle vor, nichts zu wissen?

Poliziotti all'ingresso del centro di detenzione di SebhaIm 2005 hat der Präfekt Mario Mori, ehemaliger Leiter des Nachrichtendienstes Sisde, die parlamentarische Kommission zur Kontrolle der Geheimdienste (Copaco) informiert: "Die illegalen Einwanderer [in Libyen, ndr.] werden eingefangen wie Hunde... und in Lagern ausgelassen... in denen sich die Aufseher vor dem Eintreten wegen der ekelhaften Gerüche Taschentücher an den Mund halten müssen”. Aber die Funktionäre der italienischen Polizei wussten bereits alles. Denn seit 2004 machen einige Agenten Fortbildungsaktivitäten in Libyen. Und einige Funktionäre des Innenministeriums haben die libyschen Auffanglager mehrfach besichtigt, Kufrah eingeschlossen. Sie beschränkten sich darauf, keine Erklärungen abzugeben. Und die scheinheilige Europäische Union? Der Bericht der Europäischen Kommission von 2004 bezeichnet die Bedingungen der libyschen Inhaftierungslager als "schwierig", aber schlussendlich "annehmbar angesichts des allgemeinen Rahmens". Drei Jahre später, im Mai 2007, besichtigte eine Delegation von Frontex den Süden Libyens, inklusive des Gefängnisses von Kufrah, um die Grundlagen einer zukünftigen Kooperation zu legen. Ratet mal was sie schrieb? “Wir haben sowohl die Mannigfaltigkeit als auch die Weite der Wüste geschätzt”. Die Bedingungen des Inhaftierungslagers haben sie jedoch lieber überflogen. Eine Vergesslichkeit?



Für Vertiefungen:
Dokumentarfilm “Come un uomo sulla terra
Lies den Bericht Libyen – Wir waren in Misratah. Die Wahrheit über die 600 eritreischen Häftlinge
Zum Herunterladen: Escape from Tripoli. Libya report, Fortress Europe, 2007

(Gabriele Del Grande, 7 gennaio 2009)
(Translated by Karin Leiter)