31 January 2009

Libia: il 3 febbraio si vota. Scrivete ai capigruppo al Senato

PESCIA, 31 gennaio 2009 - Martedì 3 febbraio in Senato si aprirà la discussione sul Trattato Italia-Libia, la cui ratifica darà il via libera ai pattugliamenti congiunti e ai respingimenti nelle carceri libiche di migranti e rifugiati intercettati nel Canale di Sicilia. Fate sentire la vostra voce. Insieme agli autori di "Come un uomo sulla terra", abbiamo lanciato un appello ai senatori. Lo hanno già firmato Dario Fo, Marco Paolini, Ascanio Celestini, Franca Rame, Marco Baliani, Gad Lerner, Emanuele Crialese, Erri De Luca, Felice Laudadio, Fausto Paravidino, Francesco Munzi, Goffredo Fofi, Francesca Comencini, Giuseppe Cederna, Luca Bigazzi, Maddalena Bolognini, Giorgio Gosetti, Gianfranco Pannone, Giovanni Piperno, Giovanna Taviani, Alessandro Rizzo, Andrea Segre, Dagmawi Yimer, Riccardo Biadene, Stefano Liberti, Marco Carsetti, Alessandro Triulzi, Gabriele Del Grande, Igiaba Sciego. E poi ci sono gli oltre 2.500 firmatari della petizione on line da Italia, Francia, Germania, Spagna, Inghilterra, Tunisia, Marocco, Senegal, Mali e altri paesi.

30 January 2009

Come un uomo sulla terra: in streaming l'intero documentario

PESCIA, 30 gennaio 2009 - Dopo l'approvazione alla Camera, il tre febbraio si vota al Senato la ratifica del trattato di amicizia tra Italia e Libia, che darà il via libera ai pattugliamenti congiunti e al respingimento in Libia di migranti e rifugiati intercettati a sud di Lampedusa. In Parlamento non esistono voci critiche. Anche perché fu lo stesso Pd, durante il governo Prodi, a firmare l'accordo di pattugliamento congiunto. Noi continuiamo la nostra campagna di informazione. Insieme agli autori del documentario "Come un uomo sulla terra". Che hanno deciso di mostrare on line l'intero documentario -eccezionalmente - in occasione della discussione al Senato. Lo potete scaricare in streaming il 2 febbraio alle ore 21.00, oppure il 3 febbraio alle ore 9.30, alle 14.30 e alle 21.00, dal sito http://comeunuomosullaterra.blogspot.com/

27 January 2009

All'alba sulle vie di Rosarno, con gli immigrati in attesa dei caporali

ROSARNO - Quando esco dall'hotel Vittoria, sono le 5 e 42. La reception è vuota. Meglio così, non dovrò dare spiegazioni su questa passeggiata notturna. Fuori è ancora buio. La statale 18 è illuminata dai lampioni. Dopo un quarto d'ora a piedi raggiungo la Rognetta, la vecchia fabbrica occupata dai braccianti immigrati. La strada è deserta. Non ci sono marciapiedi. Si cammina tra le macchine parcheggiate e le serrande dei negozi chiusi, sfiorati dai camion in corsa. Un gruppetto di ragazzi allungare il passo sulla strada. Decido di seguirli. All'incrocio, davanti al supermercato, svoltano a destra, in una strada buia. Non ci sono lampioni. E' buio pesto. Decido lo stesso di inoltrarmi, oltre quella cortina nera, dopo un attimo di esitazione.

Emergenza alla cartiera: 400 braccianti immigrati vivono in un capannone abbandonato

ROSARNO - Dagli squarci del tetto entrano abbaglianti fasci di luce. E illuminano il labirinto di cartoni immerso nella penombra del capannone. Vecchi pacchi di biscotti Oro Saiwa e manifesti del circo Orfei costituiscono le pareti delle baracche dei braccianti immigrati, che come ogni inverno raggiungono la piana di Gioia Tauro per la raccolta degli agrumi. Solo in questa fabbrica fantasma vivono 400 uomini, la maggior parte ghanesi. Si tratta della ex “Modul System Sud”, siamo nel comune di San Ferdinando, uno dei tanti capannoni fantasma di queste campagne, costruiti con fondi pubblici negli anni Novanta e poi abbandonati per fallimento. Gli immigrati la chiamano semplicemente Cartiera. Oppure Ghetto Ghanéen. Il ghetto dei ghanesi. Che qui sono la maggior parte. I cartoni sono tenuti insieme da canne di bambù, spago e nastro adesivo. In ogni baracca, di tre metri per tre, dormono tra cinque e dieci persone. Sui cartoni, o su vecchi materassi. I più fortunati hanno anche le reti. Altri hanno montato delle tende da campeggio. Orientarsi è difficile. Il pavimento è di cemento. In alcuni punti è allagato. Piove dal tetto. La sensazione più forte è l'odore. Di fumo. Non si respira. Ci sono fuochi accesi un po' dappertutto. I muri sono anneriti. Servono a cucinare e a riscaldare l'ambiente.

Don Pino Varra, il parroco rosarnese che a Natale mise un Gesù nero nel presepe

ROSARNO – All'inizio del ventesimo secolo, suo nonno emigrò in America. Quando tornò comprò della terra, ci piantò degli aranci e la lasciò in eredità ai fratelli. Anche la famiglia di don Pino, parroco della chiesa di San Giovanni Battista, a Rosarno, è proprietaria di un giardino di aranci. Il sacerdote ha fatto discutere in paese, quando a Natale, in segno di solidarietà con gli immigrati della Cartiera, ha messo un Gesù nero nel presepe. La Caritas, di cui è responsabile, da una decina d'anni offre una mensa agli immigrati, tre sere a settimana. “I primi arrivarono alla fine degli anni Ottanta, erano tutti maghrebini”, racconta don Pino nel suo studio, sotto il ritratto di una Madonna della Romania. Lui è parroco a Rosarno dal 1972. E di braccianti stranieri ne ha visti passare migliaia. Ogni anno. All'inizio erano marocchini, tunisini e algerini. Poi arrivarono gli africani, negli anni Novanta. E ultimi gli est europei. Prima ukraini e polacchi, poi bulgari e rumeni, oggi preferiti perché in quanto neocomunitari fanno passare meno rischi nel caso di controlli dell'ispettorato del lavoro.


La storia di Pino: l'unico rosarnese al corteo degli africani

ROSARNO – La mattina del dicembre 2008, Rosarno fu svegliata dal chiasso degli immigrati. Erano in centinaia sulla via nazionale, come ogni mattina d'inverno. Ma non per cercare lavoro, bensì per protestare. La sera prima infatti due ragazzi ivoriani di 20 e 21 anni erano stati feriti a colpi di pistola da due giovani rosarnesi, mentre rientravano alle baracche della Cartiera dal lavoro negli aranceti. Marciavano diretti alla piazza del municipio con un cartello “Africani no criminali” e rovesciando i cassonetti. In mezzo a loro c'era un unico rosarnese. Pino. Un signore sulla cinquantina. Stava accompagnando la nipote a scuola. Chiese cosa fosse successo, non sapeva nulla della sparatoria. E allora decise di accompagnarli fino al municipio, “per capire cosa stava succedendo” e per calmare gli animi dei pochi che cercavano di divergere i cartelli della segnaletica stradale. In paese c'era una psicosi generale. Non si era mai visto nulla di simile. La gente guardava dalle finestre. Pino ricorda l'odore. L'odore forte. L'odore della miseria.


Cento immigrati vivono nelle baracche della vecchia fabbrica alla Rognetta

ROSARNO - Era una vecchia fabbrica per la lavorazione delle arance. La Rognetta. Poi venne chiusa. Portarono via le porte, si arrugginirono gli infissi, cadde il tetto, crebbero le erbacce. E divenne la casa di un centinaio degli almeno 2.000 braccianti immigrati che ogni inverno si concentrano a Rosarno per la raccolta degli agrumi. Tra di loro la chiamano Fabrica Anciènne. Si trova a pochi passi dal centro di Rosarno. Vicino a una scuola elementare, sulla via Nazionale. La stessa strada che all'alba si affolla di uomini in cerca di lavoro. Da fuori si vede un cortile ancora sporco dei cumuli di immondizia rimossi poche settimane fa dal Comune. Sotto lo scheletro dei travi arrugginiti, le baracche sono state costruite ad arte, con teli di plastica, cartoni e cavi. Quando piove si allaga tutto. La fabbrica è divisa in due settori. Nel primo abitano i maghrebini.

Rosarno ha una storia: le lotte del bracciantato nel dopoguerra

ROSARNO - Rosarno ha una storia. Ed è una storia di lotte contadine. Che con le occupazioni delle terre del demanio fecero di questo poverissimo borgo una ridente cittadina nell'immediato dopoguerra. Quella storia è disegnata su un affresco sul muro della posta centrale, in piazza Valarioti. Un uomo e una donna con un neonato in braccio, seguiti da un gruppo di contadini, marciano a testa alta in mezzo a oliveti e aranceti. Due generazioni dopo, a sfruttare il lavoro nero dei braccianti stranieri, sono i figli di quegli stessi contadini. La maggior parte dei terreni infatti è di piccoli proprietari, spesso eredi dei braccianti a cui vennero redistribuite le terre nel dopoguerra.


Arance amare: reportage da Rosarno, tra i braccianti immigrati

ROSARNO – Costretti a vivere in capannoni abbandonati, senza luce né acqua. Impiegati in nero, alla giornata, per una paga che raramente supera i 25 euro. Sono i raccoglitori delle arance della campagna tra Rosarno, San Ferdinando e Rizziconi, in provincia di Reggio Calabria. Sono almeno 2.000. Sono tutti immigrati: ghanesi, marocchini, ivoriani, maliani, sudanesi. E quasi tutti senza documenti. È una storia che dura da vent'anni. Arrivano a dicembre, per l'inizio della raccolta dei mandarini. E vanno via a marzo, dopo la raccolta delle arance. Quest'anno però la stampa nazionale si è accorta di loro. È successo lo scorso 13 dicembre, quando alcune centinaia di immigrati africani hanno marciato verso il centro di Rosarno, sfasciando qualche cassonetto per protesta. Il giorno prima, due ragazzi ivoriani di 20 e 21 anni erano stati feriti dagli spari di una pistola. Una ritorsione, secondo gli inquirenti, dopo una rapina andata male. A un mese dai fatti, siamo tornati a Rosarno. Abbiamo visitato le baraccopoli. Siamo usciti all'alba sulle piazze dove si cerca lavoro. E abbiamo scoperto una situazione molto complessa. Dove i proprietari degli aranceti sono i figli dei braccianti che fecero le lotte per le occupazioni delle terre dopo il fascismo. Dove ogni domenica una signora di 85 anni prepara da mangiare agli immigrati che vivono nella vecchia fabbrica in città. E dove un gruppo di avvocati sta cercando di aiutare gli immigrati senza documenti, che qua sono praticamente tutti.

Maroni a Tunisi, ecco la faccia nascosta del regime di Ben Ali

ROMA – Sindacalisti arrestati e torturati. Manifestanti uccisi dalla polizia. Giornalisti in carcere. E una potente macchina di censura per evitare il dilagare della protesta. È la faccia nascosta della Tunisia dove oggi Maroni è volato per strappare al ministro dell'interno Rafik Belhaj Kacem una maggiore collaborazione per l'identificazione e il rimpatrio delle centinaia di cittadini tunisini trattenuti nel centro di prima accoglienza di Lampedusa. Molti di loro vengono dalla regione di Gafsa. Una delle piu' povere della Tunisia. Proprio qui, tra gennaio e luglio del 2008, sono esplosi moti di protesta per la rivendicazione del diritto al lavoro e alla redistribuzione della ricchezza prodotta dai bacini minerari di Redeyef, dove si trovano alcune tra le piu' grandi miniere di fosfato al mondo. Si tratta di uno dei movimenti sociali piu' maturi e duraturi del ventennio di Ben Ali, represso manu militari. Tra il maggio e il giugno del 2008 centinaia di militanti sono stati arrestati. Il 6 giugno 2008 la polizia ha aperto il fuoco su una manifestazione, uccidendo due ragazzi e ferendone altri 27. Un mese dopo una giornalista tunisina, Zakiyah Dhifaoui è finita in carcere per essersi recata a Redeyef e aver tentato di scrivere un articolo per il giornale Muatinun.

10 January 2009

Tradotto in spagnolo "Mamadou va a morire"

Esce in spagnolo il mio libro sulle stragi dei migranti nel Mediterraneo, "Mamadou va a morire". Uno speciale ringraziamento alla casa editrice Oriente y Mediterraneo che ha creduto e investito nel progetto. La traduzione arriva dopo quella in tedesco, pubblicata nel gennaio del 2008. La prossima settimana sarò in Spagna a presentarlo. Il 20 gennaio a Siviglia, al Centro Cívico Las Sirenas (Alameda de Hércules, 30) con la APDHA, alle 19:00, il 21 a Madrid, alle 12:00 all'universita' della UCM e poi, alle 19:30 al Círculo de Bellas Artes (Marqués de Casa Riera, 2), con Belén Gopegui. Il 22 tappa a Oviedo, alle 12:15 all'Universita' e nel pomeriggio alla associazione Cambalache (Martín Vigil, 30), con Eduardo Romero. Infine il 23 a Bilbao, alla Universidad del País Vasco (Banco de España, 2), con David Maroto di Lib-litteraemundi.

«Gabriele del Grande tiene el mínimo de decencia humana para localizar una noticia y el coraje profesional, cada vez más raro, para contarla. A lo que antes se llamaba sencillamente “periodismo” hoy lo llamamos “periodismo comprometido”. Comprometido con su trabajo, comprometido con la decencia humana, del Grande sabe que el lugar de los acontecimientos no es una patera aislada cerca de Malta, sino todo el mar Mediterráneo y parte del Atlántico y África entera y todo el tercer Mundo y la Europa candada y arrogante y el capitalismo globalizador que determina una severa cartografía del sufrimiento humano. Y sabe que el verdadero acontecimiento no es la muerte de 15 eritreos y el encarcelamiento de 12 en los lager de Malta, sino la masacre de al menos 1581 seres humanos solo en el año 2007 y la reclusión, tortura y abandono de cientos de miles de ellos en campos de concentración y desiertos en Europa y en el norte de África: eso, pues, que sin ninguna exageración el teólogo Franz Hinkelammert ha definido como un “genocidio estructural”».
De la Presentación de Santiago Alba

Mamadú va a morir: el exterminio de inmigrantes en el Mediterráneo

Un gran reportaje sobre las víctimas de la inmigración clandestina, de la temida e inexistente invasión de africanos a Europa y de los nuevos guardianes de un cementerio llamado Mediterráneo. Desde 1988 no menos de 13239 personas murieron llamando a las puertas de la fortificada UE, víctimas de los naufragios, pero también del calor y el frío extremos del Sáhara, de los campos minados, de los disparos de la policía, de los propios traficantes de seres humanos... Y un número infinitamente superior de personas que, tras el primer fracaso, lo intentan de nuevo, todas las veces que se presente la oportunidad, pues la vergüenza del fracaso y las deudas contraídas les impiden regresar al punto de partida. Hombres y mujeres jóvenes, desarraigados y expuestos a todas las explotaciones y violencias.

09 January 2009

Ucraina: la frontiera dell'est. On line il nuovo rapporto Ecre

Foto Mahug, KievROMA, 9 gennaio 2009 – Non c’è soltanto la frontiera Mediterraneo. La fortezza Europa guarda sempre più a est. Il 21 dicembre 2007 il muro di Schengen si è spostato ad oriente, inglobando Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria. Ovvero la cintura che separa l’Unione europea da Russia, Bielorussa, Ucraina e Moldavia, paesi da dove transitano sempre più migranti e rifugiati, provenienti dalle ex Repubbliche Sovietiche, dall’Asia e dal Medio Oriente. Recentemente lo European Council on Refugees and Exiles ha pubblicato un rapporto aggiornato ai dati del 2007 proprio su questi quattro Paesi. Paesi a cui guardare con attenzione, perchè a est come a sud le politiche sono quelle dei muri e dell’esternalizzazione.

Egitto: continuano le deportazioni dei rifugiati eritrei

CAIRO, 9 gennaio 2009 – L’Egitto continua le deportazioni dei richiedenti asilo eritrei. L’ultimo volo per Asmara è partito mercoledì scorso con 32 profughi a bordo. Altri 25 erano stati rimpatriati lo scorso 19 dicembre 2007. Inascoltate le critiche dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur). Si tratta in maggior parte di disertori dell’esercito eritreo e di membri della Chiesa Pentecostale perseguitati. In caso di rimpatrio è alto il rischio di tortura, come ben documentato dal video “Eritrea – Voices of Torture”. L’Egitto è da un paio d’anni un importante punto di transito della diaspora eritrea verso Israele. Nel 2008 circa 1.200 potenziali rifugiati politici eritrei sono stati rimpatriati dal Cairo. Ed erano eritrei buona parte dei 28 africani abbattuti sotto il fuoco della polizia di frontiera egiziana, lungo la frontiera del Sinai con Israele.

Per saperne di più vi invitiamo a scaricare il rapporto sul Sinai di Human Rights Watch

Melilla: migrante ucciso dalla polizia marocchina. Amnesty chiede indagine

Foto El PaisROMA, 9 gennaio 2009 – Una settimana dopo l’uccisione di un migrante da parte delle forze ausiliarie dell’esercito marocchino, che presidiano la frontiera dell’enclave spagnola di Melilla, Amnesty International ha ufficialmente chiesto a Rabat di aprire un’indagine per fare luce su quanto accaduto. La notte di capodanno, un gruppo di una cinquantina di migranti sub-sahariani ha tentato di saltare la doppia recinzione alta sei metri che corre lungo il confine di Melilla. Per fermarli, le forze militari marocchine hanno sparato una serie di colpi. Uno dei migranti è stato ferito gravemente ed è morto poco dopo all’ospedale El Hassani, a Nador. Si tratta di un giovane camerunese di 29 anni, noto come Alino. Altri 14 uomini sono stati arrestati e deportati arbitrariamente alla frontiera algerina, in prossimità di Oujda.

Aden: 949 morti nel 2008 sulla rotta yemenita della diaspora somala

ROMA, 9 gennaio 2009 – Sono oltre 50.000 i profughi somali sbarcati nel corso del 2008 sulle coste yemenite. Un dato in aumento del 70% rispetto al 2007, segno del deterioramento della situazione in Somalia. La guerra civile non accenna a trovare una soluzione, e ogni anno decine di migliaia di persone abbandonano il paese, dirette nei paesi confinanti o al di là del golfo di Aden. Ne parliamo perchè di somali quest’anno se ne sono visti davvero tanti sulle barche intercettate a sud di Lampedusa. Nel 2008 la loro è stata la prima nazionalità tra i migranti intercettati in mare. E probabilmente anche tra le almeno 642 vittime documentate nelle acque del Canale di Sicilia.


06 January 2009

حصن أوروبا: 1.502 مهاجر و لاجئ لاقوا حتفهم عام 2008


شاهده صياد في ظهيرة يوم 26 ديسمبر الماضي. كانت الجثة تطوف بين صخور شاطئ مليلا, الارض الاسبانية في المغرب. إنها الضحية رقم 1.502 لعام 2008. أي أقل بـ 23% نسبة لعام 2007, حيث أن عدد الوفيات على حدود أوروبا كان قد بلغ 1.942 , أقل بقليل من نسبة الوفيات اللتي سُجلت سنة 2006 واللتي بلغت 2.088. تصعُب مقارنة المعلومات كونها تمثل فقط الأخبار اللتي تنقلها الصحافة. فلا أحد يستطيع معرفة عدد الغرقى " الأشباح” اللذين لم تراهم الصحافة خلافاً على الصيادين في قناة صقلية, اللذين ما زالوا يصطادون بقايا بشرية في شباكهم وخاصة بالقرب من الشواطئ الليبية.
حتى في فصل الشتاء, في شهر ديسمبر, وصل عدد الضحايا على طول الحدود الأوروبية الى 15. في بحر إيجا بين تركيا و اليونان بلغ عدد هم 12 و إثنين لاقوا حتفهم قرب جزر الكاناري في إسبانيا. في إيطاليا, دهست شاحنة ولد أفغاني كان قد اختبأ تحتا على متن عبارة يونانية كانت متوجهة الى مدينة البندقية.


02 January 2009

Frontière Sahara: les camps de détention dans le désert libyen

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Polizia all'esterno della feritoia di un camionSEBHA - «Avec nous, dans le camion, il y avait une enfant âgé de quatre ans, avec sa mère. Nous étions entassés comme des animaux à l'intérieur du conteneur, sans air ni espace. Je me demandais comment un enfant pouvait être mis dans ces conditions. À l'intérieur du conteneur il faisait très chaud. Le voyage dura 21 heures. De 16 h à 13 h le lendemain. On n’avait rien à manger. Les gens étaient obligés d’uriner l’un devant les autres. Lorsque les chauffeurs s’arrêtaient pour manger ou pour prier, nous mettions l'enfant au près de la petite fenêtre du conteneur. Il s’appelait Adam. Enfin nous arrivâmes à Kufrah. Quand je sortis je volai du pain qui était accroché à l'extérieur du conteneur. Nous n'avions rien mangé depuis la veille. Nous étions 110 personnes. Y compris Adam âgé de quatre ans et sa maman »[1].

Frontiera Sahara. I campi di detenzione nel deserto libico

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Polizia all'esterno della feritoia di un camionSEBHA - “Con noi c’era un bambino di quattro anni con la madre, durante tutto il viaggio mi sono domandato: come si può mandare una madre con un bambino di quattro anni insieme ad altre cento persone stipate come animali in un camion come quelli per la frutta, dove non c’è aria e dove stavamo stretti stretti, senza spazio per muoversi, per 21 ore di viaggio, dove le persone urinavano e defecavano davanti a tutti perché non c’era altra possibilità? Abbiamo viaggiato dalle 16:00 alle 13:00 del giorno dopo. Durante il giorno ogni volta che l’autista faceva una sosta per mangiare noi rimanevamo chiusi dentro il rimorchio sotto il sole. Mancava l’aria e tutti si alzavano in preda al panico perché non si respirava e volevamo scendere. Guardare il bambino ci faceva coraggio. Quando il camion si fermava lo prendevamo e lo mettevamo vicino al finestrino. Si chiamava Adam. Il camion si è fermato almeno tre volte nel deserto per far mangiare gli autisti e per la preghiera... Verso l’una siamo arrivati a Kufrah… Quando sono sceso ho rubato il burro con il pane che tenevano appeso fuori dal container. Non avevamo mangiato per tutto il viaggio, eravamo 110 persone, compreso Adam di quattro anni e sua madre”. [1]

Fortezza Europa: 1.502 migranti e rifugiati morti nel 2008

ROMA – Ad avvistarlo è stato un pescatore, nel pomeriggio dello scorso 26 dicembre. Il cadavere galleggiava tra gli scogli di Melilla, l’enclave spagnola in Marocco. È la vittima numero 1.502 del 2008. Un dato che segna un meno 23% rispetto al 2007, quando le morti documentate alle frontiere Ue furono 1.942, poco meno delle 2.088 registrate nel 2006. Difficile comparare i dati, dato che si tratta delle sole notizie riportate dalla stampa. Nessuno infatti è in grado di conoscere il numero di naufragi “fantasma” sfuggiti alla cronaca ma non ai pescatori del Canale di Sicilia, che continuano a pescare resti umani nelle reti, specialmente in prossimità delle coste libiche.

Grenze Sahara. Die Inhaftierungslager in der libyschen Wüste

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Polizia all'esterno della feritoia di un camionSEBHA - “Unter uns war ein vier Jahre altes Kind mit seiner Mutter. Die ganze Fahrt über habe ich mich gefragt: Wie kann man eine Mutter mit einem vierjährigen Kind mit anderen hundert Personen in einem Lastwagen wie die der Obsttransporter zusammenpferchen als wären es Tiere, in dem es keine Luft gibt, in dem wir so eng zusammengedrückt waren, ohne Raum um sich zu bewegen, 21 Fahrtstunden lang, wo die Menschen vor allen anderen ihre Bedürfnisse verrichteten, weil es keine andere Möglichkeit gab? Wir waren von 16:00 Uhr bis 13:00 Uhr des folgenden Tages auf der Fahrt. Untertags blieben wir bei jeder Rast, die der Fahrer zum Essen einlegte, unter der Sonne im Anhänger eingesperrt. Es gab keine Luft und alle standen von Panik befallen auf, weil man nicht atmen konnte und weil wir aussteigen wollten. Das Kind anzuschauen machte uns Mut. Wenn der Lastwagen anhielt, nahmen wir es und hielten es ans Fensterchen. Es hieß Adam. Der Laster hat mindestens drei Mal in der Wüste angehalten, damit die Fahrer essen und ihr Gebet sprechen konnten… Gegen Ein Uhr haben wir Kufrah erreicht… Als ich ausstieg, habe ich die Butter und das Brot geklaut, die sie an die Außenseite des Containers gehängt hatten. Wir hatten während der ganzen Fahrt nichts gegessen, wir waren 110 Personen, darunter Adam mit vier Jahren und seine Mutter”.

01 January 2009

Border Sahara: the detention centres in the Libyan desert

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Polizia all'esterno della feritoia di un camionSEBHA – “With us, in the truck, there was a four year old child, with his mother. We were crammed like animals inside the lorry, with no air and no space to move. I wondered how a child could be put in these conditions. Inside the container it was very hot. The journey took 21 hours, from 4 pm to 1 pm the following day. They didn’t give us anything to eat. People urinated one in front of the others. When the drivers stopped to eat, we put the child against the narrow windows of the container. His name was Adam. Finally we arrived in Kufrah. When I got out I stole some bread which had been hung outside the container. We had not eaten since the previous day. We were 110 people. Including the four year old boy, Adam and his mother”. [1]