30 May 2008

Una stagione all'inferno

Una stagione all'inferno è il titolo del rapporto di Medici Senza Frontiere sulle condizioni di salute, vita e lavoro degli stranieri impiegati in agricoltura nelle regioni del Sud Italia. Una stagione all'inferno è quella che vivono regolarmente migliaia di immigrati in Italia, sfruttati nell'agricoltura delle regioni del sud. Da luglio a novembre 2007 un’equipe mobile di MSF ha visitato e intervistato oltre 600 stranieri impiegati come lavoratori stagionali in agricoltura nelle regioni del Sud Italia. I risultati dell’inchiesta sono allarmanti: gli stranieri si ammalano a causa delle durissime condizioni di vita e lavoro cui sono costretti. Già nel 2004 MSF aveva visitato le campagne del Sud Italia per portare assistenza sanitaria agli stranieri impiegati come stagionali e per indagare questa scomoda realtà. Nonostante le reiterate promesse da parte di autorità locali e nazionali, a distanza di tre anni MSF ha potuto constatare che nulla è cambiato.

25 May 2008

Immigrato muore nel cpt di Torino


TORINO, 25 maggio 2008 - Per indicare il punto esatto in cui è successo, i ragazzi magrebini dietro alle sbarre, passandosi un telefonino di mano in mano, spiegano: "Zona rossa, cella numero 2". Lì, ieri mattina alle 8, è stato trovato morto Hassan Nejl, nato Casablanca il 27 marzo 1970, trattenuto da dieci giorni al Cpt con un decreto di espulsione firmato dal questore di Padova. "Era nel suo letto con la schiuma alla bocca - raccontano - abbiamo urlato tutta la notte per chiamare i soccorsi, ma non è venuto nessuno. L'hanno trattato come un cane".

18 May 2008

Cap Anamur. Solidarietà a Bierdel e al capitano Schmidt

La nave Cap AnamurROMA, 18 maggio 2008 - Era la notte di domenica 20 giugno 2004, quando una nave della ong tedesca Cap Anamur, navigando in acque internazionali, avvistò 37 migranti - tutti uomini e originari dell'Africa sub Sahariana - a bordo di un gommone alla deriva in acque internazionali, tra la Libia e l'isola di Lampedusa. La Cap Anamur stava facendo un giro di prova dopo aver riparato il motore a Malta. La nave ottenne il permesso di attraccare nel porto di Porto Empedocle, ad Agrigento, soltanto 21 giorni dopo, il 12 luglio 2004. Il governo italiano contestava alla Cap Anamur di essere entrata in acque maltesi e pretendeva che i profughi fossero portati a Malta. Inoltre essendo la nave di proprietà tedesca l'Italia delegava alla Germania la responsabilità dei profughi. Dopo 20 giorni di negoziazione, in cui la nave ferma in alto mare fu raggiunta da giornalisti, politici, missionari e membri del Consiglio italiano per i rifugiati (Cir), finalmente venne concesso di attraccare a Porto Empedocle. Ma al momento dell'arrivo Elias Bierdel, Stefan Schmidt e Vladimir Dachkevitce, rispettivamente presidente dell’associazione umanitaria Cap Anamur, comandante e primo ufficiale della nave omonima, vennero arrestati in flagranza di reato con l'accusa di "favoreggiamento aggravato dell'immigrazione clandestina". La nave fu posta immediatamente sotto sequestro e venne restituita all'associazione, sotto pagamento di una cauzione, solo il 28 febbraio del 2005. In seguito è stata venduta. I 37 migranti vennero portati, subito dopo lo sbarco, nel Cpt di San Benedetto ad Agrigento, chiuso pochi mesi dopo la visita del Comitato europeo di Prevenzione della Tortura. Da lì vennero trasferiti dopo 48 ore al Cpt di Pian del Lago a Caltanissetta. 30 di loro furono rimpatriati in Ghana e 5 in Nigeria. In Ghana vennero quindi arrestati per lesa immagine del paese e alto tradimento della patria. Il processo a Bierdel, Schmidt e Dachewitsch è durato cinque lunghi anni e volgerà presto alla fine.

14 May 2008

Riprende il processo ai tunisini per il salvataggio in mare

ROMA, 14 maggio 2008 - Riprende a Agrigento il processo contro i sette pescatori tunisini accusati di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina per aver salvato la vita a 44 naufraghi nel Canale di Sicilia, 30 miglia al largo di Lampedusa, lo scorso 8 agosto 2007. Il collegio giudicante torna sui suoi passi e ammette la contestazione di due nuovi reati: "minaccia e violenza a nave da guerra" (ex articolo 1100 del codice di navigazione) per i due comandanti e "resistenza a pubblico ufficiale" (ex articolo 337 del codice penale) per tutti gli altri. Una richiesta che era già stata presentata dal pm Santo Fornasier lo scorso 20 settembre ma che allora venne rigettata dalla Corte. Corte che invece non ha ancora sciolto il riserbo sulla richiesta della difesa di ascoltare le testimonianze dei medici di Medici Senza Frontiere che visitarono i naufraghi appena giunti a Lampedusa. Una testimonianza ritenuta fondamentale dalla difesa per dimostrare le precarie condizioni di salute dei passeggeri a bordo del gommone, che resero necessari i soccorsi dei pescatori.

09 May 2008

Marocco: soldati affondano un gommone, protesta Hrw

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ROMA, 9 maggio 2008 - Il governo marocchino apra un'indagine sul naufragio di Hoceima, costato la vita ad almeno 28 migranti. Lo chiedono con due distinti comunicati stampa Human Rights Watch e Amnesty International. Secondo le testimonianze raccolte da Human Rights Watch tra i superstiti, il gommone tipo Zodiac di 9 metri su cui viaggiavano circa 70 persone venne affondato all'alba del 28 aprile 2008 da agenti della marina reale marocchina, dopo essere stato intercettato al largo di al-Hoceima sulla rotta per la Spagna.

Maroc: Amnesty demande une enquête sur le massacre de Hoceima

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Rome, 9 mai 2008 - Amnesty International a appelé aujourd’hui le gouvernement marocain à ouvrir immédiatement une enquête exhaustive, indépendante et impartiale sur les allégations selon lesquelles au moins 28 migrants se seraient noyés dans la mer lorsque leur embarcation a été secouée et crevée par des membres des forces de sécurité marocaines. Amnesty International a rencontré quelques-uns des survivants. Selon leurs témoignages, au moins 28 personnes, dont quatre enfants âgés de deux à quatre ans, se seraient noyées. Une femme nigériane a dit avoir perdu sa fille Soses, âgée de trois ans et quatre mois.

المغرب: يتوجب التحقيق في مصرع المهاجرين في البحر

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واشنطن، 9 مايو/أيار 2008 – قالت هيومن رايتس ووتش اليوم إن على السلطات المغربية أن تفتح فوراً التحقيق في مزاعم إغراق قوات البحرية المغربية لقارب في البحر المتوسط مما تسبب في غرق 28 مهاجراً على الأقل كانوا على متن القارب.
وكانت دورية بحرية مغربية قد قامت في 28 أبريل/نيسان 2008 باعتراض قارب زودياك مطاطي بطول تسعة أمتار يقل 70 شخصاً على الأقل، بمن فيهم أطفال، والواضح أنه كان في طريقه إلى السواحل الإسبانية. وتناقلت التقارير رفض القارب الالتفات إلى أمر الدورية بالعودة إلى السواحل المغربية

Soldados marroquí acusados de hundir una barca

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(Washington, DC, 9 de mayo de 2008) – El gobierno marroquí debe investigar inmediatamente las acusaciones de que sus fuerzas navales hundieron deliberadamente una barca en el Mediterráneo y provocaron el ahogamiento de al menos 28 migrantes, señaló hoy Human Rights Watch.

06 May 2008

فخ اليونان: حظر الدخول، وحظر الخروج

Lapide sulla tomba di un naufrago afgano a Lesvosكل مرة أدخل فيها إلى الماء أشعر بألم يصل إلى معدتي. واعتقد أن هذا ليس أمراً عادياًّ. أتقدم بحذر في خليج ساموس الصغير، وأنا حافي القدمين. وأخشى أن ألمس جثة تحت الماء. تلوح في مخيلتي الصور التي أروني إياها منذ أسبوع في ليسفوس – في اليونان – وهي صور لطفلين غرقا في البحر. تتلاحق في ذاكرتي روايات الصيادين وأخبار الصحف. ثم هناك ذلك التاريخ الأسود الذي شهدت أحداثه فاثي، حيث اختفى 21 في ساموس الفسيح، وذلك في 16 مايو الماضي، ولم يبق لهم أثر سوى رسالة خطية عليها توقيع الناجي الوحيد

كنا 22 شخصاً على متن القارب.. تم اعتراضنا من قبل شرطة خفر السواحل اليونانية. ربطوا قاربنا في زورقهم، وسحبونا إلى الساحل التركي. ثم أخذوا منا الوقود، وتركونا في البحر. ساءت الأحوال الجوية، وارتفعت الأمواج. وبدأ القارب في التأرجح. كان ذلك في 16 مايو الساعة الثانية صباحاً. بدأ الأشخاص الذين كانوا على متن القارب يسقطون في البحر واحداً تلو الآخر.. ثم انقلب القارب. فقدت صديقي. بدأت أسبح وأصارع أمواج البحر. في النهاية أنقذني أحد الصيادين، وأخذني إلى المستشفى حيث نقلوني بعد ذلك إلى مركز الاحتجاز

Trappola Grecia: divieto d'ingresso, divieto d'uscita

Lapide sulla tomba di un naufrago afgano a LesvosSAMOS, 6 maggio 2008 – Ogni volta che entro in acqua sento l’angoscia salire allo stomaco. E penso che non sia affatto normale. Avanzo con cautela, in una piccola baia di Samos. Sono scalzo. E ho paura di toccare un cadavere sottacqua. Ho in mente le fotografie che mi hanno mostrato una settimana fa a Lesvos, in Grecia, di due bambini ripescati in mare. Ho in mente i racconti dei pescatori e le cronache dei giornali. E poi c'è quella brutta storia raccolta a Vathy, dei 21 scomparsi al largo di Samos, lo scorso 16 maggio, di cui non è rimasta alcuna traccia se non una lettera autografata scritta dall’unico superstite.

02 May 2008

Cage Grèce: accès interdit, sortie interdite

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Lapide sulla tomba di un naufrago afgano a LesvosSAMOS – Chaque fois que j’entre dans l’eau je sens l’angoisse qui me noue le ventre. Et je pense que ça n’a rien de normal. J’avance prudemment, dans une petite baie de Samos. Je suis pied-nus. Et j’ai peur de toucher un cadavre sous l’eau. J’ai présentes à l’esprit les photographies que l’on m’a montrées une semaine plus tôt à Lesbos, en Grèce, de deux enfants repêchés en mer. J’ai à l’esprit les récits des pêcheurs et la chronique des fait-divers du mois dernier, qui parle d’au moins 112 morts sur les routes vers l’Europe, desquels 102 pour le seul Canal de Sicile. Le corps d’une femme retrouvé sur la plage de Maluk, à Lampedusa. Un autre cadavre à Pozzallo, dans la province de Syracuse. Un à Castel Vetrano, à Trapani. Les 37 morts de Malte et les 50 de Teboulba, en Tunisie. Des cadavres qui flottent sur cette grande fosse commune qu’est devenue la Méditerranée – au moins 12.180 morts ces 20 dernières années -, sans que l’on ne sache rien de leurs embarcations ayant fait naufrage. Sans que l’on ne sache rien du nombre des autres passagers qui étaient à bord, et du nombre des disparus en mer. Tout comme pour les 21 de Samos, le 16 mai dernier, desquels il ne reste aucune trace si ce n’est une lettre signée écrite par l’unique survivant.

Aprile 2008

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Campement de migrants dans la forêt, photo de Anaïs PachabézianROMA - Li hanno fatti sparire per cancellare le prove. Li hanno deportati in una terra di nessuno, senza acqua né viveri, lungo la frontiera algerina, perché non potessero parlare. Sono i 42 superstiti del naufragio di Hoceima del 28 aprile 2008. Accusano i soldati della Marina Reale Marocchina di avere affondato il loro gommone. Rabat nega ogni responsabilità. Fortress Europe è riuscita a intervistarli. In queste ore si trovano in un accampamento di fortuna in una zona boscosa lungo la frontiera tra Algeria e Marocco. Un militante di una associazione marocchina - di cui non possiamo citare il nome per ragioni di sicurezza - ci ha permesso di parlare al telefono con due uomini e una donna sopravvissuti al naufragio. Un naufragio di cui non si doveva sapere niente. Perché ad uccidere non è stato il mare ma gli agenti marocchini. Le versioni dei tre testimoni coincidono.

Avril 2008

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Campement de migrants dans la forêt, photo de Anaïs PachabézianROME - Ils étaient des migrants sans papiers mais surtout des témoins gênants. Pour cela ils ont été déportés et abandonnés, sans eau ni nourriture, le long de la frontière maroc-algérienne. Pour qu’ils ne pussent pas parler. Ils sont les survivants du naufrage qui eut lieu le 28 avril au large de Hoceima - 150 km à l'est de Melilla - qui causa la mort de 36 personnes, dont deux femmes et quatre bébés. Des soldats marocains sont accusé d’avoir causé le naufrage. Rabat tente d’étouffer la tragédie. Mais Fortress Europe a réussi à contacter par téléphone le migrants, grâce à un membre d'une ONG marocaine dont on ne peut pas faire le nom pour sa sécurité. Les déclarations des trois survivants interviewés coïncident.

April 2008

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Campement de migrants dans la forêt, photo de Anaïs PachabézianROME – They were undocumented migrants but above all they were inconvenient witnesses. So they were deported and abandoned in a no man’s land, without neither water nor food, along the Algerian border. They are the survivors of the shipwreck which took place on April 28 off Hoceima, on the way from Morocco to Spain, causing the death of 36 people, including two women and four babies. They accuse Morocco’s Royal Navy of having pierced the inflatable boat with which the victims were sailing, making it sink. Rabat denied any responsibility. Fortress Europe managed to reach them by phone, thanks to a member of a Moroccan Ngo. The declaration of three of the survivors coincide. The 9 meters long Zodiac, carrying about 80 passengers from Nigeria, Ghana, Cameroon and Mali, departed at 2 o’clock a.m. from Hoceima, 150 km east of Melilla. Five hours later, it was intercepted in high sea. "The military came close - Fred cries on the telephone – and then one of them pierced with a knife the rubber dinghy." Within a few minutes the boat deflates, capsized and sank. People who couldn’t swim immediately drowned. A woman drowned holding her baby tightly to her chest. Not far away another woman and three babies disappeared among the waves. A total of 36 people died. In the meanwhile the boat of Morocco’s Navy went away. They came back only after one hour, with three motorboats which rescued the 42 survivors. They were transferred to the mainland in Hoceima and kept in detention for 48 hours, locked in a room, without neither water and food nor a bathroom. “Then they loaded us on a bus – told one of the Nigerian survived women – and left us at the border with Algeria, in a no man's land, it was far from Oujda”. After a long march by foot they managed to reach a camp of two hundred deported, amid the woods. “We built shelters for the night with plastic - explains one of them - we live on charity, many are sick." Life conditions are very bad, but coming back to Rabat, after the last raids in the city, is unimaginable. Meanwhile, seven of the 42 survivors died in the camp. They were not able to stand the shipwreck, the pain, the hunger, the thirst and the long march by foot.