30 July 2010

Inchieste

Verità e giustizia per Youness Zarli
Tre espulsioni dall'Italia, un anno di carcere in Marocco, due processi, 37 giorni di sciopero della fame e un grande buco nell'acqua. Quello dei servizi segreti italiani. Che hanno scambiato il campione italiano di kick boxing per un pericoloso terrorista. Ho incontrato sua moglie a Bergamo, i suoi avvocati a Milano e a Rabat, insieme a sua sorella e a sua madre. E ho scoperto che la storia di Youness Zarli non è un caso isolato. Dopo l'11 settembre l'antiterrorismo marocchina ha sbattuto in galera più di 2.000 sospetti terroristi a cui hanno estorto confessioni a forza di torture. Molti, secondo Amnesty, non c'entrano niente. Youness Zarli è uno di loro. E vogliamo che torni a casa, a Bergamo, dove lo aspettano la moglie e il figlio di due anni
Firma la petizione per Youness Zarli
Leggi il blog della moglie di Younes, Jessica
L'interrogazione parlamentare dei Radicali sul caso Zarli
La posizione di Amnesty International sul caso Zarli
Il caso Britel: italiano, vittima di extraordinary rendition e ancora in carcere
Scarica il rapporto di Amnesty International sull'antiterrorismo in Marocco

Sos da Brak. Dove sono finiti gli eritrei respinti dall'Italia?
I fatti risalgono al 29 giugno. Nel carcere di Misratah, in Libia, esplode la protesta degli eritrei. Rifiutano di fornire le proprie generalità all'ambasciata eritrea, un gruppo tenta la fuga e la polizia libica carica duramente. Nella notte, circa 250 persone sono deportate nei camion container nel carcere di Brak, nel deserto libico. Tra loro, molti eritrei respinti in mare dall'Italia nell'ultimo anno. Siamo in contatto con loro, chiedono alla comunità internazionale di bloccare l'espulsione di massa
IL RACCONTO

Ho sentito quelle voci. Nel container sotto il sole del Sahara
I TESTIMONI
La voce degli eritrei detenuti raggiunti al telefono dai microfoni del Tg3
L'intervista a CNR di un'altro dei detenuti di Brak
Guarda il VIDEO della telefonata a Misratah, tratta da Come un uomo sulla terra
Liberti su Il Manifesto: ecco la lista dei nomi degli eritrei di Brak
LA MOBILITAZIONE
Manifestazioni a Roma e in tutta Italia. Le foto di Palladino e Asinitas
L'appello degli scrittori: ADOTTIAMO GLI ERITREI!L'intervento a sorpresa della Alfano al parlamento europeo. Ora lo sanno tutti!
Le lettere di Andrea Segre e di Dagmawi Yimer, di Come un uomo sulla terra

Ecco che fine hanno fatto i respinti. Dopo 4 mesi, ancora in carcere
Zlitan detention campRicordate? Era il sei maggio del 2009. Le autorità italiane intercettarono nel Canale di Sicilia tre gommoni con 227 passeggeri, e per la prima volta in anni di pattugliamento, venne dato l’ordine di respingere tutti in Libia. Quattro mesi dopo, molti sono ancora in carcere. E in 24 hanno denunciato l'Italia alla Corte europea. Per la prima volta siamo in grado di raccontarvi le loro storie. Ecco chi ha respinto l'Italia
Perché i respingimenti sono illegali. Parla l'avvocato di 24 rifugiati respinti
Libia: 105 eritrei rischiano la deportazione. Rivolta a Surman
L'Onu insiste. Boldrini: i respingimenti sono illegali
Il commissario Ue Barrot: rispettare il principio di non respingimento
Sbarcati a Malta 70 profughi eritrei e somali salvati in alto mare

Mai più. Viareggio ricorda i 73 eritrei lasciati morire al largo di Lampedusa
Ci siamo ritrovati il 9 settembre, davanti al mare, che da noi si chiama Viareggio, attorno ai loro nomi che non conosciamo. Per fare memoria, per alzare la voce, per rimanere svegli in questa notte. Perché trovarsi sia la promessa dannata che facciamo alle nostre vite sempre così acquietate e quiescenti. Mai più. Mai più. Mai più
Novembre 2008: a un anno dal naufragio, Vendicari ricordava così
Aprile 2009: a Roma una scuola di italiano commemorava i morti del mare
Bollettino mensile: 104 vittime alle frontiere d'Europa a agosto
Soccorsi o respinti? 43 eritrei salvati dai libici, presto in carcere

Ferito a GanfudaRespinti all'inferno. Le foto del massacro di Benghazi
Scattate con un cellulare, le immagini sono sfuggite alla censura. Ecco come la polizia libica ha ucciso sei rifugiati somali a Ganfuda. A coltellate. Ecco l'inferno che attende i respinti. Che sia in mare o in un carcere libico, la loro vita sembra valere meno di un vuoto a perdere
L'appello dei somali: "Venite a vedete come ci fanno morire"
La notizia su Sky - RepTv - Tg3 - Tg1 - L'Unità - sole24 ore - Apcom
Paleologo: inutile appellarsi a Amato. Qualcuno processi l'Italia

Detenuti a Zlitan, LibiaAncora un respingimento: tensione sulla motovedetta
I rifugiati somali hanno raggiunto telefonicamente il corrispondente in Italia della Bbc. "Abbiamo chiesto ai militari italiani di fare richiesta d'asilo e li abbiamo pregati di non consegnarci ai libici perchè temiamo di finire in carcere, ma non hanno voluto sentire ragioni". E intanto si fa sentire la Commissione europea
70 rifugiati somali respinti in LibiaLibia: l'appello di 15 eritrei detenuti
Paleologo: questi respingimenti sono illegaliMalta: recuperato cadavere a Bizzerbugia
Respingimenti: interrogazione del PdIl 12 agosto erano stati respinti 80 somali
Libia: firmato accordo tra Oim e AcnurEritrei: il Consiglio d'Europa chiede un'inchiesta

"Questo è un omicidio!" Le reazioni degli eritrei in Libia
Con un sms, il 20 agosto alle 23:04 un amico eritreo a Tripoli mi informava dell’ultima strage nel Mediterraneo. Lui su quella barca aveva un’amica. Una ragazza di nome Adada, il cui nome compare nella lista dei morti. Era una cara amica. Per questo si era interessato dall’inizio della sorte di quel gommone. E si è fatto un’idea precisa: "Non è stato un incidente in mare"
Quelle email ignorate. Dal 31 luglio i familiari chiedevano notizie
Gdf soccorre altri 57 eritrei. A bordo salvagenti maltesi
Lampedusa: 73 morti. I parenti ci avevano contattato
Aperta un'inchiesta. La conferma dei familiari
L'Asgi: adesso si apra un'inchiesta
Prato: il vescovo celebra una messa per i 73 morti eritrei
Paleologo: l'omissione di soccorso come condanna a morte
Malta li aveva intercettati, ma li abbandonò in mare
Nel 2009 ci sono stati 10.000 sbarchi in meno che nel 2008

Berlusconi da Gheddafi con le frecce tricolori
Il 30 agosto il premier sarà a Tripoli per celebrare la prima "Giornata dell'amicizia tra il popolo italiano e il popolo libico". Nessun imbarazzo per la strage dei somali a Benghazi. Al contrario, per fare le cose in grande, le frecce tricolori prenderanno parte alla parata militare per il 40° anniversario della dittatura
Massacro di Benghazi: spunta un testimone
Libia: massacro a Benghazi, 20 somali uccisi dalla polizia
Depositata un'interrogazione parlamentare urgente dai Radicali
Paleologo: ora una denuncia al comitato contro la tortura dell'Onu
Sbarcano a Malta 115 somali intercettati 19 miglia a sud dell'isola
La vignetta di Mauro Biani

San Nicola Varco S.p.a. La grande truffa dei decreti flussi
Foto tratta da Mannaggia la miserìa, Anselmo Botte, 2009Fino a 7.000 euro per comprare un contratto e entrare regolarmente in Italia. Ma poi la ditta sparisce e si piomba nella clandestinità e nel lavoro nero. A Salerno l'epicentro di una truffa nazionale. Tutti lo sanno, Procura compresa, ma nessuno controlla
L'avvocato Ballerini: tutti i trucchi degli scafisti in cravatta
L'Oim: assistere i migranti truffati. Informata la Procura

Lavori forzati e torture per gli eritrei deportati dalla Libia
Foto di Shawn Baldwin http://www.shawnbaldwin.comEcco che cosa rischiano gli eritrei respinti dall'Italia in questi giorni. Esclusivo: parlano tre esuli fuggiti dal campo di lavoro di Gel'alo. Arrestati sulla rotta per Lampedusa nel 2004, furono rimpatriati da Tripoli su un volo pagato dall'Italia
VIDEO Eritrea: voices of torture
Eritrea: le speranze dell'indipendenza tradite dalla repressione
Service for life: il rapporto di Human Rights Watch
Respingimenti: già 1.122 emigranti rispediti in Libia
Lettera degli eritrei a Tripoli. Torturati in Libia come in Eritrea


C'erano 74 rifugiati eritrei tra gli 89 respinti il primo luglio
TRIPOLI, 6 luglio 2009 – Erano eritrei i passeggeri dell’imbarcazione respinta al largo di Lampedusa lo scorso primo luglio. Rifugiati eritrei. Che adesso rischiano il rimpatrio. O la detenzione a tempo indeterminato nelle carceri libiche, dove già sono stati tratti in arresto. Abbiamo ricevuto la lista completa dei loro nomi dalla comunità eritrea di Tripoli. Sei di loro sono feriti, dicono a causa delle violenze dei militari italiani durante le fasi di trasbordo sulla motovedetta libica

Pattuglie, Rabit e voli charter. I piani di Frontex per il 2009
LUCCA, 30 aprile 2009 - Un sistema permanente di pattugliamenti congiunti delle frontiere esterne dell'Unione europea. Marittime, aeroportuali e terrestri. Con mezzi militari e sistemi elettronici di sorveglianza. E voli charter per i rimpatri che facciano scalo nei vari Stati membri. È questo il disegno dell’agenzia comunitaria Frontex, secondo quanto esposto dal suo stesso direttore Ilkka Laitinen in un’audizione alla Commissione Libe del Parlamento europeo lo scorso 27 aprile

Torturati in Tunisia, l'Italia nega l'asilo agli esuli di Redeyef
MONFALCONE, 24 aprile 2009 – Hanno chiesto asilo politico ma l'Italia ha detto di no. E adesso rischiano di essere rimpatriati e arrestati per reati politici. Sono una trentina di esuli tunisini originari della città di Redeyef, centro nevralgico del ricco bacino minerario di fosfati del sud ovest del paese, balzato alla cronaca per le dure proteste sindacali esplose nel 2008 e duramente represse dal regime di Ben Ali

Io, minorenne afgano respinto in Grecia tre volte
ROMA, 19 aprile 2009 – Jumaa è solo uno delle migliaia di rifugiati afgani e irakeni che ogni anno vengono respinti dai porti italiani verso la Grecia. Tuttavia nel suo caso c’è un’aggravante. È minorenne. Il ministro dell’Interno Roberto Maroni aveva smentito che dall'Adriatico avvenissero respingimenti di minori non accompagnati. Abbiamo le prove per dire il contrario. Il respingimento dei minori afgani dai porti italiani è una prassi

Picchiati dalla polizia. Parlano i detenuti di Lampedusa
RAGUSA, 15 aprile 2009 – Manganellati dalla polizia, “senza pietà”. Ferite alla testa, fratture alla mano e contusioni alle gambe. Per la prima volta, parlano i detenuti del Centro di identificazione e espulsione (Cie) di Lampedusa. E raccontano una giornata di scontri con gli uomini della polizia e di pesanti pestaggi ai danni di un gruppo di tunisini, manganellati a dovere, ben prima che scoppiasse l'incendio che avrebbe poi devastato una parte della struttura

Speciale Fespaco: l'emigrazione nel cinema africano
OUGADOUGOU, 8 marzo 2009 – Si chiude in Burkina Faso la 21° edizione del Festival biennale del Cinema africano. Quello dell'emigrazione rimane uno dei temi più esplorati. Tanto i documentari che la fiction raccontano i pericoli dei viaggi, il senso di impotenza dei giovani, l'ossessione di partire, e lo smarrimento di chi ritorna. Sono soprattutto i lavori dei registi dell'Africa occidentale a centrare il tema. A partire dal riuscito “Dieu a t-il quitté l'Afrique”, del senegalese Musa Dieng Kala

“Così le navi di Frontex ci respinsero in Libia”
OUAGADOUGOU, 7 marzo 2009 – Respinti in acque internazionali, al largo di Lampedusa, dalle navi di Frontex. Torturati nelle carceri libiche. E abbandonati in mezzo al deserto nigerino. È la storia recente di tre cittadini liberiani. Li ho incontrati in Burkina Faso, a Ouagadougou, a margine del festival del cinema africano, insieme ad Andrea Segre, autore del documentario Come un uomo sulla terra. Ecco la loro esclusiva testimonianza. I respingimenti in mare sono già iniziati

Agrigento: capitan vergogna davanti ai suoi giudici
MODICA, 9 febbraio 2009 - Quando Mohamed Ahmed Abdissalam telefonò al fratello, a Tripoli, gli rispose il coinquilino Garane Alì. “Sanwà è partito la settimana scorsa”, gli disse. Mohamed rimase in silenzio. Dagli Stati Uniti, dove viveva, chiamava ogni due settimane Sanwà. Lo avevano aiutato con i soldi a partire da Gaalkacyo, in Somalia, e a attraversare il deserto per arrivare in Libia. Se era a Lampedusa perchè non lo aveva ancora avvisato?

Cassibile: indagata per truffa Alma Mater. Presto la gara
SIRACUSA, 26 dicembre 2008 - Chiesto il rinvio a giudizio per truffa aggravata ai danni dello Stato per i vertici dell'ente gestore del centro di prima accoglienza. Avrebbero falsificato delle fatture. Ma i presunti illeciti non riguardano soltanto la contabilità e tirano in ballo anche il vecchio Prefetto e la sua vice, che rinnovarono la convenzione – senza gara d’appalto – pur essendo a conoscenza delle carenze del centro e delle inadempienze di Alma Mater

La Libia cerca immigrati in Asia, mentre l’Oim pensa ai rimpatri
TRIPOLI, 19 dicembre 2008 – Aeroporto internazionale di Tripoli. Il volo per Niamey parte alle 20:00. Ai banchi del check-in, un ragazzo con la pettorina blu dell'Oim aiuta alcuni passeggeri a imbarcare pesanti valigie. Sono 30 nigerini che partecipano al programma di rimpatrio volontario assistito. Il suo progetto migratorio è fallito. E di certo non immagina che sulle piste dello stesso aeroporto stanno per atterrare centinaia di migliaia di immigrati asiatici appena ingaggiati dal governo libico

Patrasso: ecco che fine fanno gli afgani respinti da Ancona
BARI, 24 ottobre 2008 - Arrivano ogni giorno, nascosti nei camion a bordo dei traghetti turistici che collegano la Grecia ai porti dell'Adriatico: Brindisi, Bari, Ancona, Venezia. E ogni giorno vengono rispediti in Grecia dalle autorità italiane. Gli ultimi 13 afgani sono salpati da Ancona sulla motonave Europa Palace lo scorso 23 ottobre. Ma cosa succede ai rifugiati afgani e iraqeni una volta ricondotti a Patrasso?

Italia: la mappa di cie, cara e centri emergenza
ROMA, 29 settembre 2008 - Hanno una capienza di 2.471 posti, che si vanno ad aggiungere ai 4.169 posti dei 10 centri di prima accoglienza (Cpsa-Cda) e ai 980 posti dei sei centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara). Ecco la mappa dei nuovi centri aperti in tutta fretta dal governo col decreto di emergenza. La lista degli enti gestori è lunga. Si va dai Comuni all'Arciconfraternita del S.S. Sacramento. Ma in molti casi sono gli stessi enti gestori dei Cara. Come ad esempio a Siracusa

Viaggio a Castel Volturno, dopo la strage degli immigrati
CASERTA, 20 settembre 2008 - I telefoni hanno iniziato a squillare ieri mattina. La notizia ha fatto il giro del mondo. E dal Ghana le famiglie delle vittime vogliono sapere se è vero, vogliono sapere perché. Isaac ha gli occhi rossi dal pianto: non sa più cosa dire alla madre. Lo zio, Kwame Yulius Francis, aveva appena ottenuto un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Due settimane fa. E adesso deve raccontare loro che è stato ammazzato dalla Camorra a colpi di kalashnikov, nella civile Italia

Taniche d'acqua davanti a un campo di pomodoriViaggio tra i braccianti immigrati nelle campagne di Foggia
FOGGIA, 8 agosto 2008 - Foggia dista meno di 20 chilometri, ma è un altro mondo quello dove vivono i braccianti senza documenti. Un mondo di sfruttamento sul luogo di lavoro, di miseria nella vita quotidiana, e di segregazione nella vita sociale. Nella masserie occupate spesso non c'è elettricità, né ci sono bagni. La maggior parte di chi vive, lavora e si ammala nelle campagne foggiane, non ha un permesso di soggiorno

Bari capolinea della diaspora afgana. Ma il viaggio comincia dall'Iran
BARI, 6 agosto 2008 - Da un lato la Grecia, dall"altro la Puglia. Nel mezzo l’Adriatico e la diaspora afgana. Una diaspora che non fa parlare di sé, perché non fa il clamore di uno sbarco a Lampedusa. Ma a Bari, come negli altri porti italiani dell’Adriatico, arrivano a decine ogni giorno, da anni. Nascosti dentro i camion che a centinaia, ogni notte, si imbarcano sui traghetti di linea che collegano Patrasso e Igoumenitsa all’Italia

Lampedusa: salvarono naufraghi, oggi rischiano il carcere
ROMA, 27 agosto 2007 – Continua ad Agrigento il processo ai pescatori tunisini accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per aver soccorso in mare i migranti di un gommone semiaffondato lo scorso 8 agosto, 36 miglia al largo di Lampedusa

29 July 2010

Verità e giustizia per Youness Zarli

MILANO – La guerra al terrorismo torna a far parlare di sé. A far tremare il palazzo ci sono due inchieste. Da un lato il Washington Post che il 19 luglio ha pubblicato in prima pagina i risultati di un'indagine giornalistica durata due anni sui servizi di sicurezza americani proliferati fuori misura dopo gli attentati dell'11 settembre 2001. Dall'altro il portale Wikileaks che il 26 luglio ha diffuso in rete 92.000 documenti segreti trafugati dai server del Pentagono che svelano i segreti della guerra americana in Afghanistan: stragi dei civili, torture dei detenuti e collusione dell'intelligence pakistana con i talebani.
I fatti sono stati ampiamente ripresi dalla stampa italiana, che in quegli stessi giorni però ha bucato un'altra importante notizia. Un piccolo presidio sotto il consolato marocchino a Milano, la mattina del 23 luglio. Un evento apparentemente insignificante. Ma in realtà direttamente connesso alla guerra al terrorismo e ai suoi effetti collaterali. Sui manifesti c'era scritto “Verità e giustizia per Youness Zarli”. E a volantinare per strada c'era anche la moglie, Jessica. E dire che del suo caso la stampa italiana si era già occupata nel 2005, ma sulle pagine sportive. Facciamo un salto indietro.

È il 16 maggio e a Napoli si disputano i campionati italiani di kick boxing. Il ventiquattrenne Youness Zarli si qualifica primo nella categoria light contact, con la maglia della Bergamo Boxe. Il quotidiano “L'Eco di Bergamo”, la città dove Youness vive con i due fratelli maggiori da quando è arrivato in Italia otto anni prima, gli dedica un trafiletto con tanto di fotografia. Sei mesi dopo, il 28 novembre 2005, i servizi segreti italiani decretano la sua espulsione, tramite un decreto dell'allora ministro dell'Interno Beppe Pisanu, per aver “tenuto condotte tali da far ritenere che la sua permanenza nel territorio dello Stato possa agevolare organizzazioni legate al terrorismo islamico”.

Strano che un terrorista frequenti palestre di boxe e discoteche, come quella dove un anno prima ha conosciuto la futura moglie. Strano anche che vada in giro con i capelli biondi ossigenati, e che porti la ragazza in vacanza a Parigi e al mare in Calabria. Ma chiunque può obiettare che queste non sono prove. E infatti non lo sono. Ma il punto è che le prove non ci sono mai state. Si tratta di un colossale errore giudiziario. Non le ha trovate nemmeno il tribunale di Rabat che lo ha processato. Sì, perché dopo l'espulsione dall'Italia il 5 dicembre 2005 Youness Zarli viene arrestato all'aeroporto di Casablanca. Lo portano nel carcere segreto di Temera e lì lo torturano per 10 giorni per estorcergli una qualsiasi confessione. Ma Youness non ne sa niente. La sentenza arriva il 29 novembre 2006, dopo un anno di carcere. La corte d'appello di Rabat “proscioglie l'imputato” dai reati di terrorismo “visto che non ci sono né prove né elementi”. Insomma, come mi ha spiegato il suo avvocato a Rabat, i fatti non sussistono. È un buco nell'acqua dei servizi italiani.

youness zarliFinalmente Youness torna in libertà. Una volta fuori dal carcere di Salé, decide di sposarsi con Jessica, che non l'abbiamo ancora detto è cittadina italiana. Il matrimonio è fissato per il 3 marzo 2007 al Consolato italiano in Marocco. Subito dopo l'Italia gli rilascia un visto per ricongiungimento familiare. Può tornare a Bergamo, l'incubo sembra finito. Il 27 aprile attraversa la frontiera con la Spagna, a Ceuta, e prende un autobus per l'Italia. Ma in Italia lo aspetta la Digos. Lo pedinano, e quando il 4 maggio si presenta in questura per ritirare il nuovo permesso di soggiorno lo arrestano con un blitz in pieno centro con tanto di pistole spianate, faccia a terra e manette ai polsi. È la sua seconda espulsione. Stavolta in Marocco non viene arrestato all'aeroporto. Decide di riprovarci di nuovo, il visto è ancora valido, ma ancora una volta, atterrato in Italia viene rintracciato e rimpatriato. È il 21 novembre 2007. Il suo nome è sulla lista nera e con un'espulsione dell'antiterrorismo un suo reingresso in Italia è inimmaginabile. Almeno prima dei dieci anni di divieto di reingresso previsti dal decreto di espulsione del ministero dell'Interno.

Youness si mette l'anima in pace. La moglie Jessica continua a fare avanti e indietro tra il Marocco e l'Italia. Nasce il bambino, Adam. Insomma la vita sembra riprendere lentamente la sua normalità. Fino a quel maledetto 11 aprile 2010. Quel giorno a Casablanca c'è anche Jessica. Stanno giocando in salotto con il bambino, è ora di pranzo. Dal terrazzo si affaccia la domestica, dice che alla porta c'è un tipo che chiede di Youness. Lui lascia il bambino e scende giù così com'è, ancora in pigiama e in ciabatte. E non torna più.

Un sequestro di persona in piena regola. Lo sbattono dentro una macchina e lo portano via, bendato per tutto il tragitto, perché non riconosca la destinazione. Ma bastano le grida dei detenuti torturati, l'odore delle celle, la luce sempre accesa, gli interrogatori nel dormiveglia, e le dosi massicce di psicofarmaci per fargli riconoscere il carcere segreto di Temera, dove l'avevano portato anche nel 2005. Questa volta Youness ci passa 26 giorni, lo tengono alla fame, perde 13 chili di peso. Intanto la moglie Jessica fuori lancia appelli sulla stampa marocchina per avere notizie del marito sequestrato dalla polizia senza nessuna convalida del giudice e senza nessun mandato. Niente di strano, le spiegano. Si tratta della legge speciale antiterrorismo adottata in Marocco nel 2003 e che prevede fino a 12 giorni di custodia senza convalida del giudice, che nella pratica però spesso oltrepassano il mese. Questa volta però è meno dura. A dirmelo è lo stesso Youness. A Temera la polizia non lo tortura a lungo, lo picchiano solo il primo giorno, lo minacciano di violentare sua moglie. Ma quando vedono che non ne sa niente, e che non conosce nessuno delle persone che gli indicano, lo lasciano perdere. Forse anche loro capiscono che non c'entra.

Dalla data dell'arresto passano quattro mesi. Quattro mesi rinchiuso nel carcere di Salé, vicino Rabat, lontano dalla moglie e dal piccolo Adam. A giugno Youness inizia uno sciopero della fame che sa di disperazione. Lo seguono altri 20 detenuti. Un giorno dopo l'altro, nutrendosi soltanto di acqua e zucchero arrivano a 37 giorni di digiuno completo. Chiedono libertà e giustizia. Riprendono a mangiare solo il 7 luglio, dopo che due di loro vengono ricoverati in gravissime condizioni. Quello stesso giorno, un altro gruppo di 43 detenuti nella prigione di Kenitra entra nel sedicesimo giorno di sciopero della fame. Le rivendicazioni sono le stesse del gruppo di Salé: libertà e giustizia per essere stati ingiustamente condannati per terrorismo in mancanza di prove e dopo confessioni estorte sotto tortura. Loro sono in carcere da otto anni, e tra loro c'è anche il fratello maggiore di Youness, Salah Zarli, classe 1970. E qui sta l'origine di tutti i mali, della segnalazione di Youness all'antiterrorismo italiana e della sua persecuzione giudiziaria: essere il fratello di uno dei condannati per gli attentati di Casablanca.

Salah viveva a Bergamo dagli anni Novanta, insieme a Youness e a un terzo fratello, Mohammad - poi deceduto in Pakistan. A differenza di Youness, Salah è un uomo molto religioso. Lavora come autista e nelle pulizie, frequenta la moschea di viale Jenner, a Milano. E nel 1999 si reca in viaggio in Afghanistan, dove trascorre sei mesi. Il che, fino a prova contraria, non è un reato. Tre anni dopo, scoppia la guerra americana in Afghanistan contro i talebani. E di pari passo inizia la strategia dell'antiterrorismo. Basta un minimo sospetto per essere arrestati. In Afghanistan come altrove. E Salah che in Afghanistan c'era stato, non rimane inosservato. Pochi mesi dopo i primi bombardamenti, nell'agosto del 2002, lo arrestano durante una vacanza in Marocco, a Casablanca durante una retata dell'antiterrorismo marocchina che porta 87 persone dietro le sbarre. Sette mesi dopo, il 16 maggio 2003, Casablanca si risveglia nel terrore con l'esplosione di un'autobomba e di una decina di kamikaze in cinque punti della città, intorno alle 22,00, che causano la morte di 45 persone. Salah viene condannato a morte come uno dei responsabili di quegli attentati, insieme a 80 coimputati, pur non essendosi mosso dal carcere nei sette mesi precedenti l'attentato. L'esecuzione viene commutata in una pena all'ergastolo.

youness zarliPer avere un'idea di quanto approssimativo sia stato il lavoro di indagine dell'antiterrorismo marocchina basta rileggersi i rapporti di Amnesty International (in particolare lo speciale sul carcere di Temera), che dal 2003 - anno di adozione della legislazione speciale antiterrorismo - al 2009 documentano l'arresto di almeno 2.000 persone sospettate di far parte di organizzazioni terroristiche e denunciano l'utilizzo sistematico della tortura per estorcere confessioni e far firmare verbali di dichiarazioni mai rese. Effetti collaterali della guerra al terrorismo in un paese dove l'islam politico ha sempre più peso. Un paese che però di questo passo rischia di tornare alla stagione del terrore dei tempi del re Hassan II, padre dell'attuale monarca Mohamed VI, che pure su quella stagione aveva coraggiosamente istituito una commissione di verità e riconciliazione.

A livello internazionale, oltre a Amnesty International, si sono levate le voci di Al Jazeera, della fondazione Karama, della Organizzazione marocchina per i diritti umani, che hanno duramente criticato le brutalità commesse in questi anni dal reparto speciale (DST, Direction de la Surveillance du Territoire) dell'antiterrorismo della polizia marocchina, e che hanno difeso a spada tratta l'innocenza, tra gli altri, di Youness Zarli.

L'intelligence però non guarda in faccia a nessuno. E nella guerra preventiva non c'è spazio per il garantismo. Il legame di sangue di Youness col fratello Salah diventa nel decreto di espulsione “un consolidato circuito relazionale con elementi di primo piano nel panorama dell'integralismo islamico presente in Italia coinvolti in progettualità terroristiche”. Quali siano queste “progettualità” però il decreto non lo dice, anche perché le motivazioni in questi casi sono coperte dal segreto di Stato. E forse nemmeno gli agenti della Digos di Bergamo nel 2005 e nel 2007 sapevano perché Youness doveva essere rimpatriato, ma questo non gli impedì di trattarlo come un cane.

youness zarliJessica ricorda ancora il rumore del cranio di Youness che sbatteva contro gli scalini mentre lo trascinavano a terra svenuto giù dalle scale del commissariato. Lei gridava: “Fatela finita!”. E gli agenti: “Portatela via!”. Quando, a forza di schiaffi in faccia, Youness riprese conoscenza nell'auto della polizia, fece il diavolo a quattro per tentare di liberarsi, al punto che lo dovettero immobilizzare col nastro adesivo.
Qualche settimana fa la questura di Bergamo ha notificato alla moglie Jessica, una richiesta di risarcimento per i danni alla vettura di servizio causati da Youness il giorno dell'espulsione. Guai a toccare una divisa. E Youness invece, da cinque anni vittima di un errore giudiziario e di nuovo in carcere senza prove, chi lo ripagherà dei danni subiti? Jessica preferisce non pensarci. Nonostante la giovane età, ha solo 22 anni, sette in meno di Youness, ha imparato quanto la vita sappia essere amara. “Aspettiamo di vedere la sentenza”, dice. Il giudizio di primo grado è atteso per la fine del 2009. E se Youness sarà assolto, come tutti ci auguriamo, c'è un'altra battaglia da vincere. Perché oggi in Italia lo aspetta una condanna da uno a cinque anni di carcere. Il motivo? Non aver rispettato il divieto di reingresso di 10 anni previsto dal decreto ministeriale che nel 2005 lo allontanò dal paese.

Dalla sua, Youness ha un avvocato preparato come Paolo Oddi, che ne ha assunto la difesa. Contro però, ha l'opinione pubblica di due paesi, l'Italia e il Marocco, troppo distratti per rendersi conto della gravità della partita che si sta giocando sulla sua pelle e sulla pelle della sua famiglia in nome della lotta al terrorismo.



Firma la petizione per Youness Zarli
Leggi il blog della moglie di Younes, Jessica
L'interrogazione parlamentare dei Radicali sul caso Zarli
La posizione di Amnesty International sul caso Zarli
Il caso Britel: italiano, vittima di extraordinary rendition e ancora in carcere
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Guarda "NOS LIEUX INTERDITS" il documentario di Leila Kilani sulla stagione del terrore di Hasan II

74 ኤርትራውያን ኣብ መንጎ እቶም ብ ሓደ ሓምለ ናብ ሊብያ ዝተመልሱ 89 ስደተኛታን

“እዚ ቪድዮ እዚ፡ ኤርትራውያን ብ 1 ሓምለ ናብ ሊብያ ቅድሚ ምምላሶም፡ ኣብታ ተሰቂሎምዋ ዝነበሩ ጃልባ ከለዉ ዝተሳእለ ስእሊ ኢዩ”
ትሪፖሊ፡ ሓምለ 6 2009- ኤርትራውያን ተሳፈርቲ ናይታ ጃልባ ብሓምለ ሓደ ናብ ላምፓዶዛ ኢጣልያ ካብ ምእታው ተኸለኪሎም። እዚኦም ስደተኛታት ሕጂ ስግኣት ምጥራዝ ናብ ሃገሮምን መወዳእታ ዘይብሉ እሞ ከኣ ቅድሚ ሕጂ ተዳጉኖምሉ ዝጸንሑ እሱር-ቤት ሊብያ ኣንጸላልይዎም ይርከብ። ሱሳን ሓሙሽተን ደቂ ተባዕትዮ ኣብ ዝዋራ ክእሰሩ ከለዉ እተን ትሽዓተ ደቂንስትዮ ከኣ ኣብ ዛውያ ምዕራብ ካብ ትሪፖሊ ተኣሲረን ኣለዋ። ምሉእ ዝርዝር ኣሽማትኣብ ትሪፖሊካብ ዝርከቡ ናይ ኤርትራ ሕብረተሰብ በጺሑና፡ እንተኾነ ግና ብርዱእ ናይ ጸጥታ ምኽንያት ኣብዚ ኣይውጻእናዮን። እቶም ዝበዝሑ ካብዚቶም ካብ ውትህድርና ሃዲሞም ዝወጹ ኢዮም፡ ግን ከኣ ኣዝዩ ውሑድ ክፋል ናይቲ ኣስታት 130,000 ዝበጽሕ ቁጽሪ ኤርትራውያን ኣብ ሱዳን። ንዓመታት ዝኣክል ኣወዳትን ኣዋልድን መንእሰያት ዕድሚኦም መምስ-ኣኸለ ናብ ወትህድርና ክስግደዱ ጸኒሖምን፡ ኣብኡ ከኣ ብዘይ ገደብ ክጸንሑ ይግደዱ፡ ክሃድሙ ተተታሒዞም ከኣ ብዘይ ገደብ ይእሰሩ። ጋዜጠኛታት፡ ጸሓፍቲ፡ ፖለቲከኛታትን መራሕቲ ሃይማኖትን’ውን’ተኾነ ዕጫኦም ካብ ዕለተ ናጽነት 1991 ኣትሒዙ ተማሳሳሊ ኮይኑ’ዩ ጸኒሑ፡ ምኽንያቱ እታ ሃገር ምስ ግዜ ውልቀ-መላኽነት አናወረሳ ስለዝመጸ። ኢጣልያ ንጉዳይ ኤርትራውያን ካብ ዝርደኣኦ ሃገራት ኢያ፡ ከሙ ስለዝኾነት’ያ ድማ ኣብ ዝሓለፈ ዓመት ናብ ሲሲሊ ክበጽሑ ዝከኣሉ ከባቢ 2,739 ኤርትራውያን መንበሪ ፍቃድ ዝሃበት፡ እዚ ከኣ ብመሰረት ናይ ዓለምለኻዊ ግዴታ ኣብ ጉዳይ ናይ ፖለቲካ ስደተኛታት ኢዩ ተዋሂቡ። ግን ሕጂ እቲ ግዜ ተለዊጡ ኢዩ። ካብ ባሕሪ ንድሕሪት ምምላስ ኢዩ ኮይኑ ዘሎ እቲ ነገር። እቶም ናብ ሊብያ እንተተጠሪዞም ኣብ ሓደጋ ክኣትዉ ዝኾኑ ሰባት ጉዳዮም ብዙሕ ዘገድስ ነገር ይመስል የለን።

ድሕሪ’ዚ ኩሉ ከኣ ሮበርቶ ማሮኒ፡ ናይ ኢጣልያ ሚኒስሪ ውሽጣዊ ጉዳያት ብተኣማንነት፡ “ኣብ ሊብያ UNHCR ኣሎ፡ ጉዳዮም ሪእኡ ከኣ ዑቅባ ክህቦም ይኽእል’ዩ” ይብል። እቲ ጉዳይ ግን ገና ዕጹው’ዩ ዘሎ። ሓደ ሰደተኛ ኣብ ሊብያ ብቀሊል ዑቅባ ክረክብ ዝኽእል ነይሩ እንተዝኸውን ስለምንታይ ህይወቱ ኣብ ሓደጋ የእትዩ ኣብ ኤውሮጳ ዑቕባ ክሓትት ኣድልይዎ? መን ይፈልጥ እዞም ናብ ሊብያ ዝተጠረዙ 75 ኤርትራውያን ሓተቲ ዑቕባ ነዚ ሓሳባት ይሰማመዕሉ እንተኮይኖም? ላዕለዋይ ተጸዋዒ ኣብ ጉዳይ ስደተኛታት ብዛዕባ እዚ ጉዳይ እዚ ብዙሕ ግዜ ተነጊርዎ’ዩ። እቲ ጉዳይ እንተተዓዊቱ ከኣ እቲ ናብ ሃገሮም ምጥራዝ ተሪፉ ከምቶም ካብ 2006 ኣትሒዞም ኣብ ምስራታ ከባቢ 200ኪ.ሜ. ምብራቕ ካብ ትሪፖሊ ርሒቆም ተዳጉኖም ፍታሕ ዝጽበዩ ዘለዉ ኤርትራውያን ኣሕዋቶም ክእሰሩ ኢዮም። ከም ኣበሃህላ ማሮኒ እቲ ፍታሕ፡ ነቶም ፖሊቲካዊ ዑቕባ ዝሓቱ ሰባት ናብ ሳልሳይ ሃገር ምስግጋር ኢዩ፡ ስለዚ ከኣ ፍቃደኛታት ሃገራት ምንዳይ። ኢጣልያ ከኣ ኣብ 2007 ከባቢ 60 ኤርትዋይዋን ደቂንስትዮ ከባቢ ሓደ ዓመት ኣብ ምስራታ ተኣሲረን ዝጸንሓ ወሲዳ። ኣብዚ እሱር-ቤት አዚ ከባቢ ሰለስተ ዓመታት ዝተኣስሩ ሰባት እውን ኣለዉ። ናብ ኤርትራ ተመሊስካ ናብ እሱር-ቤታት ካብ ምእታው፡ ወይ ከኣ ናብ ድፋዓት ናይ ዶባት ኢትዮጵያ ካብ ምሕላው ኣብዚ ተዓጽዮም ክጸንሑ ይመርጺ፡ ነቲ ዝበለጸ ክፋል ዕድሚኦም ብዘይ ፍረ እንዳኣሓለፉ። እዚ ከኣ ናብ ኢጣልያ እንዳጠመትካ፡ ወይ ከኣ ኤውሮጳ ወላ ቁሩብ ካብ ማዕጾታተን ክኸፍታ እንዳተተስፈካ’ዩ።

ኣብዚ ሕጂ እዋን ቀንዲ ዕንቅፋት ነቲ መሰረታዊ መሰል ደቂ-ሰባት ኮይኑ ዘሎ ጉዳይ ናይ ምምላስ ስደተኛታት ኢዩ። እዚ ምምላስ ሰደተኛታት ናብ ሊብያ ኣብዚ ሕጂ እዋን ጉዳይ ዑቕባኦም ከይመመኻ ይካየድ ስለዘሎ ኣዝዩ እሻቃሊ ጉዳይ ኮይኑ ኣሎ። ሰብኣዊ መሰላት ናይዞም ሰባት ብጉዳይ መክሰባት ተሸይጦም ይርከቡ። ግን ከኣ ሓያሎ ተዓዘብቲ ዘየስተብሃልሉ ነገር እንተልዩ፡ ኩላቶም እዞም 74 ናብ ሊብያ ዝተመልሱ ኣብ ናይ ኤውሮጳ ቤት-ፍርዲ ናይ ዑቅባ ጥርዓኖም ከብጽሑ ይኽእሉ ኢዮም። ጉዳይ ምግሃስ መሰል ናይ ዑቅባ ከኣ ክሲ ከቅርቡ ይኽእሉ ኢዮም፡ ናይ ምዕዋቶም ዕድል ከኣ ኣዝዩ ሰፊሕ’ዩ፡ ምኽንያቱ እዞም ሰባት ናይ ካብ ግፍዒ ምህዳም፡ ካብ መቕጻዕቲ ምህዳምን መሰል ስልዘዘለዎም፡ ስለዚ ከኣ መሰል ሚዛናዊ ፍርዲ የድልዮም። ኣብ ተመሳሳሊ ጉዳይ ኣብ ዝሓለፈ እዋን 24 ሶማላውያንን ኤርትራውያንን ስደተኛታት ናብ ኢጣልያ ምእታው ዝተኸልከሉ፡ ጉዳዮም ናብ ቤት ፍርዲ ኤውሮጳ ብ ጠበቃ ጊዩሎ ላና ካብ ሮማ ተሓጊዞም ኣቅሪቦም ኣለዉ። እቶም ናብ ሊብያ ዝተመልሱ 74 ሓተቲ ዑቅባ እውን መሰል ኣለዎም፡ ግና ክሳብ ሕጂ ጠበቃ ኣይረኸቡን። ኣብዚ ቀረባ እዋን ድማ ጉዳይ ምምላስ ስደተኛታት ብዝተወሃሃደ ኣገባብ’ዩ ዝካየድ ዘሎ። ክልተ ካብቶም ዝተመልሱ ስደተኛታት (ሕጂ እውን ብርዱእ ምኽንያት እሽማቶም ኣይነውጽኦን ኢና) ብዙሕ ከቢድ በገር ኣጋጢምዎም። መርከብ ሓይሊ ባሕሪ ኢጣልያ ማለት Orione ናብ ሊብያ ገጻ ተምርሕ ምህላዋ ምስኣረጋገጹ ብብርቱዕ ተቃዊሞም። ናይ ዓይኒ መሰካኽር ከም ዝሕብርዎ ከኣ ኣብ መንጎ እቶም ወተሃደራትን ኣብ መንጎ ስደተኛታትን ግጭት ኮይኑ። ሕጂ ዘፈርሕ ነገር የለን ማለት’ዩ፡ ኢጣልያውያን ብዘይ ስክፍታ ክድቅሱ ኢዮም። ከም ኣበሃህላ ጭርሖታት ጎስጓስ ምርጫ Norhthern League Party “አቲ ወራር ኣቋሪጽናዮ ኣሎና”።

Eritrei: Stefania Craxi risponde all'interrogazione di Touadi

ROMA - Arriva (in data 22 luglio 2010) la risposta all'interrogazione parlamentare di Jean Leonard Touadi sul caso dei 205 eritrei deportati il mese scorso nel campo di Brak in Libia. Al solito evasiva, il governo italiano non si pronuncia nè sulla situazione in Eritrea, né sulle proprie responsabilità giuridiche rispetto ai 103 respinti del gruppo dei deportati, nè al trattamento riservato loro dentro un camion container. E anzi si compiace dell'unica cosa positiva fatta in questi tre anni: l'accoglienza tramite reinsediamento in Italia di 136 rifugiati eritrei trasferiti da Tripoli a Roma, rispettivamente 40 nel 2007, 29 nel 2008 e 67 nel 2009. Altro notizia interessante che emerge è che l'Ufficio delle Nazioni Unite per i rifugiati ha riaperto i battenti e che sta lavorando, pare, al reinsediamento in Europa e non solo di 900 dei 9.000 rifugiati riconosciuti in Libia. Ci chiediamo però che fine faranno gli altri... C'è da aspettarli sulle nostre coste nei prossimi mesi... Comunque ecco il testo della risposta, diviso in quattro pagine

- pagina 1
- pagina 2
- pagina 3
- pagina 4

Egyptian police shoot Eritrean migrant at border

ISMAILIA Egypt, July 29 2010 (Reuters) - Egyptian police shot dead an Eritrean migrant as he tried to cross the Egyptian-Israeli border, medical and security sources said on Thursday.

In the second killing this week, the 28-year-old migrant was shot twice in the chest after he ignored orders to stop and fled towards Israel along the central Sinai border, the sources said.

The Sinai peninsula is a major transit route for African migrants and refugees seeking work or asylum in Israel. It is also used by smugglers to ferry narcotics and weapons into Israel and a range of goods into the besieged Gaza Strip.

Egypt has come under pressure from Israel to stop the flow, but international rights groups have called on Egypt to investigate its border guards' suspected use of excessive force against unarmed migrants.

Security forces say they fire at migrants only after repeated orders to stop are ignored, and say that in some cases smugglers who ferry migrants to the border have opened fire on security forces.

Egyptian police have killed at least 21 migrants along its border with Israel so far this year, up from 19 during all of 2009. (Reporting by Yusri Mohamed; Writing by Dina Zayed)

28 July 2010

Reportage

Visti dal Burkina Faso: se l'Italia ha la forma di un pomodoro
Come ogni anno a dicembre ricomincia la stagione della raccolta delle arance a Rosarno, in Calabria. Da noi la stampa si indigna per le condizioni di sfruttamento dei braccianti. Ma in Africa che messaggio arriva? Siamo andati a Niagho, in Burkina Faso e lì abbiamo scoperto che quei braccianti sono i loro eroi. E in un'economia rurale in crisi, le loro case in cemento sono la prova che il sogno europeo vale ancora la pena
mercato a Garango
Speciale Niger. Sulle rotte del Sahara
La Libia promette di chiudere la rotta per Lampedusa. E Finmeccanica è pronta a installare i radar nel sud del paese. Ma nel deserto non c'è controllo che tenga. E in Niger gli emigranti continuano a partire. Da Tchin Tabaraden, Agadez e Arlit. Il nostro reportage a puntate
Sulle rotte degli exodants a Tchin Tabaraden
Agadez crocevia dei traffici verso il Sahara
Arlit, la città dell'uranio e dell'emigrazione
VIDEO "A sud di Lampedusa", di A. Segre
Agadez
In Egitto sulla via della diaspora eritrea
Asmara, Cairo, Tripoli, Asmara. Padre Austin sfoglia tra le mani una ventina di buste bianche. Controlla le intestazioni scritte a penna. Non ci sono francobolli. Sono le lettere dei prigionieri eritrei di Burg el Arab. Siamo in Egitto. Negli ultimi due anni le carceri si sono riempite di profughi eritrei e sudanesi. Arrestati nella penisola del Sinai, lungo la strada che porta in Israele. In centinaia sono stati rimpatriati: ecco che fine hanno fatto
Pestaggi a Mohandesin
Capitani coraggiosi. Parlano i pescatori
“Ci troviamo nel passaggio. È la nostra zona di pesca, e la loro zona di transito”. Quasi ogni giorno i pescatori del Canale di Sicilia incrociano le barche dei migranti. E sempre più spesso sostituiscono Guardia Costiera e Marina militare in difficili salvataggi. Sono le storie di anonimi eroi che non si sono girati dall’altra parte. Perché “quando vedi un bambino di tre mesi a mare, non pensi più ai soldi, né al tempo perso. Pensi soltanto a salvargli la vita”

Salvataggio in mare
Tatun: in Egitto l'ultimo quartiere di Milano
Esiste un quartiere di Milano non ancora collegato dalla metro. Si chiama Tatun. E si trova in Egitto, nelle campagne irrorate dal Nilo, 150 km a sud del Cairo. Conta solo 80.000 abitanti, ma qui vivono le famiglie di migliaia degli oltre 47.000 emigrati egiziani residenti nel capoluogo lombardo. A unire Milano a questa sua estrema periferia pensano speciali agenzie di viaggio libiche, che si affidano ai vecchi pescherecci rottamati, intercettati ogni settimana al largo di Lampedusa
Tatun
Guantanamo Libia. I nuovi gendarmi dell'Italia
La porta di ferro è chiusa a doppia mandata. Dalla piccola feritoia si affacciano i volti di due ragazzi africani e un di egiziano. L’odore acre che esce dalla cella mi brucia le narici. Chiedo ai tre di spostarsi. La vista si apre su due stanze di tre metri per quattro. Vedo 30 persone. Sul muro hanno scritto Guantanamo. Ma non siamo nella base americana. Siamo a Zlitan, in Libia. E i detenuti non sono presunti terroristi, ma immigrati arrestati a sud di Lampedusa
Pattuglie nel deserto libico
Arance amare. Tra i braccianti a Rosarno
Costretti a vivere in capannoni abbandonati, senza luce né acqua. Impiegati in nero, alla giornata, per una paga che raramente supera i 25 euro. Sono i raccoglitori delle arance della campagna tra Rosarno, San Ferdinando e Rizziconi, in provincia di Reggio Calabria. Almeno 2.000 persone, arrivano qui ogni inverno. Quasi tutti senza documenti. E i proprietari delle aziende agricole, in molti casi sono i figli degli stessi braccianti calabresi che fecero le lotte per la terra nel dopoguerra...
Baracche nella cartiera di San Ferdinando
Frontiera Sahara. I campi nel deserto libico
Stipati come animali, dentro container di ferro. Così gli immigrati arrestati in Libia vengono smistati nei centri di detenzione nel deserto libico, in attesa di essere deportati. Siamo i primi giornalisti autorizzati a vederli. Le condizioni dei centri sono inumane. I funzionari italiani e europei lo sanno bene, visto che li hanno visitati. Ma si astengono da ogni critica, alla vigilia dell'avvio dei pattugliamenti congiunti
Reportage dalla Libia: siamo entrati a Misratah
Di notte, quando cessano il vociare dei prigionieri e gli strilli della polizia, dal cortile del carcere si sente il rumore del mare. Sono le onde del Mediterraneo, che schiumano sulla spiaggia, a un centinaio di metri dal muro di cinta del campo di detenzione. Siamo a Misratah, 210 km a est di Tripoli, in Libia. E i detenuti sono 600 richiedenti asilo politico eritrei, arrestati al largo di Lampedusa o nei quartieri degli immigrati a Tripoli
Vista del cortile del campo di Misratah
Tunisia: la dittatura a sud di Lampedusa
Sindacalisti arrestati e torturati, manifestanti uccisi dalla polizia e giornalisti in carcere. La cronaca degli ultimi dieci mesi in Tunisia mostra il lato nascosto di un paese visitato ogni anno da milioni di turisti e ogni anno abbandonato da migliaia di emigranti. Per scriverla ho dovuto raggiungere clandestinamente la città di Redeyef, cuore della rivolta, nel sud ovest del Paese, e incontrare i testimoni chiave di quello che i circoli democratici di Tunisi definiscono già come il movimento sociale più importante e duraturo degli ultimi 20 anni
Da 10 anni bloccati in una base militare
Era il 1998 e migliaia di profughi kurdi sbarcavano sulle coste calabresi in fuga dalle persecuzioni. Tra il 1980 e il 1999 l'esercito turco aveva cacciato oltre 2 milioni di kurdi da 3.428 villaggi poi distrutti. E nel 1988 Saddam Hussein aveva sterminato con armi chimiche 5.000 persone a Halabja. Non tutti però raggiunsero la meta. Il 16 ottobre 1998 un vecchio peschereccio ruppe il motore e fu costretto a sbarcare a Cipro. Attraccarono ad Akrotiri, che allora come oggi era territorio inglese. Fu la loro disgrazia
Bambini nella Sba di Cipro, Elisabeth Cosimi
Le vite sospese degli emigrati a Cipro
La guerra civile in Sierra Leone, tra il 1991 e il 2001, si lasciò alle spalle almeno 50.000 morti e centinaia di migliaia di sfollati e rifugiati. Outhman era uno di loro. Fuggì nel 2000, verso il Senegal, dove riuscì a comprare un passaporto con un visto per il Libano. Un anno dopo approdava con altre 23 persone sulle coste nord dell’isola di Cipro. Oggi è uno degli 11.000 richiedenti asilo politico a Cipro. Il 99% riceverà un diniego. Ma la risposta arriverà dopo anni di vita rubati dalla burocrazia e dalla detenzione amministrativa
Istanbul crocevia della migrazione africana
È la Turchia l’ultima frontiera da superare prima dell’Europa. Interi quartieri di Izmir e Istanbul sono abitati da africani in attesa di partire. C’è chi andrà a piedi, chi nascosto nei camion e chi a bordo degli zodiac. Per tutti l’obiettivo è la Grecia. Ma spesso il viaggio ricomincia da zero. Se la guardia costiera affonda i gommoni al largo della costa turca. O se la polizia fa una retata di troppo. Il trattamento nei centri di detenzione è pessimo. Hyd lo aveva già denunciato. Abbiamo intervistato due ex detenuti del campo di Hatay, alla frontiera siriana.
Navi della marina militare turca nel porto di Ceçme
Israle nuova meta dei rifugiati eritrei
Quella del Sinai si conferma la nuova rotta dei rifugiati eritrei e sudanesi, che alle carceri libiche e alla morte in mare preferiscono lo Stato ebraico. Nel 2007, secondo l’Unhcr, ne sono arrivati almeno 5.000. Intanto l’Egitto ha rinforzato i propri dispositivi di controllo, autorizzando la polizia di frontiera ad aprire il fuoco sui migranti. Dall’inizio dell’anno i morti ammazzati sono almeno 16. Messo sotto pressione da Israele, l’Egitto ha avviato una vasta operazione di arresti e deportazioni
Trappola Grecia: divieto d'ingresso e d'uscita
Ogni volta che entro in acqua sento l’angoscia salire allo stomaco. E penso che non sia affatto normale. Avanzo con cautela, in una piccola baia di Samos. Sono scalzo. E ho paura di toccare un cadavere sottacqua. Ho in mente le fotografie che mi hanno mostrato una settimana fa a Lesvos, in Grecia, di due bambini ripescati in mare. Ho in mente i racconti dei pescatori e le cronache dei giornali. E poi c'è quella brutta storia raccolta a Vathy, dei 21 scomparsi al largo di Samos, lo scorso 16 maggio, di cui non è rimasta alcuna traccia se non una lettera autografata scritta dall’unico superstite
Lapide sulla tomba di un naufrago afgano a Lesvos
Tamanrasset: il cuore nero dell'Algeria
Rifugio per centinaia di famiglie in fuga dal Nord dell’Algeria insanguinata dalle violenze degli anni ’90, Tamanrasset è oggi la città dei migranti. Più di 30 nazionalità convivono nella capitale del Sahara. Tra chi aspetta la sua occasione per compiere un altro passo verso il mare e chi, deportato dalla polizia algerina, deve rifare tutto da capo, o quasi, nel lungo cammino verso l’Europa...
Khouribga Torino solo andata
Khouribga è una città emigrata. Una macchina su due è targata Torino. Nei suq tra i banchetti di Dolce e Gabbana, Nike e Versace made in China, impazzano vocabolari e grammatiche per l’italiano. Qualche chilometro fuori dal centro crescono quartieri fantasma di villini pagati in euro e abitati tre settimane l’anno d’estate. Sì perché ogni agosto ritorna chi c’è l’ha fatta. Emigrare è uno status. Chi riesce a partire guadagna rispetto. La destinazione è una sola, l’Italia, soprattutto Torino e il Piemonte...
La notte del destino
Il sole tramonta sui terrazzi rosa di El ‘Ayun, a metà strada tra il deserto e il mare. E, vorace, la notte prende a morsi gli ultimi lampi di luce del giorno alle porte, lungo un orizzonte di dune e cavi dell’alta tensione. Un militare sfoglia il mio passaporto con una torcia e mi legge negli occhi. Che viene a fare un turista italiano in città? È l’ultimo dei tre posti di blocco lungo l’unica strada diretta a sud e di nuovo il mio nome viene scritto nel registro degli ingressi. Dieci minuti dopo...
Dal deserto al mare... ai ghetti di Roma
Tor Vergata, periferia est di Roma. A due passi dal Grande raccordo anulare, che con un abbraccio di traffico, bestemmie e fumi di scarico circonda la capitale 24 ore al giorno, la vecchia sede dell’Università Roma 2 specchia sui vetri neri delle finestre la luce del sole di un pomeriggio d’estate. Arrivo dopo pranzo. Il palazzo è occupato da un paio d’anni da circa 300 giovani, in maggioranza eritrei, etiopi, somali e sudanesi. Abraham è uno di loro. Mi aspetta al terzo piano...
Zarzis: il museo della memoria del mare
Lungo le spiagge tra Zarzis e Ras Jedir, ogni giorno dopo il turno alle Poste, Mohsen Lihidheb raccoglie da undici anni gli oggetti consegnati dal mare lungo 150 chilometri di spiagge. Sono soprattutto bottiglie di plastica, ma anche tavole da surf, canapi, testuggini, lampade al neon, elmetti, spugne, tronchi di legno, palloncini scoppiati. Mohsen ne ha creato un museo, il Museo della memoria del mare. Una delle installazioni, al centro del giardino circondato da mura di bottiglie di plastica colorate, è dedicata a Mamadou.
Evros: mine antiuomo alla frontiera
Alt dogana. Un uomo in divisa si drizza sull’attenti e la nostra Audi sfila sulla corsia a lato delle auto ferme per i controlli. Svoltiamo a destra e ci fermiamo nel parcheggio di una piccola base militare. John Karaganis mi fa da interprete e mi presenta il capitano Hristos Pitsianis. Piove e senza troppe formalità ci infiliamo sui sedili di un piccolo fuoristrada verde già acceso. Una fossa di un metro divide l’una dall’altra due strade sterrate parallele, coperte di ghiaia, fango e pozzanghere. Tutto intorno, nebbia e prati verdi...