29 July 2010

Verità e giustizia per Youness Zarli

MILANO – La guerra al terrorismo torna a far parlare di sé. A far tremare il palazzo ci sono due inchieste. Da un lato il Washington Post che il 19 luglio ha pubblicato in prima pagina i risultati di un'indagine giornalistica durata due anni sui servizi di sicurezza americani proliferati fuori misura dopo gli attentati dell'11 settembre 2001. Dall'altro il portale Wikileaks che il 26 luglio ha diffuso in rete 92.000 documenti segreti trafugati dai server del Pentagono che svelano i segreti della guerra americana in Afghanistan: stragi dei civili, torture dei detenuti e collusione dell'intelligence pakistana con i talebani.
I fatti sono stati ampiamente ripresi dalla stampa italiana, che in quegli stessi giorni però ha bucato un'altra importante notizia. Un piccolo presidio sotto il consolato marocchino a Milano, la mattina del 23 luglio. Un evento apparentemente insignificante. Ma in realtà direttamente connesso alla guerra al terrorismo e ai suoi effetti collaterali. Sui manifesti c'era scritto “Verità e giustizia per Youness Zarli”. E a volantinare per strada c'era anche la moglie, Jessica. E dire che del suo caso la stampa italiana si era già occupata nel 2005, ma sulle pagine sportive. Facciamo un salto indietro.

È il 16 maggio e a Napoli si disputano i campionati italiani di kick boxing. Il ventiquattrenne Youness Zarli si qualifica primo nella categoria light contact, con la maglia della Bergamo Boxe. Il quotidiano “L'Eco di Bergamo”, la città dove Youness vive con i due fratelli maggiori da quando è arrivato in Italia otto anni prima, gli dedica un trafiletto con tanto di fotografia. Sei mesi dopo, il 28 novembre 2005, i servizi segreti italiani decretano la sua espulsione, tramite un decreto dell'allora ministro dell'Interno Beppe Pisanu, per aver “tenuto condotte tali da far ritenere che la sua permanenza nel territorio dello Stato possa agevolare organizzazioni legate al terrorismo islamico”.

Strano che un terrorista frequenti palestre di boxe e discoteche, come quella dove un anno prima ha conosciuto la futura moglie. Strano anche che vada in giro con i capelli biondi ossigenati, e che porti la ragazza in vacanza a Parigi e al mare in Calabria. Ma chiunque può obiettare che queste non sono prove. E infatti non lo sono. Ma il punto è che le prove non ci sono mai state. Si tratta di un colossale errore giudiziario. Non le ha trovate nemmeno il tribunale di Rabat che lo ha processato. Sì, perché dopo l'espulsione dall'Italia il 5 dicembre 2005 Youness Zarli viene arrestato all'aeroporto di Casablanca. Lo portano nel carcere segreto di Temera e lì lo torturano per 10 giorni per estorcergli una qualsiasi confessione. Ma Youness non ne sa niente. La sentenza arriva il 29 novembre 2006, dopo un anno di carcere. La corte d'appello di Rabat “proscioglie l'imputato” dai reati di terrorismo “visto che non ci sono né prove né elementi”. Insomma, come mi ha spiegato il suo avvocato a Rabat, i fatti non sussistono. È un buco nell'acqua dei servizi italiani.

youness zarliFinalmente Youness torna in libertà. Una volta fuori dal carcere di Salé, decide di sposarsi con Jessica, che non l'abbiamo ancora detto è cittadina italiana. Il matrimonio è fissato per il 3 marzo 2007 al Consolato italiano in Marocco. Subito dopo l'Italia gli rilascia un visto per ricongiungimento familiare. Può tornare a Bergamo, l'incubo sembra finito. Il 27 aprile attraversa la frontiera con la Spagna, a Ceuta, e prende un autobus per l'Italia. Ma in Italia lo aspetta la Digos. Lo pedinano, e quando il 4 maggio si presenta in questura per ritirare il nuovo permesso di soggiorno lo arrestano con un blitz in pieno centro con tanto di pistole spianate, faccia a terra e manette ai polsi. È la sua seconda espulsione. Stavolta in Marocco non viene arrestato all'aeroporto. Decide di riprovarci di nuovo, il visto è ancora valido, ma ancora una volta, atterrato in Italia viene rintracciato e rimpatriato. È il 21 novembre 2007. Il suo nome è sulla lista nera e con un'espulsione dell'antiterrorismo un suo reingresso in Italia è inimmaginabile. Almeno prima dei dieci anni di divieto di reingresso previsti dal decreto di espulsione del ministero dell'Interno.

Youness si mette l'anima in pace. La moglie Jessica continua a fare avanti e indietro tra il Marocco e l'Italia. Nasce il bambino, Adam. Insomma la vita sembra riprendere lentamente la sua normalità. Fino a quel maledetto 11 aprile 2010. Quel giorno a Casablanca c'è anche Jessica. Stanno giocando in salotto con il bambino, è ora di pranzo. Dal terrazzo si affaccia la domestica, dice che alla porta c'è un tipo che chiede di Youness. Lui lascia il bambino e scende giù così com'è, ancora in pigiama e in ciabatte. E non torna più.

Un sequestro di persona in piena regola. Lo sbattono dentro una macchina e lo portano via, bendato per tutto il tragitto, perché non riconosca la destinazione. Ma bastano le grida dei detenuti torturati, l'odore delle celle, la luce sempre accesa, gli interrogatori nel dormiveglia, e le dosi massicce di psicofarmaci per fargli riconoscere il carcere segreto di Temera, dove l'avevano portato anche nel 2005. Questa volta Youness ci passa 26 giorni, lo tengono alla fame, perde 13 chili di peso. Intanto la moglie Jessica fuori lancia appelli sulla stampa marocchina per avere notizie del marito sequestrato dalla polizia senza nessuna convalida del giudice e senza nessun mandato. Niente di strano, le spiegano. Si tratta della legge speciale antiterrorismo adottata in Marocco nel 2003 e che prevede fino a 12 giorni di custodia senza convalida del giudice, che nella pratica però spesso oltrepassano il mese. Questa volta però è meno dura. A dirmelo è lo stesso Youness. A Temera la polizia non lo tortura a lungo, lo picchiano solo il primo giorno, lo minacciano di violentare sua moglie. Ma quando vedono che non ne sa niente, e che non conosce nessuno delle persone che gli indicano, lo lasciano perdere. Forse anche loro capiscono che non c'entra.

Dalla data dell'arresto passano quattro mesi. Quattro mesi rinchiuso nel carcere di Salé, vicino Rabat, lontano dalla moglie e dal piccolo Adam. A giugno Youness inizia uno sciopero della fame che sa di disperazione. Lo seguono altri 20 detenuti. Un giorno dopo l'altro, nutrendosi soltanto di acqua e zucchero arrivano a 37 giorni di digiuno completo. Chiedono libertà e giustizia. Riprendono a mangiare solo il 7 luglio, dopo che due di loro vengono ricoverati in gravissime condizioni. Quello stesso giorno, un altro gruppo di 43 detenuti nella prigione di Kenitra entra nel sedicesimo giorno di sciopero della fame. Le rivendicazioni sono le stesse del gruppo di Salé: libertà e giustizia per essere stati ingiustamente condannati per terrorismo in mancanza di prove e dopo confessioni estorte sotto tortura. Loro sono in carcere da otto anni, e tra loro c'è anche il fratello maggiore di Youness, Salah Zarli, classe 1970. E qui sta l'origine di tutti i mali, della segnalazione di Youness all'antiterrorismo italiana e della sua persecuzione giudiziaria: essere il fratello di uno dei condannati per gli attentati di Casablanca.

Salah viveva a Bergamo dagli anni Novanta, insieme a Youness e a un terzo fratello, Mohammad - poi deceduto in Pakistan. A differenza di Youness, Salah è un uomo molto religioso. Lavora come autista e nelle pulizie, frequenta la moschea di viale Jenner, a Milano. E nel 1999 si reca in viaggio in Afghanistan, dove trascorre sei mesi. Il che, fino a prova contraria, non è un reato. Tre anni dopo, scoppia la guerra americana in Afghanistan contro i talebani. E di pari passo inizia la strategia dell'antiterrorismo. Basta un minimo sospetto per essere arrestati. In Afghanistan come altrove. E Salah che in Afghanistan c'era stato, non rimane inosservato. Pochi mesi dopo i primi bombardamenti, nell'agosto del 2002, lo arrestano durante una vacanza in Marocco, a Casablanca durante una retata dell'antiterrorismo marocchina che porta 87 persone dietro le sbarre. Sette mesi dopo, il 16 maggio 2003, Casablanca si risveglia nel terrore con l'esplosione di un'autobomba e di una decina di kamikaze in cinque punti della città, intorno alle 22,00, che causano la morte di 45 persone. Salah viene condannato a morte come uno dei responsabili di quegli attentati, insieme a 80 coimputati, pur non essendosi mosso dal carcere nei sette mesi precedenti l'attentato. L'esecuzione viene commutata in una pena all'ergastolo.

youness zarliPer avere un'idea di quanto approssimativo sia stato il lavoro di indagine dell'antiterrorismo marocchina basta rileggersi i rapporti di Amnesty International (in particolare lo speciale sul carcere di Temera), che dal 2003 - anno di adozione della legislazione speciale antiterrorismo - al 2009 documentano l'arresto di almeno 2.000 persone sospettate di far parte di organizzazioni terroristiche e denunciano l'utilizzo sistematico della tortura per estorcere confessioni e far firmare verbali di dichiarazioni mai rese. Effetti collaterali della guerra al terrorismo in un paese dove l'islam politico ha sempre più peso. Un paese che però di questo passo rischia di tornare alla stagione del terrore dei tempi del re Hassan II, padre dell'attuale monarca Mohamed VI, che pure su quella stagione aveva coraggiosamente istituito una commissione di verità e riconciliazione.

A livello internazionale, oltre a Amnesty International, si sono levate le voci di Al Jazeera, della fondazione Karama, della Organizzazione marocchina per i diritti umani, che hanno duramente criticato le brutalità commesse in questi anni dal reparto speciale (DST, Direction de la Surveillance du Territoire) dell'antiterrorismo della polizia marocchina, e che hanno difeso a spada tratta l'innocenza, tra gli altri, di Youness Zarli.

L'intelligence però non guarda in faccia a nessuno. E nella guerra preventiva non c'è spazio per il garantismo. Il legame di sangue di Youness col fratello Salah diventa nel decreto di espulsione “un consolidato circuito relazionale con elementi di primo piano nel panorama dell'integralismo islamico presente in Italia coinvolti in progettualità terroristiche”. Quali siano queste “progettualità” però il decreto non lo dice, anche perché le motivazioni in questi casi sono coperte dal segreto di Stato. E forse nemmeno gli agenti della Digos di Bergamo nel 2005 e nel 2007 sapevano perché Youness doveva essere rimpatriato, ma questo non gli impedì di trattarlo come un cane.

youness zarliJessica ricorda ancora il rumore del cranio di Youness che sbatteva contro gli scalini mentre lo trascinavano a terra svenuto giù dalle scale del commissariato. Lei gridava: “Fatela finita!”. E gli agenti: “Portatela via!”. Quando, a forza di schiaffi in faccia, Youness riprese conoscenza nell'auto della polizia, fece il diavolo a quattro per tentare di liberarsi, al punto che lo dovettero immobilizzare col nastro adesivo.
Qualche settimana fa la questura di Bergamo ha notificato alla moglie Jessica, una richiesta di risarcimento per i danni alla vettura di servizio causati da Youness il giorno dell'espulsione. Guai a toccare una divisa. E Youness invece, da cinque anni vittima di un errore giudiziario e di nuovo in carcere senza prove, chi lo ripagherà dei danni subiti? Jessica preferisce non pensarci. Nonostante la giovane età, ha solo 22 anni, sette in meno di Youness, ha imparato quanto la vita sappia essere amara. “Aspettiamo di vedere la sentenza”, dice. Il giudizio di primo grado è atteso per la fine del 2009. E se Youness sarà assolto, come tutti ci auguriamo, c'è un'altra battaglia da vincere. Perché oggi in Italia lo aspetta una condanna da uno a cinque anni di carcere. Il motivo? Non aver rispettato il divieto di reingresso di 10 anni previsto dal decreto ministeriale che nel 2005 lo allontanò dal paese.

Dalla sua, Youness ha un avvocato preparato come Paolo Oddi, che ne ha assunto la difesa. Contro però, ha l'opinione pubblica di due paesi, l'Italia e il Marocco, troppo distratti per rendersi conto della gravità della partita che si sta giocando sulla sua pelle e sulla pelle della sua famiglia in nome della lotta al terrorismo.



Firma la petizione per Youness Zarli
Leggi il blog della moglie di Younes, Jessica
L'interrogazione parlamentare dei Radicali sul caso Zarli
La posizione di Amnesty International sul caso Zarli
Il caso Britel: italiano, vittima di extraordinary rendition e ancora in carcere
Scarica il rapporto di Amnesty International sull'antiterrorismo in Marocco
Guarda "NOS LIEUX INTERDITS" il documentario di Leila Kilani sulla stagione del terrore di Hasan II

74 ኤርትራውያን ኣብ መንጎ እቶም ብ ሓደ ሓምለ ናብ ሊብያ ዝተመልሱ 89 ስደተኛታን

“እዚ ቪድዮ እዚ፡ ኤርትራውያን ብ 1 ሓምለ ናብ ሊብያ ቅድሚ ምምላሶም፡ ኣብታ ተሰቂሎምዋ ዝነበሩ ጃልባ ከለዉ ዝተሳእለ ስእሊ ኢዩ”
ትሪፖሊ፡ ሓምለ 6 2009- ኤርትራውያን ተሳፈርቲ ናይታ ጃልባ ብሓምለ ሓደ ናብ ላምፓዶዛ ኢጣልያ ካብ ምእታው ተኸለኪሎም። እዚኦም ስደተኛታት ሕጂ ስግኣት ምጥራዝ ናብ ሃገሮምን መወዳእታ ዘይብሉ እሞ ከኣ ቅድሚ ሕጂ ተዳጉኖምሉ ዝጸንሑ እሱር-ቤት ሊብያ ኣንጸላልይዎም ይርከብ። ሱሳን ሓሙሽተን ደቂ ተባዕትዮ ኣብ ዝዋራ ክእሰሩ ከለዉ እተን ትሽዓተ ደቂንስትዮ ከኣ ኣብ ዛውያ ምዕራብ ካብ ትሪፖሊ ተኣሲረን ኣለዋ። ምሉእ ዝርዝር ኣሽማትኣብ ትሪፖሊካብ ዝርከቡ ናይ ኤርትራ ሕብረተሰብ በጺሑና፡ እንተኾነ ግና ብርዱእ ናይ ጸጥታ ምኽንያት ኣብዚ ኣይውጻእናዮን። እቶም ዝበዝሑ ካብዚቶም ካብ ውትህድርና ሃዲሞም ዝወጹ ኢዮም፡ ግን ከኣ ኣዝዩ ውሑድ ክፋል ናይቲ ኣስታት 130,000 ዝበጽሕ ቁጽሪ ኤርትራውያን ኣብ ሱዳን። ንዓመታት ዝኣክል ኣወዳትን ኣዋልድን መንእሰያት ዕድሚኦም መምስ-ኣኸለ ናብ ወትህድርና ክስግደዱ ጸኒሖምን፡ ኣብኡ ከኣ ብዘይ ገደብ ክጸንሑ ይግደዱ፡ ክሃድሙ ተተታሒዞም ከኣ ብዘይ ገደብ ይእሰሩ። ጋዜጠኛታት፡ ጸሓፍቲ፡ ፖለቲከኛታትን መራሕቲ ሃይማኖትን’ውን’ተኾነ ዕጫኦም ካብ ዕለተ ናጽነት 1991 ኣትሒዙ ተማሳሳሊ ኮይኑ’ዩ ጸኒሑ፡ ምኽንያቱ እታ ሃገር ምስ ግዜ ውልቀ-መላኽነት አናወረሳ ስለዝመጸ። ኢጣልያ ንጉዳይ ኤርትራውያን ካብ ዝርደኣኦ ሃገራት ኢያ፡ ከሙ ስለዝኾነት’ያ ድማ ኣብ ዝሓለፈ ዓመት ናብ ሲሲሊ ክበጽሑ ዝከኣሉ ከባቢ 2,739 ኤርትራውያን መንበሪ ፍቃድ ዝሃበት፡ እዚ ከኣ ብመሰረት ናይ ዓለምለኻዊ ግዴታ ኣብ ጉዳይ ናይ ፖለቲካ ስደተኛታት ኢዩ ተዋሂቡ። ግን ሕጂ እቲ ግዜ ተለዊጡ ኢዩ። ካብ ባሕሪ ንድሕሪት ምምላስ ኢዩ ኮይኑ ዘሎ እቲ ነገር። እቶም ናብ ሊብያ እንተተጠሪዞም ኣብ ሓደጋ ክኣትዉ ዝኾኑ ሰባት ጉዳዮም ብዙሕ ዘገድስ ነገር ይመስል የለን።

Eritrei: Stefania Craxi risponde all'interrogazione di Touadi

ROMA - Arriva (in data 22 luglio 2010) la risposta all'interrogazione parlamentare di Jean Leonard Touadi sul caso dei 205 eritrei deportati il mese scorso nel campo di Brak in Libia. Al solito evasiva, il governo italiano non si pronuncia nè sulla situazione in Eritrea, né sulle proprie responsabilità giuridiche rispetto ai 103 respinti del gruppo dei deportati, nè al trattamento riservato loro dentro un camion container. E anzi si compiace dell'unica cosa positiva fatta in questi tre anni: l'accoglienza tramite reinsediamento in Italia di 136 rifugiati eritrei trasferiti da Tripoli a Roma, rispettivamente 40 nel 2007, 29 nel 2008 e 67 nel 2009. Altro notizia interessante che emerge è che l'Ufficio delle Nazioni Unite per i rifugiati ha riaperto i battenti e che sta lavorando, pare, al reinsediamento in Europa e non solo di 900 dei 9.000 rifugiati riconosciuti in Libia. Ci chiediamo però che fine faranno gli altri... C'è da aspettarli sulle nostre coste nei prossimi mesi... Comunque ecco il testo della risposta, diviso in quattro pagine

- pagina 1
- pagina 2
- pagina 3
- pagina 4

Egyptian police shoot Eritrean migrant at border

ISMAILIA Egypt, July 29 2010 (Reuters) - Egyptian police shot dead an Eritrean migrant as he tried to cross the Egyptian-Israeli border, medical and security sources said on Thursday.

22 July 2010

Malta: parlano i somali del respingimento. Un uomo: mia moglie portata in Libia

MILANO - Emergono dettagli inquietanti sull'ultimo respingimento in Libia di sabato scorso effettuato da una motovedetta libica, con personale italiano a bordo, su richiesta delle autorità maltesi. Finora sapevamo che dei 55 passeggeri somali del gommone intercettato a 44 miglia da Malta, 28 erano stati portati a Malta - comprese 5 donne, di cui 3 incinte, e un bambino - e altri 27 respinti in Libia. Oggi sappiamo di più. E possiamo dire con certezza che alcuni nuclei familiari sono stati separati. Che c'è almeno un uomo nel centro di detenzione di Safi, a Malta, che sulla motovedetta diretta in Libia aveva la moglie incinta di sette mesi, e che adesso non la vedrà per anni, e che adesso teme possa accaderle il peggio nelle mani della polizia libica. I dettagli della storia sono stati pubblicati dal Times of Malta, in un articolo a firma di Kurt Sansone.

21 July 2010

Calabria: sbarco a Belcastro, 1 morto

 Sbarco sulle coste ioniche calabresi, a Belcastro. Visto il sopraggiungere delle forze dell'ordine, i due comandanti greci dell'imbarcazione costringono i passeggeri a buttarsi a mare e continuare a nuoto. Un ragazzo afghano di 20 anni muore annegato. Di seguito i dettagli della notizia sulla stampa locale.

Respinti con l'inganno. L'ultima frontiera dei pattugliamenti maltesi

PESCIA (PT) - Tu sì, tu no. Chissà con quale criterio le forze armate maltesi hanno diviso i 55 somali a bordo del gommone intercettato la notte di sabato 18 luglio a 44 miglia da Malta. Avranno tirato la monetina? Avranno scelto le iniziali del nome? Il numero di scarpe? Su quali criteri si decide in frontiera chi salvare e chi mandare a morire? Chi portare in Europa e chi respingere in Libia? Per ora non lo sappiamo. Sappiamo soltanto le menzogne ufficiali, riportate ieri in un articolo del Malta Today. Le menzogne ufficiali, pensate, dicono che 27 dei 55 somali avrebbero "volontariamente" deciso di ritornare in Libia. Certo, come stupirsi che una persona preferisca la tortura in carcere piuttosto che la libertà in Europa. Nella macchina della propaganda del governo maltese però qualcosa non ha funzionato. Due dei 28 somali portati a terra sull'isola infatti hanno parlato ai giornalisti del Malta Today. E sapete cosa hanno detto? Che non sapevano dove stavano riportando il resto dell'equipaggio. Che avevano visto una nave italiana della guardia di finanza, che anche se batteva bandiera libica, a bordo parlavano italiano e quindi pensavano tutti che li avrebbero portati in Italia o al massimo a Malta, che li avevano divisi su due motovedette perchè su una non c'era spazio per tutti. E invece la storia era un'altra.

19 July 2010

ጭብጢ ግፍዒ ስደተኛታት ኣብ ሊብያ፡ ኣብ 15 ስእልታት

ርማ- ኣብ መወዳእታ ኣብ ቢንቃዚ ዝተካየደ ቅትለት ዘርእዩ ስእልታት ክንረክብ ክኢልና። ብዙሕ ዝርዝራት ዘይብለን ዓሰርተ-ሓሙሽተ ኣሳእል በተን ካብ ፈተሻ ሊብያውያን ዘምለጣ ሞባይል ቴለፎናት ተሳኢሉ። ብዙሓት ሰባት ብካራ ዝተጎድኡ ከኣ የርእየና። ኩላቶም ሶማላውያን ዘይሕጋውያን ስደተኛታት ኮይኖም፡ ነቲ ነዊሕ ሳሃራ ሊብያ ሰንጢቆም ብቀጥታ ናብ ላምፓዶዛ ገጾም አንዳገስገሱ ኣብ ጋንፉዳ ጥቃ ቢንቃዚ፡ ዝተኣስሩ ኢዮም። ኣብ ቀላጾም ዘሎ ሓዲሽ ቁስሊ፡ ኣብ እግሮም ዘሎ ገና ተኸፊቱ ዝርከብ ቁስሊ፡ ኣብ ሕቆኦምን ርእሶምን ዘሎ ባንዳጅ ክረአ ይከኣል። ክዳውቶም ገና ደም ሰትዩ ይርከብ። ኣብ ነሓሰ 11፡ ናይ ሶማልያ ዌብ-ሳይት ሻበለ፡ ነዚ ኣብ ቢንቃዚ ብሊብያውያን ፖሊስ ዝተካየደ ህልቂት ዜናታት ምስ ኣውጸአት፡ ኣምባሳደር ሊብያ ኣብ ሞቃዲሾ ራቢቕ ቻንሹር ብምልኡ ክሒድዎ። ኣብዚ ሕጂ አዋን ግና ነዞም ስእልታት አዚኦም ንምኽሓዶም ኣጸጋሚ ኢዩ።

ናብ ሊብያ ዝተመልሱ፡ ሓበርቲ ስእልታት ካብ ወገን ፓሪስ ማች

ሮማ፡ ሰነ 28፡ 2009- ኣብታ ብዕለት 13 ግንቦት 2009 ከባቢ 90 ዝኾኑ ስደተኛታት ግዳያት ብ ቦቪንዞ ዝተባህለት ናይ ኢጣልያ ሓለዋ ብሓሪ መርከብ ዝደሓኑ እሞ ናብ ትሪፖሊ ዝተመልሱ፡ ጋዜጠኛ ፍራንኮይስ ደ ላባረን ሰእላይ ኢንሪኮ ዳግኒኖን ዝተባህሉ ካብ ናይ ፓሪስ ማች መጋዜን ይርከቡ። ኣብዛ ትስዕብ ቪድዮ ከኣ እቲ ሓባሪ ዛንታታቶም ነቕርበልኩም፡ ኣብ Immigrants: a shattered dream ዝብል ጽሁፋት ከኣ ምንባብ ይከኣል።

ዶባት ሳሃራ፡ መዳጎኒ እሱር-ቤታት ኣብ ናይ ሊብያ ምድረ-በዳ

Polizia all'esterno della feritoia di un camionሰብሃ፡ “ምሳና ኣብታ መኪና ሓደ ወዲ ኣርባዕተ ዓመት ቆልዓ ምስ ኣዲኡ ነይሩ። ከም እንስሳታት ኣብ ሎርይ ዝዓይነታ መኪና ተጨቓጪቕና ኔርና፡ ኣየር ዝበሃል ኮነ መንቀሳቀሲ ቦታ የለን። እዚ ህጻን ኣብ ከምዚ ዓይነት ኩነታት ስለምንታይ ከምዝተገድፈ ኣሰደሚሙኒ። ኣብ ውሽጢ እዚ ኮንተይነር ኣዝዩ ሃሩር ኣሎ፡ እቲ ጉዕዞ ከኣ ኣስታት 21 ሰዓታት ወሲዱ፡ ማለት ካብ ሰዓት 4ድ.ቀ. ክሳብ ሰዓት 1ድ.ቀ. ናት ካልኣይ መዓልቲ። ዝኮነ ዝብላዕ ዝበሃል ኣይሃቡናን። ሰባት ሓደ ኣብ ቅድሚ ሓደ ይሸኑ። እቶም መራሕቲ መካይን ክበልዑ ደው ኣብ ዘብሉና አዋን፡ ነቲ ቆልዓ ኣብታ ኣዝያ ጸባብ ከፋት ናይቲ ኮንቴነር ነቅርቦ። ኣዳም’ዩ ዝበሃል። ድሕሪ’ዚ ኩሉ ከኣ ኣብ ኩፍራ በጺሕና። ምስ ኣውጸኡና ከኣ ኣብቲ ኮንተይነር ተንጠልጢሉ ዝጸንሓኒ ባኒ ሰሪቀ፡ ምኽንያቱ ካብ ዝሓለፈ መዓልቲ ጀሚርና ኣይበላዕናን። ብጠቅላላ 110 ሰባት ኔርና፡ ምሳና ከኣ ኣዳምን ኣዲኡን”።

18 July 2010

Milano: notte di rivolta al Cie. Tre reclusi in fuga

Notte di rivolta al centro di identificazione e espulsione di Milano, in via Corelli, dove al momento si trovano detenuti 80 uomini, 22 donne e 17 transessuali in attesa di essere espulsi. Le agitazioni sono cominciate intorno a mezzanotte nella sezione E del centro, durante il momento del cambio turno, quando una trentina di reclusi sono saliti sui tetti. E 10 di loro hanno tentato la fuga. La polizia è però riuscita a fermarli, a parte tre detenuti - un tunisino di 24 anni e due marocchini di 40 e 35 anni - che sono riusciti a evadere e a far perdere le proprie tracce. Gli altri 7 sono stati invece fermati dalla polizia e denunciati per resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento. Nella rivolta sono stati distrutti alcuni distributori di bevande automatici, il sistema di allarme sul tetto e alcune telecamere di sorveglianza, nonché parte degli arredi del centro. I danni quantificati ammonterebbero a decine di migliaia di euro. Negli scontri 6 agenti avrebbero riportato lesioni, mentre non è conosciuto il numero dei reclusi picchiati e feriti. Si sa soltanto che due reclusi sono stati ricoverati per accertamenti, uno al San Raffaele e uno al Policlinico. I dettagli sulla stampa locale.

17 July 2010

Eritrei di Brak, seconda notte per strada dopo la liberazione

MILANO - Ho appena riagganciato con gli eritrei. Sono ancora a Sebha, dormiranno in strada per la seconda notte dopo la liberazione dal carcere di Brak. Da Tripoli nessuno li sta aiutando. Hanno un permesso di soggiorno, ma non sono autorizzati a spostarsi da Sebha per Tripoli, dove vive la comunita' eritrea e dove ognuno di loro potrebbe trovare ospitalita' da amici e parenti. Chiedono di continuare a fare pressioni. Mandiamo ancora mail a Napolitano e Maroni!

SOS DA BRAK DOVE SONO FINITI GLI ERITREI?


UNA LUCE PER LA DIGNITA'
Manifestazioni a Roma e in tutta Italia. Le foto di Palladino e Asinitas

Eritrei: liberati e abbandonati nelle mani delle organizzazioni criminali

di Fulvio Vassallo Paleologo

PALERMO - Sono anni che gli imprenditori politici della sicurezza, i vari “ministri della paura” che si susseguono nel tempo, ci parlano dei loro “successi storici” nello sconfiggere il crimine organizzato, arrogandosi meriti che nella maggior parte dei casi sono da attribuire alle forze di polizia ed alla magistratura, piuttosto che ai vari pacchetti sicurezza approvati a cadenza periodica, in nome di “emergenze” che si scoprono soprattutto nei periodi elettorali o nelle fasi di maggiore scontro politico.

16 July 2010

Liberi! Gli eritrei di Brak rilasciati dopo 17 giorni di prigionia

MILANO - Finalmente liberi! I 205 eritrei detenuti a Brak dopo la rivolta di Misratah del 29 giugno, sono tornati in liberta'. Una volta tanto Gheddafi e' stato di parola. A mezzanotte di ieri sono stati trasportati nel centro di detenzione di Sebha, dove questa mattina sono stati rilasciati con un documento d'identita' valido in tutta la Libia, della durata di 3 mesi. Li abbiamo raggiunti telefonicamente, in questo momento stanno bene, ma sono ancora a Sebha. E si' perche' anche se liberi, nessun autista finora ha accettato di prenderli a bordo. E chi e' riuscito a convincere i taxisti si e' visto fermare ai posti di blocco fuori citta' ed e' stato fatto tornare indietro. Probabilmente ci vorra' qualche giorno prima che la comunicazione arrivi alle autorita' competenti. Intanto pero' l'OIM, l'UNHCR e il CIR a Tripoli sono stati informati della situazione e speriamo trovino una soluzione a breve.

13 July 2010

Portopalo (Sr): sbarcano 236 eritrei, la maggior parte dispersi sul territorio

SIRACUSA - Qualche notizia in più sullo sbarco dell'11 luglio in Sicilia. Sono arrivati nella notte tra sabato e domenica, nei pressi dell'isola delle correnti, a Portopalo di Capo Passero, Siracusa. A bordo dell'imbarcazione si trovavano 236 persone, la maggior parte eritrei. Quando le autorità sono intervenute però, la maggior parte dei passeggeri si erano dispersi sul territorio. Nella giornata di domenica sono state rintracciate 26 persone, e altre 23 lunedì. Molte sono donne e bambini. Erano in condizioni molto preoccupanti di salute, stremati dopo il lungo viaggio. Hanno raccontato di essere rimasti per un lungo periodo in Libia prima di riuscire a attraversare il mare. Adesso hanno chiesto asilo politico all'Italia, e si trovano nel centro di accoglienza per richiedenti asilo di Salina Grande, a Trapani. Mentre continuano le ricerche degli altri 187 passeggeri. A loro diamo il benvenuto in Italia. Perché con quello che succede in Libia in questi giorni, con gli eritrei deportati nel Sahara dentro i camion container, è sempre più difficile passare la frontiera. E dobbiamo avere il coraggio di dire per fortuna che ce l'hanno fatta. Per fortuna che l'Italia riconoscerà loro la protezione internazionale. E per fortuna che potranno rifarsi una vita, in Italia o in altri paesi europei. Con tutte le difficoltà del caso, perchè non è certo facile, ma di sicuro è meglio che in Libia.

12 July 2010

Espagne: naufrage, cinq morts

AFP

11/07/2010 | Cinq personnes dont deux bébés sont mortes, noyées, dans le naufrage d'une embarcation d'immigrés africains au sud de l'Espagne, a-t-on appris aujourd'hui auprès du service de sauvetage en mer.

10 July 2010

Libia: 2 milioni alla Guardia di Finanza per respingere ancora

Ancora soldi per i respingimenti. L'Italia stanzia 2 milioni di euro per il secondo semestre 2010, ne beneficerà la Guardia di Finanza. Ecco il testo del decreto comparso in Gazzetta il 7 luglio scorso. Vedi grassetto

Gazzetta Ufficiale N. 156 del 7 Luglio 2010

DECRETO-LEGGE 6 luglio 2010 , n. 102


Proroga degli interventi di cooperazione allo sviluppo e a sostegno dei processi di pace, di stabilizzazione e delle missioni internazionali delle Forze armate e di polizia. (10G0125)

08 July 2010

La Libye annonce la régularisation de 400 immigrés érythréens

AFP | 08.07.2010 | 13:36

TRIPOLI, 8 juil 2010 | La Libye a annoncé jeudi qu'elle allait régulariser la situation d'environ 400 "immigrés" érythréens, sur fond de critiques d'ONG de défense des droits de l'Homme sur la situation des migrants et des demandeurs d'asile dans ce pays.

"Les autorités compétentes ont commencé à prendre des mesures pour accueillir et intégrer les immigrés érythréens afin qu'ils ne soient pas exploités et mis en danger par les bandes de trafic d'immigrés", a indiqué le ministère des Affaires étrangères dans un communiqué.

Tripoli s'engage par ailleurs à leur "assurer une vie décente ainsi que l'accès à l'emploi en fonction de leurs capacités professionnelles".

"L'ambassade d'Érythrée en Libye va délivrer des pièces d'identité aux personnes concernées afin de permettre à ceux qui le souhaitent de s'installer en Libye", a ajouté le ministère sans autre détail.

Selon cette source, 400 immigrés érythréens ont été recensés dans les centres de rétention en Libye.

Le chef de la mission de l'Organisation internationale des migrations (OIM), Laurence Hart, a confirmé qu'une solution avait été trouvée auprès des autorités libyennes pour intégrer les immigrés érythréens dans des travaux d'intérêt social, comme ce fut le cas pour les Somaliens.

Transférés en début de mois du centre de rétention de Mustratha (est) à celui de Sabha (sud), "ces immigrés avaient peur d'être rapatriés" dans leur pays, a ajouté M. Hart à l'AFP, précisant que son organisation n'était pas en mesure de déterminer le nombre d'Erythréens se trouvant en Libye.

Selon un communiqué d'Amnesty International publié début juillet sur son site, plus de 200 Erythréens "auraient été frappés et transférés de force" vers Sabha, "où les conditions de vie sont beaucoup plus éprouvantes".

Après la tentative de fuite de 15 migrants, "des soldats et policiers sont entrés dans les cellules et ont commencé à frapper les détenus à coups de bâton et de fouet" avant de les transférer à Sabha, a indiqué Amnesty, précisant qu'au moins 14 personnes auraient été grièvement blessées.

La Libye avait décidé début juin de fermer le bureau du Haut commissariat de l'ONU pour les réfugiés (HCR), dont les activités sont considérées "illégales" par les autorités de Tripoli.

Ce bureau a accordé le statut de réfugié à 8.951 personnes et a enregistré 3.689 autres en tant que demandeurs d'asile. Pour la Libye, il s'agit "d'immigrés (...) qui ne peuvent être considérés en aucun cas comme des réfugiés ou des demandeurs d'asile".

Avec ses 1.770 km de frontières maritimes, la Libye qui partage plus de 4.000 km de frontières avec ses six voisins africains, est un pays de destination et de transit d'immigrés originaires notamment de l'est et du sud de l'Afrique, vers Malte ou Lampedusa (Italie).

07 July 2010

Nouvelle vague de Nigériens rapatriés après leur détention en Libye

(©AFP / 07 juillet 2010 15h34)

NIAMEY - Plus d'une centaine de Nigériens qui étaient détenus en Libye ont été rapatriés mercredi, portant à 240 le nombre de prisonniers transférés à Niamey depuis le début de la semaine, a constaté l'AFP.

"Il y a exactement 129 personnes qui sont arrivées mercredi de Sebha (sud de la Libye)", a indiqué à l'AFP Mahmoud Koloné, consul général du Niger dans cette ville.

Cent onze Nigériens détenus en Libye avaient été rapatriés lundi.

Les détenus qui sont arrivés mercredi en milieu de matinée à bord d'un avion libyen ont été accueillis à l'aéroport de Niamey par les ministres nigériens de l'Intérieur Ousmane Cissé et de la Justice Abdoulaye Djibo.

"Sur les 129 rapatriés, 52 ont déjà fini de purger la totalité de leur peine en Libye et la plupart ont été condamnés pour des délits mineurs", a souligné M. Koloné.

Une troisième vague de rapatriés est attendue dans les prochains jours, a-t-il précisé.

Le consul a affirmé qu'avant le retour mercredi de ces 129 détenus, "217" ressortissants nigériens attendaient d'être rapatriés, soit dix de plus que le nombre évoqué lundi par le gouvernement nigérien.

"D'autres détenus recensés dans des prisons libyennes se sont ajoutés à la liste", a expliqué le diplomate, soulignant que le nombre de rapatriés pourrait encore augmenter.

"Tous ceux qui ont fini de purger leur peine seront immédiatement libérés, les autres seront transférés dans des prisons proches de leur région d'origine", a déclaré le ministre de la Justice.

Selon le ministère de l'Intérieur, un "comité paritaire Niger-Libye" a été mis en place pour traiter les cas des Nigériens détenus et condamnés à mort par la justice libyenne.

L'exécution le 30 mai en Libye de trois ressortissants nigériens pour des "actes criminels" avait soulevé une vive émotion au Niger.

Annonçant le 18 juin un accord sur l'extradition de quelque 300 détenus nigériens, Niamey avait affirmé que Tripoli avait aussi décidé de surseoir aux exécutions de 22 Nigériens condamnés à mort.

Des milliers de Nigériens vivent en Libye, où ils travaillent souvent comme ouvriers sur des chantiers ou comme domestiques.

Greece: migrants deaths in Evros

Ekathimerini

ATHINA, 07 July 2010 - The bodies of another two migrants were found washed up on the shores of the Evros River on the northern border with Turkey yesterday, following the discovery last week of the bodies of another 16 migrants who had tried to swim across the river from Turkey into Greece.

06 July 2010

Mobilitazione nazionale per gli eritrei di Brak

MOBILITAZIONE NAZIONALE
PER LA LIBERAZIONE DEI 250 ERITREI
DEPORTATI NEL DESERTO LIBICO

Portiamo tutti una candela davanti all'ambasciata libica e manifestiamo davanti alle Prefetture
UNA LUCE PER LA DIGNITA'
Libertà e diritto d'asilo per 250 profughi eritrei deportati nel deserto Libico
Fermiamo le violenze della polizia libica contro i migranti
Rivediamo gli accordi Italia - Libia e fermiamo la politica dei respingimenti

05 July 2010

L'Italia ripensi al colonialismo. La lettera di Dagmawi Yimer per gli eritrei

Dagmawi YimerROMA – Studiava giurisprudenza all’università di Addis Abeba, in Etiopia. E fu costretto a fuggire dopo la dura stagione di repressione seguita alle proteste degli studenti. Nell’inverno 2005 ha attraversato il deserto tra Sudan e Libia e dalla Libia ha raggiunto l’Italia via mare. Oggi vive a Roma come rifugiato politico, lavora come regista ed è un nuovo cittadino del nostro paese. Si chiama Dagmawi Yimer, e molti lo ricorderanno per il documentario “Come un uomo sulla terra”, il film che svelò i retroscena dell’accordo Italia-Libia, di cui curò la regia insieme a Andrea Segre e Riccardo Biadene. Avendo vissuto in prima persona l’esperienza delle carceri libiche, gli abbiamo chiesto di commentare i fatti di Brak. Ecco la sua lettera.


«Mi appello al governo italiano e a quello libico, in nome di tutti gli eritrei, i somali e gli etiopi che in questo momento stanno soffrendo in Libia. So benissimo cosa vuol dire essere nelle mani della polizia libica. Uso le ultime parole che mi rimangono, perché anche le parole finiscono quando non avviene nessun cambiamento. Mi sento impotente davanti a questi governi crudeli che non sanno cosa vuol dire essere privati della libertà non per una singola giornata, ma per due, tre o quattro anni…

Io l’ho vissuto sulla mia pelle: i maltrattamenti nelle carceri libiche, gli schiaffi, le bastonate, gli insulti dei poliziotti libici. Anche io sono stato deportato dentro un container, durante un giorno e mezzo di viaggio, verso il carcere di Kufrah, con altre 110 persone, ammucchiati come sardine. Con noi c’erano anche otto donne e un bambino eritreo di quattro anni. Si chiamava Adam. Chissà che fine ha fatto quel bambino, chissà se è riuscito a salvarsi dalla trappola italo libica, chissà se sua mamma non è stata violentata dai poliziotti libici davanti a lui… Se è sopravvissuto, ormai avrà otto anni, e comincerà a capire piano piano che razza di mondo è riservato per lui e tanti altri come lui.

Perché tutta questa violenza, questo odio contro di noi? È vero, è giusto che per garantire il ben essere di uno, l’altro debba soffrire, debba pagare il prezzo?

Veniamo da paesi dove l’Italia non ha ancora fatto i conti con i suoi massacri durante il periodo coloniale e dove ancora oggi, dopo mezzo secolo, usa i libici per combattere gli eritrei, come all’epoca delle colonie usava gli eritrei per combattere i libici. È vero che la libertà di questi miei fratelli minaccia il benessere dei cittadini europei? È vero quindi che un accordo per il gas e il petrolio vale di più delle vite umane e della loro libertà naturale? Perché l’Italia, da paese civile, non ha previsto nell’accordo con la Libia il minimo rispetto dei diritti “inviolabili” degli esseri umani invece di chiudere un occhio e vantarsi di aver bloccato l’emigrazione via mare?

Mi ricorda la stessa ipocrisia con cui Mussolini fece credere al suo popolo che l’Italia avesse stravinto sugli abissini senza dire nulla sui mezzi che avevano portato a quelle vittorie, ovvero tonnellate e tonnellate di gas utilizzate senza pietà per sterminare i civili. Il tono del governo è lo stesso, oggi come allora, ed è la stessa la reazione della gente.

Se ripenso a Adam, il bambino di quattro anni che era con noi sul container, mi chiedo: quale era la sua colpa? Mi ricordo che ogni tanto l’autista del container (Iveco) si fermava per mangiare o per i suoi bisogni, mentre 110 persone urlavano per il caldo infernale del Sahara, per la mancanza d’aria, che a malapena entrava mentre il camion era in movimento. Il piccolo Adam lo tenevamo vicino al buco da dove entrava un po’ d’aria da respirare… mentre chi si trovava in fondo al container si agitava disperatamente, urlava, piangeva. È possibile vedere ancora deportazioni di massa dentro i container?

Quando ci hanno arrestato poi, i libici non ci hanno chiesto perché fossimo in Libia e cosa volessimo. Eravamo semplicemente la preda dei poliziotti, eravamo donne da stuprare e uomini da bastonare. Pochi giorni fa ho incontrato una persona, in una situazione che non voglio descrivere. Questa persona lavora a Tripoli e mi ha detto che tra gli ultimi respinti in mare verso la Libia c’era una ragazza di 22 anni che è stata violentata dai poliziotti libici appena arrestata. Alla fine è riuscita a evadere, corrompendo una guardia, ma ora è incinta e non vuole far nascere un figliastro di cui non conosce nemmeno il padre…

Perché non si reagisce prima che diventi troppo tardi? Perché tutto questa indifferenza verso la sofferenza degli altri, oltretutto provocata dall’Italia stessa? Dov’è la “civiltà” di un paese che finanzia un soggetto terzo per eseguire il lavoro sporco e lavarsene le mani come Pilato? Quando smetterà l’Italia di essere il “mandante” di queste violenze?

Guarda caso poi, dopo la “deportazione” i poliziotti libici ci vendettero per 30 dinari a testa (circa 18 euro) agli intermediari che poi ci riportarono sulla costa.

Anche noi abbiamo dei genitori, che si ricordano sempre di noi, e che piangono assieme pensando alle sofferenze che viviamo, alle botte e agli insulti che prendiamo. Ma anche noi avremo giustizia per tutto quello che stiamo subendo. Oggi paghiamo il prezzo che i vostri governi hanno deciso di pagare per far godere al “popolo” la sicurezza energetica. Ma le lacrime e il sangue versato non saranno dimenticati.

Uso le ultime parole che mi sono rimaste, l’ultima energia dopo due anni di battaglia su questo tema ma spero di poterlo avere ancora. Ho girato l’Italia, partecipando a centinaia di incontri e di proiezioni (di “Come un uomo sulla terra”, ndr.) e ringrazio tutti coloro che mi hanno fatto vedere la loro indignazione e la loro vergogna di essere rappresentati da questi governi ipocriti.

Ma mi chiedo: se io che grido da qui non ho ascolto, figuriamoci i miei fratelli che stanno nella bocca del lupo. Ma continuo a gridare lo stesso e dico: Italia tu che sei civile e potente guarda queste persone e ricordati cosa hai fatto ai loro nonni.»

03 July 2010

"He oído sus voces. Estaban en contenedores bajo el sol del Sahara"

Un ruido me persigue desde hace tres días. Ruedan ruedas, chocan, vibran y chirrían hierros. De fondo se oyen lamentos de personas. Lo soñé también anoche. Es el ruido de las deportaciones. El ejército libio irrumpió en la cárcel de Misratah el 30 de junio al alba, al día siguiente de la revuelta de los eritreos. Muchos estaban durmiendo todavía. Se llevaron así a unas 300 personas, algunos todavía desnudos, otros heridos de las palizas de la víspera. Los encerraron en dos camiones dentro de un contenedor de hierro de esos que se usan en los trenes mercancías y en los cargueros. Cuando conseguí ponerme en contacto con ellos el 30 de junio por la tarde estaban aún dentro de los contenedores. El camión iba rápido por la carretera y en cada bache la chapa del contenedor chocaba contra el remolque. A. no hablaba inglés, pero cuando oyó la palabra "Italy" pasó el móvil a otras personas balbuceando algo en lengua tigriña. En la oscuridad del contenedor, en ese horno que debe ser ese cajón de hierro bajo el sol del Sáhara, repleto con 150 personas una encima de otra, de mano en mano, el teléfono llegó a manos de D. Era el único teléfono que habían conseguido salvar de los registros. El último hilo con el mundo exterior. D. hablaba en inglés. "Hay mujeres y niños desmayados aquí en medio. No hay aire".

Aggiornamento da Brak: espulsione di massa entro una settimana?

Mussie Zerai, presidente dell'associazione Habeshia, a Roma, é riuscito oggi 3 luglio a contattare di nuovo i 250 eritrei deportati a Brak, nel sahara libico, a sud di Sebha. Ecco la sua testimonianza.

Eritrei: l'interrogazione a Frattini di Touadi

Interrogazione ON. J.L.TUADì 2 luglio 2010

Atto Camera

Interrogazione a risposta scritta

presentata da

JEAN LEONARD TOUADI TOUADI

- Al Ministro degli esteri

- Per sapere

- premesso che:

- il sito di informazione "Fortress Europe - L'Osservatorio sulle vittime dell'emigrazione", in data 30 giugno 2010 riportava la notizia secondo la quale non si hanno più informazioni circa la sorte di circa 300 eritrei detenuti in Libia, parte dei quali già precedentemente respinti in mare da Lampedusa.

Ho sentito quelle voci. Nel container sotto il sole del Sahara

PERUGIA – Da tre giorni un rumore mi perseguita. È un rullare di ruote e uno sbattere, vibrare e cigolare di ferri. Con uno sfondo sonoro di lamentazioni di uomini. L'ho sognato anche stanotte. È il rumore delle deportazioni. L'esercito libico ha fatto irruzione nel carcere di Misratah all'alba del 30 giugno, il giorno dopo la rivolta degli eritrei. Molti stavano ancora dormendo. Li hanno portati via così, 300 persone circa, alcuni ancora nudi, altri feriti dai pestaggi del giorno prima. E li hanno rinchiusi dentro due camion, dentro un container di ferro, di quelli che si usano sui treni merci e sulle navi cargo. Quando, il pomeriggio del 30 giugno, sono riuscito a contattarli al telefono, erano ancora dentro il container.

01 July 2010

Rivolta a Misratah. Scrivete ai parlamentari!

E adesso per piacere incominciamo a chiamare in causa i parlamentari, quei pochi che negli ultimi mesi e anni hanno fatto qualcosa sulla questione. RIEMPITEGLI LA CASELLA POSTALE DI EMAIL per piacere, chiedendogli di fare un'interrogazione parlamentare e di farsi sentire! L'Italia non può continuare a respingere gente al macello in Libia

PARLAMENTO EUROPEO
SONIA ALFANO info@soniaalfano.it
RITA BORSELLINO info@ritaborsellino.it


PARLAMENTO ITALIANO
JEAN LEONARD TOUADI touadi_j@camera.it
RITA BERNARDINI bernardini_r@camera.it

Libia: un aggiornamento dal carcere di Brak. Gravi gli eritrei feriti negli scontri

PERUGIA - Arriva un aggiornamento sulla situazione degli eritrei deportati ieri dal carcere libico di Misratah a quello di Brak, a 75 km da Sebha, dopo i violenti scontri con la polizia libica seguiti alla rivolta contro le procedure di identificazione per il rimpatrio. Tra i deportati, lo ricordiamo, ci sono anche eritrei respinti dall'Italia al largo di Lampedusa nel corso del 2009 e 2010. La buona notizia è che non sono ancora stati espulsi. La cattiva è che sono in pessime condizioni. A riuscire a contattare un testimone dei fatti, di cui tuteliamo l'anonimato totale per evidenti ragioni di sicurezza, è stata l'associazione eritrea Agenzia Habeshia, di Roma. Secondo la testimonianza raccolta, in ogni cella sono state confinate 90 persone circa. Il sovraffollamento è tale che hanno passato la prima notte a Brak seduti perché non c'è spazio per allargare le gambe, c'è poca acqua e pochissimo cibo che non basta nemmeno alla metà dei detenuti. Inoltre continuano le spedizioni punitive degli agenti libici. Ogni due ore le guardie entrano nelle stanze e picchiano senza nessuno motivo i reclusi. Cinque eritrei feriti negli scontri sarebbero in gravi condizioni. I deportati, secondo questa fonte, sarebbero 250 circa e non 300 come stimato in un primo momento da uno dei detenuti raggiunti ieri per telefono da Fortress Europe. E alle violenze si aggiungono le umiliazioni. Metà dei deportati sono nudi, perchè sono stati prelevati con la forza durante il sonno, nella notte tra il 29 e il 30 giugno, quando l'esercito libico ha fatto irruzione nel campo di Misratah per svuotarlo dopo la rivolta del 29.

16 migrants drown trying to reach Greece from Turkey

HURRIET
Wednesday, June 30, 2010

THESSALONIKI, Greece - Daily News with wires
Greek police have found the bodies of 16 migrants believed to have drowned in a river that flows along the Turkey-Greek border as they tried to enter the country, a police source said Wednesday.

L'Italia finanzia e la Libia deporta gli eritrei di Misurata

di Fulvio Vassallo Paleologo

PALERMO - La politica dei respingimenti collettivi, praticata dal governo italiano contro tutte le Convenzioni internazionali ha sigillato nei centri di detenzione libici migliaia di persone che avrebbero diritto di entrare in Europa e di ottenere asilo. Dopo la celebrazione dei “successi storici” conseguiti da Frattini e da Maroni nella “guerra all`immigrazione illegale”, con la chiusura quasi completa della rotta dalla Libia a Lampedusa, ancora una volta la tragica realtà dei fatti inchioda alle loro responsabilità quanti hanno anteposto ragioni di natura economica e vantaggi elettorali al rispetto dei diritti umani e della stessa vita dei migranti.