22 February 2009

Donne invisibili: rapporto sull'emigrazione femminile in Marocco

CAIRO, 22 febbraio 2009 - Women's Link Worldwide presenta i risultati del progetto "I diritti delle donne migranti: una realta' invisibile" basato su 138 interviste a donne emigranti di origine sub-sahariana, effettuate tra il Marocco e la Spagna. Un documento fondamentale per un approccio di genere alle tematiche migratorie. Ne emerge un preoccupante panorama sulla vulnerabilita' dei diritti umani, inclusa la sfera sessuale e riproduttiva, senza parlare delle molteplici forme di violenza a cui sono sottoposte le donne nei loro percorsi migratori. Invitiamo tutti voi a scaricare il rapporto. Per ora lo trovate soltanto in spagnolo. Ecco il link:

19 February 2009

Brucia Lampedusa. Rivolte anche a Malta. No ai rimpatri

CAIRO, 19 febbraio 2009 - Iniziano i trasferimenti dal Cie di Lampedusa. Ieri la rivolta degli 800 cittadini tunisini detenuti da dicembre nel Centro di identificazione e espulsione dell'isola, che hanno dato alle fiamme la struttura per protestare contro l'imminente deportazione di 107 persone. Nella notte, 180 persone sono state trasferite nei Cie di Cagliari e Torino. E un terzo aereo è volato a Crotone, in Calabria. Sono una cinquantina le persone rimaste ferite nell'incendio, alcuni intossicati e altri contusi.

La rivolta è finita anche sulla stampa tunisina filo governativa. «Rivolta di immigrati a Lampedusa», titolano i quotidiani francofoni tunisini Le Temps (con foto di immigrati fronteggiati da agenti di polizia) e Le Quotidien. Molto critiche invece le posizioni espresse dalla Federazione tunisina per una cittadinanza delle due rive (FTCR) che definisce "esplosiva" la situazione sull'isola, e chiede una missione di osservatori internazionali nel centro. Anche il Tavolo Asilo e l'Acnur hanno espresso preoccupazione per quanto sta accadendo sull'isola.

Intanto la Procura di Agrigento ha aperto un'inchiesta sull'incendio. Sono già una ventina i tunisini identificati, per i quali potrebbe scattare l'arresto nelle prossime ore. I fermi si basano sulle registrazioni dell'impianto di videosorveglianza della struttura, che mostrano immagini della sommossa, con lanci di oggetti contro i poliziotti e i carabinieri, il tentativo di sfondare il cancello del centro di detenzione, l'incendio che poi ha distrutto interamente un edificio e danneggiato seriamente gli altri, e la carica della polizia.

Qualcosa di simile intanto sta accadendo anche sull'isola di Malta. Protagonisti ancora un gruppo di cittadini tunisini detenuti nei centri di Safi e Hal Far. Una settantina di persone, che però, stando al Times of Malta, starebbero chiedendo di essere rimpatriati piuttosto che rimanere detenuti in quelle condizioni. Il che però è da verificare... Poliziotti e militari in assetto anti sommossa stanno fronteggiando due rivolte. Le due strutture sono state date alle fiamme. Le proteste sarebbero scoppiate dopo che nei due centri di detenzione si è diffusa la notizia degli scontri avvenuti ieri a Lampedusa.

Purtroppo non riuscirò a seguire la cronaca delle rivolte, perché mi trovo all'estero in un lungo viaggio di cui leggerete nei prossimi reportage. Me ne scuso. Per ogni aggiornamento vi rimando a Melting Pot.

16 February 2009

Libia:liberato l'avvocato Jumaa Attiga

MILANO, 16 febbraio 2009 - E' stato liberato ieri l'avvocato libico Jumaa Attiga, difensore dei diritti umani, arrestato a Tripoli lo scorso 31 gennaio 2009. Fortress Europe esprime il proprio ringraziamento a quanti hanno dimostrato solidarietà. Per sapere di più sulla storia di Attiga leggete questo post

10 February 2009

Libia: arrestato l'avvocato Attiga. Lo avevamo intervistato

TRIPOLI, 10 febbraio 2009 – Hanno arrestato Jumaa Attiga. L’avvocato libico che avevamo intervistato durante il mio viaggio in Libia nel novembre scorso e di cui avevo pubblicato alcune dichiarazioni nell’ultimo reportage sulla Libia. Fortress Europe esprime profonda preoccupazioni per le sorti di una delle personalità più attive della società civile libica, da anni impegnato in una campagna contro la tortura nelle carceri di Gheddafi e per la promozione dei diritti umani. Chiediamo a Amnesty International di seguire il caso.

Attiga lasciò la Libia alla fine degli anni Settanta, durante la persecuzione degli oppositori del regime. Quando il colonnello Gheddafi invitò gli esuli a rientrare in patria senza temere arresti, Attiga fu uno dei primi a farlo. Era il 1988. Tre anni dopo, nel 1991, finì in carcere con l’accusa di aver partecipato all’uccisione dell’ambasciatore libico a Roma nel 1984. Dopo pochi mesi tuttavia, il tribunale lo assolse da ogni accusa. Ciononostante Attiga rimase sette anni in carcere, fin quando Gheddafi non decise di rimetterlo in libertà. Fu allora che Attiga venne chiamato dal figlio di Gheddafi, Saif el Islam, a presiedere la Organizzazione dei diritti umani della Fondazione Gheddafi. Iniziarono così otto anni di campagne per la liberazione dei prigionieri politici e per la libertà di espressione. Otto anni in cui Attiga non ha esitato a comparire in televisione e in eventi pubblici parlando della situazione dei diritti umani in Libia. Fino all’arresto. Il secondo. Lo scorso 31 gennaio 2009. Con la stessa accusa. L’omicidio dell’ambasciatore libico a Roma. Un caso che si riapre a 25 anni di distanza dai fatti e a 18 anni dalla sentenza che lo aveva dichiarato innocente. Un caso che inizia nel peggiore dei modi. Su Attiga infatti pende un ordine di custodia cautelare di 45 giorni, quando il limite massimo ammesso dal codice libico è di sei giorni!

Attiga ha scritto anche recentemente molti articoli critici sulla situazione dei diritti umani in Libia. Il suo arresto è una lotta tra la Libia di ieri e quella di domani. Tra la vecchia guardia della rivoluzione e le nuove forze per il cambiamento democratico. Lo stesso figlio di Gheddafi, Saif al Islam sull’arresto di Attiga ha dichiarato: "È incredibile, è ridicolo, è inaccettabile". Insomma un modo per mettere a tacere una delle voci libere della Libia di oggi.

Attiga ha 60 anni e soffre di diabete. La sua salute potrebbe essere messa a dura prova da questa detenzione, anche se le autorità hanno assicurato che è in buone condizione e che al momento non è stato torturato.

Per maggiori informazioni, seguite il gruppo su Facebook Free Dr. Attiga

Dall'Unione europea 20 milioni alla Libia contro l'immigrazione

TRIPOLI, 10 febbraio 2009 - Un assegno da 20 milioni di euro. Per combattere l'immigrazione africana. A tutti i costi. A pagare è l'Unione europea. E a fare il lavoro sporco sarà al solito la polizia libica. L'annuncio viene dal Commissario Ue per le relazioni esterne Benita Ferrero Waldner ieri in visita a Tripoli. Rimangono inascoltate le nostre critiche e quelle degli stessi rifugiati intervistati nel documentario "Come un uomo sulla terra". L'Europa civile conferma così la sua criminale ipocrisia. Pur di combattere l'invasione che non c'è - lo dicono i numeri: 67.000 arrivi in tutto il Mediterraneo nel 2008 - i nostri governi sono disposti a collaborare con la polizia di un regime come quello di Gheddafi. E a finanziare campi di detenzione come quello di Kufrah, nel deserto del Sahara, dove la tortura è la regola. E a rimpatriare i rifugiati politici del Corno d'Africa, che rappresentano una buona metà di coloro che attraversano il Canale di Sicilia. Per chi ancora ha dei dubbi su ciò che succede in Libia, consigliamo per l'ennesima volta i nostri reportage, le gallerie fotografiche e i nostri rapporti:

Guantanamo Libia. I nuovi gendarmi dell'Italia
Pattuglie nel deserto libicoLa porta di ferro è chiusa a doppia mandata. Dalla piccola feritoia si affacciano i volti di due ragazzi africani e un di egiziano. L’odore acre che esce dalla cella mi brucia le narici. Chiedo ai tre di spostarsi. La vista si apre su due stanze di tre metri per quattro. Vedo 30 persone. Sul muro hanno scritto Guantanamo


Frontiera Sahara. I campi di detenzione nel deserto libico
Stipati come animali, dentro container di ferro. Così gli immigrati arrestati in Libia vengono smistati nei centri di detenzione, in attesa di essere deportati. Siamo i primi giornalisti a vederli. Le condizioni dei centri sono inumane. I funzionari italiani e europei lo sanno bene. Ma se ne guardano bene dal fare ogni critica, alla vigilia dell'avvio dei pattugliamenti congiunti


Reportage dalla Libia: siamo entrati a Misratah
Vista del cortile del campo di Misratah
Di notte, quando cessano il vociare dei prigionieri e gli strilli della polizia, dal cortile del carcere si sente il rumore del mare. Sono le onde del Mediterraneo, che schiumano sulla spiaggia, a un centinaio di metri dal muro di cinta del campo di detenzione. Siamo a Misratah, 210 km a est di Tripoli, in Libia. E i detenuti sono 600 richiedenti asilo politico eritrei, arrestati al largo di Lampedusa o nei quartieri degli immigrati a Tripoli. Vittime collaterali della cooperazione italo libica contro l’immigrazione

La Libia cerca immigrati in Asia, mentre l’Oim pensa ai rimpatri


09 February 2009

Capitan vergogna: uccise migrante in mare, chiesto l'ergastolo

Disegno di Stefania Infante
MODICA, 9 febbraio 2009 - Quando Mohamed Ahmed Abdissalam telefonò al fratello, a Tripoli, gli rispose il coinquilino Garane Alì. “Sanwà è partito la settimana scorsa”, gli disse. Mohamed rimase in silenzio. Dagli Stati Uniti, dove viveva, chiamava ogni due settimane Sanwà. Lo avevano aiutato con i soldi a partire da Gaalkacyo, in Somalia, e a attraversare il deserto per arrivare in Libia. Se era a Lampedusa perchè non lo aveva ancora avvisato? “È morto”, aggiunse dopo un attimo di silenzio Garane. Lo aveva saputo da una donna somala che aveva chiamato in Libia qualche giorno prima, dall’Italia. Mohamed non chiese altro. Riagganciò e corse a comprare un biglietto per Roma, sicuro che avrebbe ritrovato il fratello.

Sanwà partì dalle coste libiche la notte tra il 6 e il 7 gennaio del 2008. Su un gommone. Erano circa 60 persone, somali e nigeriani. Le donne stavano al centro dell’imbarcazione per ripararsi dagli spruzzi del mare. Quella stessa mattina, mentre il gommone usciva dalle acque territoriali libiche diretto a nord, il peschereccio pugliese Enza D levava l’ancora dal porto di Siracusa per andare a pescare a sud di Lampedusa. Alla terza notte di navigazione, sul gommone erano rimasti senza gasolio. Con il poco carburante rimasto, si avvicinarono a un peschereccio, per chiedere aiuto. Quel peschereccio era l’Enza D, che poco distante, alle prime luci dell’alba, stava salpando le reti. Giunto sottobordo, il gommone spense il motore, e i passeggeri iniziarono a chiedere aiuto, in inglese. Ripetevano “diesel” agitando in aria la tanica vuota.

A un tratto uno di loro si alzò in piedi e si aggrappò al bordo dell’imbarcazione, con le poche forze rimaste. Uno dei marinai corse a aiutarlo. Lo teneva stretto per il giubbotto, con entrambe le mani, finché non riuscì a issarlo a bordo. Intanto il comandante aveva acceso i motori e si stava allontanando dal gommone prima che ne salissero altri. L’uomo a bordo era Sanwà. Giaceva a terra implorando aiuto con un filo di voce, mentre il comandante Ruggiero Marino correva avanti e indietro dalla cabina alla poppa. Continuava a gridare ai suoi uomini: “Qua passiamo tutti dei guai!”. Pochi minuti dopo i marinai udirono il tonfo in acqua. Qualche disperata bracciata e Sanwà scompariva per sempre, trascinato a fondo dal peso dei vestiti ammollati. I marinai non volevano credere a quello che avevano appena visto. Alcuni scoppiarono a piangere come dei bambini, altri andarono a nascondersi in coperta. Nessuno di loro era stato in grado di fermare il capitano. Ruggiero si rifece vivo soltanto dopo un paio d’ore. Bisognava calare le reti. La pesca riprendeva.

È passato un anno da allora, e gli avvocati di Ruggiero hanno chiesto il rito abbreviato. Tutte le testimonianze sono contro di lui. Quelle dei profughi e quelle dei marinai. L’accusa è di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà, e di omissione di soccorso. Il processo si è aperto il 6 febbraio 2009 al Tribunale di Agrigento. Il pubblico ministero ha chiesto l’ergastolo. Ruggiero non ha mai ammesso di aver ucciso Sanwà. Ha detto però che temeva “rogne”. Che con un “clandestino” a bordo, gli avrebbero sequestrato il peschereccio e avrebbe perso tre o quattro giornate di lavoro. Basterà una sentenza a dare pace al signor Mohamed Ahmed Abdissalam, partito dagli Usa per riabbracciare il fratello e finito a testimoniare al processo per il suo omicidio?

Il primo grado di giudizio si è concluso con la condanna
di Ruggiero Marino a 12 anni di carcere per omicidio volontario

07 February 2009

Lampedusa: tentano il suicido per evitare il rimpatrio

MODICA, 7 febbraio 2009 - Hanno ingoiato lamette da barba e bulloni di ferro. Un gesto estremo di protesta. L'ultimo e forse l'unico rimedio per evitare la deportazione. E' successo la notte scorsa a Lampedusa. I protagonisti sono una decina di tunisini. Uno è stato ricoverato d'urgenza all'ospedale di Palermo, per le profonde ferite alla trachea. Il centro di prima accoglienza e soccorso dell'isola è stato trasformato con un decreto in centro di identificazione e espulsione. Vi sono detenuti oltre mille tunisini. Molti da prima di Natale. In condizioni igieniche pessime. Da dicembre, 343 minori non accompagnati e 377 richiedenti asilo sono stati trasferiti in altre strutture in Italia. Per tutti gli altri Maroni ha promesso il rimpatrio. Un gruppo di 150 tra egiziani e nigeriani sono stati rimpatriati direttamente dall'isola. E la settimana scorsa 120 persone sono state trasferite al centro di identificazione e espulsione di Roma, per uno scalo tecnico prima del rimpatrio in Tunisia, come concordato dal ministro Maroni con il suo omologo tunisino Kacem. Ad accoglierli ci sarà il regime di Ben Ali, un regime che - tanto per capire con chi l'Italia collabora - lo scorso 4 febbraio 2009 ha confermato in appello le condanne a dieci anni di carcere ai sindacalisti che nel 2008 promossero il movimento sociale di Redeyef, nei bacini minerari di fosfato, e ai giornalisti tunisini che raccontarono quelle proteste che, lo ricordiamo, causarono la morte di 2 persone sotto il fuoco della polizia.

02 February 2009

Guantanamo Libya. The new Italian border police

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Centro di detenzione di ZlitanTRIPOLI - The iron door is closed. From the small loophole I see the faces of two Sub -Saharan Africans and of an Egyptian. I can't stand the acrid smell coming from the holding cells. I ask them to move. Now I can see the whole room, three meters per eight. There are about thirty people inside. Piled one over the other. There are no beds, people sleep on the ground on a few dirty foam mattresses. Behind, on the walls, somebody has written Guantanamo. But we are not in the U.S. base. We are in Zlitan, in Libya. And the detainees are not suspected terrorists, but immigrants arrested south of Lampedusa.

Guantanamo Libia. Il nuovo gendarme delle frontiere italiane

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Centro di detenzione di ZlitanTRIPOLI – La porta di ferro è chiusa a doppia mandata. Dalla piccola feritoia si affacciano i volti di due ragazzi africani e un di egiziano. L’odore acre che esce dalla cella mi brucia le narici. Chiedo ai tre di spostarsi. La vista si apre su due stanze di tre metri per quattro. Incrocio gli sguardi di una trentina di persone. Ammassati uno sull’altro. A terra vedo degli stuoini e qualche lercio materassino in gommapiuma. Sui muri qualcuno ha scritto Guantanamo. Ma non siamo nella base americana. Siamo a Zlitan, in Libia. E i detenuti non sono presunti terroristi, ma immigrati arrestati a sud di Lampedusa e lasciati marcire in carceri fatiscenti finanziate in parte dall’Italia e dall’Unione europea.

Centro di detenzione di ZlitanI prigionieri si accalcano contro la porta della cella. Non ricevono visite da mesi. Alcuni alzano la voce: “Aiutateci!”. Un ragazzo allunga la mano oltre quelli della prima fila e mi porge un pezzettino di cartone. C’è scritto sopra un numero di telefono, a penna. Il prefisso è quello del Gambia. Lo metto in tasca prima che la polizia se ne accorga. Il ragazzo si chiama Outhman. Mi chiede di dire a sua madre che è ancora vivo. È in carcere da cinque mesi. Fabrice invece non esce da questa cella da nove mesi. Entrambi sono stati arrestati durante le retate nei quartieri degli immigrati a Tripoli. Da anni la polizia libica è impegnata in simili operazioni. Da quando nel 2003 l’Italia siglò con Gheddafi un accordo di collaborazione per il contrasto dell’immigrazione, e spedì oltremare motovedette, fuoristrada e sacchi da morto, insieme ai soldi necessari a pagare voli di rimpatrio e tre campi di detenzione. Da allora decine di migliaia di immigrati e rifugiati ogni anno sono arrestati dalla polizia libica e detenuti nei circa 20 centri fatiscenti sparsi per il paese, in attesa del rimpatrio. Insieme a un collega tedesco, siamo i primi giornalisti autorizzati a visitare questi centri.

Centro di detenzione di Zlitan“La gente soffre! Il cibo è pessimo, l’acqua è sporca. Ci sono donne malate e altre incinte”. Gift ha 29 anni. Viene dalla Nigeria. Indossa ancora il vestito che aveva quando l’arrestarono tre mesi fa, ormai ridotto a uno straccio sporco e consumato. Stava passeggiando con il marito. Non avevano documenti e furono arrestati. Non lo vede da allora, lui nel frattempo è stato rimpatriato. Dice di avere lasciato i due figli a Tripoli. Di loro non ha più notizie. Viveva in Libia da tre anni. Lavorava come parrucchiera e non aveva nessuna intenzione di attraversare il Canale di Sicilia. Come molti degli immigrati detenuti dai nuovi gendarmi della frontiera italiana.

Il direttore del campo di Zliten, Ahmed SalimAll’Europa invece aveva pensato Y.. C’aveva pensato e come. Disertore dell’esercito eritreo, per chiedere asilo politico, si era imbarcato due mesi fa per Lampedusa. Ma è stato fermato in mare. Dai libici. Da quel giorno è rinchiuso a Zlitan. Anche lui senza nessuna convalida dello stato d’arresto. Prima di farlo entrare nello studio del direttore, un poliziotto gli sussurra qualcosa all’orecchio. Lui fa cenno di sì col capo. Quando gli chiediamo delle condizioni del centro, risponde “Everything is good”. Va tutto bene. È spaventato a morte. Sa che ogni risposta sbagliata gli può costare un pestaggio. Il direttore del campo, Ahmed Salim, sorride compiaciuto delle risposte e ci assicura che non sarà deportato. Nel giro di qualche settimana sarà trasferito al centro di detenzione di Misratah, 210 km a est di Tripoli, dove sono concentrati i prigionieri di nazionalità eritrea.

Mezzi di pattugliamento al centro di ZuwarahNella provincia esistono altri tre centri di detenzione per stranieri, a Khums, Garabulli e Bin Ulid. Ma sono strutture più piccole e i detenuti vengono poi tradotti nel campo di Zlitan, che può rinchiudere fino a 325 persone, in attesa del loro rimpatrio. Ma quanti sono i centri di detenzione in tutta la Libia? Sulla base delle testimonianze raccolte in questi anni, ne abbiamo contati 28, perlopiù concentrati sulla costa. Ne esistono di tre tipi. Ci sono dei veri e propri centri di raccolta, come quelli di Sebha, Zlitan, Zawiyah, Kufrah e Misratah, dove vengono concentrati i migranti e i rifugiati arrestati durante le retate o alla frontiera. Poi ci sono strutture più piccole, come quelle di Qatrun, Brak, Shati, Ghat, Khums… dove gli stranieri sono detenuti per un breve periodo prima di essere inviati nei centri di raccolta. E poi ci sono le prigioni: Jadida, Fellah, Twaisha, Ain Zarah… Prigioni comuni, nelle quali intere sezioni sono dedicate alla detenzione degli stranieri senza documenti. Anche nelle prigioni, le condizioni di detenzione sono pessime. Scabbia, parassiti e infezioni sono il minimo che ci si possa prendere. Molte donne sono colpite da infezioni vaginali. E non mancano i decessi, dovuti perlopiù all’assenza di assistenza sanitaria o a ricoveri ospedalieri troppo tardivi. Il nome più ricorrente nei racconti dei migranti è quello del carcere di Fellah, a Tripoli, che però è stato recentemente demolito per far spazio a un grande cantiere edilizio, in linea con il restyling di tutta la città. La sua funzione è stata sostituita dal Twaisha, un’altra prigione vicino all’aeroporto.

La chiesa di San Francesco, a TripoliKoubros è riuscito a scappare da Twaisha poche settimane fa. È un rifugiato eritreo di 27 anni. Viveva in Sudan, ma dopo che un amico eritreo è stato rimpatriato da Khartoum, non si è più sentito al sicuro e ha pensato all’Europa. Da Twaisha è uscito sulle stampelle. Non poteva pagare la cifra che gli aveva chiesto un poliziotto ubriaco. Allora l’hanno portato fuori dalla cella e preso a manganellate. È uscito grazie a una colletta tra i prigionieri eritrei. Per corrompere una delle guardie carcerarie sono bastati 300 dollari. Lo incontro davanti alla chiesa di San Francesco, a Tripoli. Come ogni venerdì, una cinquantina di migranti africani aspetta l’apertura dello sportello sociale della Caritas. Tadrous è uno di loro. È stato rilasciato lo scorso sei ottobre dal carcere di Surman. È uno dei pochi ad essere stato giudicato da una corte. La sua storia mi interessa. Era il giugno del 2008. Si erano imbarcati da Zuwarah, in 90. Ma dopo poche ore decisero di invertire la rotta, perché il mare era in tempesta. E tornarono indietro. Appena toccata terra furono arrestati e portati nella prigione di Surman. Il giudice li condannò a 5 mesi di carcere per emigrazione illegale. Finiti i quali è stato rilasciato. Gli chiedo se gli fu dato un avvocato d’ufficio. Sorride scuotendo la testa. La risposta è negativa.

Niente di strano, sostiene l’avvocato Abdussalam Edgaimish. La legge libica non prevede il gratuito patrocinio per reati passibili di pene inferiori a tre anni. Edgaimish è il direttore dell’ordine degli avvocati di Tripoli. Ci riceve nel suo studio in via primo settembre. Ci spiega che tutte le pratiche di arresto e detenzione sono svolte come procedure amministrative, senza nessuna convalida del giudice. Senza nessuna base legale dunque, ma solo sull’onda dell’emergenza. Anche in Libia una persona non potrebbe essere privata della libertà senza un mandato d’arresto. Ma questa è la teoria. La pratica invece è quella delle retate casa per casa nei sobborghi di Tripoli.

Pattuglie a Zuwarah“I migranti sono vittime di una cospirazione tra le due rive del Mediterraneo. L’Europa vede soltanto un problema di sicurezza, nessuno vuole parlare dei loro diritti”. Anche Jumaa Atigha è un avvocato di Tripoli. Nella parete del suo ufficio è appesa una Laurea in Diritto penale dell’Università La Sapienza, di Roma, conferita nel 1983. Dal 1999 ha presieduto l’Organizzazione per i diritti umani della Fondazione guidata dal primogenito di Gheddafi, Saif al Islam. Lo scorso anno si è dimesso. Dal 2003 ha condotto una campagna che ha portato alla liberazione di 1.000 prigionieri politici. Ci descrive un paese in rapido cambiamento, ma ancora lontano da una situazione ideale sul fronte delle libertà individuali e politiche. In Libia non c’è nessuna legge sull’asilo, ci conferma, ma in compenso una commissione si sta occupando di scrivere un nuova legge sull’immigrazione.

Atigha conosce personalmente le condizioni di detenzione in Libia. Dal 1991 al 1998 è stato incarcerato, senza processo, come prigioniero politico. Ci dice che la tortura è comunemente praticata dalla polizia libica. “Dal 2003 abbiamo fatto una campagna contro la tortura nelle carceri. Abbiamo organizzato conferenze, visitato le prigioni, fatto dei corsi agli ufficiali di polizia. La mancanza di consapevolezza fa sì che la polizia pratichi la tortura pensando così di servire la giustizia”.

Mustafa O. Attir la pensa allo stesso modo. Insegna sociologia all’Università El Fatah di Tripoli. “Non è un problema di razzismo. I libici sono gentili con gli stranieri. È un problema di polizia”. Attir sa quello che dice. È entrato nelle carceri libiche come ricercatore nel 1972, nel 1984 e nel 1986. Gli agenti di polizia non hanno istruzione - sostiene -, e sono educati al concetto di punizione.

Parrucchiere ghanese a TripoliLe sue parole mi fanno ripensare ai parrucchieri ghanesi nella medina, ai sarti chadiani, ai negozianti sudanesi, ai camerieri egiziani, alle donne delle pulizie marocchine e agli spazzini africani che armati di scope di bambù ogni notte ripuliscono le vie dei mercati della capitale. Mentre gli eritrei si nascondono nei sobborghi di Gurji e Krimia, migliaia di immigrati africani vivono e lavorano, in condizioni di sfruttamento, ma con relativa tranquillità. Sicuramente per sudanesi e chadiani è tutto più facile. Parlano arabo e sono musulmani. La loro presenza in Libia è decennale e quindi tollerata. Lo stesso per egiziani e marocchini. Al contrario eritrei ed etiopi sono qui esclusivamente per il passaggio in Europa. Spesso non parlano arabo. Spesso sono cristiani. E i loro nonni combattevano contro i libici a fianco delle truppe coloniali italiane. E poi si sa che hanno spesso in tasca i soldi per la traversata. Per cui diventano facile mira di piccoli delinquenti e poliziotti corrotti. Per i nigeriani, e più in generale i sub-sahariani anglofoni, è ancora diverso. Che siano diretti in Europa oppure no, il loro destino in Libia si scontra sistematicamente contro il pregiudizio che si è venuto a creare contro i nigeriani, sulla scia di qualche fatto di cronaca nera. Sono accusati di portare droga, alcol e prostituzione, di essere autori di rapine e omicidi, e di diffondere il virus dell’Hiv.

Università el Fateh, TripoliIl professor Attir, nel 2007, ha organizzato tre seminari sul tema dell’immigrazione nei paesi arabi. In Libia è uno dei massimi esperti. Ed è pronto a smentire la cifre che circolano in Europa. “Due milioni di immigrati in Libia pronti a partire per l’Italia? Non è vero”. In realtà non esistono statistiche di nessun tipo. Ma solo stime. Che però – secondo Attir – non sono attendibili. Basta dare un occhio in giro. La popolazione libica è di cinque milioni e mezzo di persone. Gli stranieri non possono ragionevolmente essere più di un milione, compresi gli immigrati arabi egiziani, tunisini, algerini e marocchini. La maggior parte di loro non ha mai pensato all’Europa. E la Libia ha bisogno di loro, perché è un paese sottopopolato e perché i libici non vogliono più fare lavori pesanti e mal retribuiti. Attir è consapevole delle pressioni che l’Europa sta facendo sulla Libia perché sigilli le sue frontiere. Ma sa che “non c’è modo per farlo”.

Pattuglie a ZuwarahLa Libia ha circa 1.800 km di costa, in buona parte disabitati. Il colonnello Khaled Musa, capo delle pattuglie anti immigrazione a Zuwarah, non sa che farsene delle sei motovedette promesse dall’Italia. Potrebbero servire a pattugliare meglio il tratto di mare tra la frontiera tunisina, Ras Jdayr, e Sabratah, ammette. Ma sono solo 100 km. Il 6% della costa libica. E le partenze si sono già spostate sul litorale a est di Tripoli, tra Khums e Zlitan, a più di 200 km da Zuwarah. Il dipartimento anti immigrazione di Zuwarah è nato nel 2005. Il numero di migranti arrestati è sceso da 5.963 nel 2005 a soli 1.132 nel 2007. Per il capo del dipartimento investigazioni, Sala el Ahrali, i dati indicano il successo delle misure repressive. Molti degli organizzatori dei viaggi sono stati arrestati, questo sarebbe il motivo per cui le partenze si sono ridotte. E la costa è più controllata. Ogni dieci chilometri è installata una tenda, in mezzo alla spiaggia. Serve da appoggio ai fuoristrada della polizia, che da due anni pattugliano la litoranea, appoggiati da quattro motovedette della marina. Il tratto di costa attualmente pattugliato è di una cinquantina di chilometri. Parte da Farwah, a una decina di chilometri dalla frontiera tunisina, e finisce 15 km a est di Zuwarah, a Mellitah, nei pressi dell’imponente impianto di trattamento del gas di proprietà dell’Eni e della libica National Oil Company.

Jehad Nga for The New York TimesE proprio da Mellitah parte il Greenstream, il gasdotto sottomarino più lungo del Mediterraneo. Collega la Libia a Gela, in Sicilia. Ironia della sorte, corre lungo la stessa rotta che porta i migranti a Lampedusa. Come dire che mentre sulla superficie del mare l’Europa dispiega le sue forze militari per bloccare il transito degli esseri umani, otto miliardi di metri cubi di gas ogni anno scorrono silenziosi nei 520 km di condotta posata sui fondali di quello stesso mare, in mezzo alle ossa delle migliaia di uomini e donne morti nella traversata del Canale di Sicilia. Un’immagine che sintetizza perfettamente le relazioni degli ultimi cinque anni tra Roma e Tripoli, condotte all’insegna dello slogan “più petrolio e meno immigrati”.

PER APPROFONDIMENTI
Frontiera Sahara. I campi di detenzione nel deserto libico, Fortress Europe
Reportage dalla Libia: siamo entrati a Misratah, Fortress Europe
Mappa dei centri di detenzione in Libia, Fortress Europe
Rapporto Fuga da Tripoli, Fortress Europe, 2007
Rapporto Stemming the Flow, Human Rights Watch, 2006

(03/02/2009)

ΤΟ ΣΥΝΟΡΟ ΣΑΧΑΡΑ: ΣΤΡΑΤΟΠΕΔΑ ΚΡΑΤΗΣΗΣ ΣΤΗ ΛΙΒΥΚΗ ΕΡΗΜΟ

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Polizia all'esterno della feritoia di un camion‘Μαζί μας, στο φορτηγό, ήταν κι ένα τετράχρονο παιδί με τη μητέρα του. Ήμαστε στριμωγμένοι σαν τα ζώα, χωρίς αέρα και χώρο… Απορώ πώς υποβάλλουν ένα παιδί σε τέτοιες συνθήκες. Μέσα στο κοντέινερ είχε αφόρητη ζέστη. Το ταξίδι κράτησε 21 ώρες, από τις 4 μμ μέχρι τη 1 το επόμενο μεσημέρι. Δεν μας έδωσαν τίποτα να φάμε. Οι άνθρωποι αναγκάζονταν να κατουρούν μπροστά σε όλους τους άλλους. Όταν οι οδηγοί έκαναν στάση για να φάνε, βάλαμε το παιδί κοντά στα στενά παράθυρα του κοντέινερ. Το όνομά του ήταν Αδάμ. Τελικά φτάσαμε στην Κουφρά. Μόλις βγήκα έκλεψα λίγο ψωμή που ήταν κρεμασμένο απ’ έξω. Είχαμε μια μέρα να φάμε. Μαζί με τον Αδάμ και τη μητέρα του, ήμαστε συνολικά 110 άτομα.’

Camion dall'internoΟ Μενγκίστου δεν είναι ο μόνος που κλείδωσαν σ’ ένα κοντέινερ για να τον απελάσουν. Στη Λιβύη συνηθίζεται αυτό….Τα κοντέινερς χρησιμοποιούνται για να τακτοποιούν τους μετανάστες που προσπαθούν να περάσουν στην Ευρώπη και να τους στέλνουν σε διαφορετικά κέντρα κράτησης. Υπάρχουν τρία είδη κοντέινερ. Το μικρότερο είναι το αυτοκίνητο με καρότσα. Το μεσαίο είναι το βανάκι. Το μεγαλύτερο είναι ένα κοντέινερ με τρία μικρά παραθυράκια σε κάθε πλευρά που το τραβάει ένα φορτηγό. Για μετανάστες που απελαύνονται σε κοντέινερς πρωτοάκουσα την άνοιξη του 2006, σε μια συνέντευξη με έναν Ερυθραίο πρόσφυγα στην Ιταλία. Τότε δεν ήθελα να τον πιστέψω. Οι εικόνες εκατοντάδων ανδρών, γυναικών και παιδιών που κλειδώνονται σ’ ένα ατσάλινο κουτί και συγκεντρώνονται σ’ ένα κέντρο κράτησης, χωρίς να έχουν διαπράξει κανένα έγκλημα και απελαύνονται, μου θυμίζουν τα φαντάσματα του Δευτέρου Παγκοσμίου Πολέμου. Είναι πολύ φρικτό για να είναι αληθινό. Η εικόνα όμως των κοντέινερς προέκυπτε ξανά και ξανά, ως σφραγίδα επικύρωσης, σε όλες τις ιστορίες των προσφύγων που συνάντησα που είχαν περάσει από τη Λιβύη. Μέχρι που είδα τα κοντέινερς με τα ίδια μου τα μάτια.

Camion dall'esternoΗ Σεβχά είναι η πρωτεύουσα της ιστορικής περιοχής του Φεζάν. Βρισκόμαστε στις πύλες της μεγάλης ερήμου. Μέχρι τον προηγούμενο αιώνα, η πόλη ήταν σημαντικό διαμετακομιστικό κέντρο για τα καραβάνια που περνούσαν τη Σαχάρα. Σήμερα τα καραβάνια έχουν αντικατασταθεί από τους μετανάστες. Ο συνταγματάρχης Ζαρούκ είναι ο διευθυντής του νέου κέντρου κράτησης στην πόλη. Το κέντρο ιδρύθηκε στις 20 Αυγούστου 2008. Πίσω από τον τοίχο υπάρχουν τρία κτίρια όπου κρατούνται μέχρι 1000 άτομα. Στο βρώμικο πάρκινγκ, βλέπω ένα μεγάλο φορτηγό με κοντέινερ. Ο επικεφαλής μου δείχνει το τρακτέρ. Είναι μάρκας Iveco Trakker 420, εξάτροχο. Ο μετρητής μιλίων δείχνει 41.377. Σχετικά καινούργιο το όχημα. Ο Ζαρούκ λέει ότι το φορτηγό έφτασε την προηγούμενη νύχτα από την Κατρούν, τέσσερις ώρες δρόμο μέσα από την έρημο από δω που βρισκόμαστε. Επέβαιναν εκατό κρατούμενοι που είχαν συλληφθεί στα σύνορα με τον Νίγηρα. Μπαίνουμε στο κοντέινερ από τις πίσω σκάλες. Ακόμη και άδειο έχει ατμόσφαιρα κλειστοφοβική. Δύσκολο να φανταστεί κανείς αυτό το ατσάλινο κουτί με 100 ή 200 άτομα μέσα. Οι ακτίνες του ήλιου, διαθλασμένες από τη σκόνη, φωτίζουν τα άδεια πλαστικά μπουκάλια στο πάτωμα, κάτω από τα σιδερένια παγκάκια. Ένα απ’ αυτά γράφει “Γκάμπια”.

Pattuglie nel desertoΗ κύρια αποσκευή που χρειάζεται ένας μετανάστης που περνά την έρημο είναι το νερό. Φεύγοντας ο καθένας παίρνει μαζί του ένα ή δύο μπουκαλάκια και τα προστατεύουν από τον ήλιο με φύλλα γιούτας. Είναι σημαντικό να γράψεις το όνομά σου στο μπουκαλάκι σου για να το αναγνωρίζεις. Το πέρασμα της Σαχάρας είναι πολύ δύσκολο. Το φορτηγό μπορεί να έχει πρόβλημα με τη μηχανή του, ο οδηγός μπορεί να χάσει το δρόμο ή να αποφασίσει ξαφνικά να παρατήσει τους επιβάτες και να φύγει με τα χρήματά τους. Υπάρχει και η απειλή των ένοπλων συμμοριών στον Νίγηρα και την Αλγερία που επιτίθενται στους μετανάστες και τους ληστεύουν. Για εκατοντάδες μίλια το μόνο που βλέπεις γύρω σου είναι άμμος. Δεκάδες άνθρωποι πεθαίνουν κάθε μήνα και σπάνια ακούμε γι’ αυτό. Από άρθρα στη διεθνή ειδησεογραφία υπολογίσαμε 1677 θανάτους μεταναστών που περνούσαν τη Σαχάρα. Σύμφωνα όμως με τους επιζήσαντες, κάθε ταξίδι έχει τους νεκρούς του.

Scala di ingresso nel containerΜεταξύ των τελευταίων εκατό μεταναστών που έφρασαν στη Σεβχά με κοντέινερ, υπάρχει και μια οικογένεια από το Σικάσο του Μάλι. Πατέρας, μητέρα και παιδί. Συνελήφθησαν τρεις μέρες πριν στο Γκχατ, στα σύνορα με την Αλγερία. Τους συναντώ στο γραφείο του διευθυντή. Το παιδί είναι οκτώ ετών, πριν φύγει ήταν στην τρίτη τάξη του σχολείου. Ο πατέρας του τον αγκαλιάζει με τα δυνατά του μπράτσα. Μιλά αραβικά. Λέει ότι δεν πήγαιναν στην Ευρώπη. Προορισμός τους ήταν η Σεβχά, όπου ο ίδιος είχε δουλέψει το 2002 για μια γερμανική εταιρεία. Έχουν μαζί τους τα διαβατήριά τους, χωρίς όμως βίζα για να εισέλθουν στη Λιβύη. Στο στρατόπεδο κράτησης τους βάζουν σε ξεχωριστά κελιά. Το παιδί μένει με τη μητέρα του. Τα ονόματά τους είναι στη λίστα για το επόμενο αεροπλάνο. Τους πρώτους έντεκα μήνες του 2008, πάνω από 9000 μετανάστες έχουν απελαθεί από τη Σεβχά, κυρίως προς τη Νιγηρία, το Μάλι, την Γκάνα, τη Σενεγάλη και το Μπουρκίνα Φάσο. Τον Νοέμβριο, 1120 άνθρωποι επαναπατρίστηκαν από δω. Ο Ζαρούκ μου δείχνει τη λίστα των πτήσεων: 467 Νιγηριανοί απελάθηκαν στις 2 Σεπτεμβρίου, 420 άνθρωποι από το Μάλι στα μέσα Νοεμβρίου. Οι πρεσβείες συνεργάζονται μεταξύ τους στέλνοντας τους αξιωματούχους τους να αναγνωρίσουν τους κρατούμενους. Ο Καμπιούν και ο Ατζούας έχουν ήδη συναντηθεί στη νιγηριανή πρεσβεία. Ο Καμπιούν είναι ξυπόλητος. Έχασε τα παπούτσια του στην έρημο, αφού τον συνέλαβαν στην Γκχατ. Ο Ατζούας ζούσε στην Τρίπολη για έξι χρόνια μέχρι που τον συνέλαβαν. Κανείς από τους δυο δεν έχει δει δικηγόρο ή εισαγγελέα. Η απέλασή τους δεν έχει επικυρωθεί από κανένα δικαστήριο, γι’ αυτό και ούτε έφεση μπορούν να ασκήσουν, ούτε να κάνουν αίτηση για πολιτικό άσυλο.

Cella immigrati detenuti a SebhaΠάμε στην περίπτωση του Πάτρικ. Είναι από τη Δημοκρατία του Κονγκό, όπου στο Κίβου πρόσφατα ξέσπασε ξανά πόλεμος. Συνελήφθη πριν ένα μήνα στην Τρίπολη, όταν έψαχνε δουλειά στους δρόμους κοντά στην Σουκ Θαλάθα. Μιλάμε άνετα στα γαλλικά, αφού ο διερμηνεάς δεν καταλαβαίνει. Μου δείχνει ένα φύλλο χαρτί που βγάζει από την τσέπη. Είναι αίτηση για άσυλο. Έχει εκδοθεί από την Ύπατη Αρμοστεία για τους Πρόσφυγες των Ηνωμένων Εθνών με ημερομηνία 9 Οκτωβρίου 2007. Ναι. Ο Πάτρικ έκανε αίτηση για άσυλο και τώρα περιμένει την απέλασή του. Ο Πάτρικ, όπως και όλοι οι υπόλοιποι κρατούμενοι, δεν έχει δικαίωμα να έρθει σε επαφή με κανέναν, ούτε καν με την Ύπατη Αρμοστεία. Αν λοιπόν δεν βρει τα χρήματα να δωροδοκήσει κανέναν αστυνομικό, αργά ή γρήγορα θα απελαθεί. Και μαζί μ’ αυτόν και όλοι οι συγκρατούμενοί του. Τους κρατούν σε 12 δωμάτια, 8 επί 8 μέτρα. Κοιμούνται στο πάτωμα χωρίς στρώμα. Το φως έρχεται από μεγάλα παράθυρα που βρίσκονται ψηλά στους τοίχους. Στο κάθε δωμάτιο κρατούνται 60-70 άτομα. Βγαίνουν μόνο για να φάνε, σε ένα δωμάτιο που χρησιμοποιείται ως καντίνα.

Mezzi di pattugliamento nel parcheggio del centro di detenzione di SebhaΟι πτήσεις απελάσεων γίνονται από λιβυκές αεροπορικές εταιρείες, την Ifriqiya και την Buraq Air. Όλες χρηματοδοτούνται από την κυβέρνηση της Λιβύης, λέει ο Ζαρούκ. Δύσκολο να τον πιστέψουμε…Τον Δεκέμβριο τυ 2004 γνωρίζουμε ότι η Ευρωπαϊκή Κομισιόν έκανε λόγο για 47 πτήσεις επιστροφών από τη Λιβύη με χρηματοδότηση της Ιταλίας. Ο Ζαρούκ επιμένει. Λέει ότι η Ρώμη δεν έστειλε παρά δύο τζιπ για περιπολίες στο πλαίσιο του προγράμματος “Across Sahara” (Διασχίζοντας τη Σαχάρα). Λέει επίσης ότι το νέο κέντρο κράτησης δεν χρηματοδοτείται από την Ιταλία, ακόμη κι αν η Ρώμη είχε δεσμευτεί να το χρηματοδοτήσει. Οι παλιές εγκαταστάσεις ωστόσο έχουν ανακαινιστεί κι επεκταθεί. Και πολλοί μετανάστες που επαναπατρίστηκαν στον Νίγηρα αναφέρουν ότι εξαναγκάστηκαν σε σκληρή εργασία για να χτίσουν τα νέα κτίσματα. Αναφέρουν επίσης ότι στις απελάσεις πολλοί εγκαταλείφθηκαν στην έρημο, κατά μήκος των συνόρων. Ήταν η εποχή των “εθελοντικών επιστροφών”, το 2004, όταν πάνω από 18.000 μετανάστες στοιβάχθηκαν σε φορτηγά και αφέθηκαν στην τύχη στην έρημο, όπου συνέβησαν πολλά ατυχήματα με θύματα δεκάδες ανθρώπους… Ο Ζαρούκ δεν θέλει να μιλά γι’ αυτό. Λέει μόνο ότι σήμερα όλοι οι επαναπατρισμοί γίνονται αεροπορικώς.

GhreraΟύτε ο ανθυπολοχαγός Γκρέρα θέλει να του θυμίζουμε εκείνη την εποχή. Είναι επικεφαλής των περιπολιών στη λιβυκή Σαχάρα. Η Ιταλία και η Ευρώπη υποσχέθηκαν να χρηματοδοτήσουν ένα ηλεκτρονικό σύστημα ελέγχου για τα νότια σύνορα της Λιβύης, το οποία κατασκευάζεται από την ιταλική Finmeccanica. Χαμογελά. 35 χρόνια δουλεύει στην έρημο. Είναι γνώστης του πεδίου…Μας οδήγησε στη Ζελάφ, 20 χλμ από τη Σεβχά, για να μας δώσει μια πρώτη εικόνα. Δεν έχουμε φτάσει ακόμη στην κυρίως Σαχάρα, παρ’ότι μπροστά μας δεν βλέπουμε παρά μόνον άμμο. Τα δύο τζιπ, μετά από μια βόλτα στις δίνες με εκατό χιλιόμετρα την ώρα, σβήνουν τις μηχανές τους. Ο Γκρέρα και ο Άλι, ο άλλος οδηγός, πλένουν τα χέρια τους στην άμμο. Γονατίζουν στραμμένοι προς την ανατολή. Μετά την προσευχή έρχονται σε μας. Είναι αδύνατον να κάνεις περιπολία στη Σαχάρα. Η Λιβύη έχει 5.000 χλμ σύνορα από ξηράς στην έρημο. Τεράστια έκταση και ακανόνιστη. Οι 89 λαθρέμποροι, λίβυοι οι πιο πολλοί, που συνελήφθησαν τους πρώτους έντεκα μήνες του 2008 δεν είναι τίποτε μπρος στους χιλιάδες ανθρώπους που περνούν κάθε χρόνο τη Σαχάρα. Οι περιπολίες γίνονται σε ομάδες 10 οχημάτων και κρατούν πέντε μέρες. Ο Γκρέρα ξαναχαμογελά. Έχει βρει ένα άδειο μπουκάλι τζιν στην άμμο. Το αλκοόλ είναι παράνομο στη Λιβύη. Το μπουκάλι λέει “προϊόν Νίγηρα”. Ο Γκρέρα το πετάει, όχι πολύ μακριά από την άμμο. Σιωπά. Οι λαθρέμποροι δεν ασχολούνται μόνο με μετανάστες, αλλά και με αλκοόλ, τσιγάρα, ναρκωτικά, όπλα…Πριν ξανανάψει τη μηχανή του, ο Γκρέρα τονίζει ξανά: Και να διπλασιαστούν οι περιπολίες, η έρημος θα παραμείνει ανοιχτή ξέφραγο αμπέλι.

Grattacieli a TripoliΤο κέντρο κράτησης της Σεβχά δεν είναι το μοναδικό στον Νότο. Υπάρχουν τουλάχιστον άλλα πέντε. Τα κέντρα στο Σατί, την Κατρούν, την Γκχατ και το Μπρακ, στα νοτιοδυτικά, κρατούν τους μετανάστες που συνελήφθησαν στα σύνορα Αλγερίας και Νίγηρα και προορίζονται για τη Σεβχά. Το άλλο μεγάλο κέντρο βρίσκεται 800 χιλιόμετρα από τη Σεφχά στην πόλη της Κούφρα. Εκεί κρατούνται Ερυθραίοι και Αιθίοπες που έχουν εισέλθει από το Σουδάν. Έχει τη χειρότερη φήμη φυλακής όχι μόνο μεταξύ των μεταναστών, αλλά και μεταξύ των Λίβυων.

Ο Μοχάμεντ Ταρνίς είναι ο πρόεδρος της Οργάνωσης για τα Ανθρώπινα Δικαιώματα, μιας λιβυκής ΜΚΟ που χρηματοδοτείται από το Ίδρυμα Σαϊφ Αλ Ισλάμ Καντάφι, του πρωτότοκου του συνταγματάρχη. Τον συναντούμε στην Τρίπολη, στο Sarayah Coffee, κοντά στην Πράσινη Πλατεία. Εδώ και κάμποσα χρόνια, η οργάνωση αυτή αγωνίζεται για τη βελτίωση των συνθηκών στις λιβυκές φυλακές κι έχει αναγκάσει την κυβέρνηση να απελευθερώσει πάνω από 1000 λίβυους πολιτικούς κρατούμενους. Από το 2006, η ΜΚΟ αυτή έχει αποκτήσει πρόσβαση και σε ορισμένα κέντρα κράτησης μεταναστών. Έχουν επισκεφθεί επτά. Ο Ταρνίς δεν μπορεί να μας μιλήσει ανοιχτά, παρών είναι κι ένας αξιωματούχος από το Γραφείο Διεθνών ΜΜΕ της λιβυκής κυβέρνησης. Παρά ταύτα μας δίνει να καταλάβουμε ότι το κέντρο στην Κούφρα είναι το χειρότερο: παλιές εγκαταστάσεις, υπερπληθυσμός, καμία υγειονομική περίθαλψη, κάκιστη ποιότητα διατροφής.

Cella immigrati detenuti a SebhaΓια να αντιληφθώ καλύτερα αυτό που μου λέει ο Ταρνίς, ξαναδιαβάζω τις συνεντεύξεις με τους Ερυθραίους και του Αιθίοπες του 2007. “Ήμαστε 78 άτομα σε ένα κελί 6 επί 8 μέτρα.” – “Κοιμόμασταν στο πάτωμα, το κεφάλι στα πόδια του διπλανού.”-“Πεινούσαμε τόσο πολύ. Έπρεπε οκτώ άτομα να μοιραστούμε ένα πιάτο ρύζι.” – “Το βράδυ η αστυνομία με έβγαλε στο προαύλιο. Με πρόσταξε να κάνω πουσ-απς. Όταν δεν μπορούσα άλλο, άρχισαν να με κλωτσάνε και να βρίζουν το χριστιανικό μου θρήσκευμα.” – “60 άτομα μοιραζόμασταν μια τουαλέτα, οπότε το κελί είχε μονίμως μια απαίσια μπόχα. Ήταν αδύνατον να πλυθούμε.” – “Κοριοί και ψείρες παντού: στα στρώματα, στα ρούχα μας, στα μαλλιά μας…” – “Μερικές φορές, η αστυνομία έμπαινε στο δωμάτιο, έπαιρνε μια γυναίκα και τη βίαζε μπροστά σε όλους”. Μιλάμε για μια προσωπογραφία της κόλασης. Αλλά και για άντρο εμπορικών επιχειρήσεων. Ναι, γιατί εδώ και καναδυό χρόνια, η αστυνομία έχει αρχίσει να πουλά κρατούμενους σε λαθρέμπορους που τους πηγαίνουν στη Μεσόγειο. Η τιμή ενός άντρα είναι 30 λιβυκά δηνάρια, γύρω στα 18 ευρώ δηλαδή.

Δεν μου επετράπη να επισκεφθώ το κέντρο στην Κούφρα, οπότε και δεν μπορώ να επιβεβαιώσω προσωπικά τις συνθήκες κράτησης εκεί. Ωστόσο, με το δεδομένο ότι όλοι οι πρόσφυγες με τους οποίους έχω μιλήσει τα τελευταία τρία χρόνια μου έχουν μιλήσει για κακομεταχείριση, βία και βασανιστήρια, τείνω να πιστεύω ότι είναι αλήθεια όλ’ αυτά. Το 2004 η Ευρωπαϊκή Κομισιόν ανέφερε ότι η Ιταλία χρηματοδοτούσε το χτίσιμο ενός νέου κέντρου κράτησης στην Κούφρα. Το 2007, η κυβέρνηση Πρόντι το αρνήθηκε, λέγοντας ότι η Ιταλία χρηματοδοτούσε απλώς ένα κέντρο υγείας. Δεν έχει και μεγάλη διαφορά πάντως. Αυτό που έχει σημασία είναι το εξής: Από το 2003, η Ιταλία και η Ευρωπαϊκή Ένωση συνεργάζονται με τη Λιβύη για να καταπολεμήσουν τη μετανάστευση. Το ερώτημα τώρα είναι: Γιατί όλοι παριστάνουν ότι δεν γνωρίζουν τι υφίστανται εδώ πέρα οι αφρικανοί μετανάστες;

Poliziotti all'ingresso del centro di detenzione di SebhaΤο 2005, ο πρώην διευθυντής των ιταλικών μυστικών υπηρεσιών (SISDe) Μάριο Μόρι, ενημέρωσε το ιταλικό κοινοβούλιο ότι: “Οι μη καταγεγραμμένοι μετανάστες στη Λιβύη πιάνονται σαν τα σκυλιά” και πετιούνται σε κέντρα τόσο συνωστισμένα που “οι αστυνομικοί αναγκάζονται να φορούν μάσκες σκόνης εξαιτίας των αηδιαστικών οσμών”. Αλλά το Υπουργείο Εσωτερικών τα ήξερε αυτά από πριν. Από το 2004, η ιταλική αστυνομία κάνει εκπαιδευτικά σεμινάρια στους λίβυους συναδέλφους για την πάταξη της μετανάστευσης. Και κάποιοι υψηλά ιστάμενοι αξιωματούχοι του Υπουργείου Εσωτερικών, έχουν επισκεφθεί σε διαφορετικές στιγμές τα κέντρα κράτησης της Λιβύης, συμπεριλαμβανομένου και αυτού στην Κούφρα. Επιβλήθηκε όμως η σιωπή. Την ίδια υποκρισία έχει επιδείξει και η Ευρωπαϊκή Ένωση. Σε μια αναφορά του 2004, η Ευρωπαϊκή Κομισιόν χαρακτήρισε τις συνθήκες στα στρατόπεδα συγκέντρωσης στη Λιβύη “δύσκολες”, τελικά όμως “αποδεκτές υπό το φως του ευρύτερου πλαισίου”. Τρία χρόνια μετά, τον Μάιο του 2007, μια αποστολή της Frontex επισκέφθηκε τον Νότο της Λιβύης, μαζί και τη φυλακή της Κούφρα, για να θέσει τις βάσεις για τη μελλοντική συνεργασία. Μαντέψτε τι γράψανε: “Εκτιμήσαμε τόσο την ποικιλία, όσο και την απεραντοσύνη της ερήμου”. Ούτε μια λέξη για τις συνθήκες κράτησης των φυλακισμένων. Απλή παράλειψη;

translated by Lia Yoka