Il blog di Gabriele Del Grande. Quattro anni di viaggi nel Mediterraneo lungo i confini dell'Europa. Alla ricerca delle storie che fanno la storia. La storia che studieranno i nostri figli, quando nei testi di scuola si leggerà che negli anni duemila morirono a migliaia nei mari d'Italia e a migliaia vennero arrestati e deportati dalle nostre città. Mentre tutti fingevano di non vedere.
22 February 2009
Donne invisibili: rapporto sull'emigrazione femminile in Marocco
19 February 2009
Brucia Lampedusa. Rivolte anche a Malta. No ai rimpatri
CAIRO, 19 febbraio 2009 - Iniziano i trasferimenti dal Cie di Lampedusa. Ieri la rivolta degli 800 cittadini tunisini detenuti da dicembre nel Centro di identificazione e espulsione dell'isola, che hanno dato alle fiamme la struttura per protestare contro l'imminente deportazione di 107 persone. Nella notte, 180 persone sono state trasferite nei Cie di Cagliari e Torino. E un terzo aereo è volato a Crotone, in Calabria. Sono una cinquantina le persone rimaste ferite nell'incendio, alcuni intossicati e altri contusi.La rivolta è finita anche sulla stampa tunisina filo governativa. «Rivolta di immigrati a Lampedusa», titolano i quotidiani francofoni tunisini Le Temps (con foto di immigrati fronteggiati da agenti di polizia) e Le Quotidien. Molto critiche invece le posizioni espresse dalla Federazione tunisina per una cittadinanza delle due rive (FTCR) che definisce "esplosiva" la situazione sull'isola, e chiede una missione di osservatori internazionali nel centro. Anche il Tavolo Asilo e l'Acnur hanno espresso preoccupazione per quanto sta accadendo sull'isola.
Intanto la Procura di Agrigento ha aperto un'inchiesta sull'incendio. Sono già una ventina i tunisini identificati, per i quali potrebbe scattare l'arresto nelle prossime ore. I fermi si basano sulle registrazioni dell'impianto di videosorveglianza della struttura, che mostrano immagini della sommossa, con lanci di oggetti contro i poliziotti e i carabinieri, il tentativo di sfondare il cancello del centro di detenzione, l'incendio che poi ha distrutto interamente un edificio e danneggiato seriamente gli altri, e la carica della polizia.
Qualcosa di simile intanto sta accadendo anche sull'isola di Malta. Protagonisti ancora un gruppo di cittadini tunisini detenuti nei centri di Safi e Hal Far. Una settantina di persone, che però, stando al Times of Malta, starebbero chiedendo di essere rimpatriati piuttosto che rimanere detenuti in quelle condizioni. Il che però è da verificare... Poliziotti e militari in assetto anti sommossa stanno fronteggiando due rivolte. Le due strutture sono state date alle fiamme. Le proteste sarebbero scoppiate dopo che nei due centri di detenzione si è diffusa la notizia degli scontri avvenuti ieri a Lampedusa.
Purtroppo non riuscirò a seguire la cronaca delle rivolte, perché mi trovo all'estero in un lungo viaggio di cui leggerete nei prossimi reportage. Me ne scuso. Per ogni aggiornamento vi rimando a Melting Pot.
16 February 2009
Libia:liberato l'avvocato Jumaa Attiga
10 February 2009
Libia: arrestato l'avvocato Attiga. Lo avevamo intervistato
TRIPOLI, 10 febbraio 2009 – Hanno arrestato Jumaa Attiga. L’avvocato libico che avevamo intervistato durante il mio viaggio in Libia nel novembre scorso e di cui avevo pubblicato alcune dichiarazioni nell’ultimo reportage sulla Libia. Fortress Europe esprime profonda preoccupazioni per le sorti di una delle personalità più attive della società civile libica, da anni impegnato in una campagna contro la tortura nelle carceri di Gheddafi e per la promozione dei diritti umani. Chiediamo a Amnesty International di seguire il caso.Attiga lasciò la Libia alla fine degli anni Settanta, durante la persecuzione degli oppositori del regime. Quando il colonnello Gheddafi invitò gli esuli a rientrare in patria senza temere arresti, Attiga fu uno dei primi a farlo. Era il 1988. Tre anni dopo, nel 1991, finì in carcere con l’accusa di aver partecipato all’uccisione dell’ambasciatore libico a Roma nel 1984. Dopo pochi mesi tuttavia, il tribunale lo assolse da ogni accusa. Ciononostante Attiga rimase sette anni in carcere, fin quando Gheddafi non decise di rimetterlo in libertà. Fu allora che Attiga venne chiamato dal figlio di Gheddafi, Saif el Islam, a presiedere la Organizzazione dei diritti umani della Fondazione Gheddafi. Iniziarono così otto anni di campagne per la liberazione dei prigionieri politici e per la libertà di espressione. Otto anni in cui Attiga non ha esitato a comparire in televisione e in eventi pubblici parlando della situazione dei diritti umani in Libia. Fino all’arresto. Il secondo. Lo scorso 31 gennaio 2009. Con la stessa accusa. L’omicidio dell’ambasciatore libico a Roma. Un caso che si riapre a 25 anni di distanza dai fatti e a 18 anni dalla sentenza che lo aveva dichiarato innocente. Un caso che inizia nel peggiore dei modi. Su Attiga infatti pende un ordine di custodia cautelare di 45 giorni, quando il limite massimo ammesso dal codice libico è di sei giorni!
Attiga ha scritto anche recentemente molti articoli critici sulla situazione dei diritti umani in Libia. Il suo arresto è una lotta tra la Libia di ieri e quella di domani. Tra la vecchia guardia della rivoluzione e le nuove forze per il cambiamento democratico. Lo stesso figlio di Gheddafi, Saif al Islam sull’arresto di Attiga ha dichiarato: "È incredibile, è ridicolo, è inaccettabile". Insomma un modo per mettere a tacere una delle voci libere della Libia di oggi.
Attiga ha 60 anni e soffre di diabete. La sua salute potrebbe essere messa a dura prova da questa detenzione, anche se le autorità hanno assicurato che è in buone condizione e che al momento non è stato torturato.
Per maggiori informazioni, seguite il gruppo su Facebook Free Dr. Attiga
Dall'Unione europea 20 milioni alla Libia contro l'immigrazione
Guantanamo Libia. I nuovi gendarmi dell'Italia
Frontiera Sahara. I campi di detenzione nel deserto libico
Reportage dalla Libia: siamo entrati a Misratah
Di notte, quando cessano il vociare dei prigionieri e gli strilli della polizia, dal cortile del carcere si sente il rumore del mare. Sono le onde del Mediterraneo, che schiumano sulla spiaggia, a un centinaio di metri dal muro di cinta del campo di detenzione. Siamo a Misratah, 210 km a est di Tripoli, in Libia. E i detenuti sono 600 richiedenti asilo politico eritrei, arrestati al largo di Lampedusa o nei quartieri degli immigrati a Tripoli. Vittime collaterali della cooperazione italo libica contro l’immigrazioneLa Libia cerca immigrati in Asia, mentre l’Oim pensa ai rimpatri
![]() |
09 February 2009
Capitan vergogna: uccise migrante in mare, chiesto l'ergastolo

MODICA, 9 febbraio 2009 - Quando Mohamed Ahmed Abdissalam telefonò al fratello, a Tripoli, gli rispose il coinquilino Garane Alì. “Sanwà è partito la settimana scorsa”, gli disse. Mohamed rimase in silenzio. Dagli Stati Uniti, dove viveva, chiamava ogni due settimane Sanwà. Lo avevano aiutato con i soldi a partire da Gaalkacyo, in Somalia, e a attraversare il deserto per arrivare in Libia. Se era a Lampedusa perchè non lo aveva ancora avvisato? “È morto”, aggiunse dopo un attimo di silenzio Garane. Lo aveva saputo da una donna somala che aveva chiamato in Libia qualche giorno prima, dall’Italia. Mohamed non chiese altro. Riagganciò e corse a comprare un biglietto per Roma, sicuro che avrebbe ritrovato il fratello.
Sanwà partì dalle coste libiche la notte tra il 6 e il 7 gennaio del 2008. Su un gommone. Erano circa 60 persone, somali e nigeriani. Le donne stavano al centro dell’imbarcazione per ripararsi dagli spruzzi del mare. Quella stessa mattina, mentre il gommone usciva dalle acque territoriali libiche diretto a nord, il peschereccio pugliese Enza D levava l’ancora dal porto di Siracusa per andare a pescare a sud di Lampedusa. Alla terza notte di navigazione, sul gommone erano rimasti senza gasolio. Con il poco carburante rimasto, si avvicinarono a un peschereccio, per chiedere aiuto. Quel peschereccio era l’Enza D, che poco distante, alle prime luci dell’alba, stava salpando le reti. Giunto sottobordo, il gommone spense il motore, e i passeggeri iniziarono a chiedere aiuto, in inglese. Ripetevano “diesel” agitando in aria la tanica vuota.
A un tratto uno di loro si alzò in piedi e si aggrappò al bordo dell’imbarcazione, con le poche forze rimaste. Uno dei marinai corse a aiutarlo. Lo teneva stretto per il giubbotto, con entrambe le mani, finché non riuscì a issarlo a bordo. Intanto il comandante aveva acceso i motori e si stava allontanando dal gommone prima che ne salissero altri. L’uomo a bordo era Sanwà. Giaceva a terra implorando aiuto con un filo di voce, mentre il comandante Ruggiero Marino correva avanti e indietro dalla cabina alla poppa. Continuava a gridare ai suoi uomini: “Qua passiamo tutti dei guai!”. Pochi minuti dopo i marinai udirono il tonfo in acqua. Qualche disperata bracciata e Sanwà scompariva per sempre, trascinato a fondo dal peso dei vestiti ammollati. I marinai non volevano credere a quello che avevano appena visto. Alcuni scoppiarono a piangere come dei bambini, altri andarono a nascondersi in coperta. Nessuno di loro era stato in grado di fermare il capitano. Ruggiero si rifece vivo soltanto dopo un paio d’ore. Bisognava calare le reti. La pesca riprendeva.
È passato un anno da allora, e gli avvocati di Ruggiero hanno chiesto il rito abbreviato. Tutte le testimonianze sono contro di lui. Quelle dei profughi e quelle dei marinai. L’accusa è di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà, e di omissione di soccorso. Il processo si è aperto il 6 febbraio 2009 al Tribunale di Agrigento. Il pubblico ministero ha chiesto l’ergastolo. Ruggiero non ha mai ammesso di aver ucciso Sanwà. Ha detto però che temeva “rogne”. Che con un “clandestino” a bordo, gli avrebbero sequestrato il peschereccio e avrebbe perso tre o quattro giornate di lavoro. Basterà una sentenza a dare pace al signor Mohamed Ahmed Abdissalam, partito dagli Usa per riabbracciare il fratello e finito a testimoniare al processo per il suo omicidio?
di Ruggiero Marino a 12 anni di carcere per omicidio volontario
07 February 2009
Lampedusa: tentano il suicido per evitare il rimpatrio
MODICA, 7 febbraio 2009 - Hanno ingoiato lamette da barba e bulloni di ferro. Un gesto estremo di protesta. L'ultimo e forse l'unico rimedio per evitare la deportazione. E' successo la notte scorsa a Lampedusa. I protagonisti sono una decina di tunisini. Uno è stato ricoverato d'urgenza all'ospedale di Palermo, per le profonde ferite alla trachea. Il centro di prima accoglienza e soccorso dell'isola è stato trasformato con un decreto in centro di identificazione e espulsione. Vi sono detenuti oltre mille tunisini. Molti da prima di Natale. In condizioni igieniche pessime. Da dicembre, 343 minori non accompagnati e 377 richiedenti asilo sono stati trasferiti in altre strutture in Italia. Per tutti gli altri Maroni ha promesso il rimpatrio. Un gruppo di 150 tra egiziani e nigeriani sono stati rimpatriati direttamente dall'isola. E la settimana scorsa 120 persone sono state trasferite al centro di identificazione e espulsione di Roma, per uno scalo tecnico prima del rimpatrio in Tunisia, come concordato dal ministro Maroni con il suo omologo tunisino Kacem. Ad accoglierli ci sarà il regime di Ben Ali, un regime che - tanto per capire con chi l'Italia collabora - lo scorso 4 febbraio 2009 ha confermato in appello le condanne a dieci anni di carcere ai sindacalisti che nel 2008 promossero il movimento sociale di Redeyef, nei bacini minerari di fosfato, e ai giornalisti tunisini che raccontarono quelle proteste che, lo ricordiamo, causarono la morte di 2 persone sotto il fuoco della polizia.02 February 2009
Guantanamo Libya. The new Italian border police
![]() | ![]() | ![]() | ![]() | ![]() |
Guantanamo Libia. Il nuovo gendarme delle frontiere italiane
![]() | ![]() | ![]() | ![]() | ![]() |
TRIPOLI – La porta di ferro è chiusa a doppia mandata. Dalla piccola feritoia si affacciano i volti di due ragazzi africani e un di egiziano. L’odore acre che esce dalla cella mi brucia le narici. Chiedo ai tre di spostarsi. La vista si apre su due stanze di tre metri per quattro. Incrocio gli sguardi di una trentina di persone. Ammassati uno sull’altro. A terra vedo degli stuoini e qualche lercio materassino in gommapiuma. Sui muri qualcuno ha scritto Guantanamo. Ma non siamo nella base americana. Siamo a Zlitan, in Libia. E i detenuti non sono presunti terroristi, ma immigrati arrestati a sud di Lampedusa e lasciati marcire in carceri fatiscenti finanziate in parte dall’Italia e dall’Unione europea.
I prigionieri si accalcano contro la porta della cella. Non ricevono visite da mesi. Alcuni alzano la voce: “Aiutateci!”. Un ragazzo allunga la mano oltre quelli della prima fila e mi porge un pezzettino di cartone. C’è scritto sopra un numero di telefono, a penna. Il prefisso è quello del Gambia. Lo metto in tasca prima che la polizia se ne accorga. Il ragazzo si chiama Outhman. Mi chiede di dire a sua madre che è ancora vivo. È in carcere da cinque mesi. Fabrice invece non esce da questa cella da nove mesi. Entrambi sono stati arrestati durante le retate nei quartieri degli immigrati a Tripoli. Da anni la polizia libica è impegnata in simili operazioni. Da quando nel 2003 l’Italia siglò con Gheddafi un accordo di collaborazione per il contrasto dell’immigrazione, e spedì oltremare motovedette, fuoristrada e sacchi da morto, insieme ai soldi necessari a pagare voli di rimpatrio e tre campi di detenzione. Da allora decine di migliaia di immigrati e rifugiati ogni anno sono arrestati dalla polizia libica e detenuti nei circa 20 centri fatiscenti sparsi per il paese, in attesa del rimpatrio. Insieme a un collega tedesco, siamo i primi giornalisti autorizzati a visitare questi centri.
“La gente soffre! Il cibo è pessimo, l’acqua è sporca. Ci sono donne malate e altre incinte”. Gift ha 29 anni. Viene dalla Nigeria. Indossa ancora il vestito che aveva quando l’arrestarono tre mesi fa, ormai ridotto a uno straccio sporco e consumato. Stava passeggiando con il marito. Non avevano documenti e furono arrestati. Non lo vede da allora, lui nel frattempo è stato rimpatriato. Dice di avere lasciato i due figli a Tripoli. Di loro non ha più notizie. Viveva in Libia da tre anni. Lavorava come parrucchiera e non aveva nessuna intenzione di attraversare il Canale di Sicilia. Come molti degli immigrati detenuti dai nuovi gendarmi della frontiera italiana.
All’Europa invece aveva pensato Y.. C’aveva pensato e come. Disertore dell’esercito eritreo, per chiedere asilo politico, si era imbarcato due mesi fa per Lampedusa. Ma è stato fermato in mare. Dai libici. Da quel giorno è rinchiuso a Zlitan. Anche lui senza nessuna convalida dello stato d’arresto. Prima di farlo entrare nello studio del direttore, un poliziotto gli sussurra qualcosa all’orecchio. Lui fa cenno di sì col capo. Quando gli chiediamo delle condizioni del centro, risponde “Everything is good”. Va tutto bene. È spaventato a morte. Sa che ogni risposta sbagliata gli può costare un pestaggio. Il direttore del campo, Ahmed Salim, sorride compiaciuto delle risposte e ci assicura che non sarà deportato. Nel giro di qualche settimana sarà trasferito al centro di detenzione di Misratah, 210 km a est di Tripoli, dove sono concentrati i prigionieri di nazionalità eritrea.
Nella provincia esistono altri tre centri di detenzione per stranieri, a Khums, Garabulli e Bin Ulid. Ma sono strutture più piccole e i detenuti vengono poi tradotti nel campo di Zlitan, che può rinchiudere fino a 325 persone, in attesa del loro rimpatrio. Ma quanti sono i centri di detenzione in tutta la Libia? Sulla base delle testimonianze raccolte in questi anni, ne abbiamo contati 28, perlopiù concentrati sulla costa. Ne esistono di tre tipi. Ci sono dei veri e propri centri di raccolta, come quelli di Sebha, Zlitan, Zawiyah, Kufrah e Misratah, dove vengono concentrati i migranti e i rifugiati arrestati durante le retate o alla frontiera. Poi ci sono strutture più piccole, come quelle di Qatrun, Brak, Shati, Ghat, Khums… dove gli stranieri sono detenuti per un breve periodo prima di essere inviati nei centri di raccolta. E poi ci sono le prigioni: Jadida, Fellah, Twaisha, Ain Zarah… Prigioni comuni, nelle quali intere sezioni sono dedicate alla detenzione degli stranieri senza documenti. Anche nelle prigioni, le condizioni di detenzione sono pessime. Scabbia, parassiti e infezioni sono il minimo che ci si possa prendere. Molte donne sono colpite da infezioni vaginali. E non mancano i decessi, dovuti perlopiù all’assenza di assistenza sanitaria o a ricoveri ospedalieri troppo tardivi. Il nome più ricorrente nei racconti dei migranti è quello del carcere di Fellah, a Tripoli, che però è stato recentemente demolito per far spazio a un grande cantiere edilizio, in linea con il restyling di tutta la città. La sua funzione è stata sostituita dal Twaisha, un’altra prigione vicino all’aeroporto.
Koubros è riuscito a scappare da Twaisha poche settimane fa. È un rifugiato eritreo di 27 anni. Viveva in Sudan, ma dopo che un amico eritreo è stato rimpatriato da Khartoum, non si è più sentito al sicuro e ha pensato all’Europa. Da Twaisha è uscito sulle stampelle. Non poteva pagare la cifra che gli aveva chiesto un poliziotto ubriaco. Allora l’hanno portato fuori dalla cella e preso a manganellate. È uscito grazie a una colletta tra i prigionieri eritrei. Per corrompere una delle guardie carcerarie sono bastati 300 dollari. Lo incontro davanti alla chiesa di San Francesco, a Tripoli. Come ogni venerdì, una cinquantina di migranti africani aspetta l’apertura dello sportello sociale della Caritas. Tadrous è uno di loro. È stato rilasciato lo scorso sei ottobre dal carcere di Surman. È uno dei pochi ad essere stato giudicato da una corte. La sua storia mi interessa. Era il giugno del 2008. Si erano imbarcati da Zuwarah, in 90. Ma dopo poche ore decisero di invertire la rotta, perché il mare era in tempesta. E tornarono indietro. Appena toccata terra furono arrestati e portati nella prigione di Surman. Il giudice li condannò a 5 mesi di carcere per emigrazione illegale. Finiti i quali è stato rilasciato. Gli chiedo se gli fu dato un avvocato d’ufficio. Sorride scuotendo la testa. La risposta è negativa.
Niente di strano, sostiene l’avvocato Abdussalam Edgaimish. La legge libica non prevede il gratuito patrocinio per reati passibili di pene inferiori a tre anni. Edgaimish è il direttore dell’ordine degli avvocati di Tripoli. Ci riceve nel suo studio in via primo settembre. Ci spiega che tutte le pratiche di arresto e detenzione sono svolte come procedure amministrative, senza nessuna convalida del giudice. Senza nessuna base legale dunque, ma solo sull’onda dell’emergenza. Anche in Libia una persona non potrebbe essere privata della libertà senza un mandato d’arresto. Ma questa è la teoria. La pratica invece è quella delle retate casa per casa nei sobborghi di Tripoli.“I migranti sono vittime di una cospirazione tra le due rive del Mediterraneo. L’Europa vede soltanto un problema di sicurezza, nessuno vuole parlare dei loro diritti”. Anche Jumaa Atigha è un avvocato di Tripoli. Nella parete del suo ufficio è appesa una Laurea in Diritto penale dell’Università La Sapienza, di Roma, conferita nel 1983. Dal 1999 ha presieduto l’Organizzazione per i diritti umani della Fondazione guidata dal primogenito di Gheddafi, Saif al Islam. Lo scorso anno si è dimesso. Dal 2003 ha condotto una campagna che ha portato alla liberazione di 1.000 prigionieri politici. Ci descrive un paese in rapido cambiamento, ma ancora lontano da una situazione ideale sul fronte delle libertà individuali e politiche. In Libia non c’è nessuna legge sull’asilo, ci conferma, ma in compenso una commissione si sta occupando di scrivere un nuova legge sull’immigrazione.
Atigha conosce personalmente le condizioni di detenzione in Libia. Dal 1991 al 1998 è stato incarcerato, senza processo, come prigioniero politico. Ci dice che la tortura è comunemente praticata dalla polizia libica. “Dal 2003 abbiamo fatto una campagna contro la tortura nelle carceri. Abbiamo organizzato conferenze, visitato le prigioni, fatto dei corsi agli ufficiali di polizia. La mancanza di consapevolezza fa sì che la polizia pratichi la tortura pensando così di servire la giustizia”.
Mustafa O. Attir la pensa allo stesso modo. Insegna sociologia all’Università El Fatah di Tripoli. “Non è un problema di razzismo. I libici sono gentili con gli stranieri. È un problema di polizia”. Attir sa quello che dice. È entrato nelle carceri libiche come ricercatore nel 1972, nel 1984 e nel 1986. Gli agenti di polizia non hanno istruzione - sostiene -, e sono educati al concetto di punizione.Le sue parole mi fanno ripensare ai parrucchieri ghanesi nella medina, ai sarti chadiani, ai negozianti sudanesi, ai camerieri egiziani, alle donne delle pulizie marocchine e agli spazzini africani che armati di scope di bambù ogni notte ripuliscono le vie dei mercati della capitale. Mentre gli eritrei si nascondono nei sobborghi di Gurji e Krimia, migliaia di immigrati africani vivono e lavorano, in condizioni di sfruttamento, ma con relativa tranquillità. Sicuramente per sudanesi e chadiani è tutto più facile. Parlano arabo e sono musulmani. La loro presenza in Libia è decennale e quindi tollerata. Lo stesso per egiziani e marocchini. Al contrario eritrei ed etiopi sono qui esclusivamente per il passaggio in Europa. Spesso non parlano arabo. Spesso sono cristiani. E i loro nonni combattevano contro i libici a fianco delle truppe coloniali italiane. E poi si sa che hanno spesso in tasca i soldi per la traversata. Per cui diventano facile mira di piccoli delinquenti e poliziotti corrotti. Per i nigeriani, e più in generale i sub-sahariani anglofoni, è ancora diverso. Che siano diretti in Europa oppure no, il loro destino in Libia si scontra sistematicamente contro il pregiudizio che si è venuto a creare contro i nigeriani, sulla scia di qualche fatto di cronaca nera. Sono accusati di portare droga, alcol e prostituzione, di essere autori di rapine e omicidi, e di diffondere il virus dell’Hiv.
Il professor Attir, nel 2007, ha organizzato tre seminari sul tema dell’immigrazione nei paesi arabi. In Libia è uno dei massimi esperti. Ed è pronto a smentire la cifre che circolano in Europa. “Due milioni di immigrati in Libia pronti a partire per l’Italia? Non è vero”. In realtà non esistono statistiche di nessun tipo. Ma solo stime. Che però – secondo Attir – non sono attendibili. Basta dare un occhio in giro. La popolazione libica è di cinque milioni e mezzo di persone. Gli stranieri non possono ragionevolmente essere più di un milione, compresi gli immigrati arabi egiziani, tunisini, algerini e marocchini. La maggior parte di loro non ha mai pensato all’Europa. E la Libia ha bisogno di loro, perché è un paese sottopopolato e perché i libici non vogliono più fare lavori pesanti e mal retribuiti. Attir è consapevole delle pressioni che l’Europa sta facendo sulla Libia perché sigilli le sue frontiere. Ma sa che “non c’è modo per farlo”.
La Libia ha circa 1.800 km di costa, in buona parte disabitati. Il colonnello Khaled Musa, capo delle pattuglie anti immigrazione a Zuwarah, non sa che farsene delle sei motovedette promesse dall’Italia. Potrebbero servire a pattugliare meglio il tratto di mare tra la frontiera tunisina, Ras Jdayr, e Sabratah, ammette. Ma sono solo 100 km. Il 6% della costa libica. E le partenze si sono già spostate sul litorale a est di Tripoli, tra Khums e Zlitan, a più di 200 km da Zuwarah. Il dipartimento anti immigrazione di Zuwarah è nato nel 2005. Il numero di migranti arrestati è sceso da 5.963 nel 2005 a soli 1.132 nel 2007. Per il capo del dipartimento investigazioni, Sala el Ahrali, i dati indicano il successo delle misure repressive. Molti degli organizzatori dei viaggi sono stati arrestati, questo sarebbe il motivo per cui le partenze si sono ridotte. E la costa è più controllata. Ogni dieci chilometri è installata una tenda, in mezzo alla spiaggia. Serve da appoggio ai fuoristrada della polizia, che da due anni pattugliano la litoranea, appoggiati da quattro motovedette della marina. Il tratto di costa attualmente pattugliato è di una cinquantina di chilometri. Parte da Farwah, a una decina di chilometri dalla frontiera tunisina, e finisce 15 km a est di Zuwarah, a Mellitah, nei pressi dell’imponente impianto di trattamento del gas di proprietà dell’Eni e della libica National Oil Company.
E proprio da Mellitah parte il Greenstream, il gasdotto sottomarino più lungo del Mediterraneo. Collega la Libia a Gela, in Sicilia. Ironia della sorte, corre lungo la stessa rotta che porta i migranti a Lampedusa. Come dire che mentre sulla superficie del mare l’Europa dispiega le sue forze militari per bloccare il transito degli esseri umani, otto miliardi di metri cubi di gas ogni anno scorrono silenziosi nei 520 km di condotta posata sui fondali di quello stesso mare, in mezzo alle ossa delle migliaia di uomini e donne morti nella traversata del Canale di Sicilia. Un’immagine che sintetizza perfettamente le relazioni degli ultimi cinque anni tra Roma e Tripoli, condotte all’insegna dello slogan “più petrolio e meno immigrati”.
PER APPROFONDIMENTI
Frontiera Sahara. I campi di detenzione nel deserto libico, Fortress Europe
Reportage dalla Libia: siamo entrati a Misratah, Fortress Europe
Mappa dei centri di detenzione in Libia, Fortress Europe
Rapporto Fuga da Tripoli, Fortress Europe, 2007
Rapporto Stemming the Flow, Human Rights Watch, 2006
ΤΟ ΣΥΝΟΡΟ ΣΑΧΑΡΑ: ΣΤΡΑΤΟΠΕΔΑ ΚΡΑΤΗΣΗΣ ΣΤΗ ΛΙΒΥΚΗ ΕΡΗΜΟ
![]() | ![]() | ![]() | ![]() | ![]() | ![]() | ![]() | ![]() |
Ο Μοχάμεντ Ταρνίς είναι ο πρόεδρος της Οργάνωσης για τα Ανθρώπινα Δικαιώματα, μιας λιβυκής ΜΚΟ που χρηματοδοτείται από το Ίδρυμα Σαϊφ Αλ Ισλάμ Καντάφι, του πρωτότοκου του συνταγματάρχη. Τον συναντούμε στην Τρίπολη, στο Sarayah Coffee, κοντά στην Πράσινη Πλατεία. Εδώ και κάμποσα χρόνια, η οργάνωση αυτή αγωνίζεται για τη βελτίωση των συνθηκών στις λιβυκές φυλακές κι έχει αναγκάσει την κυβέρνηση να απελευθερώσει πάνω από 1000 λίβυους πολιτικούς κρατούμενους. Από το 2006, η ΜΚΟ αυτή έχει αποκτήσει πρόσβαση και σε ορισμένα κέντρα κράτησης μεταναστών. Έχουν επισκεφθεί επτά. Ο Ταρνίς δεν μπορεί να μας μιλήσει ανοιχτά, παρών είναι κι ένας αξιωματούχος από το Γραφείο Διεθνών ΜΜΕ της λιβυκής κυβέρνησης. Παρά ταύτα μας δίνει να καταλάβουμε ότι το κέντρο στην Κούφρα είναι το χειρότερο: παλιές εγκαταστάσεις, υπερπληθυσμός, καμία υγειονομική περίθαλψη, κάκιστη ποιότητα διατροφής.
Δεν μου επετράπη να επισκεφθώ το κέντρο στην Κούφρα, οπότε και δεν μπορώ να επιβεβαιώσω προσωπικά τις συνθήκες κράτησης εκεί. Ωστόσο, με το δεδομένο ότι όλοι οι πρόσφυγες με τους οποίους έχω μιλήσει τα τελευταία τρία χρόνια μου έχουν μιλήσει για κακομεταχείριση, βία και βασανιστήρια, τείνω να πιστεύω ότι είναι αλήθεια όλ’ αυτά. Το 2004 η Ευρωπαϊκή Κομισιόν ανέφερε ότι η Ιταλία χρηματοδοτούσε το χτίσιμο ενός νέου κέντρου κράτησης στην Κούφρα. Το 2007, η κυβέρνηση Πρόντι το αρνήθηκε, λέγοντας ότι η Ιταλία χρηματοδοτούσε απλώς ένα κέντρο υγείας. Δεν έχει και μεγάλη διαφορά πάντως. Αυτό που έχει σημασία είναι το εξής: Από το 2003, η Ιταλία και η Ευρωπαϊκή Ένωση συνεργάζονται με τη Λιβύη για να καταπολεμήσουν τη μετανάστευση. Το ερώτημα τώρα είναι: Γιατί όλοι παριστάνουν ότι δεν γνωρίζουν τι υφίστανται εδώ πέρα οι αφρικανοί μετανάστες;








