22 February 2009

Donne invisibili: rapporto sull'emigrazione femminile in Marocco

CAIRO, 22 febbraio 2009 - Women's Link Worldwide presenta i risultati del progetto "I diritti delle donne migranti: una realta' invisibile" basato su 138 interviste a donne emigranti di origine sub-sahariana, effettuate tra il Marocco e la Spagna. Un documento fondamentale per un approccio di genere alle tematiche migratorie. Ne emerge un preoccupante panorama sulla vulnerabilita' dei diritti umani, inclusa la sfera sessuale e riproduttiva, senza parlare delle molteplici forme di violenza a cui sono sottoposte le donne nei loro percorsi migratori. Invitiamo tutti voi a scaricare il rapporto. Per ora lo trovate soltanto in spagnolo. Ecco il link:

19 February 2009

Brucia Lampedusa. Rivolte anche a Malta. No ai rimpatri

CAIRO, 19 febbraio 2009 - Iniziano i trasferimenti dal Cie di Lampedusa. Ieri la rivolta degli 800 cittadini tunisini detenuti da dicembre nel Centro di identificazione e espulsione dell'isola, che hanno dato alle fiamme la struttura per protestare contro l'imminente deportazione di 107 persone. Nella notte, 180 persone sono state trasferite nei Cie di Cagliari e Torino. E un terzo aereo è volato a Crotone, in Calabria. Sono una cinquantina le persone rimaste ferite nell'incendio, alcuni intossicati e altri contusi.

16 February 2009

Libia:liberato l'avvocato Jumaa Attiga

MILANO, 16 febbraio 2009 - E' stato liberato ieri l'avvocato libico Jumaa Attiga, difensore dei diritti umani, arrestato a Tripoli lo scorso 31 gennaio 2009. Fortress Europe esprime il proprio ringraziamento a quanti hanno dimostrato solidarietà. Per sapere di più sulla storia di Attiga leggete questo post

10 February 2009

Libia: arrestato l'avvocato Attiga. Lo avevamo intervistato

TRIPOLI, 10 febbraio 2009 – Hanno arrestato Jumaa Attiga. L’avvocato libico che avevamo intervistato durante il mio viaggio in Libia nel novembre scorso e di cui avevo pubblicato alcune dichiarazioni nell’ultimo reportage sulla Libia. Fortress Europe esprime profonda preoccupazioni per le sorti di una delle personalità più attive della società civile libica, da anni impegnato in una campagna contro la tortura nelle carceri di Gheddafi e per la promozione dei diritti umani. Chiediamo a Amnesty International di seguire il caso.

Dall'Unione europea 20 milioni alla Libia contro l'immigrazione

TRIPOLI, 10 febbraio 2009 - Un assegno da 20 milioni di euro. Per combattere l'immigrazione africana. A tutti i costi. A pagare è l'Unione europea. E a fare il lavoro sporco sarà al solito la polizia libica. L'annuncio viene dal Commissario Ue per le relazioni esterne Benita Ferrero Waldner ieri in visita a Tripoli. Rimangono inascoltate le nostre critiche e quelle degli stessi rifugiati intervistati nel documentario "Come un uomo sulla terra". L'Europa civile conferma così la sua criminale ipocrisia. Pur di combattere l'invasione che non c'è - lo dicono i numeri: 67.000 arrivi in tutto il Mediterraneo nel 2008 - i nostri governi sono disposti a collaborare con la polizia di un regime come quello di Gheddafi. E a finanziare campi di detenzione come quello di Kufrah, nel deserto del Sahara, dove la tortura è la regola. E a rimpatriare i rifugiati politici del Corno d'Africa, che rappresentano una buona metà di coloro che attraversano il Canale di Sicilia. Per chi ancora ha dei dubbi su ciò che succede in Libia, consigliamo per l'ennesima volta i nostri reportage, le gallerie fotografiche e i nostri rapporti:

09 February 2009

Capitan vergogna: uccise migrante in mare, chiesto l'ergastolo

Disegno di Stefania Infante
MODICA, 9 febbraio 2009 - Quando Mohamed Ahmed Abdissalam telefonò al fratello, a Tripoli, gli rispose il coinquilino Garane Alì. “Sanwà è partito la settimana scorsa”, gli disse. Mohamed rimase in silenzio. Dagli Stati Uniti, dove viveva, chiamava ogni due settimane Sanwà. Lo avevano aiutato con i soldi a partire da Gaalkacyo, in Somalia, e a attraversare il deserto per arrivare in Libia. Se era a Lampedusa perchè non lo aveva ancora avvisato? “È morto”, aggiunse dopo un attimo di silenzio Garane. Lo aveva saputo da una donna somala che aveva chiamato in Libia qualche giorno prima, dall’Italia. Mohamed non chiese altro. Riagganciò e corse a comprare un biglietto per Roma, sicuro che avrebbe ritrovato il fratello.

07 February 2009

Lampedusa: tentano il suicido per evitare il rimpatrio

MODICA, 7 febbraio 2009 - Hanno ingoiato lamette da barba e bulloni di ferro. Un gesto estremo di protesta. L'ultimo e forse l'unico rimedio per evitare la deportazione. E' successo la notte scorsa a Lampedusa. I protagonisti sono una decina di tunisini. Uno è stato ricoverato d'urgenza all'ospedale di Palermo, per le profonde ferite alla trachea. Il centro di prima accoglienza e soccorso dell'isola è stato trasformato con un decreto in centro di identificazione e espulsione. Vi sono detenuti oltre mille tunisini. Molti da prima di Natale. In condizioni igieniche pessime. Da dicembre, 343 minori non accompagnati e 377 richiedenti asilo sono stati trasferiti in altre strutture in Italia. Per tutti gli altri Maroni ha promesso il rimpatrio. Un gruppo di 150 tra egiziani e nigeriani sono stati rimpatriati direttamente dall'isola. E la settimana scorsa 120 persone sono state trasferite al centro di identificazione e espulsione di Roma, per uno scalo tecnico prima del rimpatrio in Tunisia, come concordato dal ministro Maroni con il suo omologo tunisino Kacem. Ad accoglierli ci sarà il regime di Ben Ali, un regime che - tanto per capire con chi l'Italia collabora - lo scorso 4 febbraio 2009 ha confermato in appello le condanne a dieci anni di carcere ai sindacalisti che nel 2008 promossero il movimento sociale di Redeyef, nei bacini minerari di fosfato, e ai giornalisti tunisini che raccontarono quelle proteste che, lo ricordiamo, causarono la morte di 2 persone sotto il fuoco della polizia.

02 February 2009

Guantanamo Libya. The new Italian border police

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Centro di detenzione di ZlitanTRIPOLI - The iron door is closed. From the small loophole I see the faces of two Sub -Saharan Africans and of an Egyptian. I can't stand the acrid smell coming from the holding cells. I ask them to move. Now I can see the whole room, three meters per eight. There are about thirty people inside. Piled one over the other. There are no beds, people sleep on the ground on a few dirty foam mattresses. Behind, on the walls, somebody has written Guantanamo. But we are not in the U.S. base. We are in Zlitan, in Libya. And the detainees are not suspected terrorists, but immigrants arrested south of Lampedusa.

Guantanamo Libia. Il nuovo gendarme delle frontiere italiane

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Centro di detenzione di ZlitanTRIPOLI – La porta di ferro è chiusa a doppia mandata. Dalla piccola feritoia si affacciano i volti di due ragazzi africani e un di egiziano. L’odore acre che esce dalla cella mi brucia le narici. Chiedo ai tre di spostarsi. La vista si apre su due stanze di tre metri per quattro. Incrocio gli sguardi di una trentina di persone. Ammassati uno sull’altro. A terra vedo degli stuoini e qualche lercio materassino in gommapiuma. Sui muri qualcuno ha scritto Guantanamo. Ma non siamo nella base americana. Siamo a Zlitan, in Libia. E i detenuti non sono presunti terroristi, ma immigrati arrestati a sud di Lampedusa e lasciati marcire in carceri fatiscenti finanziate in parte dall’Italia e dall’Unione europea.

ΤΟ ΣΥΝΟΡΟ ΣΑΧΑΡΑ: ΣΤΡΑΤΟΠΕΔΑ ΚΡΑΤΗΣΗΣ ΣΤΗ ΛΙΒΥΚΗ ΕΡΗΜΟ

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Polizia all'esterno della feritoia di un camion‘Μαζί μας, στο φορτηγό, ήταν κι ένα τετράχρονο παιδί με τη μητέρα του. Ήμαστε στριμωγμένοι σαν τα ζώα, χωρίς αέρα και χώρο… Απορώ πώς υποβάλλουν ένα παιδί σε τέτοιες συνθήκες. Μέσα στο κοντέινερ είχε αφόρητη ζέστη. Το ταξίδι κράτησε 21 ώρες, από τις 4 μμ μέχρι τη 1 το επόμενο μεσημέρι. Δεν μας έδωσαν τίποτα να φάμε. Οι άνθρωποι αναγκάζονταν να κατουρούν μπροστά σε όλους τους άλλους. Όταν οι οδηγοί έκαναν στάση για να φάνε, βάλαμε το παιδί κοντά στα στενά παράθυρα του κοντέινερ. Το όνομά του ήταν Αδάμ. Τελικά φτάσαμε στην Κουφρά. Μόλις βγήκα έκλεψα λίγο ψωμή που ήταν κρεμασμένο απ’ έξω. Είχαμε μια μέρα να φάμε. Μαζί με τον Αδάμ και τη μητέρα του, ήμαστε συνολικά 110 άτομα.’

January 2009

ROME, 3 February 2009 – Tunis, Melilla, Syros, Bodrum, Dakar, Oran, Lampedusa. The list of victims of immigration at the gates of Europe is getting longer. In January, they were at least 62, bringing the overall number of migrants who have died at borders [since 1998] to 13,413. The figures are from the Fortress Europe observatory on the victims of immigration, and are based on news items reported in the international press. The latest shipwreck was on 29 January 2009 in Hammam Lif, a town twelve kilometres away from Tunis. Eight disappeared on the route towards Lampedusa and Linosa. Ten days earlier in those same waters, 26 people disappeared off La Marsa. In January, there were 35 deaths in the channel of Sicily. The balance off the Spanish coasts is serious as well. Twenty people have been recorded as disappearances in the last month in the province of Oran. Nothing is known about twelve others. The families are only aware about them leaving on the night of the past 2 January. Since then, none of them has contacted their relatives. On the other side of Africa, in Senegal, four women drowned on 10 January after the pirogue in which they travelling towards the Canary islands capsized. This confirms the fact that the routes towards Spain are becoming increasingly longer, in order to avoid European patrols. In fact, from Dakar, Fuerteventura is at least 12 days’ navigation away.

To Γκουαντάναμο της Λιβύης. Η νέα ιταλική αστυνομία συνόρων

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Centro di detenzione di ZlitanΤΡΙΠΟΛΗ - Η σιδερένια πόρτα έχει κλείσει. Από το μικρό ματάκι της πόρτας βλέπω τα πρόσωπα δύο αφρικανών κι ενός αιγύπτιου. Η μπόχα από τα κελιά δεν αντέχεται. Τους ζητώ να φύγουν για λίγο από μπροστά από την πόρτα, για να δω ολόκληρο το δωμάτιο. Τρία επί οκτώ. Τριάντα άτομα είναι μέσα, στοιβαγμένοι ο ένας πάνω στον άλλον. Δεν υπάρχουν κρεβάτια, οι άνθρωποι κοιμούνται στο πάτωμα σε κάτι στρώματα βρωμερά. Πίσω, στους τοίχους, κάποιος έχει γράψει τη λέξη Γκουαντάναμο. Δεν βρισκόμαστε όμως στην αμερικανική βάση. Είμαστε στην Ζλιτάν, στη Λιβύη. Και οι κρατούμενοι εκεί δεν είναι ύποπτοι τρομοκράτες, είναι μετανάστες που συνελήφθησαν νότια της Λαμπεντούσα.

Guantanamo Libyen. Der neue Gendarm der italienischen Grenzen

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Centro di detenzione di ZlitanTRIPOLIS – Das Eisentor ist doppelt verriegelt. Aus der kleinen Luke blicken die Gesichter zweier junger afrikanischer Männer und eines Ägypters. Der herbe Geruch, der aus der Zelle schlägt, brennt in meinen Nasenhöhlen. Ich bitte die drei, zur Seite zu gehen. Der Blick öffnet sich auf zwei Räume von drei mal vier Metern. Ich begegne den Blicken von etwa dreißig Personen. Übereinander gepfercht. Am Boden sehe ich ein paar Matten und einzelne schäbige Schaumgummimatratzen. Auf die Mauern hat jemand Guantanamo geschrieben. Aber wir sind nicht in der amerikanischen Basis. Wir sind in Zlitan, in Libyen. Und die Häftlinge sind keine mutmaßlichen Terroristen, sondern Migranten, die südlich von Lampedusa verhaftet wurden und die man in teils von Italien und der Europäischen Union finanzierten, baufälligen Haftanstalten verkommen lässt. Die Häftlinge drängen sich gegen die Zellentür. Sie erhalten seit Monaten keine Besuche. Einige erheben die Stimme: “Helft uns!” Ein Junge streckt die Hand über die erste Reihe hinaus und reicht mir ein Stückchen Karton. Eine Telefonnummer steht darauf, mit Kugelschreiber geschrieben. Die Vorwahl ist die von Gambia. Ich stecke es ein bevor die Polizei etwas davon merkt. Der Junge heißt Outhman. Er bittet mich, seiner Mutter zu sagen dass er noch lebe. Er ist seit fünf Monaten im Gefängnis. Fabrice hingegen verlässt diese Zelle seit neun Monaten nicht. Beide wurden während der Razzien in den Einwanderervierteln von Tripolis verhaftet.

Guantanamo Libye: le nouveau gendarme des frontières italiennes

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Centro di detenzione di ZlitanTRIPOLI - La porte en fer est fermée à double tour. De la petite lucarne se montrent les visages de deux jeunes africains et d’un Egyptien. L'odeur âcre qui vient de la cellule me brûle les narines. Je demande aux trois de se déplacer. La vue s'ouvre sur deux chambres à coucher, de trois mètres sur quatre. Je croise les regards d’une trentaine de personnes. Empilés les uns sur les autres. A terre je vois des nattes et quelques matelas de mousse crasseux. Sur les murs, quelqu'un a écrit Guantanamo. Mais nous ne sommes pas à la base américaine. Nous sommes à Zlitan, en Libye. Et les détenus ne sont pas des terroristes présumés, mais des immigrants arrêtés au sud de Lampedusa et laissés moisir dans des prisons délabrées en partie financées par l'Italie et l'Union européenne.

01 February 2009

غوانتانموا ليبيا: الجندرمة الجدد للحدود الإيطالية

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Centro di detenzione di Zlitanطرابلس- الباب الحديدي محكم الإغلاق. من داخل الكوة الصغيرة تظهر وجوه شابين أفريقيين وشاب مصري.الرائحة الشديدة التي تخرج من الزنزانة تحرق أنفي. أطلب من الثلاثة أن يفسحوا لي الرؤية, فأرى غرفتين بمساحة 3 أمتار بـ 4. تتشابك نظراتي بنظرات ما يقارب الثلاثين شخصاً. مكدسين فوق بعضهم البعض. أرى بعض الحصر على الأرض وبعض الفرش المطّاطية العفنة. كتب أحدهم على الجدران "غوانتانموا". لكننا لسنا داخل قاعدة أميريكية. إننا في زليتان, في ليبيا. والمعتقلون ليسوا بإرهابيين مزعومين, بل مهاجرين تم توقيفهم الى الجنوب من لامبيدوزا ليتعفنوا في سجون رديئة ممولة جزئياً من إيطاليا والإتحاد الأوروبي