27 March 2009

Spagna: on line il rapporto sulla "frontera sur" di Apdha

NIAMEY, 27 marzo 2009 – Tremila morti in un anno alla frontiera spagnola. È la stima dell'ultimo rapporto annuale della ong spagnola Apdha, che dal 1997 monitora la frontiera sud della Spagna. Un dato che si basa su una discutibile e ipotetica stima delle vittime della traversata del Sahara, su cui si hanno pochissime notizie. Ma che al contempo documenta con dovizia di fonti almeno 581 morti nei mari: 239 al largo delle isole Canarie e 342 nel Mediterraneo. Il rapporto – scaricabile on line in una versione sintetica e in una completa, in spagnolo – non risparmia critiche alla Spagna e all'Unione europea, in una analisi lucida delle politiche di esternalizzazione.

Emigrare in modo legale e ordinato, come esigono i Paesi europei, è di fatto impossibile, sostiene l'ong andalusa, non esistendo meccanismi pratici di ingresso regolare. Un dato su tutti: se nel 2008 la popolazione immigrata in Spagna è aumentata di 494.485 unità, la percentuale di immigrati dell'Africa sub-sahariana è aumentata solo di 8.749 persone, ovvero dell'1,8%.

Apdha boccia senza appello anche il Plan África, il programma di aiuti promesso dal governo Zapatero ai paesi dell'Africa occidentale in cambio di una maggiore cooperazione per il contrasto dell'emigrazione. A livello concreto la popolazione africana non ha beneficiato di un miglioramento delle proprie condizioni di vita, mentre le operazioni di esternalizzazione del controllo frontaliero hanno causato gravissime violazioni dei diritti umani. Ad esempio in Marocco e Mauritania.

Il rapporto documenta continue operazioni di deportazioni alla frontiera nella città marocchina di Oujda, di cittadini sub-sahariani sprovvisti di titoli di soggiorno, potenziali candidati alla traversata dello Stretto. E continuano le violenze alla frontiera con Ceuta e Melilla, così come gli abusi in mare, un caso su tutti quello del gommone affondato dalla Marina reale marocchina nell'aprile del 2008, con il conseguente annegamento di 36 persone.

Apdha si è poi recata in missione alla frontiera tra Mauritania e Mali, dove ha scoperto una situazione sconcertante. Centinaia di persone ogni anno sono deportate tra Nioro du Sahel, in Mauritania, e Gogui, in Mali, spesso dopo settimane di detenzione nel campo di Nouadhibou, sulle coste mauritane, senza nessun processo né alcun appoggio per ritornare nel proprio paese.

Per scaricare il rapporto completo
http://www.apdha.org/index.php?option=com_content&task=view&id=606&Itemid=45

23 March 2009

Milano d'Egitto e la rotta di Alessandria

Esiste un quartiere di Milano non ancora collegato dalla metro. Si chiama Tatun. E si trova in Egitto, nelle campagne irrorate dal Nilo, 150 km a sud del Cairo. Conta solo 80.000 abitanti, ma qui vivono le famiglie di migliaia degli oltre 47.000 emigrati egiziani residenti nel capoluogo lombardo. A unire Milano a questa sua estrema periferia pensano speciali agenzie di viaggio, che si affidano ai vecchi pescherecci rottamati, intercettati ogni settimana al largo di Lampedusa. Pescherecci che sempre più spesso partono direttamente dall'Egitto. Da un villaggio di pescatori vicino a Alessandria: Burg Mghizil, una frazione di Rashid. Laura Cugusi ha visitato Tatun e Rashid. Questo è il suo foto racconto.


per contattare l'autrice:
laura_cugusi@yahoo.it

11 March 2009

Sbarca a Lampedusa "Come un uomo sulla terra"

NIAMEY, 11 marzo 2009 - Dagmawi Yimer, rifugiato etiope sbarcato a Lampedusa nel 2006, torna nell’isola come regista del documentario COME UN UOMO SULLA TERRA, per presentare il film con cui denuncia per la prima volta le violenze subite in Libia da migliaia di uomini e donne africane in seguito agli accordi Italia-Libia. Dag a Lampedusa ci è arrivato il 30 luglio 2006. Ci è rimasto pochi giorni. Come "clandestino". Come "sbarcato". Come uno dei "tanti volti di disperati". Così raccontano i media. Venerdì 13 marzo 2009 Dag ritorna a Lampedusa "Come un Uomo". Con la dignità della sua storia e il coraggio del suo racconto. E con Dag tutti i protagonisti del film che Dag ha realizzato.

COME UN UOMO SULLA TERRA, appena tornato dalle sua prima proiezione "africana", verrà presentato a Lampedusa venerdì sera, in occasione della visita nell'isola del Commissario Europeo Jacques Barrot.

Abbiamo anche chiesto un incontro tra Dag e Barrot, per poter consegnare alla Commissione un DVD del film e le prime 5.000 firme della petizione contro le deportazioni in Libia e contro l'accordo Italia-Libia. Sarà l'occasione per chiedere alle istituzioni europee di fermare le violenze, le deportazioni e gli arresti indiscriminati che migliaia di donne e uomini stanno subendo in LIbia, grazie anche alla complicità del Governo e del Parlamento Italiano.

Abbiamo le testimonianze di pattugliamenti italiani ed europei che fermano le barche dei migranti per consegnarli alla polizia libica, con la totale noncuranza che sia poi la stEssa polizia libica a riservare per i migranti trattamenti disumani con deportazioni in container, lavori forzati, torture, violenze ed espulsioni di massa verso il deserto.

Il viaggio di Dagmawi a Lampedusa è un grido di allarme per fermare questo massacro che oltre a mettere a rischio la vita di migliaia di persone, lede gravemente la dignità e la civiltà della cultura democratica italiana ed europea.

La proiezione del film sarà Venerdì 13 alle ore 18.00

Presso la CASA DELLA FRATERNITA’ a LAMPEDUSA

Saranno presenti anche Riccardo Biadene e Stefano Liberti



Per info sul film

http//comeunuomosullaterra.blogspot.com



L’evento è organizzato da ASINITAS Onlus, ZaLab e dalla cittadinanza di Lampedusa

Con la collaborazione di FORTRESS EUROPE e CARTA

09 March 2009

Febbraio 2009

OUAGADOUGOU, 09 marzo 2009 – Sono almeno 31 le vittime censite lungo la frontiera sud dell'Unione europea nel mese di febbraio dall'osservatorio Fortress Europe. Tragico il bilancio delle isole Canarie, in Spagna, dove continuano a sbarcare sempre più minori non accompagnati come risultato delle politiche di riammissione. Lo scorso 16 febbraio una barca di migranti si è rovesciata in mare, a soli 20 metri dalla costa di Teguise, sull'isola canaria di Lanzarote. Dopo alcuni giorni di ricerche, sono stati recuperati 25 cadaveri. Un uomo è ancora disperso. Tra le vittime si contano anche 4 neonati, 4 bambini tra 8 e 11 anni e 2 donne. Una era incinta all'ottavo mese. Due settimane prima erano stati trovati tre morti di stenti a bordo di una imbarcazione giunta all'isola di Gran Canaria. Stessa scena il 21 febbraio, stavolta in Andalucia, al largo di Motril, dove su una barca è stato trovato un uomo senza vita in mezzo ai passeggeri.

Tragiche notizie arrivano anche dall'Algeria. Secondo cifre ufficiali recentemente rilasciate dal governo, dal 2005 sarebbero morti almeno 261 algerini nella traversata del Mediterraneo. In particolare: 29 nel 2005, 73 nel 2006, 61 nel 2007 e 98 nel 2008. Un dato in continuo aumento. Senza tenere conto del numero di dispersi. Destinato a rimanere sconosciuto.

Scrive l'autore algerino Mohammed Moulessehoul - più conosciuto con il suo pseudonimo femminile Yasmina Khadra, con il quale ha pubblicato i suoi libri negli anni della guerra civile - “Ogni cervello in esilo è un assassinio per la nazione”. Durissime parole comparse sul quotidiano “Le quotidien d'Oran”, in una lettera aperta al primo ministro, dello scorso 19 gennaio 2009: “L'Algeria è un paradiso i cui sogni sono altrove, il che spinge spinge migliaia di adolescenti a saltare in barche di fortuna per andarli a cercare, affrontando naufragi mortali e insolazioni irreversibili. Nessuna nazione può avanzare senza miti e nessuna gioventù si può rafforzare senza i suoi idoli. Che cosa abbiamo fatto dei nostri miti e quali sono diventati i nostri idoli in questa nevrotica ricerca di sospetti arricchimenti, che hanno fatto dei nostri sindaci, dei nostri governatori, dei nostri deputati e dei nostri senatori dei costruttori di disillusioni? Il miracolo esiste. Basterebbe crederci”.
Ma la fortezza Europa miete vittime anche dentro i suoi confini.

A Calais, in Francia, punto di transito dei migranti destinati a imbarcarsi clandestinamente nei camion diretti in Inghilterra, l'ultima vittima è una neonata di pochi giorni. Figlia di una coppia kurda della baraccopoli lungo l'A16, a Dunkerque. Era nata prematura sulla via dell'esilio. Il suo viaggio è durato poche ore.

08 March 2009

Speciale Fespaco: l'emigrazione raccontata dai migliori registi africani

Stadio 4 Aout Cerimonia di chiusura del FespacoOUGADOUGOU, 8 marzo 2009 – Si è chiusa ieri la 21° edizione del Festival del Cinema africano di Ouagadougou (Fespaco), principale appuntamento biennale dei registi africani da ormai 40 anni. Per una settimana, la città è stata invasa da centinaia di giornalisti, attori, registi, produttori, cinefili e turisti che nonostante tutte le difficoltà organizzative – la direzione del festival è stata epurata dal nuovo ministro della cultura – hanno seguito con partecipazione il fitto programma di proiezioni, animati ogni sera dai concerti della notte ouagalese.

MascaradesQuello dell'emigrazione rimane uno dei temi più esplorati dal cinema africano. Tanto i documentari che la fiction raccontano i pericoli dei viaggi, il senso di impotenza dei giovani, l'ossessione di partire, e lo smarrimento di chi ritorna. A partire dall'italiano “Come un uomo sulla terra”, di A.Segre, D.Yimer e R. Biadene, proiettato in anteprima africana. Per la prima volta a sud del Sahara, un film parla dei campi di detenzione in Libia finanziati dall'Italia per combattere l'emigrazione verso Lampedusa.

Dieu a t-il quitté l'Afrique?Ma sono soprattutto i lavori dei registi dell'Africa occidentale a centrare il tema. A partire dal riuscito “Dieu a t-il quitté l'Afrique”, del senegalese Musa Dieng Kala, formato in Canada e già autore di diversi video clip di Youssou N'Dour. Dopo il ritrovamento a Bruxelles dei cadaveri di due giovani guineani nel vano carrello di un aereo partito da Conakry, Musa ritorna a Dakar, cercando una risposta all'inquietante domanda: “Dio ha abbandonato l'Africa?”. Attraverso il racconto della vita quotidiana di Kader, Ibrahima, Ahmadou e Djiby e del loro sogno per l'Europa, emerge il senso di impotenza degli individui di fronte all'indifferenza internazionale e al disimpegno della classe dirigente. Senegalese è anche Idrissa Guiro, regista di “Barcelone ou la mort”, girato nella città costiera di Thiaroye, che in questi anni ha visto morire tanti dei suoi ragazzi sulla rotta per le isole Canarie.

Victimes de nos richessesDa segnalare anche “Victimes de nos richesses”, del guineano Touré Kal. Il racconto parte dal forum sociale di Bamako del 2006 e dal lavoro di Aminata Traoré, nota attivista maliana, da alcuni anni impegnata anche nell'accoglienza dei migranti espulsi dall'Algeria nel deserto maliano. È attraverso le testimonianze dei refoulés che Kal ricostruisce i fatti di Ceuta e Melilla, le due enclave spagnole sulla costa marocchina, dove nel 2005 vennero uccisi a colpi di arma da fuoco 17 giovani emigranti sub-sahariani. Accanto alle storie personali, Kal inserisce le voci di storici e attivisti della società civile maliana, che analizzano l'emigrazione a partire dall'impoverimento dei paesi africani e dalle responsabilità della colonizzazione.

Paris à tout prixE l'emigrazione è anche al centro della fiction. Ad esempio in “Paris à tout prix”, della camerunese Joséphine Ndangou. Ambientato in un quartiere popolare di Yaoundé, racconta la storia di Suzy, una ragazza decisa a raggiungere la Francia per riscattare la propria famiglia dalla povertà. Truffata da un uomo d'affari che le proponeva un visto turistico, e poi arrestata durante il tentativo di passare senza documenti la frontiera con la Guinea equatoriale, Suzy decide di vendere il proprio corpo per raggiungere il proprio obiettivo. Ma una volta arrivata a Parigi non troverà quello che cercava. E una lite con una amica causerà l'arrivo della polizia e il rimpatrio.
Sono molti poi i film del festival che non parlano direttamente di emigrazione, ma i cui protagonisti sono emigrati. Ad esempio il bello e angosciante “L'absence”, del guineano Mama Keita, centrato sulla storia di un emigrato senegalese e sugli effetti negativi della sua “assenza”. Mentre in Francia coltiva una vita di successo nel lavoro, a Dakar la sorella, muta, si perde nel mondo della prostituzione e il suo ritorno non basterà a salvarla. E poi “Française”, della marocchina Souad El Boulatte, la cui protagonista, Sofia, si scontra con la società conservatrice marocchina, dove è tornata con la famiglia dopo un'infanzia trascorsa in Francia. Scarsa qualità cinematografica di “Trapped Dream”, una storia d'amore tra una ragazza senegalese e un avventuriero nigeriano bloccato a Dakar sulla rotta per le isole Canarie.

Lieux SaintsResta da capire che distribuzione avranno questi film. Se infatti in paesi come Marocco e Egitto i film nazionali sono i primi anche al botteghino, a sud del Sahara i maggiori incassi sono ancora registrati dai film americani e indiani. A questo proposito, interessante è il nuovo lavoro del camerunese Jean Marie Teno, che ha girato un documentario intorno a un cine club dell'unico quartiere popolare rimasto nel centro di Ouagadougou, Saint Leon, tra la Cattedrale e la Grande Moschea. “Lieux Saints”, così si intitola il film, racconta le contraddizioni della distribuzione dei titoli africani. Distribuiti in sale a prezzi inaccessibili, eppure molto amati dalla gente, che riesce a vederli soltanto in copie pirata, nei televisori dei piccoli e economici cine club di periferia.

TezaPer quanto invece riguarda l'Italia, bisognerà aspettare i prossimi festival del cinema africano di Milano e Verona, i cui responsabili sono venuti a Ouagadougou proprio per scegliere i titoli delle prossime edizioni. C'è da augurarsi di riuscire a vedere in Italia almeno i primi tre film premiati dalla giuria. Nell'ordine: l'etiope “Teza”, di Haile Gerima, già premiato a Venezia e Carthage. Il sudafricano “Nothing but the truth” di John Kani. E la brillante commedia algerina “Mascarades”, diretta da Lyes Salem. Tra i documentari invece speriamo invece che sia distribuito il bello e coraggioso “Un affaire de nègres”, della regista camerunese Lewat Osvalde. Un film inchiesta che racconta le stragi commesse dai reparti speciali della polizia di Douala, durante operazioni di lotta alla criminalità nei quartieri poveri della città.

En attendant les hommesSempre nella sezione documentari, “En attendant les hommes”, della senegalese Ndiaye Katy, ritrae un gruppo di donne mauritane e la loro “attesa” dei mariti impegnati in lavori stagionali e lontani da casa per mesi. Splendida la fotografia. Decisamente interessante anche “Nos lieux interdits” della marocchina Kilani Leila. Premiato dalla giuria come miglior documentario, racconta la stagione del terrore di Hassan II, quando negli anni Settanta oltre 30.000 cittadini marocchini furono arrestati e uccisi per reati politici. E poi “Ouled Lenine”, disincantato racconto della deriva dittatoriale della Tunisia di Bourghiba e Ben Ali, ricostruito dalle voci dei membri del vecchio partito comunista tunisino.

Locandina 21° FespacoVedere questi film nelle nostre sale servirebbe forse più di ogni campagna antirazzista, a riportarci verso la realtà delle cose. A creare consenso intorno alle politiche razziste contro gli emigrati è infatti uno speciale collante che si chiama ignoranza. Nella piccola Italietta, ne siamo tutti impregnati. Nel nostro immaginario l'Africa è un continente senza storia, dilaniato dalle carestie e dalle guerre, pieno di straccioni pronti a invadere il nostro civile paese. Guardare all'Africa per il valore artistico delle sua cinematografia emergente, aiuterebbe a de-costruire quel pregiudizio. Osservare le immagini delle città africane e ascoltare le storie delle nuove generazioni ci permetterebbe di ricostruire un ritratto più veritiero del velocissimo percorso di rinnovamento che il continente sta vivendo. E quindi di restituire all'Africa un posto nella storia e una ritrovata dignità

07 March 2009

“Così le navi di Frontex ci respinsero in Libia”. La storia tre liberiani

Nave di pattugliamento malteseOUAGADOUGOU, 7 marzo 2009 – Respinti in acque internazionali, al largo di Lampedusa, dalle navi di Frontex. Torturati nelle carceri libiche. E abbandonati in mezzo al deserto nigerino. È la storia recente di tre cittadini liberiani. Li ho incontrati in Burkina Faso, a Ouagadougou, a margine del festival del cinema africano, insieme ad Andrea Segre, autore del documentario Come un uomo sulla terra. Alla vigilia dell'avvio dei pattugliamenti congiunti italo libici, che affideranno alla polizia libica tutti i migranti fermati in mare, la loro testimonianza svela che cosa stia realmente accadendo in Libia.

Yosif mentre guarda il documentario A sud di LampedusaPartiti dalla Liberia in guerra nel 1995, quando ancora erano degli adolescenti, Daniel, Yosif e Abenido hanno impiegato sette anni per arrivare in Libia. Dopo un lungo viaggio attraverso la Costa d'Avorio, il Ghana, e il deserto del Niger. Ci raccontano il loro viaggio davanti allo schermo del portatile che mostra il documentario “A sud di Lampedusa”. Daniel e Yosif sono fratelli. Quando scoppiò la guerra, il fronte li separò dalla madre, che oggi vive negli Stati Uniti, a Philadelphia. Ci raccontano il loro viaggio mentre guardiamo insieme le immagini di “A sud di Lampedusa”, girato in Niger. Riconoscono le immagini di Dirkou, dove passarono la frontiera libica nel lontano 2002. “Mi sento come se fossi ancora nel camion. Era una lotta stare lassù. Un continuo spingersi per avere uno spazio più sicuro. Io viaggiavo qui davanti – racconta Yosif indicando uno dei camion che scorrono sullo schermo – Qui, sopra la cabina del conducente. Era dura perché avevo il vento e la sabbia in faccia, ma ero un po’ più comodo. Ma quanto freddo ho preso nel deserto. La notte è terribile. Si gela. E non avevamo le coperte. Ho ancora male ai polmoni, quando tossisco.” Suo fratello si dondola sulla sedia. Ha gli occhi rossi, ogni tanto si addormenta. La notte prima ha mangiato dei fagioli andati a male e per tutta la notte non è riuscito a dormire per il mal di stomaco.

Barche di migranti a PozzalloDa Zuwarah riuscirono a imbarcarsi soltanto nell'ottobre del 2008, dopo cinque anni trascorsi tra Sebha, Bengasi e Tripoli per guadagnare gli 800 euro necessari per partire. Al timone sedeva un egiziano. A bordo erano una trentina. Tra cui tre donne (una eritrea, una nigeriana e una ghanese). C'erano marocchini, tunisini, egiziani, ghanesi, maliani e eritrei. Dopo tre giorni di mare, al calare del sole incontrarono una nave di pattuglia. Li presero a bordo. Ma alle prime luci dell'alba furono consegnati ad una motovedetta libica, che dopo due giorni di viaggio li sbarcò al porto di Zuwarah, in Libia. I tre sostengono che fosse una nave italiana. Ma non hanno visto la bandiera. Ad ogni modo era una delle navi della missione di Frontex, Nautilus III, all'epoca ancora operativa nel Canale di Sicilia. Nessuno dei passeggeri venne identificato prima della consegna ai libici. E a nessuno venne chiesto se intendeva chiedere asilo politico. Tecnicamente si tratta di un respingimento collettivo, proibito dalla Convenzione europea dei diritti umani, dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati e dalla Convenzione contro la tortura. Già perché è risaputo che il trattamento riservato ai migranti nelle carceri libiche è inumano.

Migranti detenuti in Libia“Ci portarono al commissariato bendati – racconta Yosif -, poi la sera ci portarono in un campo di detenzione. Non c'era neanche lo spazio per sedersi a terra. Siamo rimasti lì per tre notti. Ogni notte ci prendevano uno a uno e ci portavano nel cortile. Ci picchiavano, ci bastonavano. Era una continua tortura. Volevano sapere i nomi degli intermediari a cui avevamo pagato il viaggio”. Al quarto giorno vennero trasferiti a Tripoli, stipati dentro un camion, per essere scaricati nel carcere di Janzur, dove rimasero due lunghissimi mesi. Della loro situazione erano informate le Nazioni Unite. I tre infatti avevano fatto richiesta di asilo politico all'Alto commissariato dei rifugiati in Libia. E dal carcere erano riusciti ad informare un funzionario, che gli rese visita promettendo loro che li avrebbero fatti uscire. Pochi giorni dopo però, all'alba, caricarono anche loro sul camion diretto a Sebha, alle porte del Sahara. “Gridavano “Barra! Barra!” Fuori! E ci spingevano con i manganelli. Eravamo in 150 pigiati uno contro l'altro”.

A Sebha, dopo un mese di carcere furono finalmente riaccompagnati alla frontiera. Di nuovo stipati dentro un container di ferro trainato da un autorimorchio fino alla frontiera con il Niger, tra Tumu e Madama. Tre giorni di viaggio. “I momenti peggiori erano quando gli autisti si fermavano nelle ore più calde per riposare. Il container diventava un forno, non avevamo da bere!”. Ad aspettarli non c'erano però gli agenti della dogana nigerina. Non c'era niente e nessuno. Solo il deserto. E qualche sagoma all'orizzonte. I libici avevano detto di marciare in quella direzione. I 150 si sparpagliarono. Dopo tre giorni di cammino sotto il sole cocente, Daniel perse le forze. Respirava a malapena. Era disidratato. I due compagni lo trascinavano di peso. Si erano persi. Sarebbero morti di sicuro, se non fossero stati visti da un pastore tuareg, che passava in quelle zone con i suoi cammelli. Li portò all'oasi di Dirkou. E li ospitò finché non si rimisero in forza.

Oggi vivono a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso. Abemido fa il barbiere e guadagna qualche franco per il cibo. Dormono per strada. Qua li ha portati un camion carico di cipolle, partito da Niamey. Vogliono tornare a casa. Li aiuterà la madre, rifugiata politica negli Stati Uniti. Come loro sono migliaia i giovani bloccati lungo le frontiere degli stati nordafricani. Respinti nel deserto dopo essere stati fermati in mare alla frontiera della Fortezza Europa. Quante siano le vittime non lo sapremo mai. Non lo sanno nemmeno loro. I tre liberiani. Dei 150 deportati nel deserto, ne hanno rivisti solo qualche decina nell'oasi di Dirkou. E gli altri? Che fine hanno fatto? E soprattutto, chi dobbiamo considerare responsabile della loro morte?

Ceuta e Melilla: l'alambrada

Mappa dello Stretto di GibilterraA Ceuta e Melilla, le due enclave spagnole in Marocco, sono morte 37 persone, uccise dal fuoco della Guardia civil e della polizia marocchina, o ferite scavalcando le recinzioni di ferro e filo spinato che delimitano il confine (alambrada). Sui fatti di Ceuta e Melilla, la rete di ong Migreurop ha pubblicato un rapporto molto documentato, il "Livre noir", scaricabile on line

07/03/09

Spagna

Giovane emigrante rimane agganciato a mezz'aria alla rete di filo spinato della frontiera di Ceuta, e muore dissanguatoAbc

01/01/09

Marocco

Muore all’ospedale El Hassani di Nador un emigrante ferito dagli spari della polizia marocchina mentre tentava di passare la frontiera dell’enclave spagnola di Melilla

El Pais

24/12/06

Marocco

Colpito da un proiettile delle forze ausiliarie marocchine mentre tentava di scavalcare la duplice recinzione della frontiera spagnola a Melilla, un giovane rimane uccisoMigreurop
08/12/06

Marocco

Un morto ammazzato dagli spari dell’esercito marocchino durante un assalto al grillage della frontiera spagnola di MelillaEl Telegrama
03/07/06Marocco3 persone muoiono nel tentativo di scavalcare la barriera del confine dell'enclave spagnola di MelillaEl Mundo
27/04/06SpagnaMuore per un attacco d’asma un uomo recluso in un centro di detenzione per immigrati senza documenti a Tarajal, nell’enclave spagnola in Marocco di Ceuta. Aveva passato il confine il giorno prima ed era in attesa di essere espulsoEl Mundo
29/03/06MaroccoRicoverato in terapia intensiva un uomo caduto da un'altezza di 8 metri tentando di scavalcavare la barriera al confine col Marocco dell'enclave spagnola di CeutaEl Mundo
07/01/06

Marocco

Muore all’ospedale di Nador un giovane ferito dagli spari della polizia spagnola durante il tentativo di scavalcare le reti della frontiera di Melilla un mese primaEl Mundo
06/10/05MaroccoAssalto alle barriere della frontiera spagnola in Marocco, a Melilla, 6 morti per arma da fuoco o schiacciati nella ressa, 30 feritiLa Repubblica
29/09/05MaroccoAssalto alle barriere della frontiera spagnola in Marocco, a Ceuta, 5 morti per arma da fuoco o schiacciati nella ressa, 28 i feritiLa Repubblica
15/09/05

Marocco

Assalto alle barriere della frontiera spagnola a Melilla, in Marocco. Un giovane muore colpito da un proiettile di gomma sparato dalla Guardia civil. Un altro uomo perde la vita dopo le gravi ferite riportate in una caduta mentre fuggiva dagli uomini delle forze armate marocchineArdh
12/09/05MaroccoMorto ragazzo ferito tentando di oltrepassare le barriere della frontiera spagnola in Marocco a MelillaEl Mundo
02/09/05Marocco1 morto a Melilla, ucciso, secondo testimoni, dalla Guardia civileEl Mundo
27/08/05Marocco2 morti a Melilla, nel tentativo di scavalcare le barriere della frontiera spagnola in MaroccoBbc
01/04/04

Marocco

2 giovani ammazzati dagli spari delle forze ausiliarie marocchine nel tentativo di scavalcare la barriera lungo la frontiera di MelillaAmnesty International
22/02/04

Marocco

Un gruppo tenta di scavalcare la rete della frontiera di Melilla. I soldati marocchini sparano. Un giovane è colpito alla testa e muoreMsf

03/10/03

Spagna

Agente della Guardia Civil ammazza con un colpo di pistola un uomo alla frontiera di Ceuta. La vittima faceva parte di un gruppo di migranti, scoperti dalla polizia mentre scavalcavano le reti del confine marocchino, che avevano iniziato a lanciare pietre contro gli agenti per evitare l’arresto

El Pais

03/07/02

Spagna

Ritrovato il cadavere di un giovane lungo la frontiera tra Ceuta e Marocco, morto per un forte colpo al torace dopo una caduta

El Pais

27/05/02

Spagna

Un ragazzo minorenne muore asfissiato dopo essere rimasto intrappolato nella rete che stava scavalcando per entrare a Melilla dal Marocco

El Pais

10/08/01

Spagna

Muore per un arresto cardiaco un ragazzo arrestato un’ora e mezza prima da agenti della Guardia Civil a Ceuta

El Pais

27/12/00

Marocco

Muore di ipotermia un migrante accampato sulle montagne di Bel Younesh, in attesa di saltare la barriera della frontiera di CeutaDiario Vasco

26/08/99

Spagna

In fuga dalla Guardia Civil a Melilla un giovane si tuffa in mare e muore sbattendo la testa su uno scoglio

El Pais

25/08/99

Spagna

Un uomo muore di infarto cardiaco nel tentativo di superare la rete della frontiera di Ceuta

El Pais

05/09/96

Spagna

Morto ammazzato da uno sparo della polizia di frontiera mentre tentava di entrare a CeutaAbc

05 March 2009

L'emigrazione egiziana in Italia

Con una popolazione di 81 milioni di abitanti, l'Egitto conta 2.400.000 emigrati (il 3,2% della sua popolazione). Il loro contributo all'economia è fondamentale. Nel 2008, secondo la Banca Mondiale, hanno inviato rimesse per 5,9 miliardi di dollari. Le principali mete dell'emigrazione egiziana sono soprattutto Arabia Saudita, Libia e Oman, seguite da Palestina, Stati Uniti, Canada, Australia, Italia e Grecia.

Secondo il rapporto Caritas-Migrantes 2008, in Italia vivono circa 70.000 cittadini egiziani. Di questi, 30.000 abitano nella città di Milano e altri 17.000 nei Comuni dell'hinterland. Il decreto flussi del dicembre 2008 ha assegnato una quota di 8.000 ingressi per l'Egitto.

Tra il 2005 e il 2007 oltre 20.000 egiziani hanno attraversato il Mediterraneo verso la Sicilia. Nel 2008, più di 1.000 minori egiziani non accompagnati sono stati intercettati al largo di Lampedusa. Nel gennaio 2007 il governo Prodi ha firmato un accordo di riammissione con l'Egitto per facilitare il respingimento dei cittadini egiziani intercettati alle frontiere italiane. Secondo l'ong egiziana LCHR, nel 2008 almeno 400 cittadini egiziani sono annegati tentando di attraversare il Mediterraneo, verso l'Italia e la Grecia.


Leggi il nostro reportage
Tutun: in Egitto l'ultimo quartiere di Milano

02 March 2009

ΦΕΒΡΟΥΑΡΙΟΣ 2009

Τουλάχιστον 31 θύματα υπολογίζονται από το παρατηρητήριο της Fortress Europe στα νότια σύνορα της Ευρωπαϊκής Ένωσης τον Φλεβάρη που μας πέρασε. Τραγικός είναι ο απολογισμός στα Κανάρια νησιά, όπου αποβιβάζονται όλο και περισσότερα ασυνόδευτα παιδιά, όλο και μικρότερης ηλικίας, ως αποτέλεσμα της πολιτικής επανεισδοχής ανηλίκων. Στις 16 του Φλεβάρη ανατράπηκε στη θάλασσα μια βάρκα με μετανάστες 20 μέτρα από την ακτή του Teguise, στο νησί Λαντσαρότε των Καναρίων. Τις επόμενες μέρες, οι έρευνες έφεραν στην επιφάνεια 25 πτώματα. Ένας άντρας αγνοείται. Μεταξύ των θυμάτων ήταν και τέσσερα βρέφη, καθώς και 4 παιδιά μεταξύ 8 και 11 ετών και 2 γυναίκες. Η μία γυναίκα ήταν έγκυος στον όδγοο μήνα. Δύο εβδομάδες πριν είχαν βρεθεί τρεις νεκροί από τις κακουχίες σε μια βάρκα στ’ ανοιχτά των Μεγάλων Καναρίων. Το ίδιο σκηνικό και στις 21 Φεβρουαρίου: Αυτήν τη φορά στην Ανδαλουσία, στ’ ανοιχτά του Μοτρίλ, μεταξύ των επιβατών μιας βάρκας ανακαλύφθηκε ένας άψυχος άνδρας …

Τραγικά τα νέα κι από την Αλγερία. Σύμφωνα με τα πρόσφατα επίσημα στοιχεία της κυβέρνησης, από το 2005 τουλάχιστον 261 αλγερινοί έχουν χάσει τη ζωή τους προσπαθώντας να περάσουν τη Μεσόγειο. Συγκεκριμένα, 29 είναι οι νεκροί του 2005, 73 του 2006, 61 το 2007 και 98 το 2008. Τα νούμερα ανεβαίνουν. Για να μη συνυπολογίσουμε τον αριθμό όσων χάθηκαν στη θάλασσα, εκείνων που η μοίρα τους είναι να παραμείνουν αγνοούμενοι.

Ο αλγερινός συγγραφέας Μοχάμεντ Μουλεσεχούλ, γνωστός κυρίως με το γυναικείο του ψευδώνυμο Γιασμίνα Κάντρα, με το οποίο υπέγραψε τα βιβλία που έγραψε κατά τη διάρκεια του εμφυλίου, είχε γράψει ότι “κάθε εξόριστος είναι μια εθνική δολοφονία”. Πιο σκληρά τα λέει στην εφημερίδα Καθημερινή του Οράν μια επιστολή που απευθύνεται στον πρωθυπουργό, στις 19 Ιανουαρίου 2009: “Η Αλγερία είναι ένας παράδεισος του οποίου τα όνειρα στρέφονται κάπου αλλού, που ωθεί χιλιάδες νέους να καβαλήσουν τις βάρκες για να το αναζητήσουν, αντιμετωπίζοντας μοιραία ναυάγια και ανεπίστρεπτη απομόνωση. Κανένα έθνος δεν μπορεί να ζήσει χωρίς μύθους και καμιά νεολαία χωρίς ινδάλματα…Τι τους κάναμε όμως τους μύθους μας και ποια είναι τα ινδάλματά μας στη νευρωτική αυτή αναζήτηση ύποπτων ελπίδων, πώς κατάντησαν οι δήμαρχοι, οι κυβερνήτες, οι γερουσιαστές που κατασκευάζουν τις συνεχείς μας απογοητεύσεις; Το θαύμα υπάρχει, αρκεί να το πιστεύετε.” Μα η Ευρώπη-φρούριο σπέρνει θύματα και μεσα στα σύνορά της.

Στο Καλαί της Γαλλίας, διαμετακομιστικό κόμβο του παράνομου περάσματος με φορτηγά προς την Αγγλία, το τελευταίο θύμα ήταν ένα βρέφος ολίγων ημερών, παιδί ενός ζευγαριού Κούρδων που ζει σε μια παραγκούπολη κατά μήκος του αυτοκινητόδρομου Α16 στη Δουνκέρκη. Γεννήθηκε πρόωρα στο δρόμο της εξορίας. Το ταξίδι του κράτησε μόνο λίγες ώρες.

Translated by Lia Yoka

TATOYN: Μια γειτονιά του Μιλάνου στην Αίγυπτο

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TatunΥπάρχει μια γειτονιά του Μιλάνου που δεν είναι ακόμη συνδεδεμένη με το δίκτυο του μετρό. Τη λένε Τατούν. Βρίσκεται στην Αίγυπτο, στα χωράφια που αρδεύονται από τον Νείλο, 150 χιλιόμετρα νότια του Καΐρου. Έχει μόλις 80.000 κατοίκους, μα εδώ ζουν οι οικογένειες πάνω από 47.000 αιγυπτίων που έχουν μεταναστεύσει στην πρωτεύουσα της Λομβαρδίας. Για τη σύνδεση του Μιλάνου με τη μακρινή του περιφέρεια τα ειδικά ταξιδιωτικά γραφεία της Λιβύης επαφίενται στις παλιές ψαρόβαρκες που κάθε βδομάδα συλλαμβάνονται στ’ ανοιχτά της Λαμπεντούσα. Όλα ξεκίνησαν τη δεκαετία του ’90. Παλιότερα οι αποβιβάσεις γίνονται στην Πούλια. Αργότερα στη Σικελία. Πάνω από 20.000 Αιγύπτιοι πέρασαν τη Μεσόγειο μεταξύ 2005 και 2007. Και σιγά-σιγά, όσοι κατάφεραν να νομιμοποιηθούν, έχουν φέρει τα παιδιά και τα ξαδέρφια τους μαζί. Έτσι, έχει δημιουργηθεί στο Μιλάνο ένα δίκτυο οικογενειακής αλληλεγγύης, το οποίο επιτρέπει σήμερα σε χιλιάδες συγγενείς χωρίς χαρτιά να έχουν σπίτι και δουλειά στο Μιλάνο. Είναι μπογιατζήδες, μαραγκοί, αρτοποιοί, χειρώνακτες παντός είδους. Πολλοί μετακινούνται για τη δουλειά τους. Έχουν χαρτιά και όταν δεν υπάρχει δουλειά εκεί που μένουν κατεβαίνουν για μερικούς μήνες στην Αίγυπτο. Φτάνουν με αυτοκίνητα, αγοράζουν γη και χτίζουν σπίτια. Σε μια ύπαιθρο που έχει εξαθλιωθεί από τις τελευταίες αγροτικές μεταρρυθμίσεις, όπου η σκληρή δουλειά ενός αγρότη μπορεί να αποδώσει το πολύ 7 ευρώ τη μέρα, η παρουσία των μεταναστών έχει δημιουργήσει ένα νέο φαντασιακό: Σήμερα, η μετανάστευση αντιπροσωπεύει τη μοναδική οδό διαφυγής.

TatunΗ ίδια η αρχιτεκτονική είναι αρκετή για να θυμάσαι την πόλη. Αρκετή για να στρέψει το βλέμμα από τους σκαμμένους δρόμους στις δεκάδες πολυτελείς οικοδομές υπό ανέγερση παντού. Το κόκκινο χρώμα των τούβλων κυριαρχεί στον ορίζοντα. Στις στέγες, δίπλα στις κεραίες της δορυφορικής, λάμπουν οι μεταλλικές κατασκευές της οροφής. Κάθε χρόνο και διαφορετικό σχέδιο. Κάθε σχέδιο για την οικογένεια ενός από τα αδέλφια. Και τα εσωτερικά τους είναι φροντισμένα. Από την επίπλωση ως τα χαλιά κι από τα πλακάκια του μπάνιου μέχρι τη συσκευή της τηλεόρασης. Οι γείτονες μπορεί να έχουν ακόμη κατσίκες και κότες στο μπαλκόνι. Και τα παιδιά τους παίζουν ξυπόλητα πάνω στα μπάζα που μαζεύονται στις άκρες των δρόμων. Ή συνοδεύουν τις μητέρες τους που πάνε να πουλήσουν γύρη και ζαχαροκάλαμα στην αγορά. Ή τρώνε τη σκόνη που σηκώνουν τα αυτοκίνητα των μεταναστών με τις ηχηρές κόρνες ανάμεσα στα τρακτέρ και τα κάρα με τα πορτοκάλια που τραβούν τα γαϊδούρια. Οι μετανάστες είναι το πρότυπο της επιτυχίας. Η τηλεόραση βέβαια δείχνει άλλα…Έχει συνεχώς αιγυπτιακές σαπουνόπερες γυρισμένες στο Κάιρο. Και οι δορυφορικές κεραίες είναι στραμμένες προς τους υπόλοιπους αραβικούς πομπούς. Το όνειρο δεν προέρχεται από τη μικρή οθόνη. Είναι αληθινό, περπατά στο δρόμο. Η μετανάστευση σου δίνει κύρος. Δεν είναι οι πιο απελπισμένοι αυτοί που φεύγουν, αλλά μάλλον οι πιο φιλόδοξοι.

TatunΟ Μαχμούντ περνάει έξι μήνες το χρόνο στο Μιλάνο. Κι άλλους έξι στο Τατούν. Μόλις έχει παντρευτεί μια κοπέλλα 22 χρονών στο Κάιρο κι έχουν μια νεογέννητη κόρη. Ζούνε σ’ ένα διαμέρισμα που χτίστηκε με τα ευρώ που έβγαλε ο Μαχμούντ δουλεύοντας οικοδόμος. Στο Μιλάνο ζει με οκτώ από τα εννιά του αδέλφια, που είναι όλοι εμιγκρέδες. Ο Ασούρ ήταν ο πρώτος, ήρθε το 1991. Μπογιατζής αυτός, πηγαινοέρχεται μεταξύ Ιταλίας και Αιγύπτου. Αν έχεις χαρτιά, το ταξίδι είναι απλή και φθηνή υπόθεση. Οι περισσότεροι μετανάστες όμως δουλεύουν εποχιακά, ειδικά τώρα που έχουν λιγοστέψει οι δουλειές. Ένας απ’ αυτούς είναι ο Ασράφ. Ζώντας στο Μιλάνο καταφέρνει και ζει τις δύο γυναίκες και τους πέντε γιους του. Θα του κόστιζε πολύ ακριβά να τους φέρει στην Ιταλία. Άλλοι έχουν επιστρέψει για πάντα. Ο Αντέλ για παράδειγμα, μετά από έξι χρόνια θυσίες στο Μιλάνο, γύρισε στο Τατούν. Έκλεισε στο συρτάρι την άδεια παραμονής και με τις οικονομίες του έχτισε ένα σπίτι, όπου ζει με τη γυναίκα του και τα τρία παιδιά τους και άνοιξε κι ένα μαγαζί.

TatunΟι επαναπατρισμοί από τη Λαμπεντούσα, παρότι έχουν αυξηθεί τα τελευταία δύο χρόνια, δεν έχουν αποθαρρύνει κανέναν. Απλώς έχουν οδηγήσει στη μείωση του μέσου όρου ηλικίας των ανθρώπων που φεύγουν. Μόνο μέσα στο 2008, πάνω από 1000 ανήλικοι έχουν περάσει από την Αίγυπτο στη Λαμπεντούσα και λόγω ηλικίας δεν μπορούν να απελαθούν. Γι’ αυτό κι ο Αμπνταλάχ και ο Αχμέντ εγκατέλειψαν το σχολείο στα 17 τους τον περασμένο Δεκέμβρη. Οι γονείς συμφώνησαν. Χρήματα τους είχαν στείλει τα αδέλφια τους από την Ιταλία. Τους συνέλαβαν στη Λιβύη και τους έστειλαν πίσω στην Αίγυπτο. Ο Αμπνταλάχ ξαναπροσπάθησε και τα κατάφερε να φτάσει στην Ιταλία, αλλά κι από κει τον απέλασαν. Τώρα λέει ότι δεν το σκέφτεται να ξαναφύγει, επειδή δεν έχει τα 3.000 ευρώ για εισιτήριο. Αλλιώς ούτε που θα το συζητούσε. Ένας φίλος του από το σχολείο, ο Μουσταφά, σκέφτεται αλλιώς. Λέει ότι φοβάται, φοβάται τον θάνατο στη θάλασσα. Δεν μπορεί να βγάλει από το μυαλό του την εικόνα των πέντε πτωμάτων αγοριών που απελάθηκαν από τη Λιβύη πριν από έξι μήνες. Δεκάδες τα παιδιά αυτής της πόλης που πέθαναν ή χάθηκαν στη θάλασσα.

Targa a Vendicari ricorda le vittime del naufragio del 2007Η πιο πρόσφατη σοβαρή τραγωδία συνέβη τη νύχτα της 1ης Νοεμβρίου 2007 στις ακτές του φυσικού βιότοπου στο Βεντικάρι, στην επαρχία των Συρακουσών. 17 άτομα έχασαν τη ζωή τους. Δύο χρόνια μετά, μία αναμνηστική πλακέτα στην παραλία θυμίζει το γεγονός. Την επισκεπτόμαστε με ένα γκρουπ από τη Σικελία την επέτειο του ναυαγίου το 2008. Ο Σαΐντ, που σήμερα μένει στην Πόρτα Τζένοβα στο Μιλάνο, έχασε πέντε συγγενείς του. Δύο ξαδέρφια, τον αδελφό της γυναίκας του, τον αδελφό του κι έναν εγγονό. Ο νεότερος ήταν 22 ετών. Ο γηραιότερος 37. Ήταν από το Σιντ Μούου, κομμάτι του Τατούν. Δούλευαν οικοδόμοι, για τους γιους τους όμως ήθελαν κάτι καλύτερο. Ο Σαΐντ Σαάντ είχε τέσσερεις γιους, ο Ιμπραήμ Αχμέντ δύο, ο Αΐντ Μοχάμεντ τρεις. Τώρα οι γιοι τους μεγαλώνουν ορφανοί. Και οι βερνικωμένοι τοίχοι στο παλάτι που έχτισε ο Σαΐντ δεν θα αντικαταστήσουν τους πατεράδες τους.

RashidΈφυγαν από την Αλεξάνδρεια της Αιγύπτου. Για τους Αιγύπτιους, οι δρόμοι διαφυγής από τη Λιβύη έχουν μετακινηθεί τα τελευταία δύο χρόνια. Τον Μάρτιο του 2007 έκλεισαν τα χερσαία σύνορα μεταξύ Λιβύης και Αιγύπτου. Για να πας στην Τρίπολη χρειάζεσαι συμβόλαιο εργασίας. Γι’ αυτό και πολλοί Αιγύπτιοι ταξιδεύουν κατευθείαν από τις ακτές της λίμνης από το Μπουρουλούς ως το Ντουμγιάτ. Κι όταν η Ιταλία ζήτησε από τον Χόσνι Μουμπάρακ να σφίξει τα λουριά, η αστυνομία άρχισε να επιδίδεται στο ψάρεμα. Τους τελευταίους μήνες, η αστυνομία της Αιγύπτου έχει συλλάβει τουλάχιστον πέντε ψαράδες στο μικρό λιμάνι του Μπουργκ Μγκιζίλ με εντελώς αυθαίρετο τρόπο. Σε κάποιους έκανε έφοδο στα σπίτια τους τη νύχτα. Άλλους τους συνέλαβε στο λιμάνι την ώρα που επέστρεφαν από το ψάρεμα. Κι αυτό γιατί ενάντια στις εντολές της Λιβύης, η μεταφορά των μεταναστών βρίσκεται στα χέρια των ψαράδων, πολλοί από τους οποίους όμως συχνά δεν ξέρουν τίποτα. Κάποιες φορές οι μόνοι που γνωρίζουν είναι οι ιδιοκτήτες και οι καπετάνιοι. Τα αλιευτικά βγαίνουν από το λιμάνι με όλον τους τον εξοπλισμό για να κάνουν τη δουλειά τους, μόλις όμως βρίσκονται στην ανοιχτή θάλασσα, τους πλησιάζουν βάρκες με μετανάστες και οι ψαράδες πρέπει να αλλάξουν την πορεία τους και να μεταφέρουν τους μετανάστες στη Σικελία. Αν τελικά τα αλιευτικά καταφέρουν να επιστρέψουν στο λιμάνι, όλοι οι ναύτες συλλαμβάνονται. Οι συλλήψεις αυτές συμβαίνουν χωρίς ίχνος αποδείξεων. Να γιατί πολλοί φοβούνται την έξοδο στη θάλασσα…

Την υπεράσπιση των 85 ψαράδων έχει αναλάβει μια ομάδα δικηγόρων από το Land Center για τα ανθρώπινα δικαιώματα, μία μη κυβερνητική οργάνωση που δρα από το 1997 υπέρ των αγροτών που έχουν εμπλακεί σε δικαστικές διενέξεις μετά την αγροτική μεταρρύθμιση. Κάποιοι συνελήφθησαν μετά από επιχείρηση απέλασης από την Ιταλία. Μετά τον επαναπατρισμό τους, κατά κανόνα κρατούνται καναδυό μέρες στο αεροδρόμιο και κατόπιν αφήνονται ελεύθεροι. Ειδικά όμως όσοι προέρχονται από το Μπούργκο Μγκιζίλ συχνά συλλαμβάνονται μόλις φτάσουν. Αν τα πλοία των μεταναστών έχουν φύγει από κείνο το λιμάνι, αυτό αρκεί για να θεωρούνται όλοι οι επιβάτες δυνητικά “ενδιάμεσοι”, δηλαδή δουλέμποροι. Ακόμη κι αν οι δικαστές τους αθωώσουν, αυτοί οι κρατούμενοι παραμένουν στη φυλακή. Από το 1981 η Αίγυπτος έχει κηρύξει καθεστώς εκτάκτου ανάγκης. Και η διοικητική κράτηση είναι κανόνας.

Ο Σαμπέρ μου εξηγεί την πρόσφατη ιστορία των αιγυπτίων χωρικών. Δεν θέλει όλη η Αίγυπτος να μεταναστεύσει, μόνο κάποιοι που ζουν σε ορισμένες περιοχές στην επαρχία, δηλαδή στην Τατούν, αλλά και στη Σαρκίγια, τη Μανουφίγια, τη Μανσούρα, την Ντακαλίγια. Σύμφωνα με τον Σαμπέρ, η αγροτική μεταρρύθμιση είχε τεράστιες συνέπειες. Με την απελευθέρωση των παραχωρήσεων των γαιών και την άρση των επιδοτήσεων, η αγορά φαίνεται να τιμωρεί τους μικροκαλλιεργητές. Οι τιμές ανά τετραγωνικό μέτρο έχουν αυξηθεί τριάντα φορές τα τελευταία δέκα χρόνια. Και το ένα τρίτο των χωραφιών έχουν γίνει οικοδομήσιμα για να αποδώσουν περισσότερο κέρδος. Πρόκειται για πολιτική ανόητη σε μια χώρα της οποίας το 37% του εργατικού δυναμικού προσλαμβάνεται σε αγροτικές εργασίες. Που γίνεται ακόμη χειρότερη με την αδιαφορία της κυβέρνησης για τις αγροτικές περιοχές και με την ευρέως εξαπλωμένη διαφθορά. Περιοχές ολόκληρες είναι χωρίς άσφαλτο, χωρίς φωτισμό και χωρίς δίκτυο ύδρευσης. Οι μετανάστες από το Τατούν έχουν πολλά να προσάψουν στην αιγυπτιακή κυβέρνηση. Μιλούν για δικτατορία, διαφθορά, νιώθουν εγκαταλελειμμένοι. Κάθε διαμαρτυρία καταστέλλεται αμέσως. Αυτό συνέβη με την απεργία στη Μαχάλα ελ Κόμπρα στις αρχές του 2008, της οποίας ο απολογισμός ήταν ενας νεκρός και δεκάδες συλλήψεις. Για να μην αναφέρουμε και τις συνεχείς συλήψεις των μελών της αντιπολίτευσης ή του κινήματων των Μουσουλμάνων Αδελφών, ή την καταδίωξη δημοσιογράφων και μπλόγκερς. Με τέτοιες εναλλακτικές λύσεις, οι νέοι προτιμούν τη μετανάστευση. Γιατί από τη θάλασσα; Είναι απλό. Άλλος τρόπος, νόμιμος τρόπος, δεν υπάρχει.

Κάθε πρωί, εκατοντάδες άνθρωποι περιμένουν στην ουρά έξω από την ιταλική πρεσβεία στο Κάιρο. Ένας απ’ αυτούς και ο Μοχάμεντ, που έζησε 15 χρόνια στην Ιταλία, αποφάσισε να γυρίσει στην Αίγυπτο, μετά από μερικά χρόνια όμως σκέφτηκε να επιστρέψει στο Πιεμόντε. Έκανε συμβόλαιο με ένα φίλο του από το Τορίνο. Έκανε την αίτηση τον Δεκέμβριο του 2007, ενάμισυ χρόνο μετά όμως βρίσκεται ακόμη στα χέρια της αργόσυρτης ιταλικής γραφειοκρατίας. Για να πάρει κανείς άδεια παραμονής είναι απαραίτητο το συμβόλαιο. Ποιος όμως θα προσλάβει κάποιον στην Ιταλία που δεν τον έχει δει, που δεν τον έχει γνωρίσει; Και ποιος μπορεί να περιμένει ενάμισυ χρόνο για να αποκτήσει την άδεια; Κανείς. Γι’ αυτό και τα συμβόλαια πουλιούνται και αγοράζονται. Η τιμή τους ποικίλλει, ξεκινώντας από τα 5.000 ευρώ. Η άλλη λύση είναι να πάει κανείς στην Ιταλία, να ζήσει για κάποιον καιρό στην παρανομία, να επιστρέψει στην Αίγυπτο και κατόπιν να παρουσιαστεί στην πρεσβεία της Ιταλίας σαν να μη συμβαίνει τίποτα. Η μετακίνηση απαγορεύεται και στους τουρίστες, τους φοιτητές, τους επαγγελματίες. Για να πάρεις τουριστική βίζα πρέπει να παρουσιάσεις δικό σου τραπεζικό λογαριασμό. Και από τον Ιούνιο του 2009, θα είναι υποχρεωτικά και τα ηλεκτρονικά δακτυλικά αποτυπώματα.

Με ή χωρίς αποτυπώματα, ο Μπαχά Αντίν, ο Ταμέρ, ο Μοχάμεντ, ο Σαάντ και ο Αχμέντ θα μείνουν σπίτι. Πρόκειται για πέντε από τους 210 αιγύπτιους νέους που συμμετείχαν στο πρόγραμμα Italia Lavoro e Obiettivo Lavoro, ένα πρόγραμμα που διήρκεσε από τον Ιανουάριο ως τον Απρίλιο του 2008, κόστισε εκατοντάδες χιλιάδες ευρώ και αφορούσε στην επιλογή και την εκπαίδευση εργατικού δυναμικού στην Αίγυπτο με στόχο να αποσταλεί στην Ιταλία. Το μόνο πράγμα που λειτούργησε ήταν τα τμήματα της γλώσσας, που είχε αναλάβει το Σχολείο Don Bosco στο Κάιρο. Όλα τα υπόλοιπα πήγαν χάλια. Από τους 210 υποψήφιους δεκτοί έγιναν μόνο καμιά εξηνταριά. Για όλους τους υπόλοιπους οι εργοδότες έκαναν πίσω. Η αναμονή κράτησε πολύ και εντωμεταξύ άλλαξε και η κυβέρνηση και το πρόγραμμα ναυάγησε. Τι θα κάνουν τώρα αυτοί οι νέοι; Πολλοί απ’ αυτούς ήταν από τη Σαρκιγιά, μια από τις επαρχίες απ’ όπου προέρχεται μεγάλο μέρος των μεταναστών προς την Ιταλία. Ποιον θα εμπιστευτούν για να περάσουν τα καταραμένα τα σύνορα?

Ο Αχμέντ εμπιστεύτηκε τον ξάδελφο της μάνας του, τον Μοχάμαντ Μοχάμαντ Αχμέντ ελ Αγιουτί. Κι αυτός είναι από τη Σαρκιγιά, από ένα μικρό χωριό 2000 κατοίκων που λέγεται Σιφεϊτά. Λέγανε πως είχε επαφές με Λίβυους στην Τρίπολη. Λένε ότι είχε βοηθήσει μια ομάδα αγοριών από την επαρχία να ταξιδέψει κι όλα είχαν πάει καλά. Η πρώτη προσπάθεια του Αχμέντ απέτυχε. Τον συνέλαβαν στα ανοιχτά του λιβυκού πελάγους και τον επέστρεψαν στην Αίγυπτο. Έκανε και δεύτερη προσπάθεια. Μαζί του ήταν και άλλοι δεκατέσσερις από τη Σιφεϊτά. Ήταν 26 Ιουνίου 2007. Μετά από ένα μήνα σιωπής, στις 7 Αυγούστου, ημέρα Τρίτη, ο Αχμέντ τηλεφώνησε στον πατέρα του, Σαΐντ και του είπε ότι θα έφευγε την Παρασκευή. Ήταν η τελευταία φορά που ο πατέρας άκουσε τη φωνή του γιου του. Δυο βδομάδες μετά, τέσσερις επιζώντες επέστρεψαν στη χώρα. Είπαν ότι είχε χαλάσει η μηχανή λίγες ώρες μετά την αναχώρηση και ότι επί τέσσερις μέρες τους παρέσερνε το ρεύμα. Την ιστορία μου τη λέει ο πατέρας του Αχμέντ. Βρισκόμαστε στο σεμνό σαλόνι του σπιτιού τους. Τα μάτια του λάμπουν. Στις στιγμές της σιωπής φαίνεται να συγκεντρώνει τις κουβέντες του. Το πτώμα του γιου του δεν έχει βρεθεί. Βρίσκεται κάπου στο βυθό της Μεσογείου. Ο πατέρας δαγκώνει τα χείλη του και καρφώνει το βλέμμα του στον τοίχο. Στα μάτια του έχουν στερέψει τα δάκρυα. Όχι όμως και η οργή. Ο “ενδιάμεσος” που πήγε να περάσει τον πρωτότοκό του από την Αίγυπτο στην Ιταλία καταγγέλθηκε από τις έντεκα οικογένειες των νεκρών και έχει καταδικαστεί σε δύο χρόνια φυλάκισης. Συνεχίζει όμως να κυκλοφορεί ελεύθερος, να πηγαινοέρχεται μεταξύ Ιταλίας και Αιγύπτου. Και σαν να μην έφτανε αυτό, κατηγορεί και τον πατέρα του νεκρού παιδιού ότι δεν έχει ακόμη πληρωθεί τη διαδρομή του. Ο πατέρας του χρωστάει ακόμη 2000 ευρώ.

Ο Σαΐντ κουνά το κεφάλι του. Ο γιος του ήταν 21 ετών. Ήταν ο πρώτος από τρία του παιδιά, τα άλλα είναι κορίτσια. Είχε παντρευτεί τέσσερις μήνες πριν φύγει. Και επιπλέον, η γυναίκα του η Σάφα περίμενε παιδί. Αυτό το νέο τον είχε παρακινήσει να φύγει. Ο μικρός Γιουσούφ γεννήθηκε έξι μήνες μετά τον θάνατο του πατέρα του. Δυσκολεύομαι να συγκρατήσω τα δάκρυά μου. Δεν θα’ θελα να είμαι εδώ με το ιταλικό μου διαβατήριο, με την άδεια που μου έδωσαν στο αεροδρόμιο του Καΐρου μέσα σε δύο λεπτά. Θα ήθελα να μπορούσα να ακυρώσω την ιστορία. Να μη θυμάμαι τίποτα για τη μετανάστευση στην Αίγυπτο, για τις τρύπες που άνοιξαν οι ανασκαφές για τη διώρυγα του Σουέζ το 1859, για τους εξόριστους του Ματσίνι, τους ψαράδες της Πρόσιντα και της Μολφέττα, τους βρεφοκόμους από το Φρίουλι. Θα ήθελα, μα δεν μπορώ. Γιατί ξέρω ότι τον Αχμέντ δεν τον σκότωσε ούτε η θύελλα, ούτε η χαλασμένη μηχανή…Τον σκότωσε το λάθος χρώμα του διαβατηρίου του.

Για περισσότερες πληροφορίες, κοιτάξτε τα στοιχεία για την αιγυπτιακή μετανάστευση στην Ιταλία

Multimedia: Δείτε το φωτορεπορτάζ από τη Ρασίντ και την Τατούν της Laura Cugusi



Translated by Lia Yoka for http://www.clandestina.org

Tatun: en Egypte le dernier quartier de Milan

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TatunLE CAIRE – Il existe un quartier de Milan pas encore relié par le métro. Il s’appelle Tatun. Et il se trouve en Egypte, dans les campagnes irriguées par le Nil, 150 km au sud du Caire. On y dénombre seulement 80.000 habitants, mais c’est là que vivent les familles de milliers des plus de 47.000 émigrés égyptiens résidents officiellement dans le chef-lieu lombard. Pour relier Milan à son ultime banlieue il existe de très spéciales agences de voyage libyennes, qui s’en remettent à de vieux bateaux de pêche déjà hors d’usage, interceptés chaque semaine au large de Lampedusa. Tout a commencé dans les années 90. D’abord avec les débarquements dans les Pouilles. Puis en Sicile. Plus de 20.000 égyptiens ont traversé la Méditerranée entre 2005 et 2007. Et tout doucement, de régularisation en régularisation, ceux qui se sont mis en règle ont fait venir les frères et les cousins. Et ils ont recréé à Milan un réseau de solidarité familiale qui permet encore aujourd’hui à des milliers de parents sans papiers d’avoir un logement et un travail. Ils sont plâtriers, charpentiers, manoeuvres, boulangers. Beaucoup sont devenus des pendulaires. Ils ont des papiers en règle et, quand il n’y a pas de travail, descendent quelques mois en Egypte. Ils arrivent en auto, ils achètent des terrains et construisent des maisons. Dans une campagne appauvrie par les dernières réformes agraires, là où un paysan a du mal à grapiller sept euros par jour, leur présence a dessiné un nouvel imaginaire. Aujourd’hui émigrer, semble représenter la seule voie de rachat.

Tatun: in Egitto l'ultimo quartiere di Milano

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TatunCAIRO – Esiste un quartiere di Milano non ancora collegato dalla metro. Si chiama Tatun. E si trova in Egitto, nelle campagne irrorate dal Nilo, 150 km a sud del Cairo. Conta solo 80.000 abitanti, ma qui vivono le famiglie di migliaia degli oltre 47.000 emigrati egiziani residenti nel capoluogo lombardo. A unire Milano a questa sua estrema periferia pensano speciali agenzie di viaggio libiche, che si affidano ai vecchi pescherecci rottamati, intercettati ogni settimana al largo di Lampedusa. È iniziato tutto negli anni Novanta. Prima con gli sbarchi in Puglia. Poi la Sicilia. Più di 20.000 egiziani hanno attraversato il Mediterraneo tra il 2005 e il 2007. E piano piano, di sanatoria in sanatoria, chi si è messo in regola ha fatto arrivare i fratelli e i cugini. E ha ricreato a Milano una rete di solidarietà familiare che permette tutt'oggi a migliaia di parenti senza documenti di avere un alloggio e un lavoro. Sono gessisti, carpentieri, manovali, panettieri. Molti sono diventati pendolari. Hanno i documenti in regola e, quando non c'è lavoro, scendono qualche mese in Egitto. Arrivano in automobile, comprano terreni e costruiscono case. In una campagna impoverita dalle ultime riforme agrarie, dove un contadino fatica a racimolare sette euro al giorno, la loro presenza ha disegnato un nuovo immaginario. Emigrare oggi, sembra rappresentare la sola via di riscatto.

TatunÈ la stessa architettura della città a ricordarlo. Basta sollevare lo sguardo dalle strade sterrate per vedere le decine di palazzi in costruzione ovunque. Il colore rosso dei mattoni domina l'orizzonte. Sui tetti, accanto alle parabole, spuntano le armature di ferro dei solai. Ogni anno si mura un altro piano. Ogni piano è per la famiglia di uno dei fratelli. Anche gli interni sono curatissimi. Dall'arredamento ai tappeti. Dalle piastrelle del bagno al televisore. I vicini di casa invece hanno ancora capre e galline sul terrazzo. E i loro figli giocano scalzi sopra i mucchi di immondizia ai bordi delle strade. Oppure accompagnano le madri al mercato, a vendere polli e canna da zucchero. E a mangiare la polvere alzata dalle automobili degli emigrati che si fanno largo a colpi di clacson tra la folla, i trattori e i carretti di arance tirati dagli asini. Sono l'icona del successo. Altro che televisione... Qua la tv è piena di soap opera egiziane ambientate al Cairo. E le parabole sono puntate sulle altre emittenti arabe. Il sogno non viene dal piccolo schermo. Il sogno è reale, cammina per strada. Emigrare è diventato uno status. E a partire non sono i più disperati. Ma casomai i più ambiziosi.

TatunMahmud trascorre sei mesi l'anno a Milano. E altri sei a Tatun. Si è appena risposato con una ragazza di 22 anni del Cairo e hanno una bambina appena nata. Vivono in un appartamento costruito con gli euro guadagnati in Italia come muratore. A Milano vive con otto dei nove fratelli. Tutti emigrati. Ashur fu tra i primi. Nel 1991. Anche lui, gessista, va e viene dall'Italia all'Egitto. Con i documenti in regola viaggiare in aereo è semplice ed economico. Gli emigrati pendolari sono sempre di più. Specialmente adesso che c'è poco lavoro. Ashraf è uno di loro. Da Milano riesce a mantenere due mogli e – per ora... - cinque figli. Portarle in Italia gli costerebbe troppo. Altri però sono ritornati definitivamente. 'Adel ad asempio, che dopo 6 anni di sacrifici in Italia è tornato a Tatun. Ha messo nel cassetto il permesso di soggiorno, e con i risparmi si è costruito una casa, dove vive con la moglie e i tre figli, e si è aperto un negozio.

TatunI rimpatri da Lampedusa, aumentati negli ultimi due anni, non hanno scoraggiato nessuno. Anzi hanno soltanto abbassato l'età di chi parte. Solo nel 2008 dall'Egitto a Lampedusa sono arrivati più di mille minorenni, che per legge non possono essere espulsi. Per questo Abdallah e Ahmed lasciarono la scuola, a 17 anni, lo scorso dicembre. I genitori erano d'accordo. I fratelli in Italia avevano mandato i soldi. Ma li arrestarono prima di partire, in Libia, per poi rimandarli in Egitto. Abdallah ci ha riprovato una seconda volta. E ci è riuscito. Arrivato a Lampedusa però l'hanno rimpatriato lo stesso. Adesso dice che non pensa più a partire, ma soltanto perché non ha i 3.000 euro per il biglietto. Altrimenti non ci penserebbe due volte. Un suo compagno di scuola, Mustafa, la pensa invece in modo opposto. Dice di aver paura. Paura di morire in mare. Non riesce a togliersi dalla mente l'immagine delle cinque salme rimpatriate dalla Libia sei mesi fa. Sono decine i ragazzi di questa città morti o dispersi in mare.

Targa a Vendicari ricorda le vittime del naufragio del 2007L'ultima grave tragedia si consumò la notte del primo novembre 2007 sulle spiagge della riserva naturale di Vendicari, in provincia di Siracusa. Morirono 17 persone. Due anni dopo, una lapide sulla spiaggia ne ricorda la memoria. La abbiamo montata con un gruppo di cittadini siciliani, durante la commemorazione del naufragio, nel 2008. Said, che oggi vive a Porta Genova, a Milano, perse cinque familiari. Due cugini, un cognato, il fratello e un nipote. Il più giovane aveva 22 anni. Il più grande 37. Erano di Shid Muu, una frazione di Tatun. Lavoravano come muratori, ma per i figli volevano qualcosa di più. I figli già. Said Saad ne aveva quattro. Ibrahim Ahmed due. E Aid Mohamed tre. Cresceranno orfani. E i freschi intonaci del palazzo murato da Said non sostituiranno i loro padri.

RashidErano partiti da Alessandria, in Egitto. Per gli egiziani le rotte si sono già spostate dalla Libia. Da almeno due anni. Nel marzo 2007 infatti la frontiera terrestre tra Libia e Egitto non è più aperta. Per andare a Tripoli serve un contratto di lavoro. Da allora molti egiziani salpano direttamente dalle coste tra il lago di Burullus e Dumyat. E quando l'Italia ha chiesto a Hosni Mubarak di stringere la cinghia, la polizia egiziana si è limitata a pescare nel mucchio. Negli ultimi mesi, almeno 85 pescatori del piccolo porto di Burg Mghizil, sono stati arrestati in modo arbitrario. Alcuni presi a casa, di notte. Altri al porto, di ritorno dalle battute di pesca. Sì perché a differenza della Libia, qua il trasporto degli emigranti è affidato ai pescatori. Che però spesso sono ignari di tutto. A esserne informati sono solo gli armatori e i capitani. I pescherecci escono per il lavoro con tutto l'equipaggio a bordo, ma una volta in alto mare vengono raggiunti dai gommoni carichi di emigranti e ai pescatori viene ordinato di far rotta sulla Sicilia. Se le imbarcazioni riescono a tornare in porto dopo lo sbarco, tutti i marinai vengono arrestati. Ma gli arresti avvengono spesso senza uno straccio di prova. Al punto che molti hanno paura di uscire in mare.

La difesa degli 85 pescatori è stata affidata ad un gruppo di avvocati del Land Centre for Human Rights, una organizzazione non governativa egiziana attiva dal 1997 a fianco dei contadini nelle lotte per le riforme agrarie. Alcuni sono stati arrestati seguiti a operazioni di rimpatrio dall'Italia. Una volta rimpatriati, di norma si viene rilasciati dopo un giorno o due di custodia in aeroporto. Ma per gli emigranti originari di Burg Mghizil, spesso scatta l'arresto. Da quel porto salpano le navi degli emigranti e questo basta a fare di ogni suo abitante un potenziale intermediario. E se parte dei detenuti sono stati assolti dai giudici, rimangono ancora in carcere. Dal 1981 in Egitto vige lo stato di emergenza. E la detenzione amministrativa è la regola.

Saber mi spiega meglio la storia recente delle campagne egiziane. A voler emigrare infatti non è l'Egitto in blocco. Ma sono soprattutto gli abitanti di alcuni paesi rurali. Tatun, ma anche Sharqiyah, Manufiyah, Mansura, Daqahliyah. Secondo Saber la riforma agraria del 1997 ha avuto effetti nefasti. Liberalizzando le concessioni dei terreni agricoli e cancellando i sussidi, il mercato ha punito i piccoli coltivatori. I prezzi al metro quadrato sono aumentati di 30 volte in dieci anni. E un terzo dei terreni è diventato edificabile perché più redditizio. Una politica dissennata in un paese che ancora impiega il 37% della manodopera nell'agricoltura. Aggravata dal disinteresse del governo per le zone rurali e dalla dilagante corruzione. Interi paesi sono senza strade asfaltate, senza illuminazione e senza fognature. Gli stessi emigrati di Tatun non risparmiano critiche al governo egiziano. Parlano di dittatura, di corruzione, si sentono abbandonati a se stessi. Ogni protesta è duramente repressa. Come lo sciopero di Mahalla el Kobra dell'aprile 2008, finito con un morto ammazzato e decine di arresti. Per non parlare dei continui arresti dei membri dell'opposizione e del movimento dei Fratelli musulmani, o della persecuzione di blogger e giornalisti. Se questa è l'alternativa, i giovani preferiscono partire. Perché via mare? Semplice, ogni altra via legale è impraticabile.

Davanti al Consolato italiano al Cairo ogni mattina un centinaio di persone aspetta il proprio turno. Mohamed è uno di loro. Ha vissuto 15 anni in Italia. Aveva deciso di tornare in Egitto, ma dopo qualche anno ha pensato di ritornare in Piemonte. Si è fatto fare un contratto da un amico a Torino. Ha fatto la richiesta nel dicembre del 2007. Un anno e mezzo dopo è ancora qua, nelle mani della lenta burocrazia italiana. Il contratto è il requisito fondamentale per un permesso di soggiorno. Ma chi può assumerti dall'Italia senza prima averti visto e conosciuto? E chi può aspettare un anno e mezzo per assumere un dipendente? Nessuno.. E infatti i contratti si comprano e si vendono. Il prezzo varia dai 5.000 euro in su. Oppure si firmano in Italia, dopo un periodo di clandestinità, e poi si torna in Egitto per presentarsi all'Ambasciata come se nulla fosse. La mobilità è negata anche a turisti, studenti, professionisti. Per avere un visto turistico bisogna addirittura presentare l'estratto del proprio conto in banca. E da giugno 2009, saranno obbligatorie anche le proprie impronte digitali.

Con o senza impronte digitali, Baha Addin, Tamer, Mohamed, Saad e Ahmed. rimarranno a casa. Sono cinque dei 210 ragazzi egiziani che hanno partecipato al progetto di Italia Lavoro e Obiettivo Lavoro. Un progetto realizzato da gennaio a aprile 2008, costato centinaia di migliaia di euro, che doveva selezionare manodopera in Egitto, formarla e insegnare loro l'italiano per poi farli assumere in Italia. L'unica cosa che ha funzionato è stato il corso di lingua, curato dalla scuola Don Bosco dei salesiani, al Cairo. Il resto è stato un disastro. Alla fine soltanto una sessantina dei 210 candidati sono stati accettati. Per tutti gli altri, i datori di lavoro si sono tirati indietro. Troppo lunghi i tempi di attesa. Nel frattempo è cambiato il governo e il progetto è naufragato. Cosa faranno questi ragazzi adesso? Molti erano di Sharqiyah, una delle province di maggiore emigrazione in Italia. A chi si affideranno per attraversare quella maledetta frontiera?

Ahmed si affidò al cugino di sua madre. Mohammad Mohammad Ahmed el-Ayuti. Anche lui era di Sharqiyah. Di un piccolo paesino di 2.000 abitanti: Sifeita. Era risaputo che fosse in contatto con dei libici a Tripoli. Aveva già fatto viaggiare un gruppo di ragazzi del paese. Era andato tutto liscio. Il primo tentativo di Ahmed fallì. Li intercettarono in acque libiche e li respinsero in Egitto. Ci provarono una seconda volta. Insieme a Ahmed partirono altri 14 ragazzi di Sifeita. Era il 26 giugno del 2007. Dopo un mese di silenzio, martedì 7 agosto, Ahmed telefonò al padre, Said, dicendo che sarebbe partito il venerdì. Quella è stata l'ultima volta che hanno sentito la sua voce. Due settimane dopo, tornarono in paese i quattro superstiti. Raccontarono che il motore si era rotto poco dopo la partenza, e che erano rimasti quattro giorni alla deriva. A raccontarmi la storia è il padre di Ahmed. Nella penombra del modesto salotto di casa sua. Ha gli occhi lucidi. Nei momenti di silenzio sembra raccogliere le parole. Il corpo del figlio non è mai stato recuperato. È disperso in fondo al Mediterraneo. Si morde le labbra e fissa un punto nel muro. Ha gli occhi di chi ha finito le lacrime. Ma non la rabbia. L'intermediario che gli ha portato via il figlio primogenito è stato denunciato dalle 11 famiglie dei morti, e condannato a due anni di carcere. Ma continua a girare indisturbato. Va e viene dall'Italia all'Egitto. E come se non bastasse, ha avuto la faccia tosta di denunciare il padre del ragazzo morto. L'ha citato in giudizio per non aver saldato il pagamento del viaggio del figlio. Gli deve ancora 2.000 euro.

Said scuote la testa. Suo figlio aveva 21 anni. Era il primogenito, di tre figli. L'unico maschio. E si era sposato quattro mesi prima di partire. Non è tutto. La moglie, Safa, aspettava un bambino. Probabilmente fu questa notizia a spingerlo a partire. Il piccolo Yusuf è nato sei mesi dopo la morte del padre. Faccio fatica a trattenere le lacrime. Vorrei non essere qui con il mio passaporto italiano. Vorrei non ricordare di aver preso il visto per l'Egitto in meno di due minuti, all'aeroporto del Cairo. Vorrei cancellare la storia. E non ricordare l'emigrazione italiana in Egitto. Gli sterratori lucchesi ingaggiati per gli scavi del Canale di Suez nel 1859, gli esuli mazziniani, i pescatori di Procida e Molfetta, le badanti friulane. Vorrei, ma non posso. Perché io so che ad uccidere Ahmed non è stato il mare in tempesta, né un motore grippato. Ma il colore sbagliato del suo passaporto.

Per approfondimenti, leggi la scheda sulla emigrazione egiziana in Italia

Multimedia: guarda il photo-reportage
su Rashid e Tatun di Laura Cugusi