23 September 2010

Wanted, but not welcome



La traversata del deserto e del mare, raccontata per la prima volta attraverso le immagini filmate dagli stessi emigranti con i videofonini.
Video ideato e realizzato da Naga e Milano Film Festival con la collaborazione di Gabriele Del Grande.
Info: naga@naga.it

Luca Leone intervista Gabriele Del Grande

di Luca Leone*

“Il mare di mezzo” è una grande sfida editoriale ampiamente vinta, che ha acceso una luce nuova e inedita sul mondo delle migrazioni e su un’Italia che, volente o nolente – nonostante razzismo e xenofobia largamente elargiti da una classe politica impreparata e insufficiente – lentamente sta trasformandosi e sta diventando un Paese migliore, un Paese più ricco grazie all’incontro tra nuove culture, storie, visi. Di questa nuova sfida editoriale abbiamo parlato qui di seguito con Gabriele Del Grande.


Gabriele, qualche anno fa per gli addetti ai lavori il Mediterraneo era noto come “il Mare solido”, reso tale dal numero impressionante di ragazzi che, tentando la traversata, vi morivano. Ne hai parlato in MAMADOU VA A MORIRE, prima che partissero i pattugliamenti navali militari, che nascesse Frontex, che gli accordi Italia-Libia diventassero operativi a suon di soldi (dati dal contribuente italiano al colonnello Gheddafi). Ne IL MARE DI MEZZO vai molto oltre, cambi persino stile, e ti cimenti nel racconto di questo “Mare di Mezzo” ai tempi dei respingimenti. Che libro ne è scaturito e quale messaggio intendi lanciare attraverso il tuo lavoro?

Si tratta di due libri molto diversi. “Il mare di mezzo” è più maturo, ha alle spalle quattro anni di viaggi, di inchieste, di riflessioni, di incontri. Il materiale è molto più denso e le storie scelte con maggiore consapevolezza. E poi c'è questa attenzione nuova al linguaggio. L'idea è che quel mare solido di cui parli non fa più indignare nessuno perché quelle migliaia di morti non sono più uomini. Sono stati disumanizzati, prima di tutto attraverso il linguaggio. Il linguaggio della stampa, che ne ha rimosso le storie, le soggettività, e ha reso le persone oggetti di un discorso politico, capro espiatorio, massa amorfa. E allora la risposta a quel cinismo complice delle stragi del Mediterraneo è la scelta di raccontare, di riumanizzare le vittime dando loro un nome. Questa opera di restituzione dei nomi si accompagna a un'opera di censura di tutte le parole amorfe e burocratiche che ci hanno raccontato il Mediterraneo in questi anni: clandestini, profughi, rifugiati, immigrati, migranti, richiedenti asilo... L'intreccio di quelle storie fa la Storia, quella con la s maiuscola, quella di questi anni di razzismo e xenofobia istituzionalizzata che saranno in futuro studiati sui libri di testo come uno dei grandi mali dei primi anni duemila in Europa.

Il tuo lavoro ti ha fruttato premi, riconoscimenti, qualche nemico. Forse però il premio più grande è la riconoscenza delle persone di cui parli, di cui tramandi storie e drammi. Hai qualche storia, tra quelle raccontate nel libro, che tra le altre ti ha lasciato qualcosa in più dentro?

Questa è una domanda a cui non riesco mai a rispondere. Non riesco a scegliere tra le centinaia di persone che ho incontrato in questi anni. Ognuno porta con sé qualcosa di speciale. Il coraggio dei sindacalisti tunisini arrestati a Redeyef e poi giunti a Lampedusa. La fragile forza dei padri dei ragazzi di Annaba dispersi al largo della Sardegna. Il senso dell'avventura di quei due calciatori camerunesi espulsi dall'Algeria e tesserati da una squadra maliana per ripagarsi la traversata del deserto. Il senso di impotenza delle mogli di tanti uomini arrestati dopo una vita in Italia perché senza documenti e poi espulsi. La “complicità” con gli amici eritrei di Tripoli, impegnati come informatori del mio sito nonostante i guai che rischiano di passare con i servizi segreti eritrei e libici. L'ingenuità di certi contadini del Burkina Faso, mai stati nemmeno in capitale e partiti per l'Italia totalmente ignari dei pericoli che avrebbero incontrato. Le risate dei bimbi eritrei a Tripoli, che mi chiedo sempre se poi saranno mai arrivati in Italia e incrocio le dita per loro…

Per scrivere IL MARE DI MEZZO sei andato fino in Libia, Algeria, Tunisia. A Tunisi sei stato persino considerato visitatore non gradito e sei stato espulso, appena giunto in aeroporto. Come nasce questa vicenda e che cosa si prova?

Ero stato in Tunisia nell'ottobre 2008, a Redeyef, la città dei minatori in rivolta. C'erano stati morti in piazza, sindacalisti e giornalisti arrestati. La città era militarizzata, eppure con qualche buon contatto ero riuscito comunque a raggiungerla. Alla fine del lavoro venni intercettato e pedinato per giorni dalla polizia tunisina in borghese. Prima di tornare in Italia, per non correre rischi, decisi di distruggere tutto il materiale, non prima però di avere scannerizzato tutto per metterlo in salvo sulla rete. Un anno dopo, tornato a Tunisi, venni espulso, proprio per un articolo uscito su l'Unità sulle rivolte di Redeyef, evidentemente segnalato dall'ambasciata tunisina in Italia. Che effetto si prova? Diciamo che si capisce che cos'è la censura e quale sia il valore della libertà di stampa, che in Italia c'è ma nessuno usa...

In quale paese è più duro il trattamento dei migranti, tra Algeria, Libia e Tunisia?

Non lo so. Sono situazioni totalmente differenti. La particolarità della Libia è che dalla Libia, a differenza di Algeria e Tunisia, partono persone che non hanno la cittadinanza libica. La Libia è soltanto un corridoio di passaggio per l'Europa. Mentre da Algeria e Tunisia partono cittadini algerini e tunisini, che quindi riescono a muoversi molto più facilmente. La repressione poi in Libia si affianca alle durissime condizioni del regime carcerario, facilmente immaginabili in un Paese sotto regime da quarant’anni, dove abusi e torture sono parte integrante della cultura e della formazione delle forze di polizia, prima di tutto a danno dei detenuti libici, figurarsi dei detenuti stranieri. Poi, detto questo, non è che tutti i libici siano dei lupi mannari. Per una donna straniera violata in un carcere libico, c'è una studentessa africana iscritta all'università Fatah di Tripoli. Per un eritreo picchiato dal suo secondino ogni notte, c'è un sudanese con una boutique di sartoria nel cuore della Medina di Tripoli. Insomma la situazione al solito è molto complessa.

Tu hai visitato, tra i pochissimi, i lager in cui, con i soldi italiani, vengono detenuti in Libia, in condizioni spaventose, migliaia di migranti. Puoi descrivere quei luoghi e i carcerieri?

Nel libro c'è tutta una parte dedicata a questo. Le prime testimonianze le ho iniziate a raccogliere nella primavera del 2006, tra Roma e Bologna, intervistando gli eritrei che erano sbarcati a Lampedusa dalla Libia. Poi nel novembre 2008 riuscimmo per primi ad andare in Libia e a visitare i campi di Zlitan, Sebha e Misratah col collega tedesco Roman Herzog. Da allora esiste una rete di informatori in Libia che continua ad aggiornarmi su quanto accade nelle carceri oltremare dove sono detenuti in attesa di espulsione tutti gli emigrati fermati in mare dalle unità italiane (1.409 persone dall'inizio dei respingimenti nel maggio 2009) o arrestati durante le retate della polizia libica nei quartieri di Tripoli. Le condizioni fisiche di detenzione sono pessime: sporcizia, sovraffollamento, cibo scarso, acqua sporca, malattie. A questo si sommano gli abusi: umiliazioni continue, percosse, pestaggi, in alcuni casi torture, e per le donne è alto il rischio di subire violenze di tipo sessuale e in alcuni casi stupri. Il tutto avviene, come detto, in centri finanziati in parte dall'Italia e dall'Unione europea.

Secondo te, gli italiani hanno la consapevolezza degli abusi che, in nostro nome e con la nostra complicità, vengono inflitti a innocenti migranti in Paesi come la Libia o il lavaggio del cervello attraverso certi media sta dando i risultati sperati?

Molti italiani lo sanno. Penso ai 250.000 che nel 2009 hanno visitato il sito di Fortress Europe. Penso al milione di italiani che ha seguito la trasmissione “Respinti” di Riccardo Iacona, il 6 settembre 2009 su Rai 3, penso agli italiani che hanno seguito le 500 proiezioni del film documentario “Come un uomo sulla terra” e ai 18.000 che hanno firmato la petizione sulla Libia che poi abbiamo consegnato al Parlamento europeo. Ma restano una minoranza. La maggioranza degli italiani non sa niente. Si nutre di una narrazione completamente distorta del fenomeno, e qui torno alla prima risposta, ovvero alla necessità di costruire una diversa narrazione a partire dalle storie e dalla Storia. Non sanno niente o perché non si informano, oppure proprio perché si informano. I giornalisti infatti praticano da anni una pericolosissima forma di auto-censura sul tema. Un'auto-censura che è fatta di ignoranza, di senso comune, di pessima qualità del lavoro, di organizzazione del lavoro su ritmi talmente serrati che rendono impossibile l'approfondimento, di ossessione per il pollaio della politica da scranno. Se poi a tutto questo si aggiunge che in Italia il giornalismo di inchiesta se non è morto è moribondo... si capisce perché non esista una massa critica sul tema.

Perché l’Italia non si dota di una vera e umana politica in materia di migrazioni e, ancora di più, in materia di richiedenti asilo?

E perché l'Italia non si dota di una politica seria sulla droga? Sui diritti civili? Sulla laicità? La risposta è sempre la stessa. In termini elettorali non conviene essere pragmatici, ma ideologici. Non conviene risolvere i problemi ma alimentarli. Perché la paura e la retorica identitaria generano consenso. La ricetta è molto antica, ma attenzione perché nelle sue forme più moderne è sempre condita con dell'umanitarismo. Ad esempio la condizione dei rifugiati politici in Italia è molto migliorata negli ultimi anni. I tempi di attesa sono tra i più bassi in Europa, c'è un obbligo di prima accoglienza recepito con le direttive europee sull'asilo, c'è un ottimo sistema di seconda accoglienza (salvo la scarsità dei posti disponibili...), e le percentuali di riconoscimento della protezione internazionale sono tra le più elevate in Europa. Tutto questo però è stato possibile murando la frontiera, ovvero investendo affinché i rifugiati non arrivassero più! Con i respingimenti in Libia, i respingimenti in Grecia, e presto anche in Turchia. Insomma una botta al cerchio e una alla botte. Più diritti per i rifugiati, come dice l'Europa, ma meno rifugiati possibile, come dice la Lega. Poi, per concludere, c'è un'altra questione. Che è un'eredità coloniale e un corollario del capitalismo. Voglio dire che se anche un domani ci si dotasse di una migliore politica sull'immigrazione, il problema alla base resterebbe un altro. Ovvero, come mai gli Stati ricchi del mondo (e non solo l'Europa) ritengono legittimo impedire la circolazione nei propri Paesi dei cittadini degli Stati poveri? E come mai ne autorizzano l'ingresso soltanto se li ritengono produttivi, ovvero impiegabili nel proprio mercato del lavoro?

Come è possibile che l’Italia firmi accordi con la Libia per il trattenimento dei migranti quanto Tripoli non ha neppure firmato la Convenzione di Ginevra sul diritto d’asilo?

In realtà questo è un mero formalismo. L'Egitto ha firmato la Convenzione di Ginevra, ma questo non gli impedisce di sparare lungo la frontiera e uccidere a colpi di fuoco decine di rifugiati eritrei e etiopi ogni anno. Idem il Marocco, le cui forze di polizia tra il 2004 e il 2005 uccisero 17 persone a Ceuta e Melilla. Inoltre la Libia ha firmato la Carta africana dei diritti dell'uomo che in teoria contempla un diritto di asilo anche più ampio di quello previsto dall'Onu. Il punto è il rispetto sostanziale, non teorico, di quelle norme. Detto questo, Ginevra o Unione africana, all'Italia degli Amato e dei Maroni non importa niente. Sui respingimenti in Libia prevale una ragion politica – fare cessare gli sbarchi e guadagnare consenso elettorale – a una ragione del diritto – ovvero rispettare la Costituzione italiana, la legge sull'immigrazione, la Carta europea dei diritti umani e la Convenzione di Ginevra, che tutte vietano i respingimenti di quel tipo.

D. L’Onu e l’Acnur che fanno? E, direi di più, hanno ancora un senso o sono solo degli stipendifici attenti a non pestare i piedi ai governi?

Le Nazioni Unite, e quindi l’Alto comissariato dei rifugiati delle Nazioni Unite, sono prima di tutto un'associazione di Stati. Non bisogna dimenticarselo. E in questi casi hanno dimostrato di non avere nessun potere effettivo. Voglio dire che al di là delle critiche dell'Alto Commissario Guterres contro la Libia e l'Italia, non si è poi mosso niente. Anzi l'unica conseguenza a un certo punto è stata che la Libia ha espulso i funzionari dell'Acnur. Ma, in fondo, che cosa si doveva muovere se pensate che fino a pochi anni fa la Libia presiedeva addirittura la Commissione per i diritti umani dell'Onu? La cosa è molto contraddittoria in termini politici, senza nulla togliere ai tanti funzionari dell’Onu che lavorano sul territorio e in alcuni casi fanno un ottimo lavoro, come ho avuto modo di vedere io stesso anche qui in Italia. Sugli stipendi stenderei un velo pietoso... Come esiste la casta dei politici, esiste anche la casta dei funzionari Onu...

In futuro i migranti continueranno ad arrivare?

Non la porrei così... Altrimenti sembra che ci sia stato un glorioso passato in cui non arrivavano, un presente in cui sono arrivati, e un futuro incerto. Le migrazioni ci sono sempre state...da che mondo è mondo... Ci siamo mai chiesti da dove venga la ricchezza linguistica e culinaria italiana? Siamo stati attraversati da popoli di tutto il mondo, da millenni... E così sarà finché l'uomo avrà due gambe su cui camminare. La novità moderna è l'idea di poter gestire gli spostamenti delle persone attraverso una capillare selezione frontaliera in funzione di un massimo profitto economico. Per quanto riguarda l'Italia, poi, questo stesso governo tra la sanatoria del 2009 e i decreti flussi stagionali del 2009 e 2010 ha chiesto, in due anni, l'ingresso di 450.000 lavoratori stranieri! Per cui altroché se la gente continua ad arrivare! Sono i governi che continuano a richiedere manodopera straniera. In realtà la vera incognita sarà la crisi, inevitabilmente, nel senso che se la crisi continuerà a colpire, è facilmente ipotizzabile che diminuirà l'emigrazione verso il nostro Paese... La gente viaggia in cerca di opportunità...

E quale prevedi sarà la nostra risposta?

La nostra risposta? Ti dirò, se nel breve termine sono molto pessimista, nel lungo termine prevale l'ottimismo. L'Italia di domani è già nata. È l'Italia dei bimbi delle elementari e delle medie, che sono cresciuti con la diversità, imparando a leggerla. Imparando che un italiano può essere bianco e nero, ma che a definirlo è altro dalla pelle. E che un italiano può avere i genitori di un altro Paese, e può avere un legame speciale con quel Paese. Tutto questo a lungo andare diverrà normale, anche perché i sacrifici dei padri faranno sì che i figli studino, che facciano lavori meno umili, che si riscattino e si facciano rispettare più di quanto hanno fatto i padri, che questo Paese non l'hanno mai sentito loro, essendo arrivati qui come emigrati. Il punto però, al di là della convivenza con la diversità, è che piega prenderà il razzismo. Perché, vedi, ormai l'etnico va di moda. Il ristorante indiano o il low cost a Marrakesh è una roba all'ultimo grido. Ma mentre l'esotico diventa chic, allo stesso tempo cresce il razzismo, con una connotazione particolare, che sempre più colpisce i poveri. Il problema non sono gli imprenditori kirghizi, ma l'algerino senza casa che dorme al parco. E che risposta ci si è abituati a dare al problema? L'espulsione. L'espulsione della povertà. L'espulsione del disagio. L'espulsione degli emarginati. A me questa cultura spaventa. Perché sai dove comincia ma non capisci mai dove andrà a finire...



*Luca Leone è giornalista e direttore della casa editrice Infinito Edizioni

Il mare di mezzo

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Il nuovo libro di Gabriele Del Grande, il fondatore di Fortress Europe

TRE RISTAMPE IN QUATTRO MESI

Tre anni di inchieste in un unico avvincente racconto. Un viaggio tra memoria e attualità attraverso le storie che fanno la storia. La nostra storia.

"Non riesco a scegliere tra le centinaia di persone che ho incontrato in questi anni. Ognuno porta con sé qualcosa di speciale. Il coraggio dei sindacalisti tunisini arrestati a Redeyef e poi giunti a Lampedusa. La fragile forza dei padri dei ragazzi di Annaba dispersi al largo della Sardegna. Il senso dell'avventura di quei due calciatori camerunesi espulsi dall'Algeria e tesserati da una squadra maliana per ripagarsi la traversata del deserto. Il senso di impotenza delle mogli di tanti uomini arrestati dopo una vita in Italia perché senza documenti e poi espulsi. La “complicità” con gli amici eritrei di Tripoli, impegnati come informatori del mio sito nonostante i guai che rischiano di passare con i servizi segreti eritrei e libici. L'ingenuità di certi contadini del Burkina Faso, mai stati nemmeno in capitale e partiti per l'Italia totalmente ignari dei pericoli che avrebbero incontrato. Le risate dei bimbi eritrei a Tripoli, che mi chiedo sempre se poi saranno mai arrivati in Italia e incrocio le dita per loro…" [leggi l'intervista a Gabriele Del Grande]

Pubblicato da Infinito edizioni

Con il patrocinio di Amnesty International, Asgi e Cric

Vincitore dei premi Colomba d'oro, Pro Asyl Hand, Uisp Mandela e Ivan Bonfanti

In tutte le librerie a 15 euro

Il giro d'Italia... Le date delle presentazioni del libro
Grazie! Due parole dell'autore dopo il successo delle presentazioni

Incontro con Gabriele Del Grande
VIDEO della presentazione a Catania il 16 maggio 2010, di Radio Zammù


Prima parte


Seconda parte


Terza parte

21 September 2010

Foggia: eritreo si getta dal tir e muore

Corriere del Mezzogiorno

FOGGIA - Un cittadino straniero, è morto questa mattina dopo essersi lanciato da un autoarticolato in corsa lungo l’autostrada A14, nel tratto tra Cerignola e Foggia. Secondo quanto accertato dalla polizia autostradale, intorno alle 13, tre persone si sono gettate da un camion con targa ucraina a cinque chilometri dal casello autostradale di Foggia nella corsia nord.

11 September 2010

Sudanese migrant shot dead at Egypt-Israel border

ISMAILIA, Egypt, Sept 11 (Reuters) - Egyptian police shot and killed a Sudanese man as he tried to slip into Israel on Friday, security sources said, at least the 32nd migrant killed at the sensitive frontier so far this year.

Border forces spotted Suleiman Yahya Ishaq, 25, trying to cross the barbed wire demarcating Egypt's border with the Jewish state, and opened fire when he refused orders to stop, one source said. The migrant died from a shot to the head.

Egypt has come under pressure from Israel to staunch the flow of migrants into its territory, but has also been criticised by human rights groups troubled by the mounting body count of mostly unarmed Africans seeking work or asylum.

Egyptian forces have killed at least 27 people trying to cross the border this year, while smugglers -- who sometimes hold migrants for ransom -- shot dead at least five more after a group of Ethiopians and Eritreans tried to escape last month. Border forces killed 19 migrants in all of 2009.

The Sinai peninsula is a major transit route for migrants from the Horn of Africa, many of them fleeing conflict or seeking jobs. Smugglers also use it to ferry drugs and weapons into Israel and a variety of goods into the Gaza Strip.

Egyptian security forces say they fire at migrants only after repeated orders to stop are ignored, and that in some cases smugglers have opened fire on border police. (Reporting by Yusri Mohamed; Writing by Alexander Dziadosz; Editing by Peter Graff)

08 September 2010

43 harraga auraient disparu en mer au large d’Annaba

Les Temps d'Algérie

Des déclarations faisant état de la disparition en haute mer, au large de Annaba, de deux embarcations de fortune avec à leur bord 19 et 24 candidats à l’immigration clandestine ont été déposées, lundi et mardi derniers aux gardes côtes qui ont aussitôt entrepris des recherches sans succès.

Selon des informations recueillies auprès de parents et de proches des prétendus harraga, les individus concernés auraient embarqué à destination de la Sardaigne dans la nuit de samedi à dimanche depuis les plages d’échouage d’Oued-Bokrat (Seraidi) et Sidi-Salem (El Bouni) et n’auraient plus donné signe de vie.

La majeure partie des personnes contactées considère que les chances d’atteindre les côtes sardes ou italiennes par gros temps, comme cela a été le cas toute la semaine écoulée, sont infimes pour ne pas dire nulles, ceci compte tenu de la nature des embarcations généralement utilisées par les candidats à l’émigration clandestine et surtout par l’inexpérience de ceux-ci dans le domaine de la navigation maritime.

D’autres témoins moins nombreux assurent qu’une équipée de 14 harraga issus des quartiers périphériques de Sidi Salem, Hdjar Eddis et de la commune d’El Bouni notamment, seraient arrivés à bon port au contraire et qu’ils auraient contacté par téléphone leurs amis.

Ces témoins expliquent que les harraga chanceux auraient débarqué en Sardaigne, tard dans la soirée de dimanche, et qu’ils auraient été interceptés puis relâchés par les gardes-côtes italiens avant d’être autorisés à se rendre en France.

Des détails auxquels il est difficile d’accorder du crédit surtout que les responsables de la marine nationale ont opté pour une nouvelle stratégie de communication avec la presse depuis le début de l’année 2010, en disant le moins possible sur le phénomène de la «harga» et laissant libre cours à la rumeur et à la distillation d’informations fantaisistes.
Mouna Skander

05 September 2010

Libia: rischio espulsione per 21 eritrei

Diffondiamo l´appello di Mussie Zerai, dell´agenzia Habeshia, che venerdí sera ha ricevuto una telefonata da un gruppo di eritrei arrestati in Libia sulla rotta per l´Italia e che ora rischiano di essere espulsi in un paese sotto regime dove rischiano il carcere per reati politici. Nei prossimi giorni vi aggiorneremo sulla vicenda.

"ROMA, 4 settembre 2010 - Ieri sera ci e giunta la richiesta di aiuto da 16 Eritrei detenuti nalle località di Frnash Sebaa Algedya quello che ci hanno riferito i profughi eritrei, che sono stati presi nella citta di Bengasi, prelevati dalle loro abitazioni, 16 ragazzi e 5 ragazze, le regazze ora si trovano nel centro di detenzione di Kuifia vicino a Bengasi.
I 16 ragazzi sono stati raggiunti dal rapresentante della ambasciata eritrea a Tripoli, il quale gli ha detto in quanto privi di passaporto, le autorità libiche procederanno per deportarli verso il paese di origine. Questa notizia ha messo in allarme tutti i profughi trattenuti attualmente in questi centri di detenzione.
Torniamo a chiedere al Governo Italiano che vanta di avere un rapporto privilegiato con il regime Libico di trovare una soluzione vera e duratura a questo problema.
La soluzione che noi auspichiamo resta quella di avviare un programma di reinsediamento dei profughi in Europa".
Don Mussie Zerai

04 September 2010

Egyptian police shoot migrant trying to enter Israel

ISMAILIA, Egypt, Sept 4 (Reuters) - Egyptian police shot dead an African migrant as he tried to cross the border into Israel on Friday, a security source said, bringing the migrant death toll at the sensitive frontier to at least 31 this year.

Egypt has come under pressure from the Jewish state to stop the flow of migrants into its territory, but has also been criticised by human rights groups troubled by the mounting body count of mostly unarmed Africans seeking work or asylum.

Egyptian forces have killed at least 26 people trying to cross the border this year. Traffickers, who sometimes hold migrants for ransom, killed another five after a group of Ethiopians and Eritreans tried to escape from them last month. [ID:nLDE67M11K]

On Friday police arrested more migrants, identified as Sudanese, while others escaped in the direction of Egypt, a security source added.

The Sinai peninsula is a major transit route for migrants, many of them fleeing conflict or seeking jobs. Smugglers also use it to ferry drugs and weapons into Israel and a variety of goods into the Gaza Strip.

Egyptian security forces say they fire at migrants only after repeated orders to stop are ignored, and that in some cases smugglers have opened fire on border police. (Reporting by Yusri Mohamed; writing by Alexander Dziadosz; editing by Andrew Roche)

03 September 2010

Moverse es la reacción natural ante un sistema injusto, torpe y asesino

02.09.2010 · Helena Maleno

parecido en Pandoras Invisibles

El movimiento forma parte intrínseca del ser humano y la libre circulación es uno de los derechos fundamentales nacidos del espíritu de supervivencia.

“Moverse es algo natural para nuestra etnia. Ni siquiera durante la colonización francesa dejamos de movernos buscando espacios mejores. Hemos recorrido desiertos una y otra vez. Buscábamos sal, agua, ganado. Después volvimos a movernos hacia el trabajo en las plantaciones. El movimiento forma parte de la costumbre. Mi sobrino viajaba buscando algo mejor, también decía que buscando libertad”, declara un familiar de uno de los desaparecidos en el Mar de Alborán.

El 29 de agosto sobre mediodía recibo una llamada. Al otro lado del teléfono una persona me informa que el 28 sobre las diez de la noche hora española, una zódiac con 37 personas, entre ellas cuatro mujeres, había salido desde las costas próximas a Alhouceimas con destino a Andalucía.

Tres días después y con un dispositivo de rescate que ha buscado exhaustivamente en zona española y marroquí, nada se sabe de los desaparecidos.

La mayoría de ellos procedían de Costa de Marfil y viajaban con su estatuto de refugiado envuelto en plástico para protegerlo del mar.

Otros provenían de Mali y Guinea. Uno de ellos era enfermero y dejaba su dossier de notas a buen recaudo con las instrucciones de enviárselo cuando estuviese en España.

Dos de las cuatro mujeres estaban embarazadas y harían dieciocho años en los próximos meses.

Un día antes, 57 inmigrantes subsaharianos y de Bangladesh estuvieron a punto de ahogarse cuando la zodiac había zozobrado. Fueron rescatados por dos barcos, que les encontraron sobre la embarcación que ya se había dado la vuelta. Algunos se hallaban con el agua al cuello y el resto comenzaban a sumergirse mientras la patera se hundía rápidamente. Ellos tuvieron suerte y su vida se salvó por minutos.

Del grupo, 10 fueron trasladados a Melilla y 47 a Alhuceimas, desde donde sufrieron inmediatamente una deportación al desierto.

El dolor y la incertidumbre son los efectos directos de la tragedia sobre los familiares y amigos.

El miedo y la pesadumbre son los efectos colaterales que se extienden a toda la comunidad migrante.

Al shock que se produce tras un drama como éste hay que unir el recrudecimiento de las medidas represivas tras la visita de Rubalcaba a territorio marroquí.

Veinticuatro personas fueron detenidas el lunes 30 en los barrios de Mesnana y Aouama, en Tánger. La madrugada del martes 31 todo el grupo era trasladado a Oujda para su deportación.

Lo más sangrante es que entre ellos se encuentran seis mujeres con sus bebés, una de ellas con gemelos de seis meses de edad y tres chicas embarazadas, dos de ellas menores.

Allí, en la ciudad fronteriza con Argelia, se reunirán con los detenidos de las redadas de esa misma fecha.

“Es la primera vez que algo así pasa en Oujda. La policía iba casa por casa buscando inmigrantes. Hasta ahora sólo los buscaban en la Facultad o bien en el campo. En mi casa han tocado a la puerta y mi casero les ha dicho que yo tenía los papeles en regla y que me dejasen tranquilo”, declara S. procedente de Costa de Marfil.

El domingo 29 más de cien inmigrantes habían sido detenidos en Ouja en una operación cuyo objetivo fue el campus universitario, los bosques colindantes a la ciudad y los refugios próximos a la frontera con Argelia.

“Los testimonios de los migrantes que han conseguido volver a Oujda el lunes después de un juego de ping-pong entre los militares marroquíes y argelinos, declaran haber sufrido una violencia y brutalidad desmesurada en su detención. Los testimonios hablan también de la utilización de perros policías, de cámaras y fotos para documentar la operación… las autoridades marroquíes han decidido, bajo mandato europeo, que las huellas digitales sean obligatorias y consten junto a la imagen de los inmigrantes… la base de datos Eurodac, que contendrá las huellas de los migrantes y será la prueba, si los migrantes desembarcan a Europa, para enviarlos automáticamente a Marruecos”, declara en un comunicado la organización marroquí ABCDS.

Asistimos de nuevo al mercadeo de la subcontratación del control fronterizo. Gadafi, con su habitual falta de pudor, sacaba los colores a nuestras cacareadas democracias y llamaba a las cosas por su nombre.

“Libia, con el apoyo de Italia, exige a Europa al menos 5.000 millones de euros anuales… Es en interés de Europa, porque si no, mañana, el avance de inmigrantes podría convertirla en África, en un nuevo continente negro”, dijo Gadafi.

Paguen religiosamente y haremos su trabajo sucio es, en resumen, lo que el líder libio declaró en Roma. Otros países del Norte de África no son tan expresivos pero juegan al mismo juego con Europa.

¿Es moral, legal y justo pagar cuando sabemos que con nuestro dinero se violan los derechos humanos?

El tráfico de armas, de drogas y la trata de personas son los tres grandes negocios que no dejan de transitar por nuestras fronteras. Los que más dinero dan y los que más se refuerzan día a día paradójicamente. La militarización y la externalización han fortalecido el poder de las redes de trata para explotación sexual.

Cuando nuestros estados hacen hincapié en frenar la libertad de circulación, en las avalanchas, en el miedo al mestizaje, los ciudadanos olvidamos que las fronteras no son más que un gran business del que se benefician los de siempre.

Cada cruce, cada movimiento migratorio, cada desaparecido es también una visibilización de un sistema injusto, torpe y asesino.


AGGIORNAMENTO 4 SETTEMBRE 2010

Rescatada una patera con 34 inmigrantes a bordo en Almería
Diario de Sevilla
ALMERÍA | ACTUALIZADO 05.09.2010 - 11:32
Un total de 34 inmigrantes de origen subsahariano, 30 varones y cuatro mujeres, han llegado al Puerto de Almería este sábado después de que la patera en la iban a bordo fuera avistada por un avión del servicio de Fronteras Exteriores de la Unión Europea (Frontex) a 47 millas náuticas del Cabo de Gata.

Según confirmaron fuentes de Salvamento Marítimo, los 34 inmigrantes que fueron atendidos por un dispositivo de la Cruz Roja al llegar a la costa, se encuentran en un aparente buen estado de salud.

Para el rescate, Salvamento Marítimo movilizó la embarcación Salvamar Denebola y el avión Serviola 2. Asimismo, participaron la patrulla de la Guardia Civil Río Jiloca y la patrulla de la operación Indalo.

01 September 2010

Shukri. A new life

Il nuovo documentario di Rossella Schillaci, prodotto da Witness di Aljazeera English. La storia di Shukri, una ragazza somala di 31 anni, partita da Mogadiscio lasciandosi alle spalle quattro bambini per approdare finalmente, nel 2008, a Lampedusa, dopo aver attraversato il deserto e il mare, alla ricerca di una nuova vita, a Torino.



In the winter of 2008, over 400 Somali and Sudanese refugees squatted in an abandoned building that had once housed a medical clinic in downtown Turin, northern Italy.

The Italian government's indifference towards refugees left them with little alternative. Once refugees are issued a sojourn permit, they are left to fend for themselves, with just a few receiving temporary housing and education. Many rely on Catholic volunteer relief associations for help, but these cannot provide housing and the waiting lists for dormitories seem endless.

Many refugees live and sleep on the streets. In larger cities, they squat in old buildings or abandoned factories, enduring overcrowded and grim living conditions often without water or electricity.

A better life
Like Shukri, Hindiyo left her family behind in Somalia

Shukri lives on the second floor of the abandoned medical clinic in Turin. There is no heating, one water tap for every 80 people, and the squatters rely on local charities for food.

Like her housemates, she arrived in Italy after crossing the Sahara and the Mediterranean with the dream of building a better life in Europe.

She decided to make the dangerous journey to escape war-torn Somalia, where life seemed impossible.

So in February 2008, after divorcing her husband, Shukri left her four children with her mother and headed to Ethiopia.

She eventually travelled to Italy by boat - or as she describes it, by balloon; a rubber raft so worn out that it could be punctured by a fingernail. She knew the journey would be a matter of life and death and the vastness of the sea scared her when she was about to embark in Tripoli. But still she had to go.

When she was in Somalia she believed - like many others - that Italy was one of the most beautiful places in the world. She had heard stories of other Somali women finding work there that had enabled them to support their families back home and even to buy houses.

But soon after arriving she realised that life in Italy was not as she had imagined. She had wanted to work and be independent so that she could build a decent life that would enable her to support her family. Instead she was forced to live on subsidies.

She learned Italian and trained as a care-giver because she had been told that it would be easy to find work caring for the elderly or disabled.

Shortly after arriving in Turin, Shukri became friends with Hindiyo, another Somali woman who had also left her family behind. They became like sisters, living together and sharing everything.

Hindiyo often thought about her hungry children and sick parents back in Somalia and felt guilty that she had not been able to send money home as she promised. The guilt was so bad that she often could not sleep at night.

Against the odds
Shukri expected it to be much easier to start a new life in Italy

Now, after two years little has changed. 'Emergency' measures rather than longer-term solutions are still employed to deal with the refugees.

Many refugees have "escaped" Italy in search of a better life in other European countries, although they know that if the authorities elsewhere discover that their fingerprints were taken in Italy they will be sent back.

After having temporary jobs as caregivers in a small mountain village where they were the only Muslims, Shukri and Hindiyo are again without work.

When they were working they had been able to send money home but that has stopped now. Their families are disappointed and find it hard to believe that life in Italy could really be so hard.

But Shukri and Hindiyo are not giving up. They are still looking for work and hoping to build better lives. Shukri has realised that she cannot expect to get an office job, but now it is hard to get even a caregiver job as people are asking for driving licenses and a car.

With the ongoing war in Somalia, Shukri doubts that she will ever return and hopes to find a permanent job that will help her save her children and mother.
Source:
Al Jazeera

Il sangue verde


Il nuovo film documentario di Andrea Segre. Gennaio 2010, Rosarno, Calabria. Le manfiestazioni di rabbia degli immigrati mettono a nudo le condizioni di degrado e ingiustizia in cui vivono quotidianamente migliaia di braccianti africani, sfruttati da un'economia fortemente influenzata dal potere mafioso della 'Ndrangheta. Per un momento l'Italia si accorge di loro, ne ha paura, reagisce con violenza, e in poche ore Rosarno viene "sgomberata" e il problema "risolto". Ma i volti e le storie dei protagonisti degli scontri di Rosarno dicono che non è così. Scovarle e dare loro voce è oggi forse l'unica via per restituire al Paese la propria memoria: quella di quei di giorni di violenza e quella del proprio recente quanto rimosso passato di miseria rurale. Visita il blog del film e organizza una proiezione del film nella tua città.