30 June 2011

Kater i Rades: amara sentenza di una strage di Stato


“L'ultima cosa che ricordo fu la sensazione di un boato tremendo, come una bomba. Ricordo di aver mollato la ringhiera, mentre pioveva di tutto, sbarre di ferro, vetri, lamiere, pezzi di legno, e quella sensazione di volare nel buio per un tempo interminabile fino all’impatto con l’acqua gelida...”. Era il 28 marzo 1997. Nel Canale d'Otranto, a 25 miglia dalla costa pugliese, la nave della marina militare italiana Sibilla speronava e affondava la nave albanese Kater I Rades. Morirono 108 albanesi. Uomini, donne e bambini. I corpi recuperati furono 81. Quattordici anni dopo, il 29 giugno 2011, dopo tredici ore di consiglio, la corte d'appello di Lecce si è pronunciata sulla strage.

Due anni di condanna per Fabrizio Laudadio, il comandante della corvetta della marina militare Sibilla che speronò il vecchio peschereccio causando la strage. E tre anni per il pilota albanese. Insieme a una manciata di spiccioli come risarcimento per i danni morali: da 20.000 euro a 300.000 a seconda del grado di parentela con le vittime, per un totale di due milioni di euro che dovrà sborsare il ministero della difesa. Con la condizionale però, in carcere alla fine dei giochi non ci finirà nessuno. Come dire che al di là di una condanna di facciata, alla fine la vita di cento albanesi non sembra avere tutto questo valore. Nemmeno agli occhi del governo di Tirana, che sul caso non si è troppo sbilanciato per non compromettere il delicato equilibrio diplomatico sulla via che conduce al negoziato per l'ingresso nell'Unione europea.

I nomi delle 108 vittime della strage finiranno presto dimenticati. E del massacro non rimarrà traccia se non nei diari del dolore privato dei loro familiari. Nemmeno il relitto della Kater I Rades, ripescato e abbandonato in un angolo del porto di Brindisi a arrugginire, sopravviverà alla memoria dei posteri. Familiari e superstiti ne avevano chiesto la restituzione allo Stato albanese per farne un monumento alla memoria. La Corte ha invece disposto la revoca del provvedimento di restituzione e la rottamazione di quel che resta della nave, delegando per l'esecuzione il comando della Marina militare di Brindisi.

Nella condanna non figurano i nomi eccellenti, scomparsi dall’iter processuale sin dal giudizio di primo grado. Ovvero quei politici e quei generali che dettero l’ordine di respingere gli albanesi in fuga dal caos scoppiato in Albania in seguito ad una gravissima crisi finanziaria. Tre giorni prima, il 25 marzo, il governo Prodi e il ministro dell’interno Giorgio Napolitano, avevano firmato un trattato col presidente albanese Sali Berisha. L’Italia prometteva aiuti e in cambio Tirana autorizzava il blocco navale del Canale di Otranto. Navi italiane in acque albanesi, e respingimenti in alto mare, nonostante il parere negativo dell’allora Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, Fazlum Karim, e le lacrime di Berlusconi che si diceva turbato e indignato davanti alle telecamere salvo poi riproporre la stessa logica qualche anno dopo sulla frontiera libica.

Sì perché l'idea del blocco navale e dei respingimenti non è mai tramontata. Basta pensare ai patti per i respingimenti con la Libia di Gheddafi, firmati dal governo Prodi nel 2007 e attuati a partire dal 2009 dal governo Berlusconi. Per ora a bloccare le operazioni dei respingimenti non sono stati i ricorsi alla Corte europea o la mobilitazione di quella minoranza di italiani che crede al diritto. Ma soltanto la guerra, che nel giro di pochi giorni ha trasformato il vecchio amico Gheddafi nell'uomo da uccidere. Tuttavia guerra o non guerra i respingimenti riprenderanno. Lo ha assicurato il ministro degli esteri Franco Frattini, facendosi garantire dal consiglio transitorio dei ribelli di Benghazi che le operazioni riprenderanno non appena finirà la guerra.

A questo punto l'unico argine potrebbe arrivare da una condanna della Corte europea, di fronte alla quale lo scorso 22 giugno si è chiuso il processo contro l'Italia per i respingimenti del 2009. La sentenza arriverà nel giro di qualche mese. Speriamo almeno che la Corte di Strasburgo abbia più coraggio di quanto dimostrato dalla Corte d'appello di Lecce.