17 September 2009

Aperte due inchieste sui respingimenti. Interrogazioni in parlamento

MILANO - "Siamo torturati mentalmente e fisicamente da anni, è terribile guardati intorno, non abbiamo futuro, ormai abbiamo perso la speranza". Ascoltate questo straordinario documento. È stato registrato dentro il campo di detenzione di Misratah, in Libia, dal giornalista Roman Herzog in un documentario che sarà presentato a Roma il 24 settembre. Era il novembre del 2008.



Un anno dopo non è cambiato niente. Anzi, agli eritrei arrestati nel 2006, a Misratah si sono aggiunti quelli respinti questa estate. Anche quelli del primo luglio. Ricordate? Una barca con 89 passeggeri fu respinta. Bene a bordo c'erano 74 eritrei, erano in mare da quattro giorni. Nel giro di 24 ore, ricevemmo la lista completa dei loro nomi dalla comunità eritrea a Tripoli, che ci informava che una ventina erano stati malmenati dai militari italiani a bordo del pattugliatore Orione durante il trasbordo sulla motovedetta libica. I fatti vennero verificati dall'Acnur, che intervistò in Libia i superstiti e scrisse una lettera al Governo italiano.

In questi giorni abbiamo parlato al telefono con alcuni di loro. Una trentina sono stati trasferiti a Misratah. Degli altri non si conosce il destino. In tre mesi hanno incontrato una sola volta i funzionari delle Nazioni Unite, ma inutilmente visto che sono ancora detenuti. Ci hanno confermato non solo le violenze avvenute a bordo della nave della marina (manganellate e scariche elettriche), ma hanno anche riferito della presenza di ufficiali italiani a bordo delle motovedette libiche. Tutti dettagli che potrebbero essere utili alle procure di Agrigento e Siracusa.

Già perché finalmente sono state aperte due indagini parallele sui respingimenti. L'ipotesi di reato, per il momento contro ignoti, è quella di violenza privata. Alla procura di Agrigento se ne occupano il procuratore Renato Di Natale e il suo sostituto Ignazio Fonzo, che hanno chiesto alla Guardia di Finanza di acquisire la documentazione relativa alle direttive impartite. Diamo loro un consiglio: signor Di Natale, si procuri una copia del video girato dai finanzieri sulla Bovienzo il 6 maggio.

A Siracusa, un'indagine parallela è coordinata dal procuratore Ugo Rossi. I magistrati hanno già ascoltato il comandante della motovedetta della Guardia di Finanza che il 31 agosto scorso intercettò a largo di Capo Passero un barcone con 75 somali, che furono riportati in Libia. L'ufficiale sarebbe stato iscritto nel registro degli indagati. Si sta cercando di capire perché a bordo non venne data la possibilità ai rifugiati somali di chiedere asilo politico.

Noi abbiamo avuto modo di parlare telefonicamente anche con i somali. Il giorno dopo il respingimento, il primo settembre. Dal campo di detenzione di Zuwarah, dove dicevano di trovarsi, confermavano le notizie date dalla stampa. Erano in 80, tutti somali. Quattro persone, tra cui una donna e un neonato, erano state ricoverate a Malta, e un altro in Sicilia. Mi dissero personalmente che a Zuwarah erano rinchiusi tutti in un'unica cella e che non mangiavano niente da due giorni, da quando erano stati intercettati in mare. Con loro c'erano 15 donne e 5 bambini. Nessun medico li aveva visitati. L'asilo? Certo che l'avevano chiesto, mi disse allora in un corretto inglese, l'uomo con cui parlai. Il giorno dopo il telefono suonava spento. E così fino ad oggi.

Forse sono stati trasferiti, forse sono stati rilasciati. Già perché in occasione del 40° anniversario del regime di Gheddafi, un'amnistia generale ha interessato i detenuti delle carceri e dei campi di detenzione degli immigrati. Non ci sono statistiche, ma si sa che in molti sono stati rilasciati. Inoltre pare che il governo libico stia trattando con il governo transitorio somalo per trovare una soluzione per le migliaia di somali detenuti, che permetta il loro rilascio e la loro regolarizzazione.

Intanto, mentre le Procure indagano, in Parlamento qualcuno prova a discutere dei respingimenti. Lo fa il deputato Jean Léonard Touadi (Pd), con un'interrogazione a risposta scritta depositata il 14 settembre proprio sul respingimento degli eritrei del primo luglio. E lo fa Matteo Mecacci (Radicali) con un'interrogazione a risposta orale in Commissione esteri in merito all'inchiesta de L'Unità, secondo cui i morti del naufragio di marzo in Libia sarebbero stati oltre 600.