I fatti sono stati ampiamente ripresi dalla stampa italiana, che in quegli stessi giorni però ha bucato un'altra importante notizia. Un piccolo presidio sotto il consolato marocchino a Milano, la mattina del 23 luglio. Un evento apparentemente insignificante. Ma in realtà direttamente connesso alla guerra al terrorismo e ai suoi effetti collaterali. Sui manifesti c'era scritto “Verità e giustizia per Youness Zarli”. E a volantinare per strada c'era anche la moglie, Jessica. E dire che del suo caso la stampa italiana si era già occupata nel 2005, ma sulle pagine sportive. Facciamo un salto indietro.
È il 16 maggio e a Napoli si disputano i campionati italiani di kick boxing. Il ventiquattrenne Youness Zarli si qualifica primo nella categoria light contact, con la maglia della Bergamo Boxe. Il quotidiano “L'Eco di Bergamo”, la città dove Youness vive con i due fratelli maggiori da quando è arrivato in Italia otto anni prima, gli dedica un trafiletto con tanto di fotografia. Sei mesi dopo, il 28 novembre 2005, i servizi segreti italiani decretano la sua espulsione, tramite un decreto dell'allora ministro dell'Interno Beppe Pisanu, per aver “tenuto condotte tali da far ritenere che la sua permanenza nel territorio dello Stato possa agevolare organizzazioni legate al terrorismo islamico”.Strano che un terrorista frequenti palestre di boxe e discoteche, come quella dove un anno prima ha conosciuto la futura moglie. Strano anche che vada in giro con i capelli biondi ossigenati, e che porti la ragazza in vacanza a Parigi e al mare in Calabria. Ma chiunque può obiettare che queste non sono prove. E infatti non lo sono. Ma il punto è che le prove non ci sono mai state. Si tratta di un colossale errore giudiziario. Non le ha trovate nemmeno il tribunale di Rabat che lo ha processato. Sì, perché dopo l'espulsione dall'Italia il 5 dicembre 2005 Youness Zarli viene arrestato all'aeroporto di Casablanca. Lo portano nel carcere segreto di Temera e lì lo torturano per 10 giorni per estorcergli una qualsiasi confessione. Ma Youness non ne sa niente. La sentenza arriva il 29 novembre 2006, dopo un anno di carcere. La corte d'appello di Rabat “proscioglie l'imputato” dai reati di terrorismo “visto che non ci sono né prove né elementi”. Insomma, come mi ha spiegato il suo avvocato a Rabat, i fatti non sussistono. È un buco nell'acqua dei servizi italiani.
Finalmente Youness torna in libertà. Una volta fuori dal carcere di Salé, decide di sposarsi con Jessica, che non l'abbiamo ancora detto è cittadina italiana. Il matrimonio è fissato per il 3 marzo 2007 al Consolato italiano in Marocco. Subito dopo l'Italia gli rilascia un visto per ricongiungimento familiare. Può tornare a Bergamo, l'incubo sembra finito. Il 27 aprile attraversa la frontiera con la Spagna, a Ceuta, e prende un autobus per l'Italia. Ma in Italia lo aspetta la Digos. Lo pedinano, e quando il 4 maggio si presenta in questura per ritirare il nuovo permesso di soggiorno lo arrestano con un blitz in pieno centro con tanto di pistole spianate, faccia a terra e manette ai polsi. È la sua seconda espulsione. Stavolta in Marocco non viene arrestato all'aeroporto. Decide di riprovarci di nuovo, il visto è ancora valido, ma ancora una volta, atterrato in Italia viene rintracciato e rimpatriato. È il 21 novembre 2007. Il suo nome è sulla lista nera e con un'espulsione dell'antiterrorismo un suo reingresso in Italia è inimmaginabile. Almeno prima dei dieci anni di divieto di reingresso previsti dal decreto di espulsione del ministero dell'Interno.Youness si mette l'anima in pace. La moglie Jessica continua a fare avanti e indietro tra il Marocco e l'Italia. Nasce il bambino, Adam. Insomma la vita sembra riprendere lentamente la sua normalità. Fino a quel maledetto 11 aprile 2010. Quel giorno a Casablanca c'è anche Jessica. Stanno giocando in salotto con il bambino, è ora di pranzo. Dal terrazzo si affaccia la domestica, dice che alla porta c'è un tipo che chiede di Youness. Lui lascia il bambino e scende giù così com'è, ancora in pigiama e in ciabatte. E non torna più.
Dalla data dell'arresto passano quattro mesi. Quattro mesi rinchiuso nel carcere di Salé, vicino Rabat, lontano dalla moglie e dal piccolo Adam. A giugno Youness inizia uno sciopero della fame che sa di disperazione. Lo seguono altri 20 detenuti. Un giorno dopo l'altro, nutrendosi soltanto di acqua e zucchero arrivano a 37 giorni di digiuno completo. Chiedono libertà e giustizia. Riprendono a mangiare solo il 7 luglio, dopo che due di loro vengono ricoverati in gravissime condizioni. Quello stesso giorno, un altro gruppo di 43 detenuti nella prigione di Kenitra entra nel sedicesimo giorno di sciopero della fame. Le rivendicazioni sono le stesse del gruppo di Salé: libertà e giustizia per essere stati ingiustamente condannati per terrorismo in mancanza di prove e dopo confessioni estorte sotto tortura. Loro sono in carcere da otto anni, e tra loro c'è anche il fratello maggiore di Youness, Salah Zarli, classe 1970. E qui sta l'origine di tutti i mali, della segnalazione di Youness all'antiterrorismo italiana e della sua persecuzione giudiziaria: essere il fratello di uno dei condannati per gli attentati di Casablanca.
Salah viveva a Bergamo dagli anni Novanta, insieme a Youness e a un terzo fratello, Mohammad - poi deceduto in Pakistan. A differenza di Youness, Salah è un uomo molto religioso. Lavora come autista e nelle pulizie, frequenta la moschea di viale Jenner, a Milano. E nel 1999 si reca in viaggio in Afghanistan, dove trascorre sei mesi. Il che, fino a prova contraria, non è un reato. Tre anni dopo, scoppia la guerra americana in Afghanistan contro i talebani. E di pari passo inizia la strategia dell'antiterrorismo. Basta un minimo sospetto per essere arrestati. In Afghanistan come altrove. E Salah che in Afghanistan c'era stato, non rimane inosservato. Pochi mesi dopo i primi bombardamenti, nell'agosto del 2002, lo arrestano durante una vacanza in Marocco, a Casablanca durante una retata dell'antiterrorismo marocchina che porta 87 persone dietro le sbarre. Sette mesi dopo, il 16 maggio 2003, Casablanca si risveglia nel terrore con l'esplosione di un'autobomba e di una decina di kamikaze in cinque punti della città, intorno alle 22,00, che causano la morte di 45 persone. Salah viene condannato a morte come uno dei responsabili di quegli attentati, insieme a 80 coimputati, pur non essendosi mosso dal carcere nei sette mesi precedenti l'attentato. L'esecuzione viene commutata in una pena all'ergastolo.
A livello internazionale, oltre a Amnesty International, si sono levate le voci di Al Jazeera, della fondazione Karama, della Organizzazione marocchina per i diritti umani, che hanno duramente criticato le brutalità commesse in questi anni dal reparto speciale (DST, Direction de la Surveillance du Territoire) dell'antiterrorismo della polizia marocchina, e che hanno difeso a spada tratta l'innocenza, tra gli altri, di Youness Zarli.
L'intelligence però non guarda in faccia a nessuno. E nella guerra preventiva non c'è spazio per il garantismo. Il legame di sangue di Youness col fratello Salah diventa nel decreto di espulsione “un consolidato circuito relazionale con elementi di primo piano nel panorama dell'integralismo islamico presente in Italia coinvolti in progettualità terroristiche”. Quali siano queste “progettualità” però il decreto non lo dice, anche perché le motivazioni in questi casi sono coperte dal segreto di Stato. E forse nemmeno gli agenti della Digos di Bergamo nel 2005 e nel 2007 sapevano perché Youness doveva essere rimpatriato, ma questo non gli impedì di trattarlo come un cane.
Qualche settimana fa la questura di Bergamo ha notificato alla moglie Jessica, una richiesta di risarcimento per i danni alla vettura di servizio causati da Youness il giorno dell'espulsione. Guai a toccare una divisa. E Youness invece, da cinque anni vittima di un errore giudiziario e di nuovo in carcere senza prove, chi lo ripagherà dei danni subiti? Jessica preferisce non pensarci. Nonostante la giovane età, ha solo 22 anni, sette in meno di Youness, ha imparato quanto la vita sappia essere amara. “Aspettiamo di vedere la sentenza”, dice. Il giudizio di primo grado è atteso per la fine del 2009. E se Youness sarà assolto, come tutti ci auguriamo, c'è un'altra battaglia da vincere. Perché oggi in Italia lo aspetta una condanna da uno a cinque anni di carcere. Il motivo? Non aver rispettato il divieto di reingresso di 10 anni previsto dal decreto ministeriale che nel 2005 lo allontanò dal paese.
Dalla sua, Youness ha un avvocato preparato come Paolo Oddi, che ne ha assunto la difesa. Contro però, ha l'opinione pubblica di due paesi, l'Italia e il Marocco, troppo distratti per rendersi conto della gravità della partita che si sta giocando sulla sua pelle e sulla pelle della sua famiglia in nome della lotta al terrorismo.
Firma la petizione per Youness Zarli
Leggi il blog della moglie di Younes, Jessica
L'interrogazione parlamentare dei Radicali sul caso Zarli
La posizione di Amnesty International sul caso Zarli
Il caso Britel: italiano, vittima di extraordinary rendition e ancora in carcere
Scarica il rapporto di Amnesty International sull'antiterrorismo in Marocco
Guarda "NOS LIEUX INTERDITS" il documentario di Leila Kilani sulla stagione del terrore di Hasan II
