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28 March 2012

Speciale Presa Diretta: Libia un anno dopo


Sono passati quasi sei mesi dall'uccisione di Gheddafi. La guerra è finita e la Libia si avvia verso le sue prime elezioni, previste a giugno, in un clima schizofrenico. Da un lato c'è la piazza che festeggia la libertà, l'economia che riparte e i neonati partiti che si preparano al voto. Dall'altro ci sono le milizie che hanno combattuto contro il regime ma che oggi non accettano di disarmare e, al contrario, continuano a sparare. 

Dove porta la strada presa dal popolo libico dopo la fine della dittatura?

Per scoprirlo PRESA DIRETTA dedica alla Libia una puntata speciale di due ore, lunedì 2 aprile 2012, con i servizi di Gabriele Del Grande, Alessio Genovese, Manolo Luppichini e Nancy Porsia.

Con immagini esclusive girate tra novembre 2011 e febbraio 2012 a Tripoli, Benghazi, Misrata, Sirte, Bani Walid, Warshafanna, Tawargha e Kufra.

30 October 2011

Speciale Libia: da Benghazi a Misratah, con i ragazzi della rivoluzione

Tre settimane in Libia con i ragazzi della rivoluzione. I volti della piazza, le famiglie dei martiri, le ragazze, i volontari al fronte, la caduta di Ijdabiya, la battaglia di Benghazi, l'assedio di Misratah, la situazione degli stranieri bloccati nel paese e infine la liberazione di Tripoli. Un viaggio tra i nostri coetanei del movimento del 17 febbraio. Per capire chi sono e che cosa chiedono. Perché si sono rivoltati al costo della vita e perché hanno dovuto imbracciare le armi arrivando addirittura a festeggiare i bombardamenti degli alleati sulle armate di Gheddafi, mentre in Italia si manifestava contro l'intervento militare. Prima del dibattito guerrasìguerrano, leggetevi questi racconti dal campo. Qualunque sia la vostra opinione, avrete più elementi concreti per argomentarla.

Vedi anche: Rivoluzionari e razzisti?

29 October 2011

I fratelli Razqi e il valore della libertà ritrovata

Nureddin Razqi, con un partigiano ferito all'ospedale Mitiga di Tripoli, foto di Alessio Genovese

Il 22 agosto, intorno alle dieci del mattino, la Nato aveva bombardato gli edifici amministrativi della prigione. Le sparatorie iniziarono subito dopo. All'inizio tutti i detenuti pensavano che fossero le armate dei rivoluzionari. Ma dopo un'intera giornata gli spari non erano ancora cessati. E allora tra i prigionieri si diffuse il panico. Qualcuno iniziò a dire che anziché una battaglia fosse una strage. E che le guardie del carcere stessero fucilando tutti i reclusi, come già era successo nel 1996 nello stesso carcere, quando vennero uccisi 1.200 detenuti politici nella sola notte del 29 giugno. Finché il giorno dopo sentirono cigolare il pesante portone di ferro della sezione.

28 October 2011

I fratelli Razqi e le tombe di Bu Selim

Ismail Razqi torna nella sua tomba di Bu Selim, foto di Alessio Genovese

Ismail lo catturarono il 9 marzo in un appartamento a Zawiya Dahmani, dove si era rifugiato insieme a Sami Sherif dopo il massacro del 20 febbraio, quando i miliziani di Gheddafi avevano sparato sui manifestanti di Tripoli confluiti in piazza verde per festeggiare la liberazione di Benghazi. Nella capitale ormai si era scatenata la caccia agli organizzatori delle manifestazioni. Jamal era già in carcere, Nureddin era stato arrestato il 26 febbraio, ma grazie a un amico colonnello era riuscito a evadere e si era dato alla clandestinità. Quanto a Ismail, i miliziani erano già stati a casa della madre a cercarlo. E l'omicidio di Najim Fashli, ucciso con un colpo al cuore da un cecchino appostato sui tetti di Fashlum durante la manifestazione del 21 febbraio, non era affatto un buon segno. Il cerchio si stringeva inesorabilmente. E alla fine presero anche lui.

27 October 2011

I fratelli Razqi e la scintilla che incendiò Tripoli

Jamal Razqi a Bu Selim, foto di Alessio Genovese

Quattro strade. Il semaforo, un parrucchiere e qualche albero a gettare un filo d'ombra su un marciapiede scassato. Sembrerebbe un incrocio qualunque della periferia di Tripoli. E invece è il simbolo della resistenza nella capitale libica. Perché è qui, nel quartiere di Fashlum, che la gente di Tripoli è scesa in strada per la prima volta contro il regime di Gheddafi. Era il 17 febbraio. La manifestazione era stata organizzata tre giorni prima, in una riunione segreta tenutasi nello stesso isolato, nella casa di un vecchio partigiano della resistenza libica contro il colonialismo italiano. Un certo Razqi, classe 1901. Lui è morto nel 1979, ma ai figli deve avere lasciato qualcosa di speciale in eredità. Perché quella sera tre di loro erano seduti intorno al tavolo che decise di sfidare la storia.

20 July 2011

Zenga zenga


Ricevo e volentieri pubblico questo racconto per immagini della guerra in Libia. Le foto sono di Alfredo Bini, con cui ho trascorso tre intense settimane insieme anche a Stefano Liberti, tra marzo e aprile a Benghazi, Ijdabiya e Misrata, di cui ho ampiamente scritto nei miei reportage. Nelle foto si vedono le manifestazioni sotto il tribunale di Benghazi, il fronte di Ijdabiya il giorno dei bombardamenti degli aerei di Gheddafi, i volontari ai corsi di addestramento nelle caserme di Benghazi, le foto dei martiri, i chadiani fuggiti dalla guerra alla frontiera con l'Egitto, il viaggio in peschereccio da Malta a Misrata e la città sotto assedio. Sullo sfondo, due pezzi della improvvisata colonna sonora del movimento del 17 febbraio che in quei giorni andavano per la maggiore sulle frequenze delle prime radio libere della Cirenaica. Intanto dalla Libia continuano a arrivare notizie di morti. Morti sotto le mine antiuomo disseminate dai miliziani di Gheddafi a Brega, prima di battere in ritirata. Morti sotto i missili dei mercenari al soldo del regime a Yafran, a Zlitan e a Misrata, ma anche sotto i bombardamenti della Nato a Tripoli e sul fronte di battaglia. È la guerra. Se non ci fossero stati gli aerei della Nato, i ribelli sarebbero stati spazzati via militarmente e annientati politicamente nel giro di poche settimane. Con l'appoggio degli alleati la partita si allunga, ma rischia di trascinare l'intero paese in una folle spirale di violenza. Ancora è presto per dire come andrà a finire. Ci limitiamo a raccontarvi come è iniziata, con le foto di Alfredo Bini. Solo per ricordare che l'entusiasmo della piazza non era dettato da nessun complotto internazionale, ma piuttosto da un genuino delirio di libertà, maturato nell'anno delle rivoluzioni arabe.

04 April 2011

Tra due fuochi. Gli stranieri in Libia al tempo della rivoluzione


Viaggio a Misratah, 2 aprile 2011

Nashat non ha fatto in tempo a fare le valigie quando è scappato. E dietro si è portato soltanto la foto dei figli. Mi chiede di farla vedere in televisione perché la famiglia a Banisuif in Egitto sappia che è ancora vivo. Accanto a lui si crea una calca di gente. Sono tutti egiziani e sono migliaia. La distesa delle tende grige allestite dalla croce rossa libica per accoglierli si perde all'orizzonte lungo tutto il viale che dall'acciaieria conduce fino al porto industriale di Misratah. Vogliono tutti che mi segni il loro nome e gli faccia una foto. Sono il primo giornalista che incontrano da quando tre settimane fa hanno abbandonato le loro case in città per rifugiarsi qui in attesa che il governo egiziano mandi loro una nave a portarli via dalla guerra. Le truppe di Gheddafi hanno tagliato le linee telefoniche della città. E da allora non hanno più contatti telefonici con i parenti in Egitto, che seguono con ansia su Al Jazeera le notizie dei bombardamenti sui civili sperando che i propri cari siano ancora vivi.

03 April 2011

Un marinaio contro l'embargo di Misratah


Viaggio a Misratah, 1 aprile 2011

Tareq non è riuscito a rivedere la famiglia nemmeno questa volta. E continua a chiedersi che fine abbiano fatto la moglie e i cinque bambini piccoli. Abitano nella zona più pericolosa di Misratah. Impossibile raggiungerli, per via dei cecchini sui tetti e dei carri armati per strada. Avvicinarsi significherebbe farsi ammazzare. Non resta che sperare che siano ancora vivi. Che i carri armati non abbiano sparato sulla loro casa e che i cecchini non siano ancora entrati per prendersi l'appartamento come postazione di tiro. E c'è da sperare che abbiano abbastanza cibo e soprattutto che abbiano da bere, visto che da tre settimane Misratah è senza acqua corrente. Ormai non li sente nemmeno al telefono, da quando tre settimane fa le truppe di Gheddafi hanno staccato la linea. Dei satellitari neanche a parlarne, in città sono pochi e sono tutti in mano agli insorti per coordinare la difesa e comunicare con la stampa internazionale. A Tareq non resta che affidare la loro sorte a Allah. Li ricorda in ogni preghiera, quando stende il tappetino sul ponte del peschereccio e si inginocchia, con lo sguardo teso verso l'orizzonte dove ogni mattina il sole sorge sulle acque blu del Mediterraneo. Tareq è in viaggio da un mese. Fa la spola tra Malta e Misratah. Questo è il suo terzo viaggio. Guida un peschereccio d'altura di quaranta metri, ma non trasporta pesce. In stiva ha 150 tonnellate di latte, farina, zucchero, pomodoro in scatola, tonno, fagioli, pannolini e acqua potabile. Per rompere l'embargo nella città sotto assedio che da 40 giorni resiste coraggiosamente alle truppe di Gheddafi e ai loro bombardamenti a tappeto che hanno già ucciso almeno 200 civili. Il primo viaggio è stato il nove marzo. Questa è la sua terza traversata e per noi viaggiare con lui è l'unico modo per raggiungere la città di Misratah.

02 April 2011

L'altalena senza bambini


Viaggio a Misratah, 31 marzo 2011

C'è un altalena senza bambini che dondola e cigola spinta dal vento davanti a quello che resta di una casa ridotta in macerie. E poi ci sono due bambini senza altalena e senza più voglia di giocare. Sono fratelli. Mohamed ha undici anni e Ali ne ha quattordici. Il missile è caduto nel cortile di casa mentre erano fuori a divertirsi. Quando sono arrivati al pronto soccorso, era già troppo tardi. A Mohamed hanno asportato l'occhio e amputato una mano. È sdraiato su un letto di ospedale, con la gamba rotta avvitata a un tutore di ferro e il resto del corpo coperto di bende e di cicatrici. Piange e dice che gli fa male. Ma il fratello più grande, Ali, non ha parole di conforto, perché anche lui è steso su un letto dello stesso ospedale. La loro infanzia è finita in un attimo. Il tempo dell'esplosione di un missile lanciato a caso su un quartiere della città con l'unico obiettivo di colpire i civili. Benvenuti a Misratah. La città ribelle della Tripolitania che da 40 giorni resiste eroicamente all'assedio delle milizie di Gheddafi e che da ormai tre settimane è completamente isolata dal resto del paese. Le linee telefoniche sono fuori uso, metà delle case è senza corrente elettrica e l'unica acqua rimasta a disposizione è quella dei pozzi, perché le condutture dell'acquedotto sono state chiuse dagli uomini di Gheddafi, che ormai circondano la città. L'unica via libera rimasta è quella del mare, ed è quella che abbiamo scelto per rompere l'altro isolamento: quello con la stampa internazionale. Perché finora nessun inviato dei grandi giornali è riuscito a spingersi fin qua.

27 March 2011

Il cimitero dei martiri e il disertore di Ijdabiya


Viaggio a Benghazi, 26 marzo 2011

Saleh Khamis Elanuani era venuto a portar via la famiglia di suo zio dall'inferno. All'ultimo check point controllato dai ribelli l'avevano avvertito dei rischi, ma non aveva altra scelta. Doveva portarli via prima che i miliziani di Gheddafi prendessero il controllo della città. Sono passati tredici giorni da allora e la sua macchina Toyota Camry bianca, è ancora ferma sul ciglio della strada davanti alla moschea della porta est della città. La portiera aperta, crivellata di colpi. Saleh invece giace senza vita in una cella frigorifero dell'ospedale di Ijdabiya. Quando Abdallah gli solleva il lenzuolo dal volto, mi giro dall'altra parte per allontanare dagli occhi l'immagine del cervello che gli esce da dietro la testa. Gli hanno sparato alla nuca. Un colpo solo. Giustiziato. La vita di Saleh è finita così. Abdallah si avvicina e lo bacia sulla fronte. È un martire, dice con un misto di commozione e di sollievo. La verità è che è finita. L'assedio di Ijdabiya, dopo 13 giorni di combattimenti è cessato stanotte.

25 March 2011

Generazione revolution: da Benghazi a Lampedusa

A volte una chiacchierata aiuta a chiarirsi e a chiarire le idee. Soprattutto quando l'interlocutrice è una come Alma Allende, che è una che ha seguito tutta la rivoluzione in Tunisia per il sito Rebelion. Le domande sono le sue, e le risposte le mie, che da due settimane sto qui a Benghazi con i ragazzi della rivoluzione. Dove sta andando la Libia? Perché in giro tutti gridano al complotto americano o islamista? Quale è stato il ruolo dell'informazione? Si può essere imparziali in un posto come questo? E infine Lampedusa. La Libia c'entra davvero qualcosa il boom degli sbarchi delle ultime settimane? Leggi l'intervista.

24 March 2011

Il coraggio di Ahmed e i nostri malintesi


Viaggio a Benghazi, 23 marzo 2011

Sua moglie glielo aveva detto di parlargli. E anche i fratelli avevano insistito che lo bloccasse. Ma la verità è che Hasan non era mai stato così fiero di suo figlio Ahmed come quel giorno, quando gli disse che si univa al fronte per liberare il paese. E lo lasciò andare con la sua benedizione. Come padre, apprezzava quel coraggio e quella generosità. Partire a 24 anni come volontario, con una laurea in medicina e senza armi, per curare i feriti di guerra, in nome della libertà. Sono passati 13 giorni da quando se ne è andato. E oggi suo padre è la prima volta che viene a cercarlo al fronte. A cercarlo sì, perché nel frattempo Ahmed è finito nella lista dei dispersi. Dicono che sia stato fatto prigioniero a Ras Lanuf. Ma sono solo voci. La verità è là davanti. Tra il deserto e il mare, dove si leva alta nel cielo una colonna nera di fumo, alle porte di Ijdabiya, 160 km a sud di Benghazi. La strada davanti a noi è chiusa da una transenna. Entrano soltanto le macchine degli uomini armati. Siamo a Zuwaytina e la guerra è lì davanti, dopo la curva, saranno cinque chilometri. Dalla corsia opposta tornano dal fronte le auto dei rifornimenti e i civili in fuga da Ijdabiya. Una folla di curiosi sta a guardare. Mentre Hasan discreto, chiede in giro se qualcuno conosce suo figlio. Ma le notizie che arrivano fanno solo rabbrividire.

22 March 2011

One two tre merci Sarkozé


Viaggio a Benghazi, 21 marzo 2011

“No all'ingresso degli stranieri”. È scritto di rosso su uno sfondo bianco con su disegnata una montagna di teschi neri sorvolata da un elicottero da guerra. È il manifesto più grande sotto il tribunale di Benghazi. Oggi in piazza sono in migliaia e l'hanno sistemato bene in vista, perché finisca dentro l'inquadratura del cameraman di Al Jazeera, che dal terrazzo del palazzo di fronte filma i manifestanti il giorno dopo il bombardamento degli alleati. I manifestanti non vogliono l'occupazione militare, sanno bene cos'è diventato l'Iraq. Quegli stessi manifestanti però nella stessa piazza sventolano la bandiera francese cantando a squarciagola slogan sgrammaticati tipo: “One two tre, merci Sarkozé!” oppure “Shukran marra thania lil Faransa wal Britania!”. Ovvero “Un due tre, grazie Sarkozy”, e “Grazie due volte alla Francia e all'Inghilterra”. E tra la folla c'è addirittura qualcuno che pronuncia frasi impensabili fino a pochi giorni fa, del tipo: “Ringraziamo dio e gli Stati Uniti d'America!”. Forse non piacerà ai tanti che in Italia credono giustamente alla cultura della pace e che quindi si oppongono per principio all'uso della guerra come strumento per la controversia dei conflitti internazionali. Ma queste sono le parole della piazza di Benghazi, e che ci piacciano o meno, vanno raccontate. Per capire da dove nasca questo improvviso amore per Francia, America e Gran Bretagna, basta fare una gita fuori porta.

20 March 2011

La battaglia di Benghazi


Viaggio a Benghazi, 19 marzo 2011

Il prossimo da portare via è Mohamed Said Mahdi. L'hanno appena lavato. Il corpo è avvolto in un lenzuolo bianco dalla vita in giù. I capelli sono ancora bagnati. Un infermiere gli passa con cura per un ultima volta un batuffolo di cotone inumidito sul volto. L'occhio sinistro non c'è più. Gli hanno sparato in faccia. E un altro colpo sul fianco, al cuore. Aveva 24 anni ed è la vittima numero 70 di oggi. La guerra è arrivata a Benghazi. E l'ospedale Jala è il miglior punto d'osservazione per capire quello che sta succedendo alle porte della città. La camera mortuaria è affollatissima. Arrivano i parenti a riconoscere i propri morti, i ragazzi della piazza a farsi coraggio e i venti giornalisti rimasti in città a filmare la scena del massacro. Gli infermieri sono pochissimi. La maggior parte sono volontari, gente comune venuta a dare una mano.

19 March 2011

No fly no party


Viaggio a Benghazi, 18 marzo 2011

Ballano, corrono, cantano e sparano in aria. Sono i ragazzi della rivoluzione di Benghazi. Che questa volta festeggiano davvero. È da poco passata la mezzanotte del 17 marzo, e il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha appena approvato la risoluzione sulla no fly zone. In strada si sono riversate migliaia di automobili. I clacson suonano all'impazzata, ma a malapena si sentono, coperti dalle continue raffiche di kalashnikov e dai botti dell'artiglieria. Davanti al tribunale è una ressa. I ragazzi cantano “Irfaa raskum anta libi”, alza la testa sei un libico. La gioventù ha ritrovato l'orgoglio e ha scoperto col sangue di essere una comunità, con i suoi sogni di libertà e con il suo gusto per la sfida. Anche estrema. Come quella lanciata a rischio della propria vita ai miliziani di Gheddafi, che continuano indisturbati a colpire i civili. In piazza ci sono migliaia di persone pigiate una contro l'altra.

18 March 2011

Bombe a Benghazi


Viaggio a Benghazi, 17 marzo 2011

Il cratere è largo tre metri e tutto intorno la pista è cosparsa di pietre. Poco distante, quel che resta della carlinga di un aereo civile continua a bruciare. In mezzo al fumo nero si riesce ancora a leggere distintamente Air Libya. È quel che resta dell'aereo colpito dalle bombe di Gheddafi, sganciate questa mattina sull'aeroporto internazionale di Benina, a 20 chilometri dalla città di Benghazi. Proprio così, mentre a Washington il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite discuteva la risoluzione sulla no fly zone, il Colonnello ha ordinato di bombardare Benghazi. È il secondo bombardamento in due giorni. Mercoledì mattina un aereo aveva attaccato l'aeroporto mancando di poco il bersaglio. Oggi invece l'hanno preso in pieno. Anche perché stavolta di aerei ne hanno mandati tre. Tre vecchi Mirage che oltre a Benina hanno sganciato altre bombe sopra la caserma Muaskar 36, a sud di Benghazi, dove si trova un importante deposito di munizioni dell'armata popolare degli insorti. Fortunatamente non ci sono stati feriti né morti e la pista di decollo non sembra compromessa da quello che abbiamo potuto constatare di persona.

17 March 2011

Respinti a Benghazi


Viaggio a Benghazi, 16 marzo 2011

Notte di fuoco a Benghazi. Dopo la disfatta degli insorti a Ijdabiyah sotto gli incessanti bombardamenti dell'aviazione di Gheddafi, martedì sera la contraerea ha sparato per ore in pieno centro della città. E il cielo è stato illuminato a giorno dai traccianti, mentre in prossimità del porto sono stati esplosi anche candelotti di dinamite. Stavolta però nei paraggi non c'era nessun obiettivo del nemico. E ogni colpo sparato era una liberazione di gioia. Proprio così, per quanto assurdo possa sembrare, Benghazi ha fatto le ore piccole celebrando la vittoria che non c'è. Un vero e proprio delirio collettivo basato su una serie di notizie non ancora confermate secondo cui l'armata della rivoluzione adesso conterebbe su tre aerei che avrebbero affondato due navi militari e bombardato l'aeroporto di Sirte e le retrovie delle divisioni di Gheddafi a Ijdabiya, riconquistando la città. Mentre un quarto aereo si sarebbe addirittura schiantato dentro la caserma di Bab el Aziziya, il quartier generale di Gheddafi a Tripoli. Tutte notizie impossibili da verificare al momento, ma che hanno riportato l'entusiasmo in una piazza che fino a poche ore prima era terrorizzata al pensiero dell'assedio di Benghazi. Qualcuno però non ha capito che era tutto uno scherzo. E quando ha sentito la contraerea in azione per tutta la notte, si è spaventato a morte. Sono gli eritrei, gli etiopi e i somali respinti dall'Italia e finiti in mezzo alla guerra.

16 March 2011

Cosa state aspettando?


Viaggio a Benghazi, 15 marzo 2011

I guanti di lattice di Salim sono sporchi di sangue. Non riesco a dimenticare la scena. Uno a uno sceglie i brandelli di carne tra i vetri in frantumi dell'auto, una Daewoo Nubira. Sono il cervello di Wahid Elhasi, spappolato dalla scheggia di una delle centinaia di bombe sganciate oggi dall'esercito di Gheddafi sulla città di Ijdabiya. I ragazzi delle milizie non ci hanno lasciato passare per fotografare i crateri delle bombe sganciate dall'aviazione del regime. E adesso capiamo perché. I bombardamenti sono incessanti. Distinguiamo nitidamente un aereo, gira sopra le nostre teste, a alta quota, indisturbato, e a ogni passaggio sopra la periferia occidentale della città, sgancia un carico di bombe. Il frastuono delle esplosioni si alterna con i botti della contraerea, che però non riesce mai a colpire il bersaglio. A ogni bombardamento, le ambulanze dell'ospedale sgommano verso il fronte, che ormai è alla periferia della città, noncuranti del pericolo.

14 March 2011

Mashreq va alla guerra


Viaggio a Benghazi, lunedì 14 marzo 2011

Mashreq ha 20 anni e non ha mai stretto prima un fucile tra le mani. Ma non c'è problema. È venuto qui apposta per imparare, insieme agli altri “volontari”, come li chiamano. Arrivano a Benghazi ogni giorno, da tutte le città della Cirenaica, per arruolarsi e difendere la popolazione dalla violenta repressione scatenata dalla famiglia Gheddafi. Funziona che chi ha un'arma e sa usarla va direttamente al fronte in macchina, per gli altri c'è una specie di centro di addestramento in città, dove imparare i rudimenti delle armi da fuoco. Perché i militari in servizio sono troppo pochi. I corsi si tengono all'aperto, nel piazzale della caserma “7 aprile”, rinominata per l'occasione “base dei martiri”. Stamattina c'erano almeno 500 ragazzi. C'è il gruppo della contraerea, quello dei lanciarazzi, ma anche quello più elementare dove si insegna a sparare con i vecchi kalashnikov del malridotto esercito libico della Cirenaica. Perché si parte proprio dall'abc. Ragazzi come Mashreq infatti non hanno la più pallida idea di cosa li aspetti al fronte.

13 March 2011

I nipoti di Mukhtar


Viaggio a Benghazi, domenica 13 marzo 2011

Aytam ha 26 anni e sulla maglia ha ancora spillato il cartellino dei volontari del campo di addestramento di Benghazi. Sopra c’è scritto in arabo: “Base dei martiri del 17 febbraio. Noi non ci arrendiamo, vinciamo o ci sacrifichiamo”. È appena uscito dal campo militare a bordo di una Mazda rossa e ci fa segno dal finestrino di salire, che ci dà volentieri uno strappo fino al tribunale. Lui nelle brigate è entrato dopo la morte del fratello Mohamed, che di anni ne aveva appena compiuti 28. L'hanno ucciso durante il funerale di alcuni ragazzi ammazzati nei primi giorni della rivolta qui a Benghazi. La folla stava andando al cimitero, quando i cecchini sui tetti hanno aperto il fuoco. Era il 19 febbraio, quel giorno sono morti 15 ragazzi. Mohamed l'hanno colpito alla testa i cecchini appostati sul palazzo di là dalla strada.