Quattro mercenari nigerini e maliani, catturati a Zliten, spiegano dove sono stati addestrati e come sono arrivati al fronte
Tripoli è ancora sotto shock per il sangue versato durante i combattimenti per la sua liberazione. In città si continuano a cercare i mercenari di Gheddafi. E la pelle nera continua a essere vista come un primo indizio di colpevolezza. Eppure in città non c'è stato il massacro annunciato. Niente regolamenti di conti, niente esecuzioni sommarie degli stranieri. Al contrario per strada già si incontrano molti neri, libici e stranieri, che girano come se niente fosse, continuano a lavorare, o addirittura indossano la divisa dei ribelli. Altri si riuniscono per pregare nelle proprie chiese, ma non è tutto rose e fiori. L'impressione è che a fare da discriminante siano i legami sociali. In altre parole gli stranieri che vivono a Tripoli da anni, che parlano l'arabo e che qui hanno intessuto una rete di rapporti significativi, si sentono al riparo. A rischiare l'arresto e le aggressioni sono gli ultimi arrivati, quelli che vivono in Libia da pochi mesi, che non sanno la lingua e che non conoscono nessuno che possa scagionarli nel caso di accuse infondate. In città intanto ci sono state alcune aggressioni - fortunatamente soltanto casi isolati - mentre diverse centinaia di africani hanno trovato rifugio in un porto di Janzur, lo stesso da dove fino a due mesi fa partivano i pescherecci per Lampedusa. Resteranno lì finché la capitale non tornerà alla normalità. Dopotutto stanno facendo lo stesso molti africani che da giorni rimangono chiusi nelle proprie case su consiglio degli stessi ribelli, in attesa che torni la calma. Ormai sembra questione di pochi giorni, al massimo di qualche settimana. In città sono già rientrate quasi tutte le famiglie dei libici che erano fuggiti durante la guerra in Tunisia e in Egitto. Un buon segno per la pace. Presto ripartirà anche l'economia, e tutti i libici sanno che senza la manodopera straniera a Tripoli non si muove una foglia.


