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09 November 2011

Tunisia: il limbo dei rimpatriati

tunisini a Lampedusa, foto di Alessio Genovese

un reportage di Alessio Genovese, tratto da Borderline Sicilia

A Tunisi è il 20 ottobre, il paese si sta preparando alle prime elezioni libere con gioia e preoccupazione. Alle 7 del mattino le strade sono già piene di pendolari e lavoratori. La stazione dei micro-bus di Mansuf Bay è piena di gente che viene e va da ogni parte del paese. Sono pendolari e commercianti che portano le merci più improbabili in giro per il il paese. Dalla folla mi sento chiamare, "Abu Ali, Abu Ali il giornalista". E' Karim, uno dei 1300 tunisini che erano a Lampedusa il 20 settembre, quando il centro di contrada Imbriacola prese fuoco. Ha ancora addosso i pantaloni e le scarpe che gli hanno dato al suo arrivo sull'isola. Ha il sorriso stampato sul volto e mi chiede se mi ricordo di lui. Erano tanti, troppi per ricordarmi di tutti, ma Karim è uno di quelli che non ha ancora la barba sul volto. Me lo ricordo, era tra i 300 che hanno passato la notte alla stazione di benzina dell'isola, tra quelli che sono stati pestati e aggrediti brutalmente dai lampedusani. Era con Ali Aiadi, il suo amico di sempre, un ragazzino di appena 18 anni partito ad agosto con lui da Ben Arous uno dei quartieri più popolari di Tunisi. Mi abbraccia come se fossimo amici da anni. "Come stai? Da quanto tempo sei in Tunisia?" mi chiede stringendomi la mano "vieni con me io sto partendo adesso". Non capisco, "vieni e fai il viaggio con noi, così riprendi tutto".

01 November 2011

Espulsi 3.592 tunisini, nei Cie tornerà la calma?

La settimana scorsa è decollato da Palermo l'ultimo charter per Tunisi. A bordo c'erano i soliti 60 tunisini raccolti nei vari centri di identificazione e espulsione (Cie) di tutta Italia e la scorta di 120 poliziotti. Nelle stesse ore da Bari partivano i charter con i 99 egiziani sbarcati poche ore prima sulle coste calabresi e espulsi in tempo record. Dall'inizio dell'anno sono 3.592 i rimpatri coatti verso la Tunisia e 965 quelli verso l'Egitto. Fanno 4.557 persone espulse in deroga alle leggi nazionali sull'immigrazione. Ovvero dopo un periodo di detenzione spesso non convalidato dal giudice di pace, senza aver potuto incontrare un avvocato, e senza aver potuto parlare con i funzionari di Unhcr, Oim e Save the Children, che lavorano in frontiera proprio per garantire i diritti di chi arriva in Italia senza passaporto. Lo stato d'eccezione è diventato la norma. In nome della maggiore efficienza degli accordi bilaterali in vigore con Tunisia e Egitto. E per il ministero dell'Interno il risultato è doppio. Da un lato un numero di espulsioni fino a un anno fa inimmaginabile. Dall'altro una modifica sostanziale della popolazione dei Cie (centri di identificazione e espulsione), dove con la scomparsa dei tunisini inizia una sorta di tregua tra detenuti e forze dell'ordine dopo otto caldissimi mesi di rivolte, sommosse e fughe rocambolesche.

20 October 2011

Cie Bari: arrestati per danneggiamento 4 tunisini

Ancora una rivolta al centro di identificazione e espulsione di Bari. Protagonisti un gruppo di tunisini in stato di detenzione perché sbarcati in Italia senza visto sul passaporto. Secondo le notizie diffuse dalla stampa locale, i quattro ventenni avrebbero danneggiato una telecamera e una vetrata. Sconosciute per ora le ragioni della protesta e le condizioni dei quattro già portati in carcere. Di seguito i dettagli della notizia.

16 October 2011

Ancora una fuga dal cie di Brindisi. Liberi 18 tunisini

Ennesima fuga dal centro di identificazione e espulsione di Brindisi. Protagonisti 18 ragazzi tunisini, detenuti perché giunti in Italia senza visto sul passaporto. Rischiavano fino a 18 mesi di reclusione. Ma adesso sono di nuovo in libertà e potranno raggiungere i propri amici e familiari, tra Parigi, Milano e Marsiglia. A Brindisi si tratta dell'ennesima rivolta con fuga. Il copione è sempre lo stesso. Al punto che la situazione al Cie di Brindisi deve imbarazzare non poco il ministero dell'Interno, visto che soltanto nell'ultimo mese sono già scappati più di 100 reclusi. Mentre dai Cie di tutta Italia il bilancio delle fughe, dopo un'estate di rivolte, è di oltre 400 persone tornate in libertà. Ma dopotutto era difficile aspettarsi una reazione diversa dopo l'approvazione della legge che porta a 18 mesi il limite massimo della detenzione nei Cie dei senza documenti. Al punto che persino il sindacato di polizia inizia a esprimere le proprie critiche sulla norma. In fondo ogni volta si contano i feriti tra le forze dell'ordine, chiamate a reprimere un fenomeno prettamente sociale come la circolazione degli esseri umani. Anche a Brindisi all'ultimo giro si sono contati due feriti. Uno era un agente di polizia. E l'altro uno dei tunisini fuggitivi che è rimasto a terra con una gamba rotta dove aver saltato il muro di cinta. Di seguito i dettagli della notizia sulla stampa locale.

14 October 2011

L'amore ai tempi della frontiera. Winny e Nizar

Winny, Nizar e Rafael, foto di Alessio Genovese

Winny è partita dall’Olanda. Capelli biondi, occhi verdi e un sorriso sempre pronto a illuminarle il viso, salvo poi sfumare in uno sguardo malinconico e offuscato dai cattivi pensieri. La gravidanza la fa sembrare più grande dei suoi ventitré anni. I poliziotti di guardia al Centro di identificazione ed espulsione di Chinisia, dove è rinchiuso suo marito Nizar, la riconoscono da lontano e la fanno accomodare senza nemmeno chiederle i documenti. È autorizzata a visitarlo due volte al giorno. I colloqui si tengono nel tendone sul piazzale, sotto lo sguardo attento e un po’ invidioso di cinque agenti che li controllano a vista. Parlano poco e in inglese. Il resto è fatto di sguardi. Lui appoggia le mani sul pancione per sentire i calcetti del piccolino. Sarà maschio, il nome ancora non l’hanno scelto. L’unica cosa sicura è che appena nascerà, Nizar si farà un altro tatuaggio sul braccio. Una piccola stella con le iniziali del figlio, accanto alla stella più grande con la W di Winny.

05 October 2011

L'amore ai tempi della frontiera. Nathalie e Salah

Salah e Nathalie davanti al Cie di Chinisia, foto di Alessio Genovese

Mi chiamo Nathalie. Sono francese. E mio marito Salah è uno dei vostri invasori. È detenuto a Lampedusa, quest'isola di cui fino ad oggi non conoscevo nemmeno l'esistenza. Siamo legalmente sposati. Ci teniamo in contatto per sms. Gli dico di restare calmo. Mentre scrivo queste righe, mio marito aspetta ancora, come un condannato a morte, che qualcuno decida sulla sua sorte. E io mi chiedo quale sarà il suo avvenire, e il mio, e il nostro?

Nathalie ha scritto questa lettera di pugno, lo scorso 20 giugno. E me l'ha spedita per mail. Poi ha spento il computer, ha fatto la valigia ed è corsa all'aeroporto di Parigi a prendere il volo per Palermo. La sera prima aveva parlato al telefono con Sakina, un'altra donna francese, un'altra che a Lampedusa aveva il marito, Khayri. Il caso ha voluto che Khairy e Salah abbiano viaggiato sulla stessa barca partita da Zarzis il 13 maggio e arrivata sull'isola il 14. È stato il marito di Sakiné, Khiary, a raccogliere tra i reclusi del cie di Chinisia i numeri di telefono di mogli e parenti in Europa.

04 October 2011

L'amore ai tempi della frontiera. Sakina e Khayri

Sakina e Khayri, foto di Alessio Genovese
Il sole già alto del mattino, un volo Ryanair in discesa sull’aeroporto di Trapani e tutto intorno il silenzio dell’estate sulle campagne siciliane. Sakina si tiene stretta al palo d’alluminio che regge il gazebo nel piazzale di cemento. Ha un sorriso compiaciuto e si diverte a mandare baci nella direzione dei poliziotti davanti al cancello del Centro di identificazione ed espulsione di Chinisia. Alcuni si guardano con aria sospetta per capire a chi di loro siano dedicate quelle improvvise e inadeguate attenzioni. Ma non è agli uomini in divisa che guarda Sakina. I baci sono per l’uomo dietro le sbarre, il tunisino con la maglietta viola e le mani aggrappate ai ferri della gabbia, che le dice in labiale «je t’aime».

Brindisi: ancora una rivolta al Cie, 18 in libertà

Ancora una rivolta. Ancora una fuga. L'ennesima al centro d'identificazione e espulsione (Cie) di Restinco, a Brindisi. Protagonisti i tunisini trasferiti nei giorni scorsi dalle navi Cie di Palermo. La sommossa è esplosa venerdì scorso. I reclusi hanno sradicato le porte per utilizzarle come grimaldello per creare un varco nella recinzione attraverso cui sono riusciti a fuggire in 18. Quattro di loro dono stati rintracciati e tratti in arresto. Sono accusati di violenza, resistenza, lesioni e danneggiamento del patrimonio dello Stato. Secondo la questura di Brindisi ci sarebbero almeno 11 feriti tra poliziotti, finanzieri e militari del reggimento San Marco. Sconosciuto invece il numero dei feriti tra i reclusi tunisini. Soltanto dieci giorni fa dallo stesso Cie erano riusciti a fuggire 62 tunisini. Tra agosto e settembre sono già 368 le persone riuscite a fuggire dai Cie. Segno che nonostante i Cie galleggianti, la macchina delle espulsioni continua a perdere pezzi.

30 September 2011

Hanno insabbiato tutto. Prove di regime a Lampedusa

un ragazzo al sit in del 21 settembre a Lampedusa prima del pestaggio, foto Alessio Genovese


Sapevate che alcuni agenti della Guardia di Finanza a Lampedusa andavano a caccia dei tunisini indossando maglietta con su scritto “G8 2001, IO C'ERO"? E che tra i poliziotti c'era chi sotto l'uniforme indossava la maglietta con l'aquila nera e la scritta “MERCENARI”? Qualcuno penserà che siano dettagli. Secondo me invece dà la misura di dove siamo arrivati. La frontiera è ormai fuori controllo. Senza legge e senza informazione. Affidata a squadre di picchiatori esaltati. Gli stessi torturatori responsabili del macello di Genova, delle continue morti sospette in carcere e nei commissariati (vedi Cucchi, Uva, Aldrovandi...), e dei sempre più frequenti pestaggi nei centri di identificazione e espulsione (Cie). Anche se poi va detto che nei giorni della reconquista lampedusana gli agenti non erano gli unici a picchiare. Perché con le spranghe in mano c'erano anche gli operatori della "Lampedusa accoglienza". I testimoni però sono pochi. Perché i giornalisti sono stati tenuti alla larga: intimiditi e addirittura malmenati. Tanto le immagini alle redazioni le forniva direttamente la questura. A spiegarci come ha funzionato la censura in quei giorni è di nuovo Alessio Genovese, uno dei pochi fotografi che era sull'isola e che è rimasto insieme ai ragazzi tunisini fino alle violentissime cariche della polizia. Gli abbiamo chiesto di ritornare su quei fatti. La gravità di quanto accaduto lo impone. Quella che segue è la sua testimonianza.

28 September 2011

Ysmael ha perso l'aereo


Ricordate la storia di Ysmael e il presidio dei peruviani sotto il Cie di Torino? Ieri sulla pagina facebook del circolo José Carlos Mariátegui di Torino e' comparsa la locandina che vedete qua sopra "Lo hanno portato all'aeroporto di Milano come un pacco, ma il pacco ha alzato la voce ribelle e ora e' di nuovo recluso nelle celle del Cie di Torino". Gli amici, la sorella e i compagni di partito di Ysmael continuano a manifestargli la loro solidarieta'. Sono le uniche voci, al telefono, a tenergli compagnia nel reparto di isolamento dove e' ritornato l'altro ieri dopo aver perso l'aereo. Si' perche' doveva essere espulso lunedi' su un volo di linea da Milano a Lima. Ma appena l'hanno caricato sull'aereo ha iniziato a gridare e a dimenarsi nonostante il tentativo di immobilizzarlo degli agenti della scorta. La situazione e' degenerata al punto che il pilota dell'aereo e' dovuto intervenire personalmente. Ha chiesto a Ysmael se volesse partire o meno. E alla sua risposta negativa ha ordinato ai poliziotti, come in suo potere, di farlo scendere immediatamente. Adesso Ysmael e' di nuovo al Cie di Torino, in isolamento. Pronto a fare di tutto per non tornare in Peru'. Perche' a Torino ha una casa, una sorella e un lavoro onesto. Un lavoro da cui dipende il mantenimento del figlio di sette anni in Peru' e della ex moglie. Estamos contigo.

La nave-cie Moby Vincent trasferita a Agrigento

Ieri sera la nave Moby Vincent e' salpata dal porto di Palermo ed e' sbarcata a Porto Empedocle, Agrigento, con un centinaio di tunisini ancora illegalmente reclusi a bordo. L' altra nave cie invece, l'Audacia, si trova sempre ormeggiata nel porto di Palermo, vicino all'area di Fincantieri, con a bordo una cinquantina di ragazzi tunisini che nelle prossime ore saranno espulsi sui voli charter che dalla scorsa settimana hanno gia' riportato in Tunisia 841 persone. Gli ultimi 100 sono stati espulsi ieri su un volo della Mistral Air e uno della Dubrovnik Air.
Ancora non e' chiaro se i cento tunisini trasferiti a Porto Empedocle saranno smistati nei Cie, dove con le ultim fughe si sono liberati molti posti, o se invece la Moby Vincent funzionera' da Cie galleggiante a tutti gli effetti nei prossimi mesi, almeno fino alla fine di dicembre, quando scade il contratto d'affitto con il Ministero dell'Interno.
Con la dichiarazione di Lampedusa come porto non sicuro infatti, se ci saranno salvataggi in mare nelle prossime ore, i naufraghi saranno trasferiti proprio a Porto Empedocle, come gia' accaduto la settimana scorsa con i primi - e finora unici - 75 tunisini arrivati dopo la rivolta di Lampedusa. Staremo a vedere. Certo e' che l'esposto presentato alla magistratura di Palermo contro i Cie galleggianti si puo' replicare in qualsiasi momento anche presso la Procura di Agrigento.
Per quanto riguarda la terza nave Cie invece, la Moby Fantasy, si trova al porto di Cagliari dove nei giorni scorsi ha scaricato 221 tunisini in queste ore reclusi illegalmente nel centro di prima accoglienza di Cagliari Elmas.

27 September 2011

Cie galleggianti: arriva l'esposto, aperta un'inchiesta

ragazzi tunisini illegalmente reclusi sui Cie galleggianti al porto di Palermo, foto di Danila D'Amico

La Procura di Palermo ha aperto un'indagine sui Cie galleggianti, ovvero le due navi che ancora stazionano nel porto di Palermo con circa trecento tunisini a bordo, da settimane illegalmente detenuti. La decisione del procuratore aggiunto Leonardo Agueci, che coordina l'indagine, e' arrivata dopo la presentazione di un esposto presentato questa mattina da alcuni esponenti del movimento antirazzista palermitano. Tra i nomi dei firmatari della denuncia ci sono quelli del professor Fulvio Vassallo Paleologo (giurista e membro dell'Asgi), Judith Gleitze (di Borderline Sicilia, che in questi mesi ha costantemente monitorato la situazione a Lampedusa) e poi Pietro Milazzo (Cgil Sicilia) e Anna Bucca (Arci). L'esposto segnala che i tunisini reclusi sulle navi nel porto di Palermo sono illegalmente privati della liberta' personale, senza diritto di difesa e senza la convalida di un giudice. E chiede di fare chiarezza sulla presenza dei sei minori a bordo e di una donna incinta, come denunciato ieri pomeriggio dalla parlamentare del Pd Alessandra Siragusa e dal deputato regionale dei democratici Pino Apprendi, dopo la visita sui Cie galleggianti, a margine della manifestazione al porto dei movimenti antirazzisti palermitani. Di seguito riportiamo uno stralcio dell'esposto, in cui si chiede di fare chiarezza anche sui pestaggi avvenuti a Lampedusa ai danni di un attivista canadese e di recluso tunisino ancora in coma all'ospedale di Palermo.

Altra maxi evasione dal Cie di Roma, liberi 60 tunisini


Quinta evasione in un mese dal centro di identificazione e espulsione (Cie) di Ponte Galeria a Roma. Sessanta reclusi, in maggior parte tunisini appena trasferiti da Lampedusa, sono riusciti a fuggire, mentre un'altra ventina sono stati rintracciati e riportati al Cie. Dal mese di agosto almeno 191 ragazzi senza carte sono riusciti a fuggire dal Cie di Roma. L'escalation delle rivolte e delle fughe sembra dovuta a due fattori. Da un lato la nuova legge approvata il 2 agosto al Senato che ha portato a 18 mesi il limite della detenzione nei Cie. E dall'altro il nuovo accordo sui rimpatri con la Tunisia, che prevede due voli charter da Palermo a Tunisi ogni giorno (effettuati dalla Mistral Air, Small Planet, Dubrovnik Air e altre compagnie) per un totale di 100 espulsi ogni giorno. E infatti i protagonisti dell'ultima sommossa di Ponte Galeria sono stati proprio i ragazzi tunisini trasferiti cinque giorni fa a Roma dall'isola di Lampedusa. Sapevano che con il nuovo accordo tra Italia e Tunisia sarebbero stati quasi sicuramente espulsi. E hanno deciso di giocarsi il tutto per tutto. Il pomeriggio di domenica scorsa, approfittando della presenza ridotta del personale di sorveglianza, hanno sfondato un cancello dal lato del cantiere dei lavori di ristrutturazione del Cie devastato dalle almeno quattro rivolte che si sono registrate tra agosto e settembre.

Cie Modena: tentata evasione con incendio

Ancora tensione al centro di identificazione e espulsione (Cie) di Modena. L'ultimo tentativo di fuga risaliva a una decina di giorni fa. La scorsa notte i 57 reclusi ci hanno provato di nuovo. Il piano e' sempre lo stesso: raggiungere i tetti e da li' tentare di calarsi oltre il muro di cinta con delle corde realizzate con le lenzuola annodate. Cosi' nei mesi scorsi sono riusciti a fuggire una quarantina di reclusi. Ieri pero' qualcosa e' andato storto. E l'evasione e' stata bloccata. La protesta pero' non e' rientrata se non dopo che un gruppo di detenuti ha appiccato il fuoco ad alcuni materassi e a un po' di suppellettili. L'intervento dei pompieri ha spento sul nascere i focolai d'incendio. Mentre per uno dei reclusi, identificato dalle telecamere, sarebbe scattato l'arresto per l'incendio. Questo e' quanto riferito dalla questura alla stampa locale. In questo momento non siamo in grado di dire se vi siano stati dei pestaggi e se vi siano dei feriti tra i reclusi. Anche perche' ai detenuti - che lo ricordiamo si trovano da mesi in stato di privazione della liberta' perche' privi di documenti di identita' - e' privato utilizzare il telefono cellulare e dunque non possono comunicare con l'esterno. Cosiccome ai giornalisti e' vietato visitare i Cie dall'entrata in vigore lo scorso aprile della circolare 1305 del ministero dell'interno, che di fatto ha istituito di nuovo la censura in questo paese.

26 September 2011

Le fascette

Foto di Danila D'Amico, damico_photo@libero.it, se non vedi la gallery, clicca qui

Legati come i polli. Quante volte ce lo hanno raccontato dai centri di identificazione e espulsione (Cie). Non pensavamo accadesse anche sui Cie galleggianti. E invece ecco la prova del contrario. Le immagini sono state scattate sabato scorso alle 15:00 nel porto di Palermo dalla fotogiornalista Danila D'Amico. Mostrano i ragazzi tunisini con i polsi legati stretti con delle fascette di plastica, dopo essere stati caricati a bordo degli autobus che con molta probabilita' li stavano portando all'aeroporto di Palermo per l'espulsione. In un'altra immagine un carabiniere stringe in mano un mazzo di fascette nere. Perche' e' prassi legare tutti. Il motivo e' semplice: la detenzione e' illegale e i carabinieri non sono autorizzati a utilizzare le manette, dunque per fare prima usano le fascette da elettricista. E ancora una volta stupisce - ma forse soltanto per ingenuita' - come le forze dell'ordine si pieghino al servizio dell'illegalita'. Le navi infatti non sono luoghi giuridicamente adibiti alla detenzione. E i 340 tunisini a bordo dei due Cie galleggianti rimasti a Palermo, sono privati della liberta' personale da settimane, senza avere mai incontrato un avvocato ne' essere mai stati condotti davanti a un giudice di pace per la convalida del trattenimento. Tra loro ci sarebbero anche dei minori. In italiano si dice "sequestro di Stato". Eppure tutto sembra andare bene cosi'. Persino al deputato regionale del Pd Tonino Russo, che ha elogiato il trattamento dei reclusi a bordo dopo aver visitato i due Cie galleggianti. E dire che una volta c'era la Costituzione e l'inviolabilita' della liberta' personale. Ma forse oggi basta un panino al pollo e una poltrona reclinabile per dichiarare alla stampa che le condizioni sono "dignitose". Ancora una volta, la zona grigia siamo noi. Ma per fortuna che non tutti la pensano come Russo. Anche perche' Palermo non e' un'isola. E in citta' c'e' ancora un po' di resistenza a certe pratiche repressive e illegali. Ieri alle 17:00 c'e' stato il primo presidio e oggi alla stessa ora e' prevista un'altra manifestazione davanti al porto di Palermo. Trovate piu' informazioni sulla pagina facebook del forum antirazzista di Palermo. E' l'unico modo per rispondere a quei manifesti affissi dai reclusi alle finestre delle due navi CIE con su scritto "Liberta'".

Ps Anche oggi sono decollati da Palermo due aerei diretti a Tunisi, uno della Mistral Air e l'altro della Small Planet, che hanno rimpatriato un totale di 100 ragazzi tunisini dei 340 reclusi sulle navi al porto. Segno che la macchina delle espulsioni procede a pieno ritmo

25 September 2011

Cie galleggianti

video di Enrico Montalbano

Dopo le tendopoli, le navi. La fantasia del ministero dell'interno in termini di repressione e detenzione illegale non sembra conoscere limiti. Oggi vi mostriamo le immagini che Enrico Montalbano ha registrato davanti al porto di Palermo. Si vede una delle navi della Moby. Guardatela bene perché molti di voi la riconosceranno. Personalmente l'ho presa due volte per andare all'isola d'Elba. Oggi è una prigione. Usata - pensate al paradosso - per detenere dei viaggiatori. Da tre giorni è utilizzata come centro di identificazione e espulsione. In modo assolutamente illegale. Dentro vi sono rinchiuse centinaia di ragazzi. Privati della libertà da settimane, senza convalida del giudice, dunque in modo totalmente illegale e anticostituzionale per di più. Sono accusati di aver bruciato la frontiera, ovvero di aver viaggiato senza un passaporto. Sono circa 600 persone. Gli stessi che lo scorso 21 settembre hanno incendiato il centro d'accoglienza di Lampedusa per protesta. A loro si sono aggiunti nelle ultime ore i 98 tunisini che erano sbarcati a Linosa e i 75 che due giorni fa erano stati dirottati a Porto Empedocle, Agrigento, anziché essere sbarcati a Lampedusa. Alcuni di loro sono feriti perché durante il trasferimento hanno rotto i vetri dell'autobus per tagliarsi le vene per protestare contro il rimpatrio. Perché il destino sembra proprio quello. Il Viminale ha annunciato che soltanto nell'ultima settimana sono stati rimpatriati 604 tunisini. Si tratta del nuovo accordo col governo transitorio di Tunisi. Due voli al giorno per 100 persone. L'ultimo è partito ieri mattina dall'aeroporto di Palermo. Un 747 della Dubrovnik Air. A questo ritmo nel giro di una decina di giorni potrebbero essere tutti espulsi senza avere avuto la possibilità di nominare un avvocato né di vedere un giudice di pace. Dunque in un completo e efficiente stato di polizia. A rovinare i piani del ministero potrebbero essere soltanto eclatanti proteste o prevedibili tentativi di fuga. Ma proprio per ridurre al minimo i rischi di un'ennesima rivolta dopo il rogo di Lampedusa, il Viminale ha dato l'ordine di iniziare a smistare i reclusi nei vari Cie d'Italia in piccoli gruppi.

24 September 2011

Lampedusa bruciava già. Lettera di Marta Bellingreri

ragazzi tunisini durante la manifestazione a Lampedusa, foto di Alessio Genovese

Ricevo e pubblico questa lettera da chi Lampedusa la conosce bene. Lei è di Palermo, si chiama Marta Bellingreri e sull'isola ha lavorato tutta l'estate con un progetto di un'associazione umanitaria. Dice che ha visto le fiamme dal primo giorno che ha messo piede dentro il centro di accoglienza dell'isola. Era il 15 giugno 2011. E il fuoco era già acceso. Fatto di umiliazioni, vessazioni, violenza, malaffare, silenzi. Non poteva esserci un finale diverso. Con un incendio reale e con la guerra in piazza dichiarata dalle forze di polizia e da alcuni lampedusani. Le braci di quell'incendio però sono ancora accese. Si trovano nel porto di Palermo sui nuovi Cie galleggianti dove sono stati trasferiti i tunisini ribelli. Circa 700 ragazzi, guardati a vista da più di 500 agenti delle forze dell'ordine. Il porto è blindato. E per la città è l'ora di decidere da che parte stare. Marta Bellingreri la sua scelta l'ha fatta da tempo. Leggete la sua lettera e forse capirete meglio come si è arrivati a tutto questo.

23 September 2011

Scusa Lampedusa

foto di Alessio Genovese, se usi Mac e non vedi la gallery clicca qui

Eccoli i volti del nemico. Sono i tunisini del centro di accoglienza di Lampedusa. Ragazzi come noi. Che violando la legge sull'immigrazione chiedono il diritto alla liberta' di circolazione negli anni della globalizzazione e della mobilita' internazionale. Lo avevano scritto anche sugli striscioni su cui hanno disegnato una catena spezzata: "Liberta' Freedom". E poi una richiesta di scuse, scritta in italiano: "Scusa Lampedusa". Perche' l'isola non si merita di tornare una colonia penale come all'epoca dei Borboni o come ai tempi del confino durante la dittatura fascista.
Quegli striscioni sono rimasti a terra dopo la violenta carica della polizia in tenuta antisommossa, di cui ieri vi abbiamo mostrato le immagini. Altro che liberta', altro che scusa Lampedusa. Solo violenza cieca di uomini in divisa e comuni cittadini.
Intanto il centro d'accoglienza dell'isola e' stato svuotato nel giro di 24 ore. Circa 700 tunisini per ora si trovano nel porto di Palermo, illegalmente detenuti su tre navi, la “Moby Fantasy” e la "Moby Vincent" della Moby e la “Audacia” di Grandi navi veloci, di fatto trasformate in centri illegali di detenzione galleggianti. A fargli compagnia potrebbero presto arrivare i 98 tunisini detenuti a Linosa, che oggi hanno bloccato per alcune ore il traghetto per Porto Empedocle chiedendo di poter salire a bordo per lasciare l'isola.
Intanto sulla frontiera sembra esserci stata una svolta. Stanotte infatti per la prima volta una imbarcazione con 75 tunisini, tra cui due donne, e' stata dirottata a Porto Empedocle, a Agrigento, anziche' essere sbarcata a Lampedusa. Segno che dal Viminale c'e' stato un ordine preciso di sospendere temporaneamente i trasferimenti sull'isola.

Vol special


Dopo La Forteresse – leopardo d’oro al Festival internazionale del film di Locarno – Fernand Melgar torna a parlare di frontiera con questo documentario sui centri di identificazione e espulsione in Svizzera, girato nel corso di 9 mesi trascorsi nel CIE di Frambois, a Ginevra, uno dei 28 centri del paese.

22 September 2011

Fuga dal Cie di Torino. Scappano in 22, dieci arresti

Hurriyah, libertà, una scritta sulle mura esterne del Cie di Torino

Nuova evasione al centro di identificazione e espulsione di Torino. Dopo la fuga coi seghetti che lo scorso 10 settembre aveva portato alla liberazione di 12 reclusi, stanotte è stata la volta di altri 22 che sono riusciti a tornare in libertà dopo una rivolta che ha coinvolto tutte le sezioni del centro e che si è conclusa con dieci arresti e decine di feriti tra i militari e i reclusi. Si tratta probabilmente della più importante fuga dal Cie torinese. E arriva in un periodo non casuale. Due settimane fa i reclusi dell'area viola del Cie di Torino avevano dimostrato che unendo le forze di poteva fare qualcosa e erano riusciti addirittura a segare la gabbia di ferro e fuggire. La stessa lezione era arrivata dai Cie di Roma e di Brindisi teatro di riuscite maxi evasioni nelle settimane scorse, con centinaia di ragazzi senza visto che erano riusciti a tornare liberi. E infine Lampedusa, dove il centro d'accoglienza (di fatto usato come CIE da otto mesi) è stato ridotto in cenere dall'incendio appiccato dai 1.300 tunisini che vi erano illegalmente reclusi da settimane. Le immagini di Lampedusa sono finite sui telegiornali nazionali. E anche al Cie di Torino si guarda la televisione. Probabilmente è stata quella la scintilla che ha acceso gli animi. Secondo la ricostruzione fatta dal sito Macerie, la rivolta sarebbe iniziata intorno a mezzanotte, quando i reclusi di tutte le aree maschili hanno sfondato i cancelli e hanno iniziato a scavalcare le seconde recinzioni.