Il blog di Gabriele Del Grande. Sei anni di viaggi nel Mediterraneo lungo i confini dell'Europa. Alla ricerca delle storie che fanno la storia. La storia che studieranno i nostri figli, quando nei testi di scuola si leggerà che negli anni duemila morirono a migliaia nei mari d'Italia e a migliaia vennero arrestati e deportati dalle nostre città. Mentre tutti fingevano di non vedere.
30 May 2008
Una stagione all'inferno
25 May 2008
Immigrato muore nel cpt di Torino
TORINO, 25 maggio 2008 - Per indicare il punto esatto in cui è successo, i ragazzi magrebini dietro alle sbarre, passandosi un telefonino di mano in mano, spiegano: "Zona rossa, cella numero 2". Lì, ieri mattina alle 8, è stato trovato morto Hassan Nejl, nato Casablanca il 27 marzo 1970, trattenuto da dieci giorni al Cpt con un decreto di espulsione firmato dal questore di Padova. "Era nel suo letto con la schiuma alla bocca - raccontano - abbiamo urlato tutta la notte per chiamare i soccorsi, ma non è venuto nessuno. L'hanno trattato come un cane".18 May 2008
Cap Anamur. Solidarietà a Bierdel e al capitano Schmidt
ROMA, 18 maggio 2008 - Era la notte di domenica 20 giugno 2004, quando una nave della ong tedesca Cap Anamur, navigando in acque internazionali, avvistò 37 migranti - tutti uomini e originari dell'Africa sub Sahariana - a bordo di un gommone alla deriva in acque internazionali, tra la Libia e l'isola di Lampedusa. La Cap Anamur stava facendo un giro di prova dopo aver riparato il motore a Malta. La nave ottenne il permesso di attraccare nel porto di Porto Empedocle, ad Agrigento, soltanto 21 giorni dopo, il 12 luglio 2004. Il governo italiano contestava alla Cap Anamur di essere entrata in acque maltesi e pretendeva che i profughi fossero portati a Malta. Inoltre essendo la nave di proprietà tedesca l'Italia delegava alla Germania la responsabilità dei profughi. Dopo 20 giorni di negoziazione, in cui la nave ferma in alto mare fu raggiunta da giornalisti, politici, missionari e membri del Consiglio italiano per i rifugiati (Cir), finalmente venne concesso di attraccare a Porto Empedocle. Ma al momento dell'arrivo Elias Bierdel, Stefan Schmidt e Vladimir Dachkevitce, rispettivamente presidente dell’associazione umanitaria Cap Anamur, comandante e primo ufficiale della nave omonima, vennero arrestati in flagranza di reato con l'accusa di "favoreggiamento aggravato dell'immigrazione clandestina". La nave fu posta immediatamente sotto sequestro e venne restituita all'associazione, sotto pagamento di una cauzione, solo il 28 febbraio del 2005. In seguito è stata venduta. I 37 migranti vennero portati, subito dopo lo sbarco, nel Cpt di San Benedetto ad Agrigento, chiuso pochi mesi dopo la visita del Comitato europeo di Prevenzione della Tortura. Da lì vennero trasferiti dopo 48 ore al Cpt di Pian del Lago a Caltanissetta. 30 di loro furono rimpatriati in Ghana e 5 in Nigeria. In Ghana vennero quindi arrestati per lesa immagine del paese e alto tradimento della patria. Il processo a Bierdel, Schmidt e Dachewitsch è durato cinque lunghi anni e volgerà presto alla fine.14 May 2008
Riprende il processo ai tunisini per il salvataggio in mare
09 May 2008
Marocco: soldati affondano un gommone, protesta Hrw
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Maroc: Amnesty demande une enquête sur le massacre de Hoceima
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Rome, 9 mai 2008 - Amnesty International a appelé aujourd’hui le gouvernement marocain à ouvrir immédiatement une enquête exhaustive, indépendante et impartiale sur les allégations selon lesquelles au moins 28 migrants se seraient noyés dans la mer lorsque leur embarcation a été secouée et crevée par des membres des forces de sécurité marocaines. Amnesty International a rencontré quelques-uns des survivants. Selon leurs témoignages, au moins 28 personnes, dont quatre enfants âgés de deux à quatre ans, se seraient noyées. Une femme nigériane a dit avoir perdu sa fille Soses, âgée de trois ans et quatre mois.
المغرب: يتوجب التحقيق في مصرع المهاجرين في البحر
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وكانت دورية بحرية مغربية قد قامت في 28 أبريل/نيسان 2008 باعتراض قارب زودياك مطاطي بطول تسعة أمتار يقل 70 شخصاً على الأقل، بمن فيهم أطفال، والواضح أنه كان في طريقه إلى السواحل الإسبانية. وتناقلت التقارير رفض القارب الالتفات إلى أمر الدورية بالعودة إلى السواحل المغربية
Soldados marroquí acusados de hundir una barca
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06 May 2008
فخ اليونان: حظر الدخول، وحظر الخروج
كنا 22 شخصاً على متن القارب.. تم اعتراضنا من قبل شرطة خفر السواحل اليونانية. ربطوا قاربنا في زورقهم، وسحبونا إلى الساحل التركي. ثم أخذوا منا الوقود، وتركونا في البحر. ساءت الأحوال الجوية، وارتفعت الأمواج. وبدأ القارب في التأرجح. كان ذلك في 16 مايو الساعة الثانية صباحاً. بدأ الأشخاص الذين كانوا على متن القارب يسقطون في البحر واحداً تلو الآخر.. ثم انقلب القارب. فقدت صديقي. بدأت أسبح وأصارع أمواج البحر. في النهاية أنقذني أحد الصيادين، وأخذني إلى المستشفى حيث نقلوني بعد ذلك إلى مركز الاحتجاز
Trappola Grecia: divieto d'ingresso, divieto d'uscita
02 May 2008
Cage Grèce: accès interdit, sortie interdite
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Aprile 2008
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ROMA - Li hanno fatti sparire per cancellare le prove. Li hanno deportati in una terra di nessuno, senza acqua né viveri, lungo la frontiera algerina, perché non potessero parlare. Sono i 42 superstiti del naufragio di Hoceima del 28 aprile 2008. Accusano i soldati della Marina Reale Marocchina di avere affondato il loro gommone. Rabat nega ogni responsabilità. Fortress Europe è riuscita a intervistarli. In queste ore si trovano in un accampamento di fortuna in una zona boscosa lungo la frontiera tra Algeria e Marocco. Un militante di una associazione marocchina - di cui non possiamo citare il nome per ragioni di sicurezza - ci ha permesso di parlare al telefono con due uomini e una donna sopravvissuti al naufragio. Un naufragio di cui non si doveva sapere niente. Perché ad uccidere non è stato il mare ma gli agenti marocchini. Le versioni dei tre testimoni coincidono.Avril 2008
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ROME - Ils étaient des migrants sans papiers mais surtout des témoins gênants. Pour cela ils ont été déportés et abandonnés, sans eau ni nourriture, le long de la frontière maroc-algérienne. Pour qu’ils ne pussent pas parler. Ils sont les survivants du naufrage qui eut lieu le 28 avril au large de Hoceima - 150 km à l'est de Melilla - qui causa la mort de 36 personnes, dont deux femmes et quatre bébés. Des soldats marocains sont accusé d’avoir causé le naufrage. Rabat tente d’étouffer la tragédie. Mais Fortress Europe a réussi à contacter par téléphone le migrants, grâce à un membre d'une ONG marocaine dont on ne peut pas faire le nom pour sa sécurité. Les déclarations des trois survivants interviewés coïncident.April 2008
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ROME – They were undocumented migrants but above all they were inconvenient witnesses. So they were deported and abandoned in a no man’s land, without neither water nor food, along the Algerian border. They are the survivors of the shipwreck which took place on April 28 off Hoceima, on the way from Morocco to Spain, causing the death of 36 people, including two women and four babies. They accuse Morocco’s Royal Navy of having pierced the inflatable boat with which the victims were sailing, making it sink. Rabat denied any responsibility. Fortress Europe managed to reach them by phone, thanks to a member of a Moroccan Ngo. The declaration of three of the survivors coincide. The 9 meters long Zodiac, carrying about 80 passengers from Nigeria, Ghana, Cameroon and Mali, departed at 2 o’clock a.m. from Hoceima, 150 km east of Melilla. Five hours later, it was intercepted in high sea. "The military came close - Fred cries on the telephone – and then one of them pierced with a knife the rubber dinghy." Within a few minutes the boat deflates, capsized and sank. People who couldn’t swim immediately drowned. A woman drowned holding her baby tightly to her chest. Not far away another woman and three babies disappeared among the waves. A total of 36 people died. In the meanwhile the boat of Morocco’s Navy went away. They came back only after one hour, with three motorboats which rescued the 42 survivors. They were transferred to the mainland in Hoceima and kept in detention for 48 hours, locked in a room, without neither water and food nor a bathroom. “Then they loaded us on a bus – told one of the Nigerian survived women – and left us at the border with Algeria, in a no man's land, it was far from Oujda”. After a long march by foot they managed to reach a camp of two hundred deported, amid the woods. “We built shelters for the night with plastic - explains one of them - we live on charity, many are sick." Life conditions are very bad, but coming back to Rabat, after the last raids in the city, is unimaginable. Meanwhile, seven of the 42 survivors died in the camp. They were not able to stand the shipwreck, the pain, the hunger, the thirst and the long march by foot.







